L’Artico si sta sciogliendo

Ieri sera poco prima delle 19 mi è capitato di vedere alla tv alcune immagini della trasmissione sull’ambiente Geo & Geo: erano tre orsi, una madre e due cuccioli nel circolo polare artico.
La madre era stremata da mesi  in cui aveva dovuto continuare ad allattare, senza potersi nutrire, i due piccoli che avrebbero già potuto cibarsi di carne per l’età,  se ci fossero state prede da cacciare.
Ma non c’erano più possibili prede in circolazione,  perché l’artico si sta sciogliendo… e i tre orsi nell’immagine finale si erano sdraiati vicini per scaldarsi e difendersi dal freddo e dalla fame.
“La vita scompare e il circolo polare artico piange” conclude la voce fuori campo.
Tuttavia il capitalismo ha altro da fare, dopo aver distrutto tutti i vincoli di solidarietà nel mondo globalizzato, imperversa con la rapina delle risorse e le guerre sul pianeta; il popolo di Haiti nel dopo terremoto viene lasciato senz’acqua, senza cibo  e medicine sotto le tende, perché governi europei e nordamericani non si mettono d’accordo sulla spartizione degli affari per la ricostruzione.
Venti milioni di Pakistani vengono lasciati nella disperazione senza più casa, né sostentamento dopo i monsoni eccezionali che li hanno colpiti, perché il Pakistan sarebbe la culla dei talebani, e l’Occidente non vuole certo aiutarli.
I mari sono inquinati dalle trivellazioni petrolifere e dalle petroliere che perdono il carico, l’aria è inquinata dalle emissioni di una società basata sul petrolio e sul carbone, la terra è invasa da rifiuti civili, industriali e tossici ed infine i paesi  più evoluti (sic!) come Germania, Francia ed Inghilterra stoccano sotto terra le scorie radioattive delle loro centrali nucleari, fregandosene della salubrità dell’ ambiente e della salute degli abitanti.
Il sole ed il vento, le fonti geotermiche e le cascate d’acqua naturali, gli scarti agricoli e forestali, il moto ondoso del mare e perfino i rifiuti, ci possono  fornire tutta l’energia di cui abbiamo bisogno, ma i governi sono servi delle multinazionali del petrolio e del carbone, come dei costruttori delle centrali nucleari e così la terra muore lentamente con tutti gli esseri viventi.

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Nucleare: Tremonti raccoglie il testimone di Scajola, di Leonardo Mazzei

A proposito delle assurde affermazioni del ministro dell’Economia sulle questioni energetiche

Sarà che Cortina d’Ampezzo è un luogo che si presta più alla contemplazione del paesaggio che ai discorsi seri, ma le affermazioni fatte sabato scorso nella perla delle Dolomiti dal ministro dell’Economia sono un ineguagliabile mix di luoghi comuni, spudoratezza, malafede e tanta ignoranza.
Quale di questi ingredienti sia più importante lo giudicheranno i lettori, ma intanto andiamo a vedere cosa ha detto Tremonti. Dopo aver annunciato che il nucleare sarà tra i punti (5 od 8, non si sa ancora) sui quali il governo chiederà la fiducia alla fine del mese, ecco la visione energetica del ministro chiave del governo Berlusconi: «"Noi importiamo energia, tutti gli altri fanno investimenti sul nucleare. Facciamo come quelli che si nutrono mangiando caviale. E questo non è possibile" ha detto Tremonti, invitando a non credere "alle balle dei mulini a vento dell’eolico. Un business ideato da organizzazioni corrotte che vogliono speculare: uno degli affari più grandi di corruzione e di cui noi non abbiamo certo la quota di maggioranza"». (Corriere della Sera, 19 settembre)

Partiamo dai luoghi comuni. E’ vero che l’Italia importa energia elettrica, ma quanta e perché? Le importazioni (che avvengono principalmente dalla Francia) hanno coperto nel 2009 il 13,3% dei consumi, una quota non irrilevante ma neppure esagerata. Ancora più interessante è la ragione di queste importazioni, che non risiede affatto in una inesistente carenza produttiva, bensì in un mero calcolo di convenienza economica. L’Italia, infatti, dispone di una potenza installata di oltre 100.000 Mw, a fronte di una punta massima richiesta dalla rete nazionale di circa 55.000 Mw. Il fatto – che ci troviamo costretti a ripetere tutte le volte che il politico di turno ricorre al luogo comune delle importazioni – è che l’Italia importa energia elettrica nelle ore notturne (quando dunque il fabbisogno è meno della metà rispetto alla punta), solo perché la Francia, proprio a causa della rigidità delle centrali nucleari che non possono variare a piacimento la potenza di funzionamento dei generatori alimentati da reattori atomici, è costretta in quelle ore a vendere energia sottocosto.
Altro che caviale! Quelle importazioni hanno la loro giustificazione nel costo vantaggiosissimo, non certo in un deficit produttivo del nostro Paese che non esiste affatto. In un certo senso l’Italia si avvantaggia proprio delle assurdità del sistema francese che, sempre a causa della rigidità del nucleare, si trova a volte costretto ad importare dalla Germania nelle ore diurne.

