Questa volta è diverso, questa volta si può vincere. Editoriale di Ateneinrivolta

E’ questo l’umore che si respira fra gli studenti e le studentesse nei cortei, nelle facoltà nelle assemblee. Si percepisce la consapevolezza di avere determinato l’esplosione di un clima conflittuale in questo paese, nell’autunno che più di tante altre volte ne avrebbe avuto bisogno visti i provvedimenti e le debolezze del governo. La riforma è slittata, per l’ennesima volta, anche se stavolta il rinvio sembra essere stato determinato non solo dagli intrighi e i giochi politici interni alla maggioranza, ma anche da un clima di opposizione sociale al governo Berlusconi che dopo la manifestazione della Fiom del 16 ottobre sembrava sopito e che qualche migliaio di studenti ha fatto riesplodere.
Allora forse bastava poco, bastava opporsi, realmente, ai progetti di un governo agonizzante.
Il consenso diffuso che si respira intorno alle mobilitazioni studentesche lo dimostra.

Ma la forza di questi giorni non è data solo dalle debolezze del governo. La determinazione studentesca è frutto della consapevolezza che con questa riforma si compie un processo di regressione e dequalificazione dell’università pubblica diventata di massa anche grazie alle lotte studentesche, ma che si vuole definanziare, assoggettare alle esigenze di Confindustria, rendere ingranaggio fondamentale dei processi di selezione e precarizzazione di un’intera generazione.

I tre anni di crisi economica hanno mostrato il Re nudo! I processi di privatizzazione degli ultimi decenni dimostrano che, quando la ricerca del profitto è il criterio di gestione di servizi e diritti collettivi, non solo viene meno la democrazia, ma è difficilmente dimostrabile la tanto decantata efficienza del libero mercato e dei privati. Le spinte di partecipazione e le richieste di democrazia che vengono dalla società (il movimento per l’acqua pubblica lo dimostra), sono ormai patrimonio anche delle mobilitazioni studentesche!

Fuori i privati dall’università, quindi, ma non solo: la battaglia ideologica scatenata dai Ministri Brunetta e Gelmini sulla meritocrazia può dirsi persa! Difficile sostenere fondi per il merito e prestiti d’onore accanto agli spaventosi tagli al diritto allo studio e al definanziamento totale degli atenei!
Studiando poi le statistiche sui diplomati e laureati in Italia, salta all’occhio un sistema formativo in cui la selezione (un tempo chiamata di classe) è il meccanismo principale.
Più del 60% dei diplomati neanche si iscrive e fra gli studenti della specialistica è quasi impossibile trovare figli di non laureati…
Quale meritocrazia in un simile sistema di disuguaglianze?

Guardando al resto del mondo, assistiamo a rivolte studentesche tanto inaspettate quanto radicali, e la determinazione cresce! Negli Usa e in Inghilterra, dove simili sistemi di “sostegno economico agli studenti” sono la norma da decenni, un’intera generazione non intende più sopportare il peso di ricatti economici che la costringono a una vita di precarietà (si calcola che negli Usa i laureati abbiano in media 600 dollari di debiti con lo stato per i prestiti d’onore).
Assistere alle rivolte studentesche inglesi contro i vertiginosi aumenti delle tasse, in un paese considerato ormai pacificato socialmente 30 anni fa, accresce la rabbia e la voglia di lottare!

E poi la ricerca di base che scomparirà dagli atenei, l’impossibilità di immaginarsi un futuro lavorativo dentro l’accademia, l’ansia di chi tenta la via dell’insegnamento con la consapevolezza che le prime supplenze arriveranno a 35 anni…come non percepire questa riforma come l’atto finale di una guerra scatenata decenni fa contro l’istruzione pubblica, di qualità e accessibile a tutti?

Questi sono gli elementi che rafforzano la rabbia e la determinazione degli studenti, che non intendono chiudersi nelle loro facoltà o girare a vuoto per le città, ma circondano, assediano, assaltano i palazzi del potere, quelli in cui si decide il destino di tutti e tutte noi, e dai quali da decenni siamo tutti e tutte esclusi/e!

