Marco Revelli: Poveri, noi

Fanno venire i brividi le cifre sciorinate da Marco Revelli nel suo ultimo libro Poveri, noi (Einaudi, pp. 127, euro 10,00). Tanti, tantissimi numeri che stanno però ad indicare una sola cosa: che l’Italia è un paese in piena decadenza, dove la povertà è in continua crescita, dove la gente è spaesata, dove malgrado il vergognoso arricchimento di pochi i penultimi se la prendono con gli ultimi e dove la politica ha mostrato la sua faccia più immorale.

Di tutto questo abbiamo discusso con l’autore, un intellettuale che non ha bisogno di presentazioni, storico e sociologo da sempre interlocutore del nostro giornale.

Quando comincia in Italia questa terribile deriva, che mette a repentaglio la nostra stessa democrazia?

Il periodo nel quale siamo cambiati può essere individuato nell’ultimo quarto di secolo. Siamo cambiati da tanti punti di vista: quello sociale, economico, etico e politico. E’ un Paese nel quale, e lo dico all’inizio del libro, noi ci siamo alzati, ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo riconosciuti più. Un Paese il nostro sfigurato dal rancore, dall’ostilità reciproca, dalle solitudini, dalla frustrazione, dall’invidia sociale e così via.

Tutti elementi assenti nell’Italia repubblicana fino agli anni ’70….

L’antropologia della Prima repubblica era totalmente diversa. Le ragioni di questa trasformazione sono tantissime. Io ne focalizzo una che potrebbe essere sintetizzata nel concetto di deprivazione. Che è un concetto più ampio di povertà, e più vicino a quello di impoverimento, dando a questo termine un ventaglio esteso di significati. Deprivazione monetaria ed economica sicuramente, ma anche deprivazione rispetto a tanti altri beni che si possedevano e non si possiedono più o si posseggono in misura minore. L’identità, uno status sociale, un sistema di diritti, l’orgoglio della propria appartenenza sociale. Anche avere una rete di relazioni, un buon rapporto con il proprio luogo, con il proprio territorio come si chiama adesso. Su tutti questi terreni i diversi pezzi della società italiana hanno perso qualcosa. L’immagine che do degli ultimi due decenni e mezzo è il piano inclinato.

Insomma siamo arretrati…

Senza dubbio. Abbiamo perso un gran numero di posizioni rispetto ai nostri paesi pari. Una ventina di punti percentuale rispetto al nostro posizionamento relativo in Europa. Eravamo appunto venti punti sopra la media dell’Europa a 27 all’inizio degli anni ’90, siamo ora sul pelo dell’acqua, vicini allo zero. E la cosa peggiore è che questo declino è avvenuto dentro un involucro costruito dalle retoriche dell’ottimismo. Dentro l’autoproclamazione della modernizzazione felice, dentro la fantasmagoria dell’ipermodernità. Come se ci fossimo lasciati alle spalle la zavorra del ‘900, e dunque l’età industriale, l’epoca fordista con tutte le sue caratteristiche, i suoi blocchi sociali, le identità forti, i grandi stabilimenti. E anche le ideologie. Come se abbandonata quella zavorra potessimo volare alto nel consumo opulento senza renderci conto che invece stavamo scendendo. Dentro questa forbice cresce la bolla del rancore.

Nel libro emerge bene la responsabilità di una classe imprenditoriale quasi premoderna, precapitalistica, attenta solo ad arricchirsi e poco propensa ad investire. Ma anche la politica ovviamente ha le sue colpe. Chi mettiamo prima sul banco degli imputati?

Il libro analizza le varie classi sociali, la condizioni operaia con l’emergere dei working poor, di questa figura inedita del povero al lavoro. Il declassamento della classe media è stato violento soprattutto negli ultimi dieci anni e sono in parte lì i nuovi poveri che danno vita alla cosiddetta “povertà occulta”. Che non si vede perché ci si continua a vestire con gli stessi abiti di prima, della middle class, pur vivendo in una condizione di miseria. E poi i giovani, che sono i veri massacrati dalla crisi in particolare negli ultimi anni. Su tutto questo, per rispondere alla domanda, pesa una enorme responsabilità dell’imprenditoria italiana. Forse in Occidente la più avara. Una classe imprenditoriale che dagli inizi degli anni ’80 fino alla metà del decennio in corso, ha visto crescere in misura esponenziale i propri profitti. E la quota di pil destinata ai profitti rispetto a quella destinata ai salari. C’è stata una trasmigrazione massiccia di ricchezza collettiva dal monte salari appunto ai profitti. Dalle tasche dei lavoratori ai bilanci delle imprese. Parliamo di otto punti di prodotto interno lordo, che vuole dire qualcosa come 120 miliardi di euro ogni anno che non entrano più nelle case di chi lavora.

Il segno di una rivincita.