Veniamo ora all’altro luogo comune tanto amato dai politici arroganti quanto ignoranti, quello secondo cui "gli altri fanno investimenti sul nucleare". Di grazia, chi sarebbero questi "altri"?
Vista la recente conversione europeista di Tremonti, limitiamoci al Vecchio Continente. Dove sono tutti questi investimenti? Quante sono le centrali in costruzione? E’ presto detto: le centrali in costruzione in Europa sono due e soltanto due, entrambe con reattori EPR, quelli che producono scorie 7 volte più pericolose dei reattori tradizionali. Una è in costruzione a Olkiluoto, in Finlandia, ed il suo costo è salito dai 3 miliardi di euro del progetto, ad una previsione attuale di 5,3 miliardi. Stessa revisione dei prezzi è avvenuta questa estate, nel silenzio generale della stampa, per l’altra centrale "gemella" in costruzione a Flamanville in Francia, di cui l’Enel detiene il 12,5%.
Impianti sempre più costosi dunque, ma in ogni caso non in grado di rimpiazzare i reattori che andranno necessariamente dismessi nei prossimi anni.

Allarghiamo ora lo sguardo al panorama mondiale dell’energia atomica.
Il contributo del nucleare al fabbisogno energetico del pianeta è modesto e, cosa più importante, ha ormai raggiunto il proprio picco produttivo. Il nucleare copre attualmente solo il 6% dei consumi energetici totali ed appare destinato a non andare oltre tale percentuale. L’età media degli oltre 400 reattori in esercizio nel mondo è di 25 anni, e per sostituirli in base ai tempi previsti dalle attuali licenze dovrebbe entrare in funzione nei prossimi anni un nuovo reattore ogni 45 giorni. Un obiettivo palesemente impossibile da raggiungere, che sta spingendo gli Stati ad elevare la durata delle licenze, aumentando così i rischi per la sicurezza legati alla vetustà dei reattori.
In questo quadro la stessa previsione della IEA (International Energy Agency) di un modesto incremento della quota coperta dal nucleare nel 2030 (6,9%), appare del tutto irrealistica.
Il nucleare – al di là dei gravissimi problemi di sicurezza ed inquinamento – non è dunque in grado di risolvere i problemi energetici del pianeta, e prevedibilmente lo sarà ancora di meno nel futuro. 
Il tempo dell’"illusione nucleare" è finito. Tutti lo sanno, ma il partito degli affari è forte, e la certezza di poter spillare denaro pubblico non è una tentazione da poco per i signori dell’energia.
C’è forse qualcuno che pensa che il costo (ed i rischi economici) del nuovo nucleare italiano se li accollerebbe l’Enel?
Arriviamo qui alla questione di chi specula sull’energia. Per Tremonti il regno della speculazione è l’eolico, una scoperta un po’ tardiva per un collega di partito di Denis Verdini, che per giunta di quel partito è anche coordinatore.
Tremonti dovrebbe sapere che gli animal spirits del capitalismo non si indirizzano solo verso l’estrazione di plusvalore, ma – ogni volta che si presenta l’occasione – essi sanno trarre profitto da ogni tipo di speculazione possibile ed immaginabile. I capitalisti trovano il loro tornaconto tanto nella produzione di farmaci salvavita, quanto nella gestione mafiosa delle pompe funebri. Nondimeno avere una vita salva è sempre meglio del più elegante dei funerali. E l’energia rinnovabile è mille volte meglio della più "sicura" delle centrali nucleari.

Se il business dell’eolico si è rivelato fonte di corruzione, che dire dei mastodontici interessi della lobby nucleare? Nel nostro Paese questa lobby aveva trovato un leader nell’ex ministro dello Sviluppo Economico, Scajola.
Costui aveva scommesso sulla posa della "prima pietra" nucleare entro la legislatura. Noi avevamo scritto che il ministro Scajola più che posarla la prima pietra avrebbe potuto riceverla in fronte. Qualcosa del genere è successo: Scajola è incappato se non proprio in una pietra, nello scandalo dell’appartamento con vista sul Colosseo. Insomma, la passione per l’edilizia ha avuto una conferma, ma il partito dell’atomo è in affanno e la legislatura non sembra messa meglio.
Tuttavia, proprio per gli interessi in gioco – il business del progetto Scajola vale 4 ponti sullo stretto di Messina -, possiamo essere certi che la lobby atomica tornerà all’attacco. Ora la capeggerà Tremonti? A giudicare dal discorso di Cortina, non è affatto impossibile.

