I misteri dell’unità d’Italia

Alleghiamo una tabella riportata alla pag. 292 del testo di Scienze delle Finanze (Pierro, 1903) di Francesco Saverio Nitti, nella quale si dettagliano i contributi delle singole aree italiane al Tesoro italiano, nel 1861. Come si vede, dei 668 milioni di lire-oro ben 443 appartenevano al regno delle Due Sicilie.

Le monete degli antichi Stati italiani nel 1861 ammontavano a 668 milioni così ripartiti:

REGNO delle DUE SICILIE ……………………… milioni………………443,2
LOMBARDIA…………………………………………………” ………………………8,1
Ducato di MODENA………………………………………” ………………………0,4
PARMA e PIACENZA……………………………………”……………………….1,2
ROMA…………………………………………………………..”…………………….. 35,3
ROMAGNA- MARCHE e UMBRIA…………………”………………………55,3
SARDEGNA……………………………………………… ..”……………………… 27,0
TOSCANA……………………………………………………”……………………… 85,2
VENEZIA…………………………………………………….. “…………………….  12,7
_______
ITALIA………………………………………………………… “……………………. 668,4

Inoltre :

Lo sviluppo industriale crebbe sotto i Borbone in modo straordinario, raggiungendo primati sia nel settore tessile (che aveva nel centro di Pietrarsa il suo gioiello, con 1000 operai e altri 7000 nell’ indotto), che in quello metalmeccanico e navale, con complessivi 1.600.000 addetti contro i 1.500.000 del resto d’Italia (1861, senza Roma).
Oltre agli addetti all’industria vi erano 200.000 commercianti e 3,5 milioni di contadini. La disoccupazione era quasi inesistente.
La sua flotta mercantile era seconda solo a quella del Regno Unito, mentre la flotta da guerra era terza in Europa dopo inglesi e francesi.
Il Regno delle Due Sicilie fu il primo in Italia a promulgare il Codice Marittimo, creando una rete di fari per tutta la costa.
I suoi maestri d’ascia ed altri artigiani navali erano richiestissimi.

Fu istituito un sistema pensionistico con ritenuta del 2% sullo stipendio, gli operai lavoravano otto ore al giorno.
Le banche finanziavano le imprese con tassi di interesse bassi. Gli sportelli bancari erano diffusi fino nei villaggi. Prime al mondo, le banche del Regno delle Due Sicilie furono autorizzate dal Governo a emettere i primi assegni bancari.

Lo Stato godeva buona salute, il suo patrimonio aureo era invidiato da tutte le nazioni. La Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava le rendite dello Stato napoletano al 120 per cento, la più alta in Europa.
Nella conferenza internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese al mondo per sviluppo industriale, dopo Inghilterra e Francia.

Nel Regno delle Due Sicilie si sperimentò la prima Repubblica socialista a San Leucio, con la seteria famosa nel mondo.

Il Regno delle Due Sicilie ha attivato la prima ferrovia italiana nel 1839, col tratto che collegava Napoli a Portici. Nel 1842 cominciò quella per Capua e poi quella per Nola, Sarno e Sansevero.
Nel 1837 arrivò il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico..
Il teatro San Carlo fu costruito in soli 270 giorni.
Furono costruiti i primi ponti in ferro in Italia, in parte ancora visibili sul fiume Calore e sul Garigliano.

Di fronte a questi dati, non possiamo non chiederci come abbia fatto Giuseppe Garibaldi, con un migliaio di uomni, a battere e conquistare il Regno delle Due Sicilie. Qualche revisione si impone. Sarebbe l’omaggio migliore alla vegliarda centocinquantenne.

Fonte: Associazione “Popolo Sovrano” – Fausto Carratù

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Roma, 14 dicembre: cos’è veramente accaduto? Cronaca e significato di una cruciale fiammata di Piemme

Per capire cosa di enorme sia realmente accaduto a Roma martedì 14 dicembre, occorre tornare a martedì 30 novembre. Il 30/11 è stata infatti la prova generale del 14/12.Quel giorno, il 30/11, il movimento studentesco universitario romano, sulla carta egemonizzato dai Disobbedienti (i quali, non dimentichiamolo, da alcuni mesi sono in sodalizio con Sel di Vendola, e che dal mese di Ottobre hanno dato vita con la FIOM alla rete «Uniti contro la crisi» (vedi l’Appello costitutivo), porta in piazza decine di migliaia di studenti per protestare contro la “riforma” Gelmini.