E di una straordinaria vittoria sociale che il capitale ha consumato sul lavoro e che ha una data precisa in Italia, l’autunno 1980, quando c’è stato un punto di svolta e il rapporto di forza si è rovesciato. Da allora le imprese hanno avuto anni di straordinarie vacche grasse, con una crescita molto elevata dei guadagni a cui ha corrisposto addirittura una diminuzione della percentuale dei profitti destinati agli investimenti. Guadagnavano di più e investivano di meno. Nella dimanica degli investimenti dei paesi Ocse siamo al fondo della graduatoria. Insomma la loro avarizia è la prima responsabile del declino. E la politica ne è il perfetto omologo. Il degrado del nostro tessuto imprenditoriale fa leva sulla logica del familismo amorale, da microimpresa familiare. Vive di sotterfugi, di espedienti. E vive soprattutto umiliando la propria forza lavoro costringendola a livelli di precarizzazione insopportabili, indecenti. Venendo alla politica, Berlusconi è, per certi versi, nella sua struttura immorale, l’emblema di questa borghesia animata da forme di familismo immorale. Ma Marchionne è l’altra faccia di questa medaglia e rappresenta la totale irresponsabilità sociale dell’impresa. Di fronte a tutto questo un’opposizione che balbetta, per usare un eufemismo. Eppure basterebbe leggere le cifre che riporta “Poveri, noi” per capire che c’è bisogno di una svolta radicale. Credo che la sinistra sia uscita dalla società in questo quarto di secolo. E anche qui è emblematico l’autunno ’80. Dal giorno dopo, dal novembre di quell’anno, la sinistra ha incominciato ossessivamente ad interrogarsi su come salvare se stessa dal naufragio del proprio insediamento sociale. Su come sopravvivere alla sconfitta dei propri rappresentati.

La pura salvaguardia di un ceto politico…

Certo. Come il comandante che nel naufragio abbandona la nave per primo invece che per ultimo. Una prova di assoluta mancanza di coraggio. Me li ricordo allora i leader di una sinistra ancora molto forte! L’unico che ebbe una forte carica di dignità fu Berlinguer, ma tutti i suoi colonnelli consumarono il proprio 8 settembre con una fuga ingloriosa. Assumendo il linguaggio dell’impresa, assumendo il punto di vista del management, e di un management che oltretutto si stava degradando. Pensiamo a che cosa è stata la Fiat di Romiti. Tutti la presentavano come il rinnovato miracolo e invece era l’inizio della fine dell’industria torinese per eccellenza, con l’avvio della finanziarizzazione e l’abbandono della centralità della produzione. Con la sinistra che non riusciva neppure a leggere i processi sociali in corso ed è stata tutta dentro la grande narrazione degli altri. L’Italia con cui pensava di misurarsi era l’Italia raccontata da Berlusconi. Quella di Publitalia. Mentre la sinistra radicale si chiudeva dentro le autorappresentazioni precedenti senza a sua volta tentare di misurarsi con le sfide del postfordismo. Pensando che alla diserzione degli altri bastasse contrapporre le vecchie maniere. Per cui l’Italia è cambiata senza una funzione di autorappresentazione di
quello che avveniva. Senza che filtrasse nella sfera della politica anche solo la nozione di cosa stava avvenendo. Un declino senza racconto. Anzi, un declino che si è consumato nel racconto apologetico dell’ipersviluppo mentre si consumava una decadenza.

Domanda scontata ma d’obbligo. Come si esce da questo baratro?

Si esce guardando in faccia la realtà. Incominciando a fare i conti con il linguaggio noioso ed arido dei numeri, delle cifre, dando loro un significato e smettendola di raccontarsela. E questo vuole dire prendere le misure ai problemi e non ovviamente averli risolti. Dando tanto per cominciare un corso legale al concetto di redistribuzione. L’ultima parte del libro è proprio dedicata a questo. Agli enormi guasti antropologici prodotti dalla rinuncia pressocché unanime, tranne qualche microfrazione, all’idea e alla possibilità di redistribuire la ricchezza, ovviamente dalla punta della piramide al fondo. Combattendo il meccanismo che fa cercare l’inclusione attraverso l’esclusione di chi sta più in basso. Con l’invenzione dei sottouomini perché gli uomini a cui sono stati tolti i diritti possano continuare a sentirsi tali. Questa guerra tra poveri, o dei penultimi contro gli ultimi, la disinneschi se fai ripartire l’ascensore sociale. Se ricominci a pensare alla possibilità di togliere ai primi per dare agli ultimi. Altrimenti non se ne esce. E ci sarà sempre la ricerca da parte dei deprivati di un risarcimento attraverso le retoriche del disumano. Cioè attraverso le scariche di odio selettive. Che è quello che ha fatto e sta facendo la Lega. Gestore di serbatoi dell’odio, utilizzati in microsituazioni di territorio, nel comune, nel quartiere.

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Prove tecniche di fascismo: il partito inutile e i sindacati gialli

Forse non tutti se ne sono accorti, ma nel nostro paese si respira già aria di fascismo.
Come definire altrimenti l’ ammissibilità concessa dal Tar alla lista Formigoni per l’ elezione a governatore della Lombardia, pur in presenza di firme fasulle e addirittura insufficienti, e l’interruzione del riconteggio delle schede per l’elezione a governatore in Piemonte reclamato dalla Bresso, anche qui in presenza di migliaia di schede assegnate scorrettamente a Cota.
Ed ora fortI di quella investitura popolare (sic!) Formigoni privatizza l’acqua pubblica e Cota ostacola la somministrazione della RU486 alle donne che la richiedono.
Ma il PD dov’era quando questi attentati alla democrazia venivano perpetrati?
E dov’è ora che Marchionne riduce in schiavitù gli operai Fiat di Pomigliano e di Mirafiori (Termini Imerese, l’ha già chiusa d’imperio), completando il panorama dell’ Italia precaria delle false cooperative,dei call-center e delle pubbliche amministrazioni?
Aiutato in questa ”lodevole” iniziativa da Fim, Uilm, Ugl e Fismic, sindacati ormai filo padronali.
Oggi Bombassei vicepresidente di  Confindustria ha dato la sua benedizione alla Fiat, potevamo aspettarci altro?
Bene ha fatto la Fiom a proclamare lo sciopero generale dei metalmeccanici.
Chi si fa pecora. Il lupo se lo mangia!