Concludiamo con l’ultimo luogo comune snocciolato da Tremonti: l’invito a diffidare dei "mulini a vento", che va letto non tanto come derisione dell’eolico, quanto come proclama contro le energie rinnovabili in generale. La qual cosa è davvero sospetta, dato che le rinnovabili non sono più la fissa di qualche "figlio dei fiori", essendo invece un settore economico in fortissimo sviluppo, cosa che non dovrebbe essere del tutto ignota ad un ministro dell’Economia, con la E maiuscola. Giornali economici e pagine economiche dei quotidiani sono piene di articoli che trattano
la questione, altro che "mulini a vento"!
Del resto, una new entry europea come Tremonti dovrebbe sapere quali sono le previsioni sulla quota delle rinnovabili della UE per il 2020: Austria 72%, Svezia 63%, Irlanda 43%, Spagna 40%, Germania 38%, Olanda 37%, Gran Bretagna 30%, Italia 28%.
In Italia, i "mulini a vento" dovrebbero passare dai 6 miliardi di Kwh prodotti nel 2009 a ben 20 miliardi. Il solare, nel 2009 attorno ai 600 milioni di Kwh prodotti, dovrebbe superare gli 11 miliardi (+ 1.800%!). Si tratta di previsioni attendibili? Sulla base del trend attuale e della grande diffusione degli investimenti in questi due settori, certamente sì.
Sempre a proposito di luoghi comuni, i nuclearisti impenitenti penseranno però che il boom delle rinnovabili sia riconducibile esclusivamente alla politica degli incentivi. Sbagliato. Ovviamente questi ultimi hanno avuto una grande importanza nella fase di decollo delle rinnovabili, ce l’hanno tuttora e ce l’avranno in futuro.
Ma, anche grazie agli incentivi – senza entrare qui nel merito delle varie politiche di incentivo dei singoli stati -, i costi sono crollati. In Italia, ad esempio, quello dei pannelli fotovoltaici si è dimezzato in pochi anni.
E nel mondo? Secondo un articolo uscito il 26 luglio sul New York Times, che riprende uno studio di John Blackburn della Duke University, negli Stati Uniti il costo del Kwh solare è ormai inferiore a quello prodotto da un impianto nucleare. E mentre il costo del fotovoltaico è calato costantemente nell’ultimo decennio, nello stesso periodo quello di un singolo reattore è aumentato del 330%.

Perché allora Tremonti fa tanto lo sprezzante? Difficile pensare che si tratti soltanto di ignoranza, più probabile che voglia raccogliere il "testimone" caduto per terra con lo scivolone di Scajola. La lobby evidentemente preme. Ed ha fretta, al di là delle contingenze politiche.
Comunque, il discorso di Cortina una cosa la conferma alla grande: i nuclearisti non hanno ormai veri argomenti, e devono ricorrere immancabilmente alle menzogne più spudorate. Tremonti non poteva fare eccezione.

da www.campoantimperialista.it        21 Settembre 2010  

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Corsi di formazione travestiti da annunci di lavoro

A Settembre cadono le foglie, si lava via l’abbronzatura ma gli annunci sOla continuano a spuntare rigogliosi. Secondo un’attenta indagine della qui presente Luce StRagista, questo è il periodo più fecondo  in cui le agenzie webmarkettare, i sottoscala creativi e le esseppià della Sincerità Riunita vanno a caccia di giovani menti sfigate.

Accanto agli stage gratuiti, alle collaborazioni a Pre-Getto e a quelle di Sesso Occasionale, si rafforzano sempre di più i Finti Lavori Formativi.
Dallo 0 a.C. fino a poche decine di anni fa, il giovane neolaureato per partecipare al rito di iniziazione che prevedeva l’ingresso nel mondo  del lavoro doveva inviare il suo civvù, sostenere il colloquio conoscitivo, raccontare delle sue attitudini per poi arrivare ad ottenere la dovuta ricompensa.

Con l’avvento dell’era contemporanea, la SGOBBAlizzazione, la SCROCCAlizzazione di massa e INTERInet, si è affermato il fenomeno dello Stage. A questo punto il neolaureato ha subito una vera e propria massificazione, divenendo un prodotto commerciabile. Insomma si è passati dall’Homo Sapiens Sapiens, chiuso nella sua torre eburnea, ad un vero feticcio della pop-art. Le prestazioni venivano offerte gratuitamente per periodi ben superiori ai sei mesi, il tutto per permettere al cucciolo della specie di accedere all’Agorà della Società.

Ai giorni nostri però assistiamo ad un’evoluzione avveniristica, paragonabile almeno al passaggio dalla teoria geocentrica a quella eliocentrica. Se un tempo, infatti, si credeva che il giovane dovesse diventare parte dell’ingranaggio dell’azienda, ovvero un suo produttore, oggi questa visione viene totalmente ribaltata. Per arrivare ad occupare un posto nell’Agorà, il giovane deve prima essere consumatore dei beni prodotti dall’impresa a cui aspira.