Siamo entrati al Senato, almeno ci abbiamo provato, era la prima volta che accadeva in Italia e abbiamo messo veramente paura a un’intera classe politica!
Ci siamo ripresi i simboli di questo paese, quelli della “cartolina Italia”, souvenir di un paese allo sbando, occupandoli per qualche ora, facendoli nostri, di tutti gli studenti e le studentesse che non hanno alternative alla rivolta se vogliono invertire una tendenza già scritta e riprendersi in mano il proprio futuro!

Martedì 30 novembre sarà la nostra rivolta a vincere! Bloccheremo il Ddl Gelmini!

da www.AteneinRivolta.it     27 novembre 2010

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Wikileaks e la fuga di notizie

In queste ore il governo italiano teme la fuga di notizie presenti in rapporti segreti dell’amministrazione americana che saranno divulgate da Wikileaks.
Gli Stati Uniti, che devono per forza conoscere i contenuti, hanno avvertito l’Italia dei danni che deriveranno all’immagine internazionale del nostro Paese. Le rivelazioni devono essere molto gravi per sputtanare l’Italia più di adesso.
Attendiamo fiduciosi che dagli archivi si sappia che Fini è un uomo degli americani e De Benedetti pure, che Berlusconi ha stretto accordi anche personali con Putin e Gheddafi, che il Nigergate, con la bufala delle armi di distruzioni di massa in Iraq, fu un parto dei governi italiano e americano, che il coraggio della D’Addario, sola contro l’uomo più potente d’Italia, le venga da un protettore più potente di un semplice magnaccia, che il sostegno ai gasdotti russo South Stream e libico Greenstream costerà il posto a Berlusconi, che gli americani sanno in tempo reale, tramite i loro servizi, quello che avviene in Consiglio dei ministri, che la guerra in Iraq servì solo agli interessi petroliferi americani e dell’ENI, che la Seconda Repubblica è ormai finita e le potenze internazionali, con gli Stati Uniti in prima fila, stanno muovendo le loro pedine sullo scacchiere della penisola come fecero nel 1992, che le mafie saranno ripagate per l’eventuale lavoro sporco, che la massoneria sta scegliendo i sempreverdi uomini nuovi.
Insomma, le solite cose di pessimo gusto che vanno in onda in questo disgraziato Paese da quando ha perso la sovranità nazionale con la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale.
Qualcosa però è cambiato dal 1945.
La verità si può diffondere contro la volontà dei governi.
Chi è in possesso dei documenti riservati relativi all’attentato a Falcone all’Addaura, alla strage di Capaci, alla strage di via D’Amelio, alla strage di piazza Fontana, alla strage dei Georgofili, alla strage di Bologna, all’assassino di Aldo Moro, di Enrico Mattei, alla strage di Ustica, all’esplosione della nave Moby Prince, all’omicidio del generale Dalla Chiesa, di Pier Paolo Pasolini, alla strage di piazza della Loggia, alla strage dell’Italicus e alle altre mille stragi e omicidi di Stato del dopoguerra (o forse è meglio dire di Stati perché è impossibile che parte dello Stato italiano (quello chiamato deviato…) abbia potuto fare tutto da solo con l’aiuto esterno del terrorismo e delle mafie), ecco chi ha questi documenti li invii a Wikileaks, l’organizzazione internazionale che pubblica in Rete documenti coperti da segreto.
Non è necessario aspettare D’Alema (hai voglia), presidente del Copasir, o l’apertura post mortem della gobba di Andreotti, "la scatola nera", per sapere la verità sulla scia di sangue che ha tenuto in piedi la nostra Repubblica, una guerra civile non dichiarata con migliaia di morti, quasi tutti da una parte sola, quella dei perdenti e della giustizia.
Wikileaks ha i propri server in Belgio e Svezia (due Paesi che proteggono l’anonimità degli informatori e con leggi che impediscono la chiusura del sito) e verifica l’attendibilità dei documenti prima di metterli in Rete. Contatterò Julian Assange di Wikileaks per avvertirlo di questo post.
Istruzioni per inviare i documenti a Wikileaks.

