Quale crescita nella crisi ecologica? Intervista a Gallino di Carla Ravaioli

Luciano Gallino, come giudica le politiche seguite da quanti hanno responsabilità pubbliche (industriali, economisti, politici) al fine di superare la crisi? Politiche che di fatto si riassumono in rilancio di produzione e consumi, aumento del Pil, insomma crescita… Una linea che nessuno mette in discussione.
Gli interventi postcrisi sono l’esito di un processo di ristrutturazione dell’economia cominciato con Reagan e Thatcher nei primi anni anni 80, cui hanno contribuito anche governi europei guidati da socialisti: dopo aver fabbricato la crisi, tentano ora di porvi rimedio con metodi tipicamente neoliberisti. Ma bisogna fare qualche distinzione. Gli Stati Uniti, motore primo del capitalismo finanziario, da cui è partita la crisi, stanno facendo una politica un po’ più progressista dell’ Europa: salvando le banche, ma anche contenendo la disoccupazione con forti interventi di stimolo, e destinando decine di miliardi a una politica ecologica. Con tutti i suoi limiti, si tratta pur sempre del primo segno di vita della politica nei confronti della finanza. Mentre la Ue, fedele alla strategia di Lisbona, sta andando in tutt’altra direzione.

Quello che lei mi dice conferma la totale disattenzione del mondo politico nei confronti della crisi ecologica planetaria, e che il rilancio dell’economia mondiale non può che aggravare. Come giudica tutto ciò?
Lo giudico un grosso pericolo. E’ come essere su un aereo che sta andando dritto contro una montagna e in cabina non c’è nessuno…

Di recente il Global Footprint Network ha annunciato che è già stata consumata la quantità di natura da potersi usare quest’anno senza squilibrare ulteriormente l’ecosistema. E la data viene anticipata ogni anno… Ma nessuno ci fa caso: seguitano a invocare crescita, dimenticando che (a prescindere dall’aumento di catastrofi) alla crescita può mancare la materia prima…
Ha detto quasi tutto lei. Io ho finito di scrivere un libro sulla crisi come crisi di civiltà, in cui tra l’altro ricordo che l’impronta ecologica dell’economia globale occupa ormai un pianeta virgola tre. Se il Sud del mondo dovesse produrre come l’Occidente, in pochi anni di Terre ce ne vorrebbero due. I responsabili principali sono la fede neoliberista e le pratiche economiche che ne sono derivate. Le dottrine economiche del neoliberalismo parlano di foreste, di mari, di acque, di terreni, ecc. sotto un unico aspetto: la valorizzazione. Uno distrugge mille kmq di foreste pluviali in Indonesia o in Brasile e la considera un’opera di valorizzazione: qualcosa che pareva non servire a nulla diventa materiale da costruzione. Questa dottrina economica è affatto irrazionale, perché non calcola nei passivi la distruzione dei servizi che quella foresta – o quella palude, quell’agro, quel fiume – rendeva: un valore annuo che in media supera di due o tre volte il ricavo della cosiddetta valorizzazione. Con la differenza che quei servizi che erano durevoli sono scomparsi per sempre, mentre la valorizzazione avviene una volta sola.

Ma questo comportamento non attiene alla natura stessa del capitale?
Del capitale senza regole e senza controlli. Ma ci sono stati dei periodi in cui il capitale era ragionevolmente regolato.

Forse perché, come dice Wallerstein, c’erano ancora degli spazi in cui fuggire… Il mondo non era antropizzato, sfruttato come ora.
Questo è indubbio. Oggi, al di fuori della società capitalistica mondiale, non c’è nessuno spazio. Ma ci sono anche altri fattori geopolitici da considerare. Tra il 1945 e il 1980 il capitalismo fu in qualche modo regolato. In diversi paesi europei gli orari di lavoro furono ridotti: in Francia si arrivò alle ferie di cinque settimane. Per molti motivi. Non ultima la presenza di una grande ombra a oriente, che induceva imprenditori, banchieri, politici, a muoversi con cautela. Finito ciò, s’è avuta la controffensiva, mirante a tagliare le conquiste sociali intervenute tra il ’60 e l’80. E tutta la legislazione è stata modificata in modo da dare massimo spazio al capitalismo finanziario.

Secondo una politica totalmente identificata con l’economia neoliberista…
Certo, quella vincente. La politica neoliberista è a suo modo una politica totalitaria, persino con connotazioni fideistiche: lo stato deve essere ridotto ai minimi termini. Le strade verso la crisi ecologica globale sono state spianate a colpi di legge da una politica che ritiene prioritaria l’economia. Bisogna recuperare la capacità della politica di imporsi in qualche misura all’economia, in specie alla finanza. Certo con difficoltà enormi: questa realtà è stata messa in piedi già dalla fine degli anni ’40.

Quando il problema ambiente ancora non si poneva…
Sì, allora la conquista del dominio dell’economia sulla politica si poneva in termini molto chiari. La globalizzazione è stata uno degli strumenti per costruire un dominio politico e ideologico non meno che economico. E finora è mancata la controffensiva. Soprattutto è scomparso il pensiero critico.

E in tutto ciò il problema ambiente è stato completamente rimosso…
Non direi che è stato rimosso. Gli economisti neoliberistii, principali artefici del disastro, in realtà ne erano e ne sono benissimo consapevoli. Soltanto che, finché dura, ci vedono un’occasione di profitto.