L’indicazione che danno i capi dei Disobbedienti, indicazione concordata con pezzi del ceto politico della sinistra istituzionale e sindacale) è quella di recarsi sotto il Parlamento, proprio mentre si vota la “riforma”. Un assedio della camera dei Deputati tutto virtuale, infatti non succede nulla di grave. La stessa presenza delle forze di polizia è scarsa, e drappelli di manifestanti vengono fatti giungere fin dentro l’androne del Senato stesso.

La partecipazione a quella manifestazione fu enorme. Al di là delle più rosee aspettative, a dimostrazione che la rabbia della gioventù neo-proletaria, cresciuta sottotraccia da un decennio almeno, da impercettibile comincia a quagliare in vera e propria protesta. Siccome il grosso dei dimostranti non voleva solo fare mucchio, da spettatore alla sceneggiata promossa dai disobbedienti, questo grosso, inopinatamente, spontaneamente, ha lasciato i protagonisti della scenda del finto assalto al Palazzo, e se n’è andato in corteo per il centro della città, di fatto occupandola.

Due i fatti avvenuti: il primo una grande partecipazione, il secondo, che la gran parte degli studenti non ha voluto seguire come pecore quelli che pensavano di essere alla “guida” del movimento romano.

Il 14 è successo questo, ma su una scala di ampiezza e di radicalità decisamente più ampia e devastante.

La manifestazione del 14/12 è stata promossa dalla rete «Uniti contro la crisi». Qual’era il vero obbiettivo dei promotori? Dietro allo slogan di “assediare il potere” si voleva in verità fare solo una rumorosa sfilata, che si sarebbe dovuta concludere tranquillamente a Piazza del Popolo. La loro recondita speranza? Festeggiare in piazza, in diretta, la “sfiducia” a Berlusconi, quindi la sua caduta. Infatti, a parte l’attacco alla sede della Protezione civile nulla di serio era accaduto fino all’ingresso in Piazza del Popolo.

Tuttavia, come deve ammettere lo stesso il manifesto, l’attacco alla sede della Protezione civile mette in mostra un fatto “sorprendente”: il manipolo di assalitori viene riaccolto nel corteo da cui si era staccato, da scroscianti applausi e grida di giubilo. Un segnale di quello che avverrà poco dopo, quando dopo l’una si viene a sapere che Berlusconi, la Fiducia, l’ha invece ottenuta.

Quando arriva la “triste” notizia la piazza lascia esplodere la sua rabbia, lasciando con un palmo di naso gli architetti della rete «Uniti contro la crisi». I Disobbedienti invitano alla calma, dal camion annunciano che si svolgerà l’assemblea, leggi i comizi dei soliti noti. La piazza se ne infischia. In migliaia cominciano ad imboccare via del Corso, ovvero vogliono dirigersi verso il Parlamento. La polizia viene colta impreparata, forse perché, come da accordi coi promotori, la cosa doveva finire lì, con un happening per la caduta del governo. I Disobbedienti, «Uniti contro la crisi» hanno toppato, hanno creduto alle informazioni di PD e Sel che davano per assolutamente certa la vittoria della Mozione di Sfiducia. E così vengono colti del tutto impreparati dall’esplosione di rabbia della piazza, non ci un manipolo di black bloc, che non si sono visti, semplicemente perché non c’erano.

Mentre scoppiamo i primi tafferugli il grosso del corteo non era infatti nemmeno entrato in Piazza del Popolo. Mentre i più coraggiosi, in migliaia, tentano lo sfondamento in Via del Corso, Via del babbuino, e in Via di Ripetta, riuscendo a fare diverse centinaia di metri, le decine di migliaia che stavano affluendo in piazza, non scappano, non abbandonano il terreno, premono anzi, dando forza ai più combattivi.

Di qui i tafferugli, la guerriglia, durata alcune ore, fatta di battaglie campali, spesso vinte dai dimostranti, in gran parte giovani, giovani senza appartenenza politica, senza adeguata preparazione agli scontri. Non la perizia ma il numero ha fatto la loro forza, e l’evidente simpatia e sostegno del grosso della manifestazione.

A cosa dunque abbiamo assistito a Roma il 14 dicembre? Allo scoppio spontaneo della rabbia della gioventù neo-proletaria, al fatto che i promotori sono stati scavalcati in maniera oserei dire spettacolare.