da www.beppegrillo.it   27 novembre 2010    

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Le mani della Lega su banche, aziende ed enti pubblici

Al razzismo da osteria della Lega si somma anche una marcia silenziosa verso l’occupazione di posti chiave non solo nelle fondazioni bancarie del Nord ma anche nella Rai e nei consigli di amministrazione dei grandi enti pubblici, Eni, Enel, Finmeccanica, Autostrade, Aeroporti, Asl e in tutte le più appetitose partecipate di Comuni e Province, mentre in poco tempo ha messo in piedi una parentopoli per distribuire posti e stipendi milionari a mogli, figli, cognati e amici da far impallidire per rapidità, capillarità ed efficienza ogni altro esempio precedente. come risulta dalla mappa pubblicata di recente dal settimanale "L’Espresso" (7/10/2010)

 LE MANI DELLA LEGA SULLE BANCHE

I suoi uomini sono saldamente piazzati nelle fondazioni che controllano le più importanti banche del Piemonte e del Lombardo-Veneto.

LOMBARDIA: rispondono direttamente a Giancarlo Giorgetti e Roberto Maroni:

Massimo Ponzellini (Popolare di Milano); Luca Galli (Fondazione Cariplo); Rocco Corigliano (Fondazione Cariplo); Marcello Sala (Intesa Sanpaolo)

PIEMONTE è Calderoli a comandare, la cui consorte Gianna Gancia, presidente della provincia di Cuneo ha piazzato una sua collaboratrice, Giovanna Tealdi, nel Consiglio generale della Fondazione Caricuneo, socia dell’importante gruppo Ubi Banca.

Rispondono direttamente a Roberto Calderoli e Roberto Cota:
Giovanna Tealdi (Fondazione Cr Cuneo); Giovanni Quaglia (Fondazione Crt Torino); Domenico De Angelis (Popolare Novara)

VENETO sono il governatore Zaia e l’ambizioso Flavio Tosi a farla da padrone sulle nomine nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Cariverona, che ha quasi il 5% di Unicredit e che ha avuto un ruolo di punta nella cacciata di Profumo, tanto da aver suscitato i malumori dei loro compagni di merende lumbard che l’hanno presa come un’invasione di campo.

Rispondono direttamente a Luca Zaia e Flavio Tosi:
Amedeo Piva (Fed. Bcc Veneto); Giovanni Maccagnani (Fondazione Cariverona); Cesare Locatelli (Fondazione Cariverona); Damiano Monaldi (Fondazione Cariverona); Giuliano Lunardi (Fondazione Cariverona); Serena Todescato Serblin (Fondazione Cariverona); Michele Romano (Fondazione Cariverona); Paolo Richelli (Fondazione Cariverona); Claudio Ronco (Fondazione Cariverona); Sergio Genovesi (Fondazione Cariverona)

ROMA: rispondono direttamente a: Umberto Bossi

Rai:
Antonio Marano (vice direttore generale); Gianluigi Paragone (vicedirettore Rai2); Massimo Ferrario (centro produzione Milano); Milo Infante (conduttore);

NELLE AZIENDE PUBBLICHE ED ENTI PUBBLICI

La Lega ha conquistato un numero considerevole di poltrone e di posti chiave in molte aziende ed enti pubblici, e non soltanto nelle regioni del Nord ma anche a livello centrale, nella "Roma ladrona" tanto odiata.

LOMBARDIA è la regione dove più forte e senza esclusione di colpi si va facendo la concorrenza all’interno della stessa coalizione che governa la Regione e il Paese, ovverosia tra Lega e PDL, per l’accaparramento delle poltrone che contano.