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L’impeccabile passato del ministro La Russa

Se vogliamo che il passato cessi di essere il nostro presente e non condizioni il nostro futuro, esigere che le persone che hanno ricoperto cariche politiche e pubbliche in quegli anni siano allontanati dalla politica e dalle istituzioni, è il primo passo da compiere.
Non si comprende, difatti, quale verità potrà mai essere affermata fino a quando si permetterà a Ignazio La Russa di fare attività politica.
Non servono prove giudiziarie per sapere che Ignazio La Russa è stato fra i protagonisti, come dirigente del Msi di Milano, degli anni di sangue vissuti dal capoluogo lombardo.
Quello che un delinquente da strapazzo, Mauro Addis, chiamava confidenzialmente “Ignazio”, ha conosciuto tutti e tutto, ma ovviamente non ha mai detto nulla perchè non può denunciare altri senza autodenunciare se stesso.
L’ex direttore onorario del carcere di Opera, Renato Vallanzasca, in un libro scritto per lui da un giornalista., parlò di un dirigente missino di Milano che pagava la malavita per fare mettere bombe e, senza farne il nome, specificò che in quel momento ricopriva un’alta carica istituzionale: Ignazio La Russa, quando venne pubblicato il libro di Vallanzasca, era vicepresidente della Camera dei deputati.
Serve ricordare le parole dell’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che di La Russa ebbe a dire che nuotava nel brodo dell’eversione nera o, meglio, che era ad essa attiguo.
Quando, quattro cialtroni missini lanciarono bombe a mano su uno sbarramento di polizia, il 12 aprile 1973, uccidendo l’agente di Ps, Antonio Marino, La Russa c’era, ma secondo lui e i magistrati milanesi, dormiva come il suo compare Franco Maria Servello.
Era sveglio, viceversa, il La Russa quando si è recato a rendere omaggio alla salma di Nico Azzi il mancato autore della strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile 1973.
Un gesto significativo, perchè Nico Azzi ed i suoi colleghi erano parte integrante di quell’ “eversione di Stato” che doveva rafforzare il Msi dei La Russa e dei Servello per farne un partito di governo.
Le Forze armate italiane hanno perduto il loro onore l’8 settembre 1943. Il fatto di avere oggi Ignazio La Russa come ministro della Difesa, prova che non lo hanno mai riscattato.

fonte: http://blog.alibertieditore.it/?p=2978

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Email per Natale di un compagno della Sinistra Antagonista

Il problema oggi non è la radicalizzazione dello scontro ma l’assenza dello scontro associato alla mancanza di volontà di estenderlo.
E la CGIL facendo questo, rinuncia al suo ruolo e questo certamente, senza alcun dubbio, porta alla sconfitta e neppure crea le premesse future di un rilancio.
Le dichiarazioni della Camusso agli studenti, che non ci sono le condizioni per uno sciopero generale o frasi demagogiche come "Costruiremo un percorso insieme" (dove sono stati fino ad ora?), e la "normalizzazione" in atto al suo interno di isolare la minoranza e demandare tutto al segretario svuotando totalmente i sindacati di categoria hanno dietro l’angolo proprio la sconfitta.
Una sconfitta derivante da una lotta non velleitaria è da mettere sempre nel conto, ma è stata sempre la premessa di un rilancio successivo. Ma una sconfitta che si profila per assenza di lotte cancella totalmente il sindacato da un possibile rilancio, sia perché cambia natura diventando un organo burocratico e collaborazionista, sia perché nessuno più gli darà credibilità.
Lo stesso discorso vale per il PD, che ormai spero al più presto si spacchi e si divida, perché non rappresenta alcun futuro per la sinistra e continua a determinare confusione e illusione.
L’intervista su Repubblica a Chiamparino, una delle stelle del PD, sugli studenti è veramente chiarificatrice.
Egli dice che gli studenti esprimono disagio, la condizione che accomuna studenti, ricercatori e giovani in cerca di lavoro è uno dei limiti allo sviluppo della nostra società. Disagio? Limiti allo sviluppo della nostra società?
Dicono che non possono studiare, che sono espulsi dalla scuola, che la famiglia non può sostenerli a vita, che non trovano lavoro di qualsiasi natura, che se anche lo trovano oltre a essere completamente dequalificato, non è pagato, è intermittente, che saranno da qui per tutta la loro vita pensione compresa, un problema sociale perché non possono farcela ad arrivare a fine mese, ecc, ecc.
Ma quali limiti allo sviluppo, perché alla classe politica e imprenditoriale interessa lo sviluppo della società o ottenere privilegi e arricchirsi? A loro questa società va benissimo!
Evidentemente Chiamparino non conosce i dati sulla disoccupazione:
Tasso disoccupazione all’ 8,7%. Quello giovanile (18-24 anni) al 24,7% con punte del 36% delle donne al Sud.
Totale precari nelle università al 2009 è 57,8 %.
Senza tener conto degli scoraggiati e dei cassaintegrati (reddito senza lavoro).
E’ proprio un disagio giovanile!!
 