Il moltiplicarsi di questi disastri, dovrebbe allarmare questi signori…
Perché mai dovrebbero allarmarsi… La cosa, pensano, capiterà ai pronipoti…

Sta già capitando anche a loro. Con il Golfo del Messico, ad esempio.
Sta di fatto che cercare di convincerli è del tutto inutile, perché la loro forma mentale, il modo in cui calcolano costi e benefici, è strutturato in quella direzione.

Lei mi conferma che l’economia è un sistema completamente autoreferenziale, che ignora la realtà…
Abbia pazienza, attendersi qualcosa di diverso da queste persone è irrazionale da parte nostra. Sono loro i costruttori di questo mondo, che dal loro punto di vista va benissimo. Uno come Warren Buffet, il primo o il secondo uomo più ricco del mondo, alcuni anni fa ha scritto ai suoi azionisti una lettera in cui diceva: «Io non so bene se esiste qualcosa come la lotta di classe, ma se esiste è chiaro che noi siamo i vincitori». Come fai a convincerli… Il problema è che qualcuno a sinistra dovrebbe muoversi, e non soltanto l’1 o il 2 per cento.

Infatti. Non sarebbe il momento per le sinistre di rendersi conto che sfruttamento del lavoro, disoccupazione, precarietà, salari inadeguati, orari insostenibili, sono parte integrante di questa realtà ? Già Marx diceva che la produzione è solo produzione per il capitale. E Napoleoni asseriva che la vita del capitale consiste essenzialmente nella crescita di sé stesso… Sono domande centrali, oggi più di ieri. Le sinistre non dovrebbero vedere l’insostenibilità di questa situazione? In fondo erano nate per battere il capitalismo, poi hanno scelto il riformismo. Forse oggi dovrebbero accorgersi che il riformismo non serve più… Sarebbe il momento buono….
Sì, ma il momento buono cominciava almeno trent’anni fa…

Sono d’accordo, e non è cominciato… Ma serve continuare così?
Se lei mi chiede una diagnosi, le dico che le sinistre (tranne forse una quota minima della sinistra-sinistra) di quello che è successo nel mondo hanno finora capito ben poco. Perché non c’è nessuna analisi approfondita del processo di globalizzazione, che al tempo stesso è un progetto politico, economico e tecnologico. La globalizzazione per certi aspetti è stato un gigantesco progetto di politiche del lavoro,
volte a portare la produzione il più possibile nei paesi dove non solo il lavoro costa meno, ma ci sono meno diritti, il problema ambiente quasi non esiste, i sindacati sono solo sulla carta o poco più. Analisi approfondite, a livello di partito, non ne abbiamo viste. Sono molto più avanti alcuni think tank liberal americani …

Solo che poi nessuno, nemmeno autori di fama, pensa che si debba, o si possa, superare il capitalismo. Ad esempio Stiglitz, o Krugman: criticano le enormi disuguaglianze … le condizioni tremende di certi paesi “in via di sviluppo”… Auspicano correzioni ai singoli problemi. Ma nessuno sembra supporre che il capitalismo possa avere una fine.
Senta, se mi mettessero davanti un bottone verde e uno rosso, e mi dicessero “Prema il bottone verde e il capitalismo scompare”, io lo premo subito (magari dopo aver chiesto che cosa lo sostituisce). Credo tuttavia che -considerando le forze in campo e la schiacciante vittoria del neoliberismo – il massimo che oggi si possa realisticamente sperare sia un capitalismo ragionevolmente regolato. I rapporti oggi sono tali che appare già una smisurata ambizione tentare di regolare in modo pratico il capitalismo. Partendo dal terreno politico, perché è lì che bisogna intervenire.

Ma assumendo in tutta la sua portata lo squilibrio ecologico non sarebbe possibile proporre un discorso più radicale? E’ un azzardo pensarlo?
E’ un azzardo perché non ci sono le forze sociali. Perché il proletariato mondiale (2 miliardi e mezzo tre- miliardi di persone) nell’insieme si può anche considerare “una classe in sé”. Però c’è un’ enorme distanza da colmare perché diventi “una classe per sé”. E ‘ difficile contribuire a colmare questa distanza con persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno… Come si fa a parlare di problemi ambientali a una donna di Haiti che vede i figli morire di fame?

Però adesso in Pakistan c’è un milione e mezzo di persone in fuga dall’ alluvione… Dei poveracci che il problema ambiente lo patiscono sulla propria pelle. Sono i poveri che scontano lo squilibrio dell’ecosistema… Non è proprio su questo che la sinistra potrebbe lavorare?
Sì. basta trovare dov’è questa sinistra. E bisognerebbe lavorare, sgobbare, fare un’analisi approfondita, resuscitare il pensiero critico… Ci hanno rinunciato quasi tutti. Ma è vero che la questione della disuguaglianza è tragicamente collegata all’ambiente. Anche se con quelli che non sanno cosa si mangia stasera, di ambiente è difficile discorrere.

Forse sarebbe necessario per un momento mettere da parte i problemi storici delle sinistre – lavoro, salario, casa … – per affrontare questa aporia (passaggio impraticabile, strada senza uscita n.d.r.) di una crescita produttiva illimitata in un mondo che illimitato non è. … In questa chiave tutte le politiche tradizionali potrebbero essere riviste…
Lei con me sfonda non una porta aperta, ma un cancello. Però occorre considerare che ci troviamo di fronte a formazioni politiche che hanno drammaticamente perso la loro battaglia. D’altronde temo non basti l’esortazione, né la critica più dura. Il loro carattere sociale è stato formato in quel modo e non si può tagliare la testa al soggetto per cambiargliela. Bisogna trovare il modo di mostrargli altre cose, di insegnarli altre cose. Ma per questo mancano i think tank, mancano i politici. Ad esempio, una delle grandi questioni politiche di cui non si parla è che le enormi disuguaglianze esistenti nel mondo sono state un fattore importante sia della crisi finanziaria sia della crisi industriale, e non da ultimo della stessa crisi ecologica. La lotta alle disuguaglianze è la prima da combattere se si vuole che qualcuno ci segua anche sul terreno della politica ambientale.