E così al colloquio vengono sgretolate, in un attimo, tutte le sovrastrutture costruite negli anni dell’università.
"Hai avuto esperienza di management di un team specializzato nella produzione di beni di importanza mondiale? …Non basta averle studiate queste cose, sai?!"
"Hai mai intervistato il Premio Nobel per la pace a poche ore dalla cerimonia?"
"Quante pubblicazioni puoi vantare all’interno della comunità scientifica? Tralasciando la tua tesina, ovviamente…"

Nonostante il quadro si faccia fosco, niente è perduto. Il giovane neolaureato può contare su un corso offerto ( A PAGAMENTO) dalla giovane azienda che fornirà tutti gli strumenti necessari per tornare al passo con i tempi ed occupare la posizione mancante.
E così se lo stage consentiva un tempo di lavorare gratis, oggi con lo Stage+Corso Formativo si lavora a pagamento. E stavolta a pagare non è l’azienda, bensì il lavoratore.

Si forma così una generazione di tuttologi, estremamente flessibile, adattabile, di certo pronta a sopravvivere alle glaciazioni, al surriscaldamento terrestre e all’effetto serra. Almeno fino al prossimo Big Bang dei Pigs.

da Vita da stragista    9 settembre 2010

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Dire che il dissenso non è democratico è come dire che la democrazia non ammette dissenso

Oggi Fassino l’ha detta grossa per davvero, dai fischi a Bonanni al piombo delle BR ci sarebbe una continuità pericolosa.
«Ricordo bene – ha detto Fassino – gli anni di piombo a Torino, li ho vissuti sulla mia pelle. Anche allora si cominciò coi fischi, poi vennero i lanci di bulloni, le spranghe e infine si cominciò a sparare. Anni di lutti drammatici e assassini efferati».
Non più quindi i soliti atti squadristici che impediscono di parlare come recitano i giornali benpensanti, non gente come me che viene dalla curva di uno stadio ma brigatisti. Siamo alla continuità con la lotta armata! L’incapacità della sinistra storica (e dei suoi colonnelli pentiti) nel riconoscere il conflitto sociale e la volontà di ghettizzarlo assumendo il pensiero delle classi dominanti è tutta in queste parole.
Se giovani di un collettivo hanno contestato in maniera forte Bonanni un motivo c’è, ed è un motivo con fondamento, ed usare lo schema di Fassino per una situazione come questa, in una fase storica che potrebbe precedere una stagione calda, è semplicemente idiota e pericoloso. Certo i giovani potevano gestire la faccenda diversamente ed in maniera comunicativamente migliore, ma questi segnali non sono i segni dell’imbarbarimento della politica come dice Fassino ma di un possibile fermento per cambiarla in meglio. Oggi, il paradosso principale sul quale ci confrontiamo è quello di vivere in una società in cui la violenza della “tolleranza zero” è legale, e sconvolgente, basta pensare alla storia di Cucchi, Bianzino, Aldrovandri.
Penso a Roberta Radici la moglie di Bianzino che ho conosciuto dopo la morte in carcere del marito, penso a lei morta dopo un anno di dolore e disperazione, e penso a suo figlio al quale questo stato ha portato via genitori innocenti.
Penso alle cicatrici sulla pelle dei braccianti migranti, agli schiavi moderni che ho visto in Puglia, alla violenza che vivono nei lager che subappaltiamo a Gheddafi. Penso a Cisky che mi ha chiamato stamattina dicendomi che non gli hanno rinnovato il contratto perché non era speciale.
Penso a loro, a questo sociale accoltellato continuamente per organizzare il banchetto dalle classi dirigenti, democratiche, rispettose, politicamente corrette. Ha forse voce questo mondo sconfitto? Che Democrazia c’è per loro?
Dire che il dissenso non è democratico, è dire che la democrazia non ammette dissenso, in poche parole è come ucciderla ed è questo che Fassino non capisce.
Oggi è il dissenso ancora prima del conflitto sociale che diviene inaccettabile per un sistema decadente e corrotto che si regge sull’apatia e l’egoismo.
Se è così, e non ho motivi per dubitarne, io sto con i giovani che fischiano Bonanni, io sto con chi dissente e vuole cambiare le cose, cercando di misurarmi con loro e magari anche con i loro errori per crescere insieme trovando le forme giuste per lottare. Quello che non farò di certo è che non li abbandonerò trincerandomi dietro facili parole e frasi fatte da copiare ed incollare sui comunicati stampa. Meglio chi dissente e fischia di chi applaude il macello sociale, la guerra e la tolleranza zero.