Sempre nella stessa intervista si afferma che "Se il movimento vuole un futuro dica basta a violenza e vecchi slogan" e " La questione centrale riguarda quelle che una volta si chiamavano le forme di lotta. E’ un punto decisivo…" e "Certo, la strada di chi oggi è salito al Quirinale, ha incontrato il presidente Napolitano e ha presentato civilmente un elenco di richieste e di problemi che la riforma in discussione in Parlamento provoca [la riforma è stata approvata con l’astensione di UDC e API futuri alleati del PD]. Questa, quella del dialogo e del confronto, è la strada ……"
Insomma sono i metodi di lotta che impediscono il consenso, di raggiungere gli obiettivi,  non interessi precisi di azzerare la scuola, regalarla per quel che rimane ai privati mentre la classe politica è solo in attesa di confrontarsi.
E’ veramente incredibile il livello politico culturale di questa sinistra.
Questo è il vero fallimento della politica e del sindacato e non è sicuramente lo scontro sociale radicale oramai assente in Italia dagli anni ’80.
Per questo pagheremo un prezzo ben più alto di quello che stiamo pagando oggi.
Ciò che dice Mario è possibile solo se si procede all’azzeramento di fatto della nostra classe politica e sindacale, ma con quale la sostituiamo senza rischiare una ulteriore involuzione della nostra democrazia?
Allora il lavoro da fare non può più partire dai partiti attuali ma rivolgersi direttamente alle persone, associazioni, alle piccole imprese, ecc. I partiti, se vogliono, possono accodarsi, confrontarsi, ma non dettare più legge.
Spero che il percorso con Pisapia si sviluppi in questa direzione.
 
Vincenzo    23/12/2010

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Risposta degli studenti a Saviano e alla sua lettera ai ragazzi del Movimento dal Cau Napoli

Mentre eravamo alle prese con la quotidiana rassegna stampa ci siamo imbattuti nella "Lettera ai ragazzi del movimento" scritta da Saviano. Considerato che i "ragazzi" cui si rivolge e di cui parla siamo noi, abbiamo deciso di scrivere qualche riga di risposta.

Dici che siamo coetanei (in realtà siamo un bel pò più giovani di te) e quindi d’ora in poi ti daremo del "tu". Non ci piacciono i preamboli pomposi, il "bel dire", per cui entriamo subito nel vivo. La tua lettera pone infatti tanti di quegli elementi da sviscerare che non c’è tempo da perdere. E scusaci in anticipo se i toni saranno a volte un po’ accesi, ma la rabbia che ci pervade non riusciamo proprio ad esprimerla con parole gioiose, con canti e balli.

In ogni caso meglio toni accesi piuttosto che continui richiami ai "cattivi maestri" della stampa nazionale, o "consigli" che vorresti dare a noi, poveri sprovveduti, in balia degli eventi, bisognosi di qualche guru che ci indichi la retta via. Perché, a meno che non si vogliano chiudere completamente gli occhi dinanzi alla realtà, le indicazioni che si possono trarre dalla manifestazione di Roma dell’altro giorno sono completamente diverse da quelle che abbiamo ritrovato nella tua lettera. Non siamo né imbelli né "imbecilli". La creazione del "militante immaginario" che ci hai regalato è degna dei migliori (o peggiori) testi di fantascienza. Una figura a metà strada tra il giovane ingenuo e quello voglioso di sfogare la frustrazione accumulata dinanzi ad un videogame mettendo a ferro e fuoco una città. Quelli che descrivi come "anarchici in tuta nera", "quei cinquanta o cento imbecilli", "piagnucoloni" siamo in realtà noi tutti, studenti, lavoratori, disoccupati; insomma, i "dannati della terra" dei nostri giorni, quelli su cui ricade maggiormente la crisi e su cui pesano come macigni le politiche di tagli, di distruzione dei servizi sociali e di restringimento degli spazi di democrazia che le nostre classi dirigenti stanno mettendo in campo. Se non capisci questo, se non capisci che gli attori delle dinamiche che hanno avuto luogo a Via del Corso, a Via del Babuino, in Piazza del Popolo e in tutte le strade e piazze circostanti Montecitorio, vanno ben al di là di sparuti gruppetti di teppisti, di professionisti della guerriglia urbana, vuol dire che la tua percezione della realtà è assolutamente fallace. La verità è che quelli con i caschi (non ti è passato per la testa che non avevamo alcuna voglia di usare i nostri corpi a mò di "arieti", ma dalle teste rotte del passato abbiamo imparato che una qualche forma di difesa dobbiamo averla?), i "codardi incappucciati" non erano poche decine, ma migliaia. Che l’arretramento delle forze dell’ordine era salutato ogni volta con un boato dalla massa di manifestanti arrivata a Roma (ma non eravamo quelli che "terrorizza(va)no gli altri studenti"?). Che anche quelli che non hanno preso parte in prima persona erano in gran parte sulla stessa lunghezza d’onda degli altri.