Forse occorre considerare anche quello che a me pare uno dei guasti più profondi: cioè il fatto che il consumismo, l’identificazione col possesso di oggetti…e quindi la competitività, la corsa al reddito, siano causa di una corruzione mentale gravissima, che comporta poi anche la corruzione spicciola…
Non c’è dubbio. Penso all’ultimo libro di Benjamin Barber “Consumati”, che analizza l’infantilizzazione dei consumatori, addirittura il rimbecillimento, dei giovani soprattutto ma anche degli adulti. Io non parlerei però di corruzione o deformazione, userei termini come carattere sociale, come diceva Erich Fromm, per indicare un carattere molto diverso e magari opposto a quello che noi vorremmo.

E però la consapevolezza di una crisi non solo ecologica non più sopportabile, si va diffondendo, specie tra i giovani… E’ gente che, magari duramente criticandole, astenendosi dal voto, fa però riferimento alle sinistre… Non sarebbe questa una base da cui partire?
Io sono scettico su posizioni di questo genere, sostenute peraltro da più d’un autore. A me sembrano una riedizione in piccolo della speranza nel soggetto rivoluzionario che sorge per forza propria. Certo esiste tra un certo numero di persone la consapevolezza del rischio ecologico, ma non basta. Occorre che questa consapevolezza entri nella politica, si faccia politica… e per questo ci vogliono le forze, ci vogliono dei voti, dei parlamentari… Mi pare che siamo ancora lontani da questi traguardi.

da il Manifesto.it
24 ottobre 2010

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Strage di campesiños nell’Honduras guidato dal dittatore Porfirio Lobo

A parlarne è il medico afro-honduregno Luther Castillo, in Italia per raccontare la lotta del Frente Nacional de Resistencia Popular contro il potere dittatoriale affermatosi dopo il golpe del 28 giugno 2009.

“Da agosto sedici assassinati solo nel movimento campesino contro il latifondismo”. Ecco l’Honduras di Porfirio Lobo nelle parole del medico afro-honduregno Luther Castillo, in Italia per raccontare la lotta del Frente Nacional de Resistencia Popular contro la dittatura. Sedici mesi dopo il golpe del 28 giugno 2009, quando è stato deposto il presidente Manuel Zelaya, nel paese centroamericano si respira ancora un clima di repressione e forte militarizzazione, le violazioni dei diritti umani contro la popolazione sono quotidiane.

Esponenti della società civile uccisi in esecuzioni extragiudiziali, giornalisti ammazzati e informazione imbavagliata, oltre settemila le vittime di torture, detenzioni illegali e sparizioni. E’ il movimento dei contadini senza terra della regione dell’Aguan (a nord dell’Honduras) a pagare il prezzo più alto: 34 assassinati da parte di uomini armati e polizia, concentrati qui per difendere le piantagioni di palma africana e banane. Perché l’appoggio dei grandi latifondisti agli uomini del golpe è stato determinante. E ora chiedono protezione per i propri interessi. Ma nonostante i duri colpi, la capacità di mobilitazione del popolo si è contrapposta al tentativo di decapitare il Frente. “Maggiore violenza -spiega Castillo- ha portato a maggiore mobilitazione civile: la repressione contro i professori di Tegucigalpa ha visto migliaia di persone unirsi alla protesta”. Più di quattromila insegnanti hanno scioperato il 18 ottobre per chiedere il pagamento degli stipendi e per una settimana la capitale è stata teatro di manifestazioni con uso di lacrimogeni, gas al peperoncino e cariche della polizia.

Ma è grazie a loro che l’Honduras sta dando vita ad una nuova forma di resistenza: dal movimento delle femministe, alla comunità gay, insieme a sindacalisti, contadini, professori, studenti, tutti uniti per usare la cultura come arma pacifica. Nessuna forma di guerriglia ma mobilitazione pacifica, democratica e disarmata per la “resistenza culturale”. “Acciòn y Participaciòn” è il motto: “Quando i mezzi di comunicazione stanno zitti le pareti iniziano a parlare con pittori di strada, murales, graffiti e scritte” si racconta nella capitale Tegucigalpa.

E così il regime di Lobo ha preso di mira anche la cultura. Il 15 settembre quando la popolazione della città di San Pedro Sula è stata brutalmente attaccata durante un concerto organizzato da “Artisti in Resistenza”. A farne le spese anche i musicisti sul palco che sono stati malmenati e minacciati di morte da un contingente combinato tra la polizia e l’esercito che ha distrutto tutti gli strumenti musicali. Un immagine-simbolo della repressione in atto in Honduras e ignorata dalla stampa internazionale. “Ma il pericolo maggiore per Lobo arriva dall’interno – spiega Castillo – con la perdita di consenso della classe media”.

Il governo di Porfirio Lobo sta infatti mettendo in atto uno dei progetti neoliberisti più aggressivi degli ultimi tempi azzerando le riforme introdotte da Zelaya: privatizzazione dei servizi pubblici come acqua ed elettricità, annullata la richiesta di elevare il salario minimo, contratti di lavoro che violano la legge nazionale e la Costituzione. Lo scontento è palpabile tra gli Honduregni. Mentre il 20 Ottobre dagli Usa arrivano i primi risultati delle denunce delle organizzazioni dei diritti umani. Trenta deputati democratici del Congresso hanno esortato il governo a sospendere gli aiuti all’Honduras finché non “faccia progressi sostanziali nel migliorare il suo deplorevole passato nei diritti umani”.

da il Fatto Quotidiano
23 ottobre 2010

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Ecco la guerra. Quando a subire la guerra e le bombe dei ‘liberatori’ eravamo noi

La mattina di quel 20 ottobre del 1944 a Milano c’era il sole. Un sole tiepido, quasi primaverile, che splendeva in un cielo limpido, senza una nuvola. Proprio come oggi.
Nessuno immaginava che quella bella giornata sarebbe presto diventata una delle peggiori della storia della città e dell’intera nazione.

La guerra sembrava volgere al termine. L’avanzata delle forze alleate verso nord era rapida e il momento della liberazione sembrava ormai vicino. Per questo, centinaia di migliaia di sfollati avevano deciso di tornare in città, ancora sotto controllo nazi-fascista, ma da mesi risparmiata dai bombardamenti aerei alleati, nonostante le sirene continuassero a suonare quasi ogni giorno tenendo in allarme la popolazione.

Quel luminoso venerdì mattina di 66 anni fa i bambini del quartiere popolare di Gorla, periferia nord di Milano, erano nelle loro classi alla scuola elementare ‘Franco Crispi’, quando la sirena si mise a suonare. Come al solito, le maestre e i bidelli iniziarono a guidare gli scolari giù per le scale, verso il rifugio sotterraneo. I bambini rimasero a bocca aperta nel vedere attraverso le finestre un grande stormo di aerei che avanzava nel cielo azzurro, scaricando tanti ‘palloncini luccicanti’.

Si trattava di una formazione di cento quadrimotore americani B-24 decollati dalla Puglia per venire a bombardare le vicine fabbriche Breda, Alfa Romeo e Isotta Fraschini, sospettate di produrre armi per le truppe nazi-fasciste. Per motivi ignoti, una delle quattro squadre della formazione deviò dalla rotta di attacco finendo sul quartiere di Gorla e sganciando là il suo carico di 342 ‘palloncini luccicanti’ da 500 libbre l’uno.

Le esplosioni iniziarono a risuonare sempre più forti, sempre più vicine alla scuola. Gli alunni della ‘Crispi’ stavano ancora scendendo verso il rifugio quando una bomba centrò la scuola infilandosi proprio nella tromba delle scale, che venne sventrata dallo scoppio insieme a un’intera ala dell’edificio.
Negli stessi momenti, le bombe caddero su tutto il quartiere, scatenando un inferno di fuoco che durò infiniti minuti.

Quando il polverone dei crolli si posò, agli occhi dei superstiti si presentarono scene agghiaccianti: edifici rasi al suolo, sventrati e in fiamme, montagne di macerie fumanti, ovunque cadaveri e pezzi di corpi, tram ribaltati pieni di morti, binari divelti, alberi abbattuti, cavalli senza vita ancora attaccati ai carretti.

Il surreale silenzio seguito alle esplosioni lasciò presto il posto a uno straziante frastuono di pianti e grida disumane. Nonostante la devastazione generale, tutto il quartiere si ritrovò attorno alla scuola crollata, perché lì c’erano i figli di tutti. Scavando disperatamente tra le rovine della ‘Crispi’, con le mani e con le vanghe, vennero recuperati i corpi straziati e senza vita di quasi duecento bambini. Di alcuni non rimaneva più nulla. Pochi miracolati furono estratti ancora vivi.

Nelle ore e nei giorni successivi, vennero estratte da sotto le macerie degli altri edifici bombardati nel quartiere altre centinaia di cadaveri, tutti civili. In quel tragico 20 ottobre di 66 anni fa, Gorla perse altri cinquecento abitanti, oltre ai duecento bambini della ‘Crispi’.

Nessun militare americano venne mai chiamato a rispondere di questo crimine di guerra davanti a un tribunale.
Nessun rappresentante del governo degli Stati Uniti ha mai chiesto scusa per quanto accaduto, né ha mai inviato un messaggio o una corona di fiori alle annuali celebrazioni pubbliche di commemorazione.

I ‘piccoli martiri di Gorla’ oggi riposano sotto un monumento-ossario eretto nel 1947 per volere dei loro genitori sul luogo in cui sorgeva la scuola. Sopra la statua di una madre piangente che sorregge il cadavere del suo bambino tra le sagome di due bombardieri, campeggia il monito ‘Ecco la guerra’.
Un monito di doloroso ripudio che la nostra Costituzione ha eretto a principio fondamentale, oggi ignorato e calpestato da una classe politica che ha dimenticato cos’è la guerra, cosa significa viverla dalla parte delle vittime, cosa vuol dire subire un bombardamento aereo, a Milano come a Belgrado, a Baghdad come a Kabul o in un qualsiasi villaggio afgano.

 
da peacereporter 20/10/2010

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Rovesciare la dittatura finanziaria europea di Franco Bifo Berardi

Quel che sta succedendo in Francia è estremamente importante, per tutti. Dal movimento ampio, radicale e determinato che si sta sviluppando ormai da giugno (che ha portato in piazza milioni di persone per quattro volte in pochi mesi) potrebbe venire la prima risposta vincente contro la dittatura finanziaria che si è costituita in Europa a partire dalla crisi greca e dal diktat del direttorio Trichet- Merkel-Sarkozy che punta a imporre misure unificate di attacco contro il salario e contro la società, in nome della competitività. Il movimento francese contro il prolungamento del lavoro e il rinvio delle pensioni, giunto alla quarta giornata di mobilitazione generale, si rafforza e va allo scontro con il governo Sarkozy. È la prima volta, in Europa, che un movimento ampio prende come bersaglio il dogma centrale del prolungamento del tempo di vita-lavoro, ‘sancta sanctorum’ del conformismo economico dell’epoca tardo-liberale.
Il dogma suona così: a causa del prolungamento del tempo di vita e della riduzione di natalità, i paesi europei vanno verso una tragica situazione in cui pochi giovani dovranno sorreggere molti vecchi oziosi pensionati. Per evitarlo dobbiamo prolungare il tempo di lavoro degli anziani. Questa puttanata la chiamano patto tra le generazioni, e pretendono che tutti crediamo nella necessità di lavorare più a lungo per aiutare la nuova generazione. Questa filosofia, imposta dovunque con la collaborazione attiva delle sinistre e dei sindacati, è basata su una premessa sbagliata, anzi falsa. Tanto per cominciare la produttività media è cresciuta di cinque volte negli ultimi cinquanta anni. Dunque la riduzione delle unità di lavoro non è un problema. Molto meno giovani possono tranquillamente produrre il necessario per molti più vecchi, se la questione fosse solo questa. Ma la questione non è affatto questa. Dietro il gioco delle tre carte, infatti, si cela un progetto ben diverso, che è quello di imporre un aumento del tempo di lavoro (più ore di straordinario, pieno utilizzo degli impianti, sabato lavorativo, rinvio indefinito dell’età pensionabile), e conseguentemente una riduzione dell’occupazione.
Con la favoletta demografica si punta quindi a mantenere i giovani in condizioni di sottoimpiego costringendoli ad accettare qualsiasi lavoro precario e sottopagato, mentre gli anziani sono costretti a lavorare ben oltre la data stabilita dal loro contratto di impiego originario. La finalità del prolungamento del tempo di lavoro non ha nulla a che fare con un’esigenza produttiva, ma è la conseguenza di regole finanziarie che agiscono come una gabbia, trasformando in Europa la ricchezza in miseria e la potenza in paura. La ‘deregulation’ vale solo quando serve ad attaccare il salario, ma quando servono per aumentare lo sfruttamento, le regole ci sono, strettissime e indiscutibili. I lavoratori e gli studenti francesi l’hanno capito benissimo. Hanno capito che prolungare il tempo di lavoro degli anziani, in un periodo di riduzione dell’occupazione significa mettere i giovani nelle condizioni della disoccupazione e del precariato. Se la società francese riesce a rompere questo dogma in Europa si apre una fase nuova. Dovunque, a cominciare dall’Italia potrà nascere un movimento per la riduzione del tempo di vita-lavoro, per un abbassamento dell’età di pensionamento, per una riduzione dell’orario settimanale di lavoro. Se si rompe il dogma a quel punto tutto ridiventa possibile.
Nella manifestazione di sabato e soprattutto nelle settimane che seguiranno dobbiamo aver chiaro che la questione posta dalla FIOM (diritti del lavoro e difesa del salario) e la questione posta dal movimento degli studenti e dei ricercatori (risorse per la scuola pubblica, blocco della riforma devastatrice della Gelmini) non sono affatto questioni italiane, e non si possono vincere come battaglie nazionali. Solo un movimento europeo fermerà l’offensiva finanziaria contro la società. Solo un movimento europeo ci libererà dei tirannelli locali si chiamino Tremonti o Berlusconi.

(Facebook 14/10/2010)

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Per avere la pensione c’è chi lavora un giorno e chi lavora tutta la vita

Il giorno 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori ha proposto l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura, in quanto affermava che tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori, che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.
Indovinate un po’ come è andata a finire !

Presenti 525
Votanti 520
Astenuti 5
Maggioranza 261
Hanno votato sì 22
Hanno votato no 498

Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera :
Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno – ce ne sono tre – e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità.

Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata.

Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.

Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.

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Email del Vicepresidente di Atdal

Buonasera a tutti,
dunque, Banca d’Italia si sveglia e ci comunica che i dati Istat sulla disoccupazione non rispondono alla realtà. Precisa che se venissero conteggiati i giovani “scoraggiati” che non cercano più lavoro la percentuale Istat che attesta i disoccupati poco sopra l’8% salirebbe sopra l’11%.
Tre punti percentuali di differenza non sono quisquilie e, se Banca d’Italia avesse avuto più coraggio, leggendo meglio tra le righe della miriade di tabelle Istat avrebbe potuto scoprire che gli “scoraggiati” giovani e meno giovani superano abbondantemente 1,5 milioni, non da ora ma da almeno 4 anni. Se venissero conteggiati tutti la percentuale arriverebbe attorno al 15%, non lontano dai livelli della Spagna, paese che tanti nostri politici richiamano ad ogni piè sospinto per ricordarci che c’è chi sta peggio. Come se questa fosse una consolazione per chi in Italia non ha lavoro.
Il Ministro Tremonti ha bollato i dati Banca d’Italia come “esoterici” e a lui si è subito accodato il Ministro Sacconi, un personaggio la cui incompetenza è pari solo alla sua supponenza.
Sacconi, il nostro Ministro del Lavoro, ha la capacità di emergere dal silenzio solo in queste occasioni come se lui fosse del tutto estraneo alla responsabilità di concepire qualche intervento in materia di politiche del lavoro. Lo vediamo apparire per sostenere le idee di Marchionne o della Confindustria, per elogiare l’arrendevolezza di Cisl e Uil, per attaccare le posizioni della Cgil … lo sentissimo mai una volta raccontarci che cosa intende fare lui in prima persona e il Governo del quale fa parte per frenare la perdita di posti di lavoro!
Chi ci legge da qualche anno ricorderà che in decine di occasioni abbiamo sollevato la questione della scarsa credibilità dei dato ufficiale sulla disoccupazione. Lo abbiamo ripetuto in pubblici convegni e durante le nostre apparizioni sui media. Lo andiamo ripetendo da anni e insieme a noi l’unico esperto che ci abbia confortato con la sua opinione è stato il solito Prof. Luciano Gallino.
Il problema è che il diavolo spesso fa le pentole ma non i coperchi e la realtà si può cercare di nasconderla finché si vuole, ma prima o poi viene a galla.
Ora che cosa dobbiamo aspettarci ? Probabilmente che si apra l’ennesima diatriba tra il Governo e Banca d’Italia sulla interpretazione dei dati statistici e non è difficile prevedere qualche accusa di complotto rivolta al Governatore Draghi allo scopo di mettere in difficoltà il Governo. Speriamo che lui non abbia comprato una casa a Montecarlo o non ami qualche strana frequentazione.
Per quanto ci riguarda la constatazione di avere sostenuto da anni cose che nessuno voleva riconoscere ci fa piacere per essere riusciti in qualche modo a svolgere un ruolo di controinformazione ma questa piccola soddisfazione non può certo eliminare il profondo senso di impotenza e disagio che ci viene dal fatto che non si vedono all’orizzonte soluzioni ai problemi per i quali ci battiamo.
Inutile ribadire, come abbiamo già fatto in molte occasioni, che questo modello di sviluppo, il modello di sviluppo occidentale, è alle corde e che è indispensabile cominciare a ragionare per cercare nuove strade e nuove idee. Qualcuno sostiene che è troppo tardi. Non so se questa profezia sia corretta, di sicuro perdere altro tempo, fingendo che i problemi non esistano o si possano risolvere da soli è il metodo migliore per accelerare la caduta verso il basso.
Buona serata

Armando Rinaldi

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Il fotovoltaio più economico dell’energia atomica, ma l’Italia non vuole cambiare.

Secondo il rapporto della Duke University in North Carolina i costi dei sistemi solari sono scesi a un punto che è ormai inferiore a quelli previsti per la costruzione di nuove centrali nucleari.
Solare pulito ma più costoso del nucleare? Forse ieri, ma ora non più. Al di là dei possibili problemi legati al loro smaltimento, gli impianti fotovoltaici sono generalmente visti come un modo più pulito e sostenibile di produrre energia rispetto all’energia atomica, ma molto più dispendioso. Secondo lo studio americano “Solar and Nuclear Costs — The Historic Crossover”, non è più così. Un recente rapporto della Duke University, in North Carolina, rivela infatti che l’energia solare è diventata ormai più conveniente di quella nucleare non solo a livello ambientale (smaltire o riciclare i moduli è generalmente ritenuto meno problematico che gestire scorie che rimangono radioattive per migliaia di anni), ma anche economico. “Il solare fotovoltaico ha raggiunto le alternative a più basso costo all’energia nucleare”, ha affermato il professor John O. Blackburn, docente di economia presso la Duke University e autore dello studio.

Nel rapporto di Blackburn viene dimostrato come i costi dei sistemi fotovoltaici siano scesi a un punto che è ormai inferiore a quello dei costi previsti per la costruzione di nuove centrali nucleari, e che potrebbe succedere lo stesso nei confronti delle fonti fossili di energia già entro il 2013. Questo “passaggio storico” sarebbe dovuto al fatto che negli Usa il costo del solare è, in questo momento, di 16 centesimi di dollaro al kWh. Secondo Mark Cooper, analista specializzato nell’individuare i costi dell’energia nucleare presso l’Institute for Energy and Environment della Vermont Law School, questi 16 centesimi potrebbero scendere a 6, se si implementassero maggiormente “efficienza energetica, co-generazione e utilizzo di fonti rinnovabili”. Cooper ha poi affermato che mentre i costi del solare sono costantemente diminuiti negli ultimi otto anni, quelli stimati per costruire negli Stati Uniti una centrale nucleare sono passati dai 3 miliardi di dollari nel 2002 agli attuali 10 miliardi per reattore.

Nel rapporto “All Risk, No Reward for Taxpayers and Ratepayers”, Cooper ha riportato inoltre che questo aumento dei costi è “nulla in confronto ai rischi finanziari e ai sussidi che affiancheranno la nuova ondata di centrali nucleari in costruzione”. Sussidi che “producono una distorsione del mercato”, afferma Doug Koplow, economista dell’Earth Track di Cambridge, in Massachusetts, un’associazione che si oppone ai sussidi nel settore dell’energia, i quali rischiano di “chiudere il mercato a fonti di energia più competitive”. Rendendo ancora più complicata l’identificazione di quelli che sono i costi reali delle tecnologie energetiche in competizione fra loro. A Koplow ha fatto eco Peter Athrton, analista del colosso finanziario Citigroup e autore di uno studio che ha dimostrato come l’industria nucleare non potrebbe sopravvivere, senza trasferire i costi e i rischi economici sui contribuenti. Fatto confermato dalle condizioni poste dalle compagnie che dovrebbero costruire i nuovi reattori nel Regno Unito.