Oggi giornali e TV, all’inizio, hanno cominciato con la solita litania dei “provocatori” che hanno guastato una pacifica manifestazione. Poi hanno dovuto correggere il tiro, hanno dovuto ammettere, un po’ tutti, che si è trattato di un’altra cosa, di un’enorme rivolta giovanile. Non un manipolo di violenti addestrati allo scontro, ma migliaia e migliaia di giovani, spesso giovanissimi, politicamente inesperti e non intruppati dietro ad alcuna sigla.

La casta, il potere, tutti i politicanti, nella loro autistica autoreferenzialità, si sono dati all’esecrazione, gridando allo scandalo per “l’inaudita violenza”. Altri, rasentando il ridicolo hanno parlato di “infiltrazioni”. Pur di negare la realtà, hanno riesumato il complottismo, parlando di poliziotti in borghese che avrebbero provocato “il casino”. E’ triste vedere che bel web, anche siti di certo non amici del potere, siano caduti in questa trappola. Si vede che non c’erano, e si vede quanto siano distanti dalla rabbia sociale che monta. E che è solo all’inizio.

Non basta una fiammata a cambiare il corso delle cose. Ma la fiammata del 14/12 lascerà una traccia indelebile. E’ il segno che stiamo entrando in una una fase, e che non ci si entra tranquillamente, ma per strappi e fratturazioni, sociali e politiche. Questa fiammata è il segno che il risveglio sociale, tanto atteso, è in corso, avanza sotto i nostri occhi. Guai alle classi dominanti chi non vogliono prenderne atto. Guai a chi si agita per cambiare la realtà e pretende di rappresentare un’alternativa, e tenta di fare finta di niente.

Quello che si sta faticosamente mettendo in movimento non è solo rabbia, contiene incipiente l’alternativa futura. E, rispondendo a chi in questo blog si chiedeva “dove stavate compagni operai?” (vero è che il plotone della FIOM, il 14 /12 a Roma erano poco più di un centinaio), vorrei rispondere: abbia un po’ di pazienza, non sono lontani i tempi in cui anche milioni di lavoratori scenderanno in piazza e smetteranno di piagnucolare. Sempre sono i giovani i primi a protestare, ad indicare la strada.

E questo è il fatto nuovo, come ad Atene, Parigi, Dublino e Londra, anche a Roma questa strada è stata indicata. Non sarà questo potere putrido a potere fermare ciò che si sta mettendo in moto.

da Rivoluzione Democratica
16 dicembre 2010

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Mirafiori peggio di Pomigliano di Marco Revelli

L’accordo recente su Mirafiori ricalca nelle sue linee generali quello di Pomigliano. Come per Pomigliano, appunto, la Fiat e i sindacati favorevoli alle nuove regole, hanno rivisto la riorganizzazione del tempo di lavoro, i turni, le pause, i diritti. Per Mirafiori, però, penso che addirittura ci sia stato un peggioramento su un punto sostanziale che è stato determinato dall’uscita della FIAT di Marchionne da Confindustria: quello che riguarda la rappresentanza sindacale in fabbrica. Col nuovo accordo non potranno essere rappresentati i lavoratori della Fiom, la rappresentanza aziendale sarà decisa dall’alto, dalle organizzazioni sindacali e solo da quelle che hanno firmato l’accordo. Questo è un punto di peggioramento ulteriore rispetto già all’accordo di Pomigliano.

Avevo definito l’accordo di Pomigliano un atto che reintroduceva la dimensione servile del lavoro, un arretramento non solo rispetto agli anni più recenti, al periodo della democrazia industriale, ma un arretramento rispetto al capitalismo nel suo complesso. Il capitalismo ha anche rappresentato il riconoscimento della persona al lavoro, il superamento della dimensione servile del lavoro. Qui, invece, il lavoro ritorna a essere separato dai diritti del cittadino, da quei diritti garantiti dalla legge, dalla costituzione e dalla civiltà giuridica di un Paese.

L’impresa si definisce in una dimensione di extraterritorialità, come se vivesse in uno spazio diverso da quello del Paese, degli stati, della loro legislazione etc. e tratta il lavoro come risorsa pienamente disponibile senza il riconoscimento della soggettività, della dignità dei soggetti che lavorano.

Per quanto riguarda le recenti dichiarazioni del candidato in pectore a sindaco di Torino, Piero Fassino, stenderