Chi sono (e cosa vogliono) i lavoratori della conoscenza, un’intervista a Sergio Bologna

Sergio Bologna, storico del movimento operaio e teorico dell’operaismo italiano, è curatore di libri come “Il lavoro autonomo di seconda generazione” (Feltrinelli 1997, insieme a Andrea Fumagalli) ed è autore di “Ceti medi senza futuro?” (DeriveApprodi 2007). Ha creato riviste che hanno fatto un’epoca (Primo Maggio, raccolta riedita da DeriveApprodi nel 2010) e da 25 anni lavora come consulente nel campo della logistica (l’ultimo libro è “Le multinazionali del mare”, Egea 2010). “Abbiamo difeso il lavoro altrui, noi che operai non eravamo – ha scritto recentemente – Oggi dobbiamo difendere il lavoro cognitivo, il nostro lavoro, il lavoro intellettuale, più disprezzato e umiliato di quello manuale”. Con questa convinzione, Bologna segue da tempo le attività di Acta, l’associazione dei consulenti del terziario avanzato (www.actainrete.it), collaborando alla stesura del “manifesto del lavoro autonomo” (www.actainrete.it/2010/10/questo-e-il-nostro-manifesto). “Come molte altre associazioni in Inghilterra o negli Stati Uniti – spiega – Acta, per la quale curo i rapporti internazionali, denuncia le forti disparità di carattere previdenziale, fiscale, informativo e culturale del lavoro della conoscenza indipendente rispetto al lavoro dipendente e chiede nuove forme di welfare”.

Chi sono oggi i lavoratori della conoscenza?

C’è un po’ di confusione su questa espressione. Sono ormai molte le categorie ad usarla. I lavoratori della scuola e dell’università, ad esempio, gli avvocati, gli architetti, gli ingegneri, i notai, i pubblicitari, i traduttori. Lavoratore della conoscenza è la traduzione italiana di knowledge worker che è stata probabilmente coniata dal padre della teoria del management Peter Drucker negli anni Cinquanta. Oggi chi usa l’espressione “lavoratori della conoscenza” prova a definire in maniera più concreta la realtà in cui si trova.

Per quale ragione attribuisci a questi lavoratori un ruolo di primo piano nella nostra società?

Sono le cifre a dirlo. Mi riferisco ad una ricerca sui lavoratori della conoscenza presentata qualche tempo fa all’Assolombarda. Confrontato con il dato europeo e statunitense l’incidenza di quello che può essere chiamato “lavoro di conoscenza” raggiunge in Italia la pur ragguardevole percentuale del 41,49 per cento sulla forza lavoro occupata nel 2005, a fronte del 48,19 per cento in Germania e del 52,17 per cento in Gran Bretagna. Pur non condividendo del tutto i criteri di classificazione usati, il rapporto indica le caratteristiche che questi lavoratori offrono sul mercato: idee, beni immateriali, capacità relazionale, competenze.

L’istruzione ha un ruolo fondamentale per i lavoratori della conoscenza. Perché da vent’anni si continua a tartassarla con riforme che peraltro non sembrano funzionare?

Perché è stato deciso che la scuola e l’università non devono più dare una formazione completa ai giovani. Sbaglia chi pensa che bisogna dare più formazione ad un capitale umano non qualificato. E’ vero l’opposto: siamo in presenza di una generazione iperpreparata, mentre è il mercato ad essere dequalificato e non ha nulla da offrirle. Le riforme dell’università badano solo ai costi della formazione e su questi hanno modellato gli ordinamenti degli studi. Il processo di Bologna che le ha diffuse in tutta Europa è l’applicazione meccanica del modello americano. C’è una differenza, però. In Italia sono pochi i privati disposti a finanziare la ricerca. Da chi vai a chiedere soldi? Da Benetton? Della Valle? A quelli interessa sponsorizzare opere d’arte per valorizzare il proprio marchio. Quello che in Italia non si capisce è che negli Stati Uniti il 40 per cento del personale universitario è composto da fund raiser (raccoglitori di fondi n.d.r.). Il problema di questo miserabile capitalismo italiano è che non abbiamo mecenati interessati alla ricerca e allo sviluppo. La ricerca dei privati si è tradotta nella caccia ai fondi pubblici superstiti e ai finanziamenti europei.

Dall’università, dai servizi, dalla scuola, dalle professioni giungono richieste di diritti essenziali e di sostegno al reddito. Una coincidenza?