Nuovi reattori che, nei luoghi in cui sono già in fase di costruzione, stanno subendo enormi ritardi e importanti lievitazioni dei prezzi. Ne è un ottimo esempio quello di Olkiluoto in Finlandia, che ha già accumulato un ritardo di oltre tre anni rispetto alla sua prevista data di ultimazione, e del quale i costi finali sono più che raddoppiati. La spesa prevista del reattore finlandese era infatti di 2,5 miliardi di euro nel 2002, quando fu approvato; nel 2005, alla firma del contratto, era salita a 3,3 miliardi; nel 2009, con i lavori già in grande ritardo, la spesa preventivata era giunta a 5,3 miliardi; oggi, dopo un altro anno di ritardo accumulato, la stessa avrebbe già abbondantemente superato i 6 miliardi di euro.

Da questi studi traspare il fatto che in un sistema nel quale si tende a aumentare l’offerta di energia piuttosto che diminuirne la domanda (e gli sprechi), se si calcola solo la quantità di energia prodotta le rinnovabili sono ancora perdenti nei confronti del nucleare, che ne produce una enorme quantità. Ma se si calcolano nel bilancio i costi economici e ambientali, incrementando il generale livello di efficienza energetica, è evidente che bisogna cambiare prospettiva, e che non serve produrre più energia, ma bisogna consumarne di meno. Nonostante tutti questi segnali che giungono dall’estero, però, in Italia sembrerebbe imminente un “rinascimento atomico”, accompagnato dalla promozione di metodi di produzione di energia tanto costosi quanto rischiosi per la collettività.

Già nel 1985 la prestigiosa rivista americana Forbes, specializzata da quasi un secolo in economia e finanza, definì la costruzione degli impianti nucleari americani di prima generazione “il più grande disastro gestionale della storia del business”. Le classi dirigenti italiane, invece, non hanno ancora capito nel 2010 che di disastri gestionali, in Italia, ne abbiamo e ne abbiamo avuti a sufficienza.

da il Fatto Quotidiano del 14 ottobre 2010

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Vita amorosa di una Stagista

Cari amici stragisti,

oggi vi darò dei piccoli suggerimenti su come affrontare al meglio la vita di coppia nel periodo di stage.
Lavorare gratis per degli Adolf piccoli piccoli o affrontare colloqui con Agenzie Intratterinali genera, di certo, un forte stress emotivo.
Spesso chi ha accanto una/o StRagista, è consapevole di condividere le proprie giornate con una piccola bomba ad orologeria, ma non sempre la consapevolezza è sufficiente ad evitare liti ed incomprensioni.

Se il vostro partner insiste a voler andare a vivere sotto lo stesso tetto, mantenete la calma e presentate una fotocopia autenticata del vostro rimborso spese (compresi buoni pasto, se presenti). Aggiungete copia del bonifico relativo al compenso del contratto a Pre-getto del partner e verificate, a questo punto, le compatibilità con il costo di affitto di una bettola a Roma. Qualora le affinità non siano sufficienti, di sicuro il vostro compagno sarà comprensivo e crederà alla vostra innocenza.

Qualora siate costretti a svolgere lo stage dalle 9 alle 18, a lavorare come insegnante di greco e latino dalle 19 alle 20 e a scrivere testi marchettari per Gugol dalle 22 alle 23, ritagliate comunque del tempo per la vostra dolce metà. Una buona soluzione può essere quella di incontrarsi alle 5 del mattino per il breakfast. Del resto, chi prima comincia è a metà dell’opera.

Limitate i vostri discorsi riguardati lo pseudo-lavoro. Anche se il Capo dei Capi fa mobbing, stalking e stretching stagista, fuori dall’ufficio, solo pensieri in libertà.

Se, infine, avete avuto la fortuna di incontrare un partner ribelle stRagista che vi invita alla stRage e al rifiuto assoluto dello Stage Gratuito, è il caso di prendere in considerazione il suo grido alle armi e seguire la vostra passione.

Lo stage dura 6 mesi e poi ricomincia. Il vero amore è uno ed è per sempre, a tempo indeterminato.

da www.vitadastragista.it   13 ottobre 2010

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Isolamento sociale: la mia vita da clochard, di Pierfrancesco Palattella