Piobbichi Francesco
Partito sociale PRC

BONANNI: FASSINO,ANNI DI PIOMBO COMINCIARONO CON I FISCHI DOPO POCO IL PASSAGGIO AI BULLONI,ALLE SPRANGHE,POI ALLE PISTOLE (ANSA) – ROMA, 10 SET – «Ricordo bene gli anni di piombo a Torino, li ho vissuti sulla mia pelle. Anche allora si cominciò coi fischi, poi vennero i lanci di bulloni, le spranghe e infine si cominciò a sparare. Anni di lutti drammatici e assassini efferati». Così Piero Fassino, in una intervista alla Stampa, dopo la violenta contestazione al segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. «Non dobbiamo credere che tutto questo non possa tornare – dice l’ex segretario dei Ds – non dobbiamo auto-rassicurarci». «Certo quella stagione è alle nostre spalle, ma dai fischi a Schifani siamo passati in tre giorni al lancio di un candelotto a Bonanni e all’occupazione violenta del palco. Un’escalation». Certo, «chi ha fischiato lo ha fatto indignato per l’arroganza con cui la destra governa, per l’affarismo di cui ha dato tante prove in questi anni». Ma «quei fischi – spiega l’esponente del Pd – sono anche la conseguenza dell’imbarbarimento della vita politica, dell’incagliamento della destra». Tutto questo, però, «non può legittimare in nessun modo forme di lotta intimidatorie e violente», perché «se lasciamo passare l’idea che qualsiasi forma di lotta è lecita, la democrazia muore». L’avversario «si contrasta con la ragione, mai con urla e intimidazioni».

da www.controlacrisi.org
10 settembre 2010

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Una storia Over-50

Buongiorno a tutti,
La storia è questa.
Una nostra Socia over50 lavora da diversi anni in un ufficio composto da lei e dal suo capo. Lui è un bastardo che la tratta come una pezza da piedi condendo il tutto con insulti pesantissimi e rimproveri continui. L’uomo è però molto attento a comportarsi in questo modo solo quando sono soli in ufficio mentre in presenza di testimoni  è di una gentilezza squisita.
Circa un anno fa la signora viene tamponata in auto da un SUV. La portano all’ospedale di Niguarda, una visita veloce (nessuna radiografia o altro esame diagnostico) , le mettono il collare di ordinanza e la spediscono a casa. La denuncia dell’incidente segue il suo iter e si conclude con il rimborso per i danni all’auto. Circa un mese dopo l’incidente la signora comincia ad avvertire fortissimi dolori alle spalle al punto da non riuscire più a dormire. Si rivolge all’osteopata che conosce da anni il quale esclude una relazione con l’incidente automobilistico e la sottopone ad una serie di trattamenti. I dolori aumentano al punto che lei non riesce più a muovere le braccia in modo normale ed è costretta a mettersi in malattia. Comincia la trafila delle visite specialistiche quasi tutte e a pagamento data l’urgenza determinata dai dolori. Valanghe di antiinfiammatori e cortisone con conseguente inizio di ulcera gastrica. Una risonanza magnetica determina la presenza di un ernia alla cervicale certamente dovuta all’incidente cui si aggiunge l’ipotesi di una seconda ernia lombare probabilmente causata dalle manipolazioni dell’osteopata.
Viene riaperta la pratica con l’assicurazione dell’investitore, pratica che per poter essere definita necessita di una diagnosi del danno riportato e delle possibili conseguenze future. Ovviamente, non essendo ancora concluso l’iter diagnostico occorre attendere tutti i necessari approfondimenti medici.
Intanto passano i mesi e a fine luglio scorso la signora riceve la lettera di licenziamento giustificato dall’aver superato i 6 mesi di malattia. Lei si reca dal sindacato che non può fare altro che dirle che l’unica cosa che si può fare è minacciare una improbabile denuncia per maltrattamenti, improbabile in quanto non sostenuta da testimoni. Poi le consigliano di fare domanda per l’indennità di disoccupazione e le preparano tutta la necessaria documentazione. Con la pratica in mano la signora si reca all’INPS. L’impiegato studia la pratica e le domanda se lei nel frattempo è guarita. La signora risponde di no. Allora in questo caso l’Inps non può riconoscerle la disoccupazione perché questo è un istituto che spetta solo a chi è in grado di lavorare. Quindi, dice l’impiegato, lei mi lasci la domanda così non rischia di far passare i 60 giorni previsti per la richiesta dell’indennità poi, quando sarà guarita, venga qui con il certificato del medico che lo attesta e noi accoglieremo la sua domanda.
Cerco di farvi capire la situazione. La signora vive da sola, l’unico parente prossimo è l’anziana madre ammalata di Alzheimer  che vive in un’altra casa assistita da una badante alla quale va tutta la sua pensione.
Ora, si potrebbe pensare di convincere il proprio medico a rilasciare un certificato di guarigione ma in realtà questa alternativa è inesistente perché facendo questo si creerebbe un problema con l’assicurazione che deve rifondere il danno subito nel tamponamento e che andrebbe a nozze di fronte ad un certificato che attesta una guarigione peraltro falsa.
Ho contattato un esperto in materia di Inps e affini che mi ha confermato quanto sostenuto dall’impiegato dell’ente aggiungendo anche una considerazione sul fatto che questa “perla“ legislativa non è la sola e che molte altre si stanno profilando all’orizzonte. Non ultima la norma varata dalla finanziaria che, sull’onda della campagna per allungare l’età pensionabile delle lavoratrici pubbliche, ha, nei fatti, usato la chiusura delle finestre di accesso alla pensione prolungando di un anno l’età pensionabile (18 mesi per gli autonomi) per tutti i lavoratori indistintamente.
Nel caso della signora esisterebbe la possibilità teorica di una richiesta di invalidità il cui iter richiede di norma più di un anno. Ma in questo caso c’è un’ ulteriore truffa che l’esperto in questione mi dice essere ampiamente utilizzata dall’Inail. Ve lo riferisco sperando non vi debba mai servire ma in ogni caso meglio essere informati.
Ecco l’esempio illuminante. Un lavoratore ha una causa aperta con una assicurazione per un danno subito e inoltra domanda di invalidità all’Inail prima che la causa si sia conclusa. L’Inail riconosce, supponiamo il 50% di invalidità e, immediatamente avanza una richiesta di rimborso da parte dell’assicurazione coinvolta nel sinistro. L’ente comincia ed erogare l’invalidità ma, a causa conclusa, incamera gran parte della cifra rimborsata dall’assicurazione. Non bastasse, succede spessissimo che al successivo controllo medico la percentuale di invalidità venga ridotta di un 10 o 20% con relativa riduzione dell’ammontare della pensione.
Insomma una truffa in piena regola, una delle tante del Bel Paese.
Quindi, molta attenzione, se abbiamo una causa per risarcimento in corso, prima di tutto concludere la causa e incassare il rimborso e solo dopo avere in tasca i nostri soldi fare l’eventuale richiesta di invalidità
Tornando alla nostra Socia la situazione è semplicemente drammatica. Reddito azzerato, salute malandata e la prospettiva di dover trovare i soldi per curarsi e non rischiare di finire su di una sedia a rotelle.
Ma, secondo diversi nostri politici, lo Stato italiano non abbandona mai nessuno dei suoi cittadini.
Cordiali saluti