Rispondono direttamente a Giancarlo Giorgetti e Roberto Maroni:

Giuseppe Bonomi (Sea); Paolo Besozzi (Milano Serravalle); Piermario Sarina (Asam); Attilio Fontana (Fiera di Milano); Dario Galli (Finmeccanica); Leonardo Carioni (Expo 2015); Adriano Canziani (Infrastrutture lombarde); Giorgio Piatti (Enav); Bruno Caparini (A2A); Federico Terraneo (Agam-Agsm); Silvia Anna Bellinzona (Arpa Lombardia); Giampaolo Chirichelli (Finlombarda, Asm Pavia); Maria Elisabetta Serri (Metropolitana Milanese); Luciana Frosio Roncalli (Ferrovie Nord Milano); Antonio Turci (Sogemi); Lorenzo Demartini (Lombardia Informatica); Italico Maffini (Ansaldo Energia); Vittorio Bellotti (Fiera di Milano); Marco Reguzzoni (Sviluppo sistema fiere); Marco Ambrosini (Nolostand, Villa Erba)

PIEMONTE: rispondono direttamente a Roberto Calderoli, Roberto Cota:
Paolo Marchioni (Finpiemonte Partecipazioni); Claudio Dutto (Finpiemonte); Claudio Zanon (Città salute Torino).

VENETO: rispondono direttamente a Luca Zaia e Flavio Tosi:
 
Nicola Cecconato (14 incarichi); Paolo Paternoster (Agsm Verona); Roberto Loschi (Treviso Mercati); Mario Piovesan (La Marca Treviso); Stefano Busolin (La Marca Treviso); Attilio Schneck (Serenissima Spa); Leonardo Muraro (Veneto strade); Fulvio Zugno (Energia Veneto, Ulss8); Erick Zanata (Actt); Claudio Ronco (Ospedale San Bortolo, Vicenza)

FRIULI-VENEZIA GIULIA: rispondono direttamente a Pietro Fontanini:
 
Enzo Bortolotti (Autovie venete); Stefano Mazzolini (Promotour); Mirko Bellini (Ersa); Paolo Piccini (Ape); Loreto Mestroni (Ape); Francesco Moro (Gestione immobili); Giuseppe Tonutti (Ass Pordenone); Renato Pujatti (Finest)

ROMA: rispondono direttamente a Umberto Bossi:
 
Gianfrancesco Tosi (Enel); Mario Fabio Sartori (Inail); Dario Fruscio (Agea); Roberto Cadonati (Cinecittà); Dario Galli (Finmeccanica); Mauro Michielon (Poste); Guido Tronconi (Fintecna); Giuseppe Maranesi (Gse); Francesco Belsito (Fincantieri)
 
(fonte: "L’Espresso" 7/10/2010)

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Il Baro

Ieri sera, mentre i veneti  contano i danni dell’ alluvione  e gli aquilani scendono in piazza per non essere dimenticati, mentre quattrocentomila residenti della provincia di Salerno sono senz’ acqua corrente  e Napoli letteralmente muore sommersa dalla spazzatura, è andata in onda su “Ballarò” l’ennesima sceneggiata  di Berlusconi: “ Voi siete dei mistificatori…”, rivolto a Floris “la tv pubblica non è di Sua proprietà… “.
Ma non è neppure proprietà di Berlusconi ed il canone lo pagano tutti i cittadini italiani, quelli che lo pagano, non solo quel 30% di amici suoi, evasori e complici di un sistema di potere che ci sta portando alla rovina, di cui lo accreditano gli ultimi sondaggi.
Invece l’impero mediatico Raiset che appoggia su cinque tg (tg1,tg2, Tg5, Studio aperto e tg4) visti da tredici milioni di italiani ogni sera, telegiornali che ignorano la crisi economica, la disoccupazione e la disperazione sociale, contro i cinque milioni che guardano tg3, tg la 7, sky tg24 e Rainews (fonte: Osservatorio scientifico delle comunicazioni), e qualche notizia di ciò riescono ad averla, non è una grande mistificazione della realtà.

È davvero il bue che chiama cornuto l’asino!

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Segreto di Stato sulla Gelmini: a Desenzano era incapace, di Carlo Gubitosa

Si dice che nel 2000 sia stata rimossa perché "incapace e improduttiva", ma in comune nascondono le carte

Tra i malpensanti del partito dell’odio corre voce che il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini sarebbe stata rimossa dall’incarico di presidente del Consiglio Comunale di Desenzano del Garda col voto favorevole dei suoi stessi compagni di maggioranza, e mica per motivi di salute, ma addirittura per "manifesta incapacità ed improduttività politica ed organizzativa".