Per cui la distinzione tra "buoni" e "cattivi", tra il movimento reale e i facinorosi, è quanto di più artificioso possa essere scritto. Ma in questo – non ti preoccupare – sei in buonissima compagnia. Ti basta una carrellata delle pagine dei principali quotidiani per rendertene conto. E’ il solito tentativo di dividere i movimenti, vecchio almeno come quello di screditarci additandoci come appartenenti ad un mondo ormai tramontato, attori di un rito privo di sostanza, capace solo di rievocare vecchi slogan e parole d’ordine vetuste.

E poi il solito richiamo alla "complessità delle manifestazioni", a tuo parere inevitabilmente ridotta a semplicità a causa della violenza dei manifestanti. Certo, queste semplificazioni estreme ed errate sarebbero evitabili se si evitasse di essere di una superficialità estrema. Non voler vedere dietro la violenza di piazza nient’altro che la cieca violenza degli "ultras del caos" è una delle mistificazioni cui ti presti (e ci pare pure che tu lo faccia con molto piacere!). Non indagare le cause profonde di un movimento che trascende la lotta contro il ddl 1905 per investire della sua critica tutto l’esistente è un’operazione scorretta, fuorviante e per certi versi molto pericolosa. Sì, hai letto bene: pericolosa. Perchè quando si afferma che "questi incappucciati sono i primi nemici da isolare" si apre la strada alla repressione, si additano gli "idioti" che erano in piazza il 14 dicembre come cancro da debellare. Guarda caso sono gli stessi discorsi che sentiamo fare agli esponenti del blocco più reazionario della società, quello che attualmente detiene il governo. Stessi discorsi perchè il progetto delle classi dirigenti ha forti elementi di comunanza, sia che venga portato avanti dai banchi del centrodestra che da quelli del centrosinistra (di cui ormai sei un’icona). Un progetto che finora ha prodotto la rabbia di cui parli. Quella rabbia che dici dovremmo canalizzare in "cose serie, scelte importanti": ci faresti la cortesia di chiarire quello che vuoi dire con un’espressione tanto vaga? Forse non sono scelte importanti quelle praticate a Roma l’altro giorno? Forse non sono cose serie quelle in cui ci impegniamo quotidianamente, al di là della luce con cui i riflettori dei mass media decidono di illuminare la protesta? "Lanciare un uovo sulla porta del Parlamento [non] muta le cose", siamo d’accordo. Noi che l’altro giorno c’eravamo infatti non ci fermiamo al lato estetico dei fenomeni; procediamo oltre, con la voglia e la determinazione di costruire un blocco sociale di opposizione alle politiche che vengono portate avanti qui come in tutto il resto d’Europa.

da Ateneinrivolta      17 dicembre 2010

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Arrestato Julian Assange che l’era del baratto abbia inizio

Un terrorista, uno stupratore, il nemico pubblico numero uno, il Bin Laden 2.0: questo è Assange, fondatore di un’Al Qaeda digitale. Nella società che edifica tempi alla Dea Menzogna, che eleva l’ipocrisia al rango di virtù e la chiama diplomazia, chi mostra la verità è un mostro. Additato, perseguitato, braccato, vessato, vittima di sequestro dei beni e ora… arrestato.
Julian Assange è stato catturato a Londra  da Scotland Yard, questa mattina alle 10,30 italiane, dopo che il suo account PayPal, dove riceveva le donazioni destinate a supportare WikiLeaks, era stato bloccato per fantomatiche violazioni delle policies, e dopo che PostFinance, in Svizzera, aveva chiuso un altro conto che i sostenitori utilizzavano per finanziare la pubblicazione di milioni di documenti riservati. Motivo? Suvvia, un motivo si trova sempre: in questo caso è la mancata residenza in Svizzera. Nella patria del riciclaggio del denaro, dove vige il riserbo più totale e la ricchezza affonda le sue ultradecennali radici proprio sulle false dichiarazioni di residenza, Assange si è guardacaso imbattutto nell’unico burocrate solerte dei quattro cantoni.

Si dice spesso che la rete trova altre strade per condividere la conoscenza: morto un sito se ne fa un altro. Ma la strada dei soldi è una sola, e passa per le banche. Le banche danno, le banche tolgono. Così si controllano i pericolosi terroristi dell’informazione libera: si chiudono i rubinetti. Li si derubano. Che fine hanno fatto le migliaia, forse milioni di donazioni che il popolo ha devoluto ad Assange per supportare la sua causa? Verranno restituite ai singoli sottoscrittori? Improbabile. Troppo complesso, specialmente nel caso di PostFinance. Verranno sbloccate e rese ad Assange? Sì, come no. Forse per questo è in atto una guerra informatica, una spedizione punitiva che tra ieri e oggi ha tirato giù i servizi web di PayPal e di Postfinance. La tecnica è quella del Denial of Service (DoS). I pirati risvegliano migliaia di computer precedentemente infettati, di cui hanno il controllo, e li usano per inviare richieste http al server da bersagliare. In parole povere, è come se da ciascuno dei computer-z ombie partisse una navigazione al sito di PayPal o di PostFinance: l’alta concentrazione di traffico rende le risorse del server inadeguate ad erogare il servizio, che agli altri navigatori risulta di fatto inaccessibile (è come salire in 15 su una 500 e poi provare a fare una salita ripida).