Nel cuore di Roma a pochi passi da piazza San Pietro, cuore della cristianità, proprio nel mezzo del continuo fluire di turisti e visitatori c’è un uomo che da oltre 7 mesi inscena apertamente la sua protesta per denunciare la propria condizione di esclusione sociale; dall’inizio di Marzo 2010 in via delle Fornaci, uscita del sottopasso per piazza San Pietro, tutti i giorni con regolare autorizzazione prende possesso di quella porzione di strada esponendo molteplici cartelli e lettere indirizzate alle varie autorità per catturare l’attenzione dei passanti. Una forma di protesta singolare e per certi versi colorita attraverso la quale porta la sua condizione di disagio sotto gli occhi di tutti nella speranza che qualcuno possa notare e decodificare il suo messaggio che parla del dramma dell’esclusione sociale.
Decidiamo di incontrarlo e passare un po’ di tempo con lui durante uno dei tanti pomeriggi della sua protesta.
Luigi Miggiani, questo il suo nome, è un ex consulente aziendale progettista meccanico di Torino; ha 64 anni e da circa 12 è totalmente isolato dal resto del sistema sociale. La sua condizione da clochard contrasta apertamente con il look elegante che lo contraddistingue: “vesto in giacca e cravatta per dar più risalto alla mia protesta, ma non deve trarre in inganno; sono un barbone a tutti gli effetti come gli altri.” Questo il biglietto da visita con il quale ci introduce nel suo mondo.
“Sto scrivendo anche un libro – ci dice con un pizzico di orgoglio –  nel quale racconto la mia vita da clochard con tutto quello che mi è stato fatto a livello di soprusi e violazioni dei diritti; sono stato anche  diffamato, calunniato, ovunque vado ho terra bruciata intorno. Il libro è scritto in forma di denuncia pubblica e lettera aperta al Capo dello Stato ed è diviso in 2 volumi scritti a mano. Racconterò la mia vita per descrivere tutti i passaggi che portano una persona normale a finire in mezzo alla strada ed a diventare barbone.”
I passaggi, come ci spiega lui stesso, sono molteplici, non si diventa barboni dall’oggi al domani e quello di finire in mezzo ad una strada rappresenta per lui l’ultima stazione di una via crucis che segue il binario della disperazione. “Ci sono tutta una serie di passaggi che ti portano a questo; finire in mezzo ad una strada è l’ultima fase, lo stadio terminale. Io sono un ex consulente aziendale e sono qui a protestare per fare in modo di smentire quella voce che dice che questa è una scelta; non c’è nessuno che lascia volontariamente la propria casa per andare a vivere all’addiaccio in mezzo alla strada. La mia protesta quindi è per cercare di portare alla luce questa grave carenza anticostituzionale, che è l’isolamento sociale. Si parla tanto di omosessualità, di differenza di razza e colore ma non si parla mai di questa altra forma di discriminazione; l’isolamento sociale è una condanna a morte.”
Quello che il signor Miggiani vorrebbe porre all’attenzione dell’opinione pubblica è la gravissima condizione di esclusione sociale in cui versano, sotto gli occhi dell’opinione pubblica, molti cittadini: “Ci sono anche molti professionisti per strada; ingegneri, architetti, c’è anche l’operaio. Tutte le categorie sono rappresentate. Ormai conosco tutti i clochard che vivono per la strada; queste persone muoiono di stenti, per il freddo durante l’inverno, muoiono triturati nei cassonetti della spazzatura, dove spesso si rifugiano per ripararsi dal freddo. Solo che non se ne parla più di tanto.”
Gli chiediamo di raccontarci la sua situazione:
“Come dicevo prima, questa non è una scelta, ma l’ultimo passaggio di un percorso: anche nel mio caso non ho scelto io questa condizione, mi ci sono trovato. È da 12 anni che sono isolato da tutto il contesto lavorativo, pensionistico, assistenziale; non mi danno neanche la pensione di invalidità, ed io soffro di cardiopatia gravissima, sono a rischio di morte improvvisa, ho sette ernie del disco, problemi alla tiroide. Dovrei avere minimo l’invalidità del 100 %, ma non mi riconoscono più del 65% evidentemente per non farmi avere un sostentamento. Sono senza fissa dimora ho la macchina parcheggiata qui a pochi metri e vivo lì dentro. Mi hanno rotto i finestrini, bucato le ruote, questi sono gli altri rischi che si corre vivendo per strada.”
Da questa condizione di isolamento sociale, tuttavia, il signor Miggiani è riuscito comunque a raccogliere le forze ed a canalizzarle in questa forma di protesta, costante e civile, per non sentirsi del tutto invisibile all’interno della società: “Quello che vorrei è mettere in evidenza questo grave problema, dire ai nostri politici che guardino la nostra Costituzione dove c’è scritto che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro e la sovranità appartiene al popolo; allora io sarei una sovranità, ridotta in mezzo alla strada. Sono 7 mesi che protesto, 1000 ore di presenza fisica, circa 10 ore al giorno ma non è mai venuto nessuno; sono andato in tutte le sedi istituzionali e politiche. Sono un nessuno, questo sto cercando di dire; noi siamo gli invisibili.”
Tra l’altro, come dicevamo prima, il signor Miggiani ha tutte le autorizzazioni in regola per manifestare in quel tratto di strada il suo dissenso: “Ho l’autorizzazione per stare qui – ci dice mostrandoci i fogli – devo andare ogni 2 giorni a chiederla in Questura. Devo dire che ora stanno cercando di togliermi anche quest’ultimo diritto che mi è rimasto; l’ultima volta che sono stato in Questura, infatti, mi hanno accusato di essermi accampato qui. Gli ho risposto che quello che sto facendo è una protesta, l’unico diritto che mi è rimasto; almeno questo non me lo possono togliere. Io starò qui fino a quando non sarà preso in considerazione questo aspetto sociale; parlo anche a nome di coloro i quali sono morti, magari triturati dai camion della spazzatura.”
L’ultima riflessione con la quale ci congediamo dal signor Miggiani, nel viavai di passanti, è piuttosto dura e amara: “ho una salute cagionevole, probabilmente sono alla fine anche io, però prima che il Signore mi chiami vorrei gridare anche a nome di coloro che sono morti in mezzo alla strada e portare alla luce questo aspetto. Questa è condanna a morte; l’isolamento sociale è la peggiore delle condanne a morte, consumata tutti i giorni sotto i nostri occhi. Ogni giorno, per me, è vivere la morte.”

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