E’ vero oppure no? Per saperlo basterebbe leggere la delibera del consiglio comunale di Desenzano n.33 datata 31/03/2000, che aveva per oggetto "Mozione di sfiducia al presidente del consiglio comunale presentata dai consiglieri di minoranza e rinvio elezione nuovo presidente".

Ma la follia burocratica degli ometti di potere ha trasformato quel documento pubblico in un inviolabile segreto di stato.

Il documento è pubblico, perché dopo la richiesta di prenderne visione da Desenzano mi hanno risposto che "la deliberazione richiesta venne pubblicata all’Albo Pretorio Comunale dal 12/04/00 al 26/04/00 e, quindi, solo per detto periodo risultava ostensibile a chicchessia".

Però oggi, dopo essere stato "ostentato" per due settimane, quel documento è diventato un segreto ben custodito perché nei formulari predisposti dal comune di Desenzano l’accesso alle delibere del Comune non è un diritto riconosciuto a tutti i cittadini, ma solo a persone portatrici di un "interesse diretto, concreto ed attuale e corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata ai documenti ai quali si chiede l’accesso".

E se non lo avete ancora capito, nel rigo sottostante si spiega chiaro e tondo che tra le scartoffie di Desenzano la legge non è più uguale per tutti: "il richiedente deve trovarsi in una posizione che lo qualifica e lo differenzia dagli altri cittadini". Insomma dev’essere un pò "più uguale" degli altri.

Benissimo, faccio io: sono presidente e rappresentante di una associazione culturale che nelle proprie attività statutarie (oltre all’editoria no-profit che prende vita sulla rivista Mamma!) ha anche la formazione e l’istruzione, e quindi ho l’interesse diretto, concreto ed attuale a sapere se il nostro pubblico di lettori, sostenitori e simpatizzanti sarà mentalmente e culturalmente danneggiato da un ministro in odore di incapacità e improduttività.

Ma non c’è stato niente da fare: oggi mi è arrivata a casa la delibera del comune di Desenzano con cui si dice in soldoni "tu non conti un cazzo e non hai diritto di vedere queste carte, nemmeno se fossi il presidente dell’accademia della crusca".

Non mi sorprendo, c’era da aspettarselo: il muro di gomma della burocrazia era ben visibile già dal formulario iniziale.

L’appiglio per negarmi l’accesso a quell’atto pubblico è stato l’articolo 22 della legge 241/90, che recita testualmente "al fine di assicurare la trasparenza dell’attività amministrativa e di favorirne lo svolgimento imparziale è riconosciuto a chiunque vi abbia interesse per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti il diritto di accesso ai documenti amministrativi, secondo le modalità stabilite dalla presente legge".

Fortunatamente la legge mi permette il ricorso al Tar entro trenta giorni, ed è proprio quello che farò. Però non ho i soldi per pagare un avvocato che mi aiuti a scrivere il ricorso. Qualcuno si offre volontario per darmi una mano? Se c’è un avvocato disponibile e "portatore di un interesse diretto" a sapere se la Gelmini è incapace si faccia vivo scrivendo all’indirizzo deliberagelmini@mamma.am

da www.mamma.am  6 novembre 2010
       

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Chi sono (e cosa vogliono) i lavoratori della conoscenza, un’intervista a Sergio Bologna

Sergio Bologna, storico del movimento operaio e teorico dell’operaismo italiano, è curatore di libri come “Il lavoro autonomo di seconda generazione” (Feltrinelli 1997, insieme a Andrea Fumagalli) ed è autore di “Ceti medi senza futuro?” (DeriveApprodi 2007). Ha creato riviste che hanno fatto un’epoca (Primo Maggio, raccolta riedita da DeriveApprodi nel 2010) e da 25 anni lavora come consulente nel campo della logistica (l’ultimo libro è “Le multinazionali del mare”, Egea 2010). “Abbiamo difeso il lavoro altrui, noi che operai non eravamo – ha scritto recentemente – Oggi dobbiamo difendere il lavoro cognitivo, il nostro lavoro, il lavoro intellettuale, più disprezzato e umiliato di quello manuale”. Con questa convinzione, Bologna segue da tempo le attività di Acta, l’associazione dei consulenti del terziario avanzato (www.actainrete.it), collaborando alla stesura del “manifesto del lavoro autonomo” (www.actainrete.it/2010/10/questo-e-il-nostro-manifesto). “Come molte altre associazioni in Inghilterra o negli Stati Uniti – spiega – Acta, per la quale curo i rapporti internazionali, denuncia le forti disparità di carattere previdenziale, fiscale, informativo e culturale del lavoro della conoscenza indipendente rispetto al lavoro dipendente e chiede nuove forme di welfare”.