E vogliamo parlare degli analoghi attacchi subiti da Wikileaks nei giorni precedenti e successivi alla pubblicazione dei documenti delle ambasciate? Oppure della guerra dei dns, che ha fornito a everydns.net il pretesto per eliminare il nome di dominio di Assange dai suoi registri? O ancora di Amazon che, dopo le forti pressioni politiche, pavidamente taglia il servizio di hosting? E perché tralasciare l’oscuramento messo in atto da molti paesi del mondo, capeggiato dall’immancabile Cina ma paventato anche dalla civilissima (in materia di rete non tanto) Francia?
E’ questa la libertà che il mondo che conta accorda al web? Personalmente la conosco bene, quella libertà. Era la libertà di essere estromessi dal traffico dei ministeri (dove il blog di Grillo e quello di Travaglio viceversa trovavano cordiale ospitalità). Era la libertà di essere oscurati nelle caserme della Guardia di Finanza aquilane, dove i terremotati che volevano tenersi aggiornati erano gentilmente ospitati. Era la libertà di non essere accessibili, o esserlo a fatica, dalle navigazioni provenienti dall’Abruzzo, mentre nello stesso istante, altrove in Italia, il sito rispondeva velocemente, e mentre altri siti, più istituzionali o meno importuni, attraversavano le reti digitali abruzzesi alla velocità della luce.
Era ed è la libertà di essere liberi fintantoché non si diventa scomodi, che ho più volte denunciato dalle pagine di questo blog (vedi "E’ libera Internet in Italia?" oppure il più recente "Il futuro dei social network").

Per questo sono vicino ad Assange. Per questo dico che, oltre a studiare forme sempre nuove di condivisione della conoscenza, è necessario trovare forme nuove di condivisione delle risorse, per esempio dei fondi, che possano eludere il controllo stringente dei grossi sistemi finanziari, dalla cui commistione con la politica nascono quei centri di potere che controllano ogni cosa e fanno scattare, al momento opportuno, le tagliole che mozzano mani e piedi a chi vuole correre in direzione ostinata e contraria.

Qualcuno ha sostenuto che I documenti che Wikileaks ha messo a disposizione stiano al giornalismo come la pornografia stia all’erotismo, perché non sono mediati, interpretati. Io dico viceversa che i cablogrammi di Assange stanno al mondo dei mass-media come l’indipendenza di giudizio e la consapevolezza critica stanno alla propaganda. Chi vuole un mondo di adoratori di veline e di urlatori da curva sud è il più ovvio e naturale nemico dell’informazione libera, che riesce a controllare solamente strozzando la circolazione dei fondi.

E’ giunto il momento di sviluppare o, se c’è, di approfondire un sistema peer to peer di condivisione delle risorse che sia davvero indipendente dal circuito economico-finanziario. Se necessario, anche il baratto può tornare utile. E voglio vedere come lo fermano, il baratto 2.0.

da byoblu  7 dicembre 2010

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All’armi! Son fascisti!

Denis Verdini:"Ciò che non sappiamo e non vogliamo capire, e che non ci piace per niente, è che il Capo dello Stato, nelle sue prerogative, possa pensare che per risolvere i problemi di questo Paese si mandi a casa chi ha vinto le elezioni, Berlusconi e Bossi, e si mandi al governo chi le ha perse, Casini e Bersani"
Come per Mussolini, ci vorrà una lotta di liberazione per cacciare il governo Berlusconi?
Dall’ eloquio (sic!) di Denis Verdini parrebbe di sì.
E allora prepariamoci, partecipiamo alle manifestazioni programmate in questi giorni a Milano!

Adesso basta! promuove un’ assemblea pubblica il 16 dicembre alle ore 20 30  alla Camera del lavoro di Milano in corso di Porta Vittoria 43, sul tema:
Il paese delle stragi – l’attacco alla Costituzione e alla democrazia: da Piazza Fontana  dicembre 1969  fino al G8 di Genova luglio 2001.
A Genova il Governo Berlusconi scatenò una repressione senza precedenti , Carlo Giuliani fu ucciso,
centinaia i feriti, parecchi gravemente.

Il tribunale di quella città ha condannato i vertici della polizia ritenuti colpevoli.
Ma tutti sono stati promossi.
Noi diciamo chiaro e netto: devono dimettersi o essere rimossi dagli incarichi!
La legge è uguale per tutti.
Interverranno testimoni dei fatti, giornalisti e magistrati.
 
A Milano a fine ottobre 2010 è stato concesso uno spazio di proprietà pubblica nelle case popolari di Viale Brianza 20 a una formazione esplicitamente nazifascista,  l’“Associazione Lealtà Azione”, una delle organizzazioni di facciata degli Hammerskins.  La prima iniziativa di questi individui si è tenuta il 3 novembre, ed ha riguardato una conferenza in onore di Lèon Degrelle, un tempo generale delle Waffen-SS, poi condannato come criminale di guerra. Tra i partecipanti anche Roberta Capotosti, consigliera provinciale del Pdl.