Armando Rinaldi –  vicepresidente di Atdal

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Se l’Italia ha bisogno di Fascismo, di Luigi De Magistris

“L’Italia ha bisogno di fascismo”. Ha ragione Giorgio Bocca, che in una recente intervista rilasciata a Il fatto ricordava come questo Paese possieda, nel suo dna, una sorta di gene politico e culturale della devianza democratica, un gene insano e mai totalmente sradicato, non ravvisabile nel resto di un’Europa che pure il totalitarismo ha conosciuto e, se vogliamo, addirittura vissuto in forma più aspra e duratura del ventennio italico. Ha  ragione nel sostenere che questa patologia nazionale è testimoniata dalla tenuta del potere di Berlusconi, inteso come neo-autoritarismo che domina da oltre 15 anni e che appare un unicum rispetto al resto del Vecchio Continente, segnato anch’esso dai totalitarismi ma capace di non ripetere in epoca moderna gli errori passati.

In Europa c’è solo Berlusconi, un politico a lui assimilabile non esiste. Solo Berlusconi attacca la magistratura, solo Berlusconi parla della Costituzione come di un deterrente alla modernizzazione dello stato, solo Berlusconi azzera il dibattito parlamentare imponendo l’approvazioni di leggi a colpi di fiducia, solo Berlusconi delegittima le istituzioni (come la Consulta o la presidenza della Repubblica) affermando che sono espressioni della sinistra. Ha ragione dunque Bocca a lanciare l’allarme su come questo gene antidemocratico che cova nel  dna italiano possa oggi essere pericoloso per la democrazia, in grado di produrre, nonostante il sofferto Novecento, i suoi frutti amari: una stagione di regime apparentemente nuovo nelle modalità e nella forma, ma sostanzialmente antico nell’illiberalità imposta.
La criminalizzazione del migrante, perseguito e perseguitato perché clandestino (la clandestinità è diventata da infrazione amministrativa a reato penale, secondo le norme razziste volute dalla Lega) è una riedizione della vecchia colpa d’autore di Hitler, dove sotto accusa di fronte alla legge (del più forte) è posta la condizione esistenziale e non il comportamento dell’essere umano.
Quel costante richiamo alla volontà popolare – che Berlusconi afferma sarebbe tradita se non si andasse dritti dritti al voto in caso di crisi del governo – riecheggiava ai tempi del nazismo e del fascismo, certo anche della Russia stalinista, per giustificare le scelte di censura con l’alibi falso della copertura popolare.
Quanti tribunali del popolo e tribunali speciali sono stati invocati per perseguitare il dissenso politico in nome della ‘base’? Il popolo, che secondo questa concezione investe il rappresentante politico della legittimità a guidarlo, diventa uno strumento per giustificare ogni condotta del potere e per eludere le regole che vigono in un sistema democratico.
La Costituzione e i diversi soggetti istituzionali, che pongono limiti alle possibili incontinenze dell’esecutivo, sono concepiti come ostacoli all’azione dell’uomo solo al comando.
E quindi? Quindi vanno elusi, svuotandoli di senso. Come? Per esempio col ricorso al mito della volontà popolare, brandita in opposizione ad essi e alle loro funzioni. Con la precondizione che la volontà popolare viene, forzatamente e arbitrariamente, fatta coincidere con quella del sovrano.
Ma la volontà popolare si riconosce nella Costituzione, nelle procedure e nelle regole democratiche, quindi non rispettare le seconde vuole dire non rispettare la prima. Ma per Berlusconi & company questa coerenza è superflua e lo stiamo vedendo in questi giorni, in cui l’Italia si fa sempre più simile alla Repubblica di Weimar, cioè a quel momento prima del buio integrale che inghiottì la Germania del secolo scorso.
Ci sono ancora, nella democrazia italica bistrattata e offesa da oltre 15 anni, un sistema di norme che sono indicate nella Carta e che vanno rispettate nei passaggi politici più delicati. Lo sostiene anche chi, come me, crede che le elezioni sono la strada politicamente più opportuna.
Soltanto un regime morente che si sta giocando il tutto per tutto, nella speranza di non tracollare ma anche di rilanciarsi, può sostenere il contrario.
Per questo va contrastato, soprattutto da parte di quel popolo che per primo vuole espropriare e silenziare nel momento in cui lo invoca come materia passiva che legittima solo il sovrano, come alibi per la sua infrazione della Costituzione e della prassi democratica che ha un unico scopo: salvarsi. Uccidendo però un paese democratico.

