Marco Revelli: Poveri, noi

Fanno venire i brividi le cifre sciorinate da Marco Revelli nel suo ultimo libro Poveri, noi (Einaudi, pp. 127, euro 10,00). Tanti, tantissimi numeri che stanno però ad indicare una sola cosa: che l’Italia è un paese in piena decadenza, dove la povertà è in continua crescita, dove la gente è spaesata, dove malgrado il vergognoso arricchimento di pochi i penultimi se la prendono con gli ultimi e dove la politica ha mostrato la sua faccia più immorale.

Di tutto questo abbiamo discusso con l’autore, un intellettuale che non ha bisogno di presentazioni, storico e sociologo da sempre interlocutore del nostro giornale.

Quando comincia in Italia questa terribile deriva, che mette a repentaglio la nostra stessa democrazia?

Il periodo nel quale siamo cambiati può essere individuato nell’ultimo quarto di secolo. Siamo cambiati da tanti punti di vista: quello sociale, economico, etico e politico. E’ un Paese nel quale, e lo dico all’inizio del libro, noi ci siamo alzati, ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo riconosciuti più. Un Paese il nostro sfigurato dal rancore, dall’ostilità reciproca, dalle solitudini, dalla frustrazione, dall’invidia sociale e così via.

Tutti elementi assenti nell’Italia repubblicana fino agli anni ’70….

L’antropologia della Prima repubblica era totalmente diversa. Le ragioni di questa trasformazione sono tantissime. Io ne focalizzo una che potrebbe essere sintetizzata nel concetto di deprivazione. Che è un concetto più ampio di povertà, e più vicino a quello di impoverimento, dando a questo termine un ventaglio esteso di significati. Deprivazione monetaria ed economica sicuramente, ma anche deprivazione rispetto a tanti altri beni che si possedevano e non si possiedono più o si posseggono in misura minore. L’identità, uno status sociale, un sistema di diritti, l’orgoglio della propria appartenenza sociale. Anche avere una rete di relazioni, un buon rapporto con il proprio luogo, con il proprio territorio come si chiama adesso. Su tutti questi terreni i diversi pezzi della società italiana hanno perso qualcosa. L’immagine che do degli ultimi due decenni e mezzo è il piano inclinato.

Insomma siamo arretrati…

Senza dubbio. Abbiamo perso un gran numero di posizioni rispetto ai nostri paesi pari. Una ventina di punti percentuale rispetto al nostro posizionamento relativo in Europa. Eravamo appunto venti punti sopra la media dell’Europa a 27 all’inizio degli anni ’90, siamo ora sul pelo dell’acqua, vicini allo zero. E la cosa peggiore è che questo declino è avvenuto dentro un involucro costruito dalle retoriche dell’ottimismo. Dentro l’autoproclamazione della modernizzazione felice, dentro la fantasmagoria dell’ipermodernità. Come se ci fossimo lasciati alle spalle la zavorra del ‘900, e dunque l’età industriale, l’epoca fordista con tutte le sue caratteristiche, i suoi blocchi sociali, le identità forti, i grandi stabilimenti. E anche le ideologie. Come se abbandonata quella zavorra potessimo volare alto nel consumo opulento senza renderci conto che invece stavamo scendendo. Dentro questa forbice cresce la bolla del rancore.

Nel libro emerge bene la responsabilità di una classe imprenditoriale quasi premoderna, precapitalistica, attenta solo ad arricchirsi e poco propensa ad investire. Ma anche la politica ovviamente ha le sue colpe. Chi mettiamo prima sul banco degli imputati?

Il libro analizza le varie classi sociali, la condizioni operaia con l’emergere dei working poor, di questa figura inedita del povero al lavoro. Il declassamento della classe media è stato violento soprattutto negli ultimi dieci anni e sono in parte lì i nuovi poveri che danno vita alla cosiddetta “povertà occulta”. Che non si vede perché ci si continua a vestire con gli stessi abiti di prima, della middle class, pur vivendo in una condizione di miseria. E poi i giovani, che sono i veri massacrati dalla crisi in particolare negli ultimi anni. Su tutto questo, per rispondere alla domanda, pesa una enorme responsabilità dell’imprenditoria italiana. Forse in Occidente la più avara. Una classe imprenditoriale che dagli inizi degli anni ’80 fino alla metà del decennio in corso, ha visto crescere in misura esponenziale i propri profitti. E la quota di pil destinata ai profitti rispetto a quella destinata ai salari. C’è stata una trasmigrazione massiccia di ricchezza collettiva dal monte salari appunto ai profitti. Dalle tasche dei lavoratori ai bilanci delle imprese. Parliamo di otto punti di prodotto interno lordo, che vuole dire qualcosa come 120 miliardi di euro ogni anno che non entrano più nelle case di chi lavora.

Il segno di una rivincita.