L”11 dicembre si terrà il prossimo lugubre raduno dell’Associazione degli ex- combattenti della X Flottiglia Mas, presente Mario Bordogna, uno dei più stretti collaboratori di Junio Valerio Borghese .
Sarà organizzato da  Casa Pound che si trova nella sede dei volontari verdi di Borghezio.

Sono in atto intollerabili tentativi di radicamento territoriale di gruppi fascisti e razzisti con tanto di supporto della Giunta Moratti, che, mentre da una parte nega una sede all’associazione SOS Racket e Usura, dall’altra il 24 novembre 2010 assegna al gruppo militante Forza Nuova un altro locale di proprietà pubblica in C.so Buenos Aires, una zona centrale di Milano, 290 mq per dodici anni.
Forza nuova è un movimento di estrema destra antisemita, xenofobo e omofono, che nei suoi proclami offende costantemente la memoria di chi è caduto per la libertà del nostro paese.

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Luciano Gallino: io credo che la lotta di classe non sia finita, di Antonio Sciotto

Intervista a Luciano Gallino

«Io credo che la lotta di classe non sia finita: al contrario, oggi è più attuale che mai. Solo che una parte è perdente perché non ha gli strumenti politici e culturali per produrla ». Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino, risponde così all’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne, al ministro del Welfare Sacconi, alla Confindustria e perfino ad alcuni sindacati che vorrebbero inaugurare un’era del «Dopo Cristo », dove i conflitti tra capitale e lavoro sparirebbero, lasciando spazio alla «collaborazione», o meglio ancora alla «complicità». «Siamo davanti a una grande sconfitta che è maturata da una trentina di anni – riprende Gallino – Dal 1980 la pressione sui sindacati, sullo stato sociale, sui salari, sulle condizioni di lavoro è stata crescente, in Italia come all’estero, ma la capacità di contrastarla è stata limitata. Dunque la lotta di classe c’è, ma chi la conduce sono i vincitori».

Gli interessi di lavoratori e imprese cioè sono sempre distinti? E lo rimarranno sempre?

Ma figuriamoci, ovvio che restano distinti. Sono interessi diversi, per certi versi opposti. Nei 30 anni del secondo dopoguerra il cosiddetto «compromesso fordista» ha fatto sì che gli interessi delle due parti, seppure in conflitto, trovassero un punto di composizione piuttosto alto. È stata la stagione dei contratti, del prolungamento delle ferie, della riduzione di orario, degli aumenti salariali, del diritto del lavoro. Tutte cose che oggi si cerca di reprimere, di riportare indietro.

Ma allora perché questo tema non è più al centro della politica?

Una ragione è che non esistono più i partiti di sinistra. Spettava a loro parlare di classi e di conflitto, di modi per ottenere che la parte più debole acquisisse una certa forza. Ma o sono scomparsi o sono stati ridotti ai minimi termini, come in Italia. Manca la facoltà espressiva, una forza che porti nei parlamenti le istanze che vengono dal basso.

Il sindacato questo non riesce a farlo?

Il sindacato è sotto attacco da 30 anni: dai tempi della Tatcher contro i minatori, a quelli di Reagan che se la prese con i controllori di volo, è stato un susseguirsi di sconfitte. Dovute anche, probabilmente, alla ristrutturazione della produzione in catene sempre più lunghe e frammentate, che rendono difficilissimo fare sindacato.

Cisl e Uil dicono che si deve essere «collaborativi». La Cgil sta nel guado. La Fiom è più conflittuale. Quale modello è più adatto alle sfide di oggi?

Un sindacato che, partendo dagli interessi in conflitto, sia pronto a condurre vertenze dure, forti, usando i mezzi di cui dispone, per affermare quegli interessi. Pensi alla questione della distribuzione dei redditi, che ha gravemente danneggiato i dipendenti negli ultimi 25-30 anni. Sono stati persi molti punti di Pil a favore dei redditi da capitale: 25 anni fa il lavoro dipendente otteneva circa il 65% del Pil, oggi è al 55%. Si tratta di oltre 10 punti: questa perdita è l’espressione più netta e categorica dell’esistenza del conflitto di classe. Il sindacato, soprattutto attraverso i contratti nazionali, dovrebbe battersi per modificare questa distribuzione dei redditi. Naturalmente il contratto nazionale non può essere l’unico mezzo: servirebbe anche una politica fiscale che invece di essere favorevole ai redditi più alti, lo sia per quelli più bassi o medio-bassi.

Il contratto nazionale non è dunque un residuato del passato? Secondo le imprese in Italia è troppo rigido, e per questo motivo dicono di preferire la delocalizzazione all’estero. L’ultimo che vorrebbe lasciare il nostro Paese è Sergio Marchionne…

Va sempre ricordato che i salari netti dei lavoratori italiani sono tra i più bassi dell’Eurozona. In Francia e Germania sono almeno il 10, ma io direi anche il 20-25% più alti come netto. E allora come mai i capitali non fuggono dalla Francia e dalla Germania? Non è per il costo del lavoro e il contratto nazionale, ma vanno altrove per le infrastrutture, per l’esistenza di altre aziende complementari, i trasporti, una migliore formazione professionale, meno lavoro nero, meno evasione fiscale e meno corruzione. Per questo le imprese lasciano l’Italia.