da Il Fatto Quotidiano del 23/08/10

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Dagli operai della Innse agli operai di Melfi

PUBBLICHIAMO LA LETTERA DEI GRUISTI DELLA INNSE AGLI OPERAI DI MELFI

Avete la nostra più completa solidarietà e con questa alcune osservazioni che
speriamo vi possano servire.
Ci siamo già passati, nel 2001 la direzione aziendale licenziò 3 operai, 3 delegati
della Fiom. Il giudice li reintegrò al lavoro, condannando l’azienda per attività
antisindacale. Il padrone decise di lasciarli a casa, pagando loro lo stipendio. Gli
operai licenziati chiesero comunque di essere accompagnati in fabbrica dall’ufficiale
giudiziario. Il capo del personale con i suoi avvocati li ricevette in una stanza
isolata, ripeteva che non li avrebbe fatti entrare. Fu a quel punto che gli operai in
corteo uscirono dall’officina, presero i 3 delegati e li accompagnarono in reparto.
La direzione dovette accettare il dato di fatto, ma per sei mesi ancora li tenne al
confino, in un angolo del reparto, senza dargli il lavoro. I delegati riuscivano lo
stesso a fare attività sindacale, il loro rapporto con gli operai era sempre più
forte, alla fine la direzione dovette cedere ed ognuno tornò a fare il proprio
lavoro. L’esperienza ci ha insegnato che senza l’intervento diretto degli operai non
è possibile difendersi.
Ora che a Melfi si è provato a chiedere sostegno ai grandi capi delle istituzioni,
ora che anche eminenti rappresentanti della chiesa hanno manifestato la loro
compassione, ma non è successo niente, non è meglio abbandonare queste illusioni?
Cinquemila operai non contano niente? Siamo al punto che per riportare in fabbrica 3
operai che hanno in tasca una sentenza di reintegro bisogna mettersi nelle mani di
chi non ha nessuna intenzione di inimicarsi la Fiat ed a mezza voce chiede come buona
azione di trovare una soluzione?
Chi può imporre a Marchionne il reintegro reale al lavoro? Forse la legge? Ma la
legge si è fermata davanti ai cancelli di Melfi. Chi comanda in fabbrica è il
padrone, è sua proprietà.
Ma una possibilità c’è: una ribellione degli operai di Melfi. La produzione non la
fanno quelli che applaudono Marchionne a Rimini, i giornalisti e i politici che
appoggiano le sue scelte. La produzione la fanno notte e giorno sulle linee gli
operai e la possono fermare in qualunque momento, devono solo trovare l’unità e
l’organizzazione per farlo.
Si è fatto un gran parlare di questioni di dignità. Ma la dignità noi come operai la
perdiamo quando siamo costretti , in migliaia, a passare di fronte ai nostri compagni
licenziati senza muovere un dito, sapendo che non hanno commesso niente, che erano in
sciopero per una ragione collettiva e che lo stesso giudice gli ha dato ragione. Di
fronte a questa realtà è la nostra dignità di operai che è messa in discussione.
La dignità degli operai è la ribellione, altrimenti è solo paura, sottomissione, non
avere più la forza di guardarsi in faccia. Non serve cercare giustificazioni.
E’ vero, ci sono sindacalisti collaborazionisti, che svolgono un lavoro per
dividerci, ricattarci, giocano a chi si fa più bello con la Fiat per ricavarne favori
e privilegi. Ma è così difficile metterli in un angolo, superarli con la nuova unità
costruita fra gli operai stessi?
E’ vero, la repressione colpisce chi si espone, ma se ad esporsi sono centinaia se
non migliaia, la musica cambia. La paura deve finire, voi siete gli operai di Melfi,
21 giorni di sciopero non li abbiamo dimenticati, la Fiat fu costretta ad abbassare
la cresta e così ci avete reso tutti più forti. Il coraggio e la forza non vi manca,
il giudice ha deciso il rientro dei 3 operai, tocca a voi riportarli dentro.
                        I gruisti della INNSE