Chi sono oggi i lavoratori della conoscenza?

C’è un po’ di confusione su questa espressione. Sono ormai molte le categorie ad usarla. I lavoratori della scuola e dell’università, ad esempio, gli avvocati, gli architetti, gli ingegneri, i notai, i pubblicitari, i traduttori. Lavoratore della conoscenza è la traduzione italiana di knowledge worker che è stata probabilmente coniata dal padre della teoria del management Peter Drucker negli anni Cinquanta. Oggi chi usa l’espressione “lavoratori della conoscenza” prova a definire in maniera più concreta la realtà in cui si trova.

Per quale ragione attribuisci a questi lavoratori un ruolo di primo piano nella nostra società?

Sono le cifre a dirlo. Mi riferisco ad una ricerca sui lavoratori della conoscenza presentata qualche tempo fa all’Assolombarda. Confrontato con il dato europeo e statunitense l’incidenza di quello che può essere chiamato “lavoro di conoscenza” raggiunge in Italia la pur ragguardevole percentuale del 41,49 per cento sulla forza lavoro occupata nel 2005, a fronte del 48,19 per cento in Germania e del 52,17 per cento in Gran Bretagna. Pur non condividendo del tutto i criteri di classificazione usati, il rapporto indica le caratteristiche che questi lavoratori offrono sul mercato: idee, beni immateriali, capacità relazionale, competenze.

L’istruzione ha un ruolo fondamentale per i lavoratori della conoscenza. Perché da vent’anni si continua a tartassarla con riforme che peraltro non sembrano funzionare?

Perché è stato deciso che la scuola e l’università non devono più dare una formazione completa ai giovani. Sbaglia chi pensa che bisogna dare più formazione ad un capitale umano non qualificato. E’ vero l’opposto: siamo in presenza di una generazione iperpreparata, mentre è il mercato ad essere dequalificato e non ha nulla da offrirle. Le riforme dell’università badano solo ai costi della formazione e su questi hanno modellato gli ordinamenti degli studi. Il processo di Bologna che le ha diffuse in tutta Europa è l’applicazione meccanica del modello americano. C’è una differenza, però. In Italia sono pochi i privati disposti a finanziare la ricerca. Da chi vai a chiedere soldi? Da Benetton? Della Valle? A quelli interessa sponsorizzare opere d’arte per valorizzare il proprio marchio. Quello che in Italia non si capisce è che negli Stati Uniti il 40 per cento del personale universitario è composto da fund raiser (raccoglitori di fondi n.d.r.). Il problema di questo miserabile capitalismo italiano è che non abbiamo mecenati interessati alla ricerca e allo sviluppo. La ricerca dei privati si è tradotta nella caccia ai fondi pubblici superstiti e ai finanziamenti europei.

Dall’università, dai servizi, dalla scuola, dalle professioni giungono richieste di diritti essenziali e di sostegno al reddito. Una coincidenza?

Questo fenomeno si spiega con il fatto che il valore di mercato delle competenze dei lavoratori della conoscenza sta crollando. Il valore del loro lavoro si è svalutato molto di più di quello manuale. Prendete le tariffe orarie dell’uno e dell’altro e lo vedrete. In Italia chi ha una competenza dà fastidio. Quello che si cerca è una flessibilità esasperata che impone pagamenti inverosimili. Se finora questa situazione è stata sopportata senza eccessive proteste è perché la situazione di mercato era tollerabile. E’ facile prevedere che la crisi attuale, provocata da quella che Galbraith ha chiamato “economia della truffa”, porterà a situazioni di esasperazione e di totale sfiducia nelle istituzioni. La stessa svalutazione è presente nel lavoro dipendente. Dal 1992 in Italia c’è stata una stagnazione dei salari reali e in alcuni casi anche di quelli nominali.