Anche la Fiat fugge per questi motivi?

Il problema della Fiat è che ha deciso di insistere sulla produzione di piccole vetture, e il piccolo, per bene che vada, dà poco guadagno: devono andare a costruire perciò nei paesi a basso salario, come fanno Volkswagen e Renault con i modelli della stessa gamma. In Brasile, Argentina, Turchia, Polonia, e non in Italia. Marchionne ha detto in sostanza: io posso produrre vetturette anche in Italia, ma a condizioni di lavoro polacche, argentine, brasiliane. Al contrario, dovrebbe puntare su altri modelli industriali, non solo sulle auto piccole, seppure di buona qualità, come la Panda.

Un altro grosso problema che affligge gli italiani è il precariato. È stato spinto più dal mercato o da leggi come il Pacchetto Treu o la legge 30?

Il Pacchetto Treu è stato un notevole passo in direzione della precarizzazione, perché ha inventato il lavoro in affitto; ha affermato il principio che per un’economia sana, flessibile, in crescita, servono i lavori atipici, le collaborazioni. In seguito la legge 30 e il decreto applicativo 376, hanno portato a oltre 40 le forme di contratto esistenti, e ovviamente le imprese ne hanno approfittato. Oggi l’affitto si chiama pudicamente «in somministrazione ». Ma non possiamo neanche ignorare che da decenni abbiamo un altro immenso bacino di lavoro flessibile, che è il lavoro irregolare o in nero: in termini di unità lavorative, sono 3 milioni di lavoratori a tempo pieno, di cui 1 milione sono persone fisiche, e altri 2 milioni sono «statistici», cioè fatti da circa 5 milioni di persone fisiche che fluttuano da un impiego a un altro. Questo vuol dire contributi evasi, non solo le tasse. Va aggiunto infine che spesso molti dipendenti svolgono un secondo o terzo lavoro in nero, ma in epoca di crisi e bassi salari credo sia difficile rifiutarlo quando te lo offrono. Da noi il lavoro nero è tra il doppio e il triplo di qualsiasi altra economia sviluppata.

Come vede il Collegato lavoro che ha introdotto l’arbitrato?

È solo l’ultimo attacco ai diritti in ordine di tempo. Il punto più critico di quella legge è che essa interviene nel momento di massima debolezza: ti chiede di firmare una clausola compromissoria secondo la quale devi rinunciare al giudice del lavoro, e non puoi più tornare indietro. È un ricatto: la minaccia sottintesa è che non verrai assunto se non firmi. L’arbitro non deciderà più secondo le leggi, ma «per equità», cioè alla fine di testa sua.

Lei è sicuramente in contatto con molti giovani, visto che è docente universitario. I ventenni di oggi hanno una coscienza di classe? E le questioni del lavoro, la solidarietà con gli altri, hanno spazio?

Io vedo questa coscienza in misura piuttosto ridotta, perché, con la crisi, i giovani ragionano così: «O il lavoro va a me, o va a un altro e io resto senza». La disoccupazione mette in conflitto i lavoratori tra loro. I nazionali contro gli immigrati, ad esempio, e le persone sono insicure, perché non sanno se tra 2 mesi o 2 anni avranno ancora un salario. E poi soprattutto non h
anno punti di riferimento: chi oggi, tra i partiti, fa un discorso articolato, comprensibile, però fondato su un’analisi reale delle cose?

Nel mondo politico, e per certi versi anche sindacale italiano, io non lo vedo, se non in una piccolissima minoranza. È un carattere più italiano questa «incoscienza », magari dovuto a 30 anni di cultura e televisione berlusconiana, o vede questo stesso smarrimento anche nel resto d’Europa?

Vi sono differenze, ma l’appartenenza sindacale è scesa comunque in tutta Europa. Il calo di iscrizioni al sindacato è un segno di sconfitta e anche di debolezza. Questo è un fenomeno che l’Italia condivide con altri paesi, in particolare con Francia, Regno Unito e in qualche modo con la Spagna. Un po’ meno con la Germania, perché per quanti difetti possa avere la partecipazione alla gestione delle aziende, comunque il sindacato è più informato e più presente, anche se non ha poi quel grande potere. Però sta dentro il centro di comando, sa immediatamente cosa succede. Si pensi all’accordo firmato di recente alla Siemens. Ma di intese di questo genere ce ne sono state parecchie negli ultimi 4-5 anni. Nascono dai consigli di sorveglianza dove per legge sono presenti i sindacati: nelle aziende di una certa dimensione il Cds deve essere formato per il 50% da rappresentanti dei sindacati. L’Italia, insomma, non è sola in questo arretramento dei diritti, perché negli ultimi 8-10 anni oltre alla pressione delle grandi aziende multinazionali, c’è stata anche quella dei governi di centro-destra in quasi tutti i paesi. E non dimentichiamo la Commissione europea: è un organo che si può collocare piuttosto a destra che a sinistra, ha un peso molto importante e continua a scrivere rapporti sull’importanza del lavoro flessibile, sul limitare le pensioni e sulla moderazione salariale.

FONTE: il manifesto del 30/11/2010

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