Questo fenomeno si spiega con il fatto che il valore di mercato delle competenze dei lavoratori della conoscenza sta crollando. Il valore del loro lavoro si è svalutato molto di più di quello manuale. Prendete le tariffe orarie dell’uno e dell’altro e lo vedrete. In Italia chi ha una competenza dà fastidio. Quello che si cerca è una flessibilità esasperata che impone pagamenti inverosimili. Se finora questa situazione è stata sopportata senza eccessive proteste è perché la situazione di mercato era tollerabile. E’ facile prevedere che la crisi attuale, provocata da quella che Galbraith ha chiamato “economia della truffa”, porterà a situazioni di esasperazione e di totale sfiducia nelle istituzioni. La stessa svalutazione è presente nel lavoro dipendente. Dal 1992 in Italia c’è stata una stagnazione dei salari reali e in alcuni casi anche di quelli nominali.

Che rapporto ha il precariato con questa situazione?

La sua improvvisa visibilità è dovuta al fatto che la Confindustria, i partiti e il governo si sono resi conto che i contributi di milioni di precari sono fondamentali per finanziare la cassa integrazione da cui dipende la stabilità sociale in Italia. Senza questo ammortizzatore sociale arriveremmo al 12 per cento di disoccupati. Il modo in cui è amministrato il Fondo della Gestione Separata INPS alla quale si devono iscrivere i co.co.pro e i lavoratori autonomi è uno scandalo, che noi come ACTA continuiamo a denunciare e che i sindacati continuano a coprire. E’ questo che fa incazzare la gente. Questo accade perché abbiamo una rappresentanza politica, sindacale, associativa che non è interessata alle questioni vitali delle persone. Penso però che la democrazia corra un pericolo ancora più grave.

Quale?

Il disinteresse per il bene comune, la privatizzazione selvaggia che i milanesi conoscono bene, la mancanza di regolamentazione del mercato. Il pericolo non lo vedo tanto in un’organizzazione istituzionale, quanto nell’abitudine a dare una delega a chi fa politica di professione, come ha fatto fino ad oggi la sinistra, oppure a darla ad uno solo, come fa la destra. Bisogna convincere la gente ad uscire dalla passività e a difendere i propri diritti senza delegarli a terzi.

In tempi di antiberlusconismo credi che questo sia possibile?

Penso che l’antiberlusconismo sia di una sterilità mortale perché aumenta la passività, non la risolve. Il giustizialismo è un’aggravante. I magistrati più intelligenti lo sanno: pensare di rovesciare Berlusconi con la loro supplenza è la prova che la democrazia è in crisi. A chi pensa di affidare alla magistratura, o a Gianfranco Fini, la soluzione dei nostri problemi, rispondo: dov’era Fini durante le giornate del G8 di Genova? E che cosa ha deciso la magistratura su quei fatti? L’antiberlusconismo è l’ultima dimostrazione dell’incapacità della borghesia italiana di sviluppare un pensiero radicale e democratico della trasformazione. Il primo a dirlo è stato Gramsci. In questo paese nel dopoguerra lo ha fatto il proletariato. Una capacità che è andata persa dopo che la sinistra ha sciolto le sue strutture.

E’ possibi
le ricominciare? E da dove?

La forza motrice della resistenza sono le donne che oltre a lavorare, hanno un ruolo riproduttivo e di cura nella società. Per questo sentono di più il peso della crisi e reagiscono meglio. Non hanno una mentalità individualista, sanno che per ottenere qualcosa bisogna associarsi. Le donne sono una garanzia per la democrazia di questo paese.

Da alcuni anni parli di “coalizione”. Che cosa intendi precisamente?

Per coalizione non intendo un’organizzazione ma lo sviluppo di un atteggiamento soggettivo tra le persone affinché si associno con altri e rivendichino i propri diritti. La democrazia, come ha scritto Karl Polány, non è un sistema di governo, ma una forma ideale di vita. In Italia ci sarebbe spazio per creare una coalizione tra i vari tronconi del lavoro autonomo e precario per conquistare insieme certi diritti universali. I professionisti indipendenti possono dire ai giovani cos’è il mercato oggi, mentre i precari possono insegnare ai lavoratori autonomi a non chiudersi in un rivendicazionismo corporativo.

E il rapporto con i sindacati?

Con i sindacati bisogna dialogare, gli si deve però chiedere di abbandonare l’idea di aumentare gli oneri contributivi del lavoro autonomo e precario. Queste categorie sociali subiscono già una forte discriminazione sul piano delle prestazioni dello stato sociale. Dire che con l’aumento dei contributi si limita il ricorso ai contratti “atipici” è una bugia, la storia di questi anni lo dimostra.

da www.controlacrisi.org    29/10/2010 

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