Che rapporto ha il precariato con questa situazione?

La sua improvvisa visibilità è dovuta al fatto che la Confindustria, i partiti e il governo si sono resi conto che i contributi di milioni di precari sono fondamentali per finanziare la cassa integrazione da cui dipende la stabilità sociale in Italia. Senza questo ammortizzatore sociale arriveremmo al 12 per cento di disoccupati. Il modo in cui è amministrato il Fondo della Gestione Separata INPS alla quale si devono iscrivere i co.co.pro e i lavoratori autonomi è uno scandalo, che noi come ACTA continuiamo a denunciare e che i sindacati continuano a coprire. E’ questo che fa incazzare la gente. Questo accade perché abbiamo una rappresentanza politica, sindacale, associativa che non è interessata alle questioni vitali delle persone. Penso però che la democrazia corra un pericolo ancora più grave.

Quale?

Il disinteresse per il bene comune, la privatizzazione selvaggia che i milanesi conoscono bene, la mancanza di regolamentazione del mercato. Il pericolo non lo vedo tanto in un’organizzazione istituzionale, quanto nell’abitudine a dare una delega a chi fa politica di professione, come ha fatto fino ad oggi la sinistra, oppure a darla ad uno solo, come fa la destra. Bisogna convincere la gente ad uscire dalla passività e a difendere i propri diritti senza delegarli a terzi.

In tempi di antiberlusconismo credi che questo sia possibile?

Penso che l’antiberlusconismo sia di una sterilità mortale perché aumenta la passività, non la risolve. Il giustizialismo è un’aggravante. I magistrati più intelligenti lo sanno: pensare di rovesciare Berlusconi con la loro supplenza è la prova che la democrazia è in crisi. A chi pensa di affidare alla magistratura, o a Gianfranco Fini, la soluzione dei nostri problemi, rispondo: dov’era Fini durante le giornate del G8 di Genova? E che cosa ha deciso la magistratura su quei fatti? L’antiberlusconismo è l’ultima dimostrazione dell’incapacità della borghesia italiana di sviluppare un pensiero radicale e democratico della trasformazione. Il primo a dirlo è stato Gramsci. In questo paese nel dopoguerra lo ha fatto il proletariato. Una capacità che è andata persa dopo che la sinistra ha sciolto le sue strutture.

E’ possibi
le ricominciare? E da dove?

La forza motrice della resistenza sono le donne che oltre a lavorare, hanno un ruolo riproduttivo e di cura nella società. Per questo sentono di più il peso della crisi e reagiscono meglio. Non hanno una mentalità individualista, sanno che per ottenere qualcosa bisogna associarsi. Le donne sono una garanzia per la democrazia di questo paese.

Da alcuni anni parli di “coalizione”. Che cosa intendi precisamente?

Per coalizione non intendo un’organizzazione ma lo sviluppo di un atteggiamento soggettivo tra le persone affinché si associno con altri e rivendichino i propri diritti. La democrazia, come ha scritto Karl Polány, non è un sistema di governo, ma una forma ideale di vita. In Italia ci sarebbe spazio per creare una coalizione tra i vari tronconi del lavoro autonomo e precario per conquistare insieme certi diritti universali. I professionisti indipendenti possono dire ai giovani cos’è il mercato oggi, mentre i precari possono insegnare ai lavoratori autonomi a non chiudersi in un rivendicazionismo corporativo.

E il rapporto con i sindacati?

Con i sindacati bisogna dialogare, gli si deve però chiedere di abbandonare l’idea di aumentare gli oneri contributivi del lavoro autonomo e precario. Queste categorie sociali subiscono già una forte discriminazione sul piano delle prestazioni dello stato sociale. Dire che con l’aumento dei contributi si limita il ricorso ai contratti “atipici” è una bugia, la storia di questi anni lo dimostra.

da www.controlacrisi.org    29/10/2010 

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