Susan George: la politica prevalente dei nostri tempi. Premiare i colpevoli e punire gli innocenti

Dopo un breve periodo di destabilizzazione, auto giustificazione e occasionali mea culpa, gli stessi uomini e le stesse istituzioni che hanno precipitato il mondo nella crisi sono riemersi sani e salvi come fonte della verità e di ogni politica ragionevole.

Ricordate come le dottrine dell’onniscienza, infallibilità e autoregolazione dei mercati e dei pericolo dell’ingerenza statale nell’industria finanziaria si sono improvvisamente rivelate dei miti ingannevoli? Come i banchieri di investimento hanno smesso di dire in giro come si guadagnavano da vivere? Come la rabbia del pubblico contro i giganteschi salvataggi e bonus sembrasse per un momento pronta ad esplodere in direzioni imprevedibili?

Il pubblico aveva ragione. Grazie a due funzionari della Bank of England sappiamo che per la fine del 2009 i governi europeo, inglese e americano avevano regalato più di 14 trilioni di dollari (14.000.000.000.000 di dollari) alle banche in una varietà di pacchetti di sostegno. Nel caso dell’Inghilterra e degli Stati Uniti questa prodigalità riversata su istituzioni finanziarie spericolate e irresponsabili è stata pari a tre quarti del loro PIL.

Cosa hanno avuto poi i popoli dell’Inghilterra, degli Stati Uniti e dell’Europa in cambio di questi colossali salvataggi che sono caduti dal cielo ma sono stati presi dalle tasche dei cittadini? Richieste di ulteriori sacrifici. I deficit governativi si sono gonfiati in gran parte a causa dalle spese e dai prestiti per salvare il sistema finanziario. Doveva essere salvato, sì, ma non a spese della gente comune, per la maggior parte appartenente alle classi povera e media.

I cittadini ora pagano una seconda volta e i governi hanno dimostrato di governare per conto di quella minuscola frazione che io chiamo la Classe di Davos: le elite finanziarie, economiche e politiche che si incontrano ogni gennaio nella località sciistica svizzera di Davos per fare il punto e discutere le proprie mosse successive.

La gente comunque, tuttavia, è sottoposta a programmi di austerità che comportano tagli profondi ai servizi pubblici, tasse più elevate, misure ‘taglia e brucia’ applicate a salari, pensioni e sussidi; vite lavorative più lunghe e crescente disoccupazione. [‘taglia e brucia’, slash-and-burn nell’originale, si riferisce alla pratica dell’abbattimento delle piante o degli incendi dei boschi per ricavarne terra coltivabile o altrimenti sfruttabile a fini di profitto – n.d.t.]

Ad eccezioni dei privilegiati, tutti i bambini soffriranno dell’imposizione di stringenti riduzioni di fondi ai sistemi educativi nazionali. Le diseguaglianze continueranno ad ampliarsi. Gli investimenti promessi nella scienza, nell’energia pulita e in un futuro più verde sono tenuti in sospeso. Un ingorgo ecologico oggi significa assenza di garanzie che gli esseri umani continueranno a sopravvivere, non parliamo di prosperare, nel clima di domani.

E dunque, questa volta possiamo fidarci delle banche? Cominceranno a pagare la loro corretta quota? Non contateci. Ci sono stati alcuni gesti ma, come ha recentemente titolato il Financial Times, “l’imposta di Osborne non è poi quella gran tassa” [ George Osborne – Cancelliere dello Scacchiere inglese – ha proposto una tassa sulle banche – n.d.t.]. Le banche che erano “troppo grandi per fallire” prima della crisi, lo sono diventate ancora di più ora. Alcune detengono quantità pericolose di debiti sovrani. Una regolamentazione e una ristrutturazione serie non sono in agenda. Il settore finanziario pone tuttora gravi rischi sistemici ai governi che hanno accettato praticamente tutte le richieste. Nel 2008-2009 il G-8 e il G-20 in preda al panico hanno emesso alcuni positivi borbottamenti riformisti ma si sono ora ritirati nell’autocompiacimento e negli ‘affari come al solito’. Abbiamo, in breve, una ricetta perfetta per un altro grosso crollo del casinò. Burocrati nazionali e internazionali dovranno intervenire di nuovo sulla scia di future follie finanziarie.