E di una straordinaria vittoria sociale che il capitale ha consumato sul lavoro e che ha una data precisa in Italia, l’autunno 1980, quando c’è stato un punto di svolta e il rapporto di forza si è rovesciato. Da allora le imprese hanno avuto anni di straordinarie vacche grasse, con una crescita molto elevata dei guadagni a cui ha corrisposto addirittura una diminuzione della percentuale dei profitti destinati agli investimenti. Guadagnavano di più e investivano di meno. Nella dimanica degli investimenti dei paesi Ocse siamo al fondo della graduatoria. Insomma la loro avarizia è la prima responsabile del declino. E la politica ne è il perfetto omologo. Il degrado del nostro tessuto imprenditoriale fa leva sulla logica del familismo amorale, da microimpresa familiare. Vive di sotterfugi, di espedienti. E vive soprattutto umiliando la propria forza lavoro costringendola a livelli di precarizzazione insopportabili, indecenti. Venendo alla politica, Berlusconi è, per certi versi, nella sua struttura immorale, l’emblema di questa borghesia animata da forme di familismo immorale. Ma Marchionne è l’altra faccia di questa medaglia e rappresenta la totale irresponsabilità sociale dell’impresa. Di fronte a tutto questo un’opposizione che balbetta, per usare un eufemismo. Eppure basterebbe leggere le cifre che riporta “Poveri, noi” per capire che c’è bisogno di una svolta radicale. Credo che la sinistra sia uscita dalla società in questo quarto di secolo. E anche qui è emblematico l’autunno ’80. Dal giorno dopo, dal novembre di quell’anno, la sinistra ha incominciato ossessivamente ad interrogarsi su come salvare se stessa dal naufragio del proprio insediamento sociale. Su come sopravvivere alla sconfitta dei propri rappresentati.

La pura salvaguardia di un ceto politico…

Certo. Come il comandante che nel naufragio abbandona la nave per primo invece che per ultimo. Una prova di assoluta mancanza di coraggio. Me li ricordo allora i leader di una sinistra ancora molto forte! L’unico che ebbe una forte carica di dignità fu Berlinguer, ma tutti i suoi colonnelli consumarono il proprio 8 settembre con una fuga ingloriosa. Assumendo il linguaggio dell’impresa, assumendo il punto di vista del management, e di un management che oltretutto si stava degradando. Pensiamo a che cosa è stata la Fiat di Romiti. Tutti la presentavano come il rinnovato miracolo e invece era l’inizio della fine dell’industria torinese per eccellenza, con l’avvio della finanziarizzazione e l’abbandono della centralità della produzione. Con la sinistra che non riusciva neppure a leggere i processi sociali in corso ed è stata tutta dentro la grande narrazione degli altri. L’Italia con cui pensava di misurarsi era l’Italia raccontata da Berlusconi. Quella di Publitalia. Mentre la sinistra radicale si chiudeva dentro le autorappresentazioni precedenti senza a sua volta tentare di misurarsi con le sfide del postfordismo. Pensando che alla diserzione degli altri bastasse contrapporre le vecchie maniere. Per cui l’Italia è cambiata senza una funzione di autorappresentazione di
quello che avveniva. Senza che filtrasse nella sfera della politica anche solo la nozione di cosa stava avvenendo. Un declino senza racconto. Anzi, un declino che si è consumato nel racconto apologetico dell’ipersviluppo mentre si consumava una decadenza.

Domanda scontata ma d’obbligo. Come si esce da questo baratro?

Si esce guardando in faccia la realtà. Incominciando a fare i conti con il linguaggio noioso ed arido dei numeri, delle cifre, dando loro un significato e smettendola di raccontarsela. E questo vuole dire prendere le misure ai problemi e non ovviamente averli risolti. Dando tanto per cominciare un corso legale al concetto di redistribuzione. L’ultima parte del libro è proprio dedicata a questo. Agli enormi guasti antropologici prodotti dalla rinuncia pressocché unanime, tranne qualche microfrazione, all’idea e alla possibilità di redistribuire la ricchezza, ovviamente dalla punta della piramide al fondo. Combattendo il meccanismo che fa cercare l’inclusione attraverso l’esclusione di chi sta più in basso. Con l’invenzione dei sottouomini perché gli uomini a cui sono stati tolti i diritti possano continuare a sentirsi tali. Questa guerra tra poveri, o dei penultimi contro gli ultimi, la disinneschi se fai ripartire l’ascensore sociale. Se ricominci a pensare alla possibilità di togliere ai primi per dare agli ultimi. Altrimenti non se ne esce. E ci sarà sempre la ricerca da parte dei deprivati di un risarcimento attraverso le retoriche del disumano. Cioè attraverso le scariche di odio selettive. Che è quello che ha fatto e sta facendo la Lega. Gestore di serbatoi dell’odio, utilizzati in microsituazioni di territorio, nel comune, nel quartiere.

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3 thoughts on “Marco Revelli: Poveri, noi

  1. ormai non è più tempo di commenti indignati: è arrivata l’ora di dare forma al nostro sdegno .Parliamone, siete d’accordo?

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