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Lotta di classe: i diritti dei padroni e quelli degli operai, di Guido Viale

Per Marchionne, per la Marcegaglia e per molti altri che hanno frequentato il meeting di Comunione e liberazione la lotta di classe è un residuo di un passato da superare, così come lo è la conflittualità sindacale o la lotta «tra operai e padroni». Così si capisce meglio dove mirassero le tante polemiche fuori tempo massimo contro il ’68 e la sua cultura distruttiva. Però, come giustamente ha fatto notare Adriano Sofri sulla sua piccola posta, la frase «basta lotta tra padroni e operai» prende una sfumatura diversa a seconda che a pronunciarla sia un operaio oppure un padrone. In effetti per tutti costoro quello che è o va superato è la lotta degli operai contro i padroni, o dei lavoratori contro le imprese e i loro imprenditori, perché l’altra, quella dei padroni contro gli operai è in pieno corso e va a gonfie vele. Come altro si può intendere, infatti, la situazione di quelle migliaia di lavoratori lasciati sul lastrico da padroni, spesso bancarottieri, che si sono impossessati di un’impresa per distruggerla o ridimensionarla grazie ai meccanismi messi in campo dalla finanza internazionale? O le delocalizzazioni fatte per liberarsi di una manodopera troppo costosa? O la diffusione del lavoro precario che distrugge qualsiasi possibilità di costruirsi una vita e un futuro? O la tesi di Tremonti, secondo cui la normativa sulla sicurezza sul lavoro (L. 626) è ormai insostenibile per le imprese, nonostante le morti sul lavoro ufficialmente accertate siano più di mille all’anno, e altrettante, e forse più, siano non accertate, perché morti «bianche» provocate dal lavoro «nero»? L’accondiscendenza politica e sindacale verso il primato assoluto dell’impresa – che è l’ideologia sottostante a queste prese di posizione – ha impregnato talmente il sentire comune che nell’affrontare questi temi i loro corifei non si rendono nemmeno più conto di quel che dicono. Sentite Marchionne al meeting di Rimini: «Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti». Pensa di parlare di tre degli operai che ha fatto licenziare per rappresaglia contro la Fiom, ma la stessa frase potrebbe essere letta in un altro modo. Quali sono «i diritti di pochi»? Non sono forse quelli dei padroni della fabbrica? O, meglio, degli azionisti di riferimento (gli altri sono «parco buoi») e dei manager che si sono scelti e che guadagnano, tutti quanti, milioni di euro all’anno: 3-400 volte di più dei «molti» che lavorano per loro. E chi sono quei «molti» i cui diritti vengono «piegati» dai «pochi»: quelli che un picchetto o un’assemblea in fabbrica ha magari dissuaso dal cedere al ricatto dell’azienda? O quelli «piegati» a dire di sì in un referendum sotto la minaccia di perdere per sempre il loro posto di lavoro? E ancora (è sempre Marchionne che parla): «La dignità e i diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Certo la dignità e i diritti di alcuni «tre», per esempio Marchionne, Elkann e Montezemolo, oppure Tremonti, Sacconi e la Sig.ra Marcegaglia, non sembrano messi in discussione. Ma che dire di migliaia di lavoratori posti di fronte al diktat di accettare condizioni di lavoro inaccettabili, contrarie alla loro dignità (ma si è mai vista la «pausa mensa» a fine turno, dopo otto ore di lavoro quasi senza pause? E perché non li si lascia andare a mangiare a casa loro? Perché siano pronti per il lavoro straordinario) e contrari ai loro diritti (quello, sacrosanto di garantirsi un brandello di vita familiare libera da turni e straordinari; o quello di scioperare). Questa storia della fine della lotta tra operai e padroni, con cui i vincenti di oggi si riempiono la bocca trattando i diritti dei perdenti come carta straccia, ricorda da vicino la storia della «fine delle ideologie». In realtà, a scomparire dai radar è stata solo l’ideologia socialista, con le sue varianti anarchica e comunista. Le altre, quella liberale, trasformata in liberismo e in «pensiero unico» è più viva che mai (anche se è più che mai un morto che cammina). E la dottrina della chiesa, trasformata in fondamentalismo cattolico («diritto alla vita» contro i diritti di chi vive), anche.

da il Manifesto
31 agosto 2010

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