Cosa si potrebbe fare se i governi mostrassero un po’ di spina dorsale, se i cittadini li costringessero ad agire? Il mondo è inondato di soldi ma i legislatori non ci andranno dietro, lì dove si trova. Si prenda il recente Rapporto annuale della Sanità Mondiale della società di intermediazione Merrill-Lynch che annunciava un soddisfacente rimbalzo degli attivi liquidi totali di qualche decina di milioni di “persone di elevato patrimonio” nel mondo. Questi pochi eletti dispongono di una ricchezza complessiva di 39 trilioni di dollari, circa tre volte il PIL degli Stati Uniti o dell’Unione Europea. Sono anche sufficientemente mobili e sufficientemente ricchi da proteggersi dalla tassazione.

Chiudere i paradisi fiscali garantirebbe almeno 250 miliardi di tasse extra a vari stati. Un’esigua tassa sulle transazioni finanziarie di una percentuale dell’uno per mille potrebbe garantire altri 600 miliardi all’anno, in pratica sufficienti a riparare il nostro sistema di sussidi al nord, far uscire dalla povertà endemica il sud e passare a un’economia interamente verde. Le banche che non sarebbero più qui se non fosse stato per i contributi dei cittadini dovrebbe essere socializzate almeno in parte o obbligate a finanziare imprese medie e piccole, specialmente quelle con un progetto sociale o ecologico fattibile, ora affamate di credito.

Proposte di questo tipo sono pratiche, non utopiche, e le tecniche per attivarle sono ben note. La prospettiva di un mondo più verde, più equo e più ricco ci sono di fronte e la via più rapida per arrivarci sarà l’unione dei cittadini, la comprensione da parte loro che gli interessi di qualsiasi numero di gruppi apparentemente diversi – piccoli contadini, operai e sindacalisti, imprese medio/piccole, donne, ecologisti, pensionati, studenti, organizzazioni non governative – sono effettivamente gli stessi. Una volta che comprendiamo questo e agiamo in base a tale comprensione, le politiche che puniscono gli innocenti mentre premiano il colpevoli non saranno più un’opzione.

Susan George è uno dei membri del TNI (Translational Institute – www.tni.org) famosa per le sue innovative analisi di temi globali a lungo termine.

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Lettera di una studentessa al direttore de il Fatto Quotidiano

sono una studentessa romana di 21 anni, iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Scrivo al Fatto Quotidiano perché spero che possa dar voce a una generazione ormai troppo spesso ignorata. Per farci ascoltare siamo dovuti scendere in piazza e bloccare le città. E nonostante questo ci hanno dato dei falliti e dei fannulloni.

Io non sono una bambocciona, né sono fuori corso come dice il presidente del Consiglio. Io sono l’orgoglio di una famiglia che spera ancora di potermi dare una vita migliore di quella che hanno avuto loro. Noi studenti non siamo scesi in piazza solo per la riforma. Certo, quella è la punta dell’iceberg di una cultura che questo governo ha voluto imporre: sei ricco? Potrai ancora studiare. Sei povero? Meglio se fai un istituto professionale e ti cerchi un lavoro, perché l’Università non te la potrai permettere. Io fino ad oggi posso garantirmi gli studi grazie alla borsa di studio e al lavoro di cameriera. Se dall’anno prossimo verrà a mancarmi la prima, il secondo non mi basterà più.

Sono stata e tornerò in piazza per far sentire la mia voce insieme a quella degli altri ragazzi che non solo hanno paura di non potersi laureare, ma soprattutto temono che quel foglio di carta guadagnato con immensi sacrifici non valga poi nulla nel nostro paese. Sono pronta ad andare all’estero se necessario, ma perché non possiamo sognare di restare in Italia per valorizzarla con la nostra cultura? Il rischio, restando, è una vita di sacrifici che non porti nemmeno a una pensione decorosa. Anzi, che non porti proprio alla pensione, che forse non riceveremo mai. L’applauso degli automobilisti romani bloccati nel traffico di Roma, martedì, ci ha detto che non siamo soli. Anche loro sperano che i figli possano avere un futuro migliore di quello che questo governo ci sta disegnando. Ai politici la nostra cultura fa paura, preferiscono un popolo ignorante. Ma noi, questa volta, non ci fermeremo. Speriamo neanche voi nel darci voce.

da il Fatto Quotidiano  3 dicembre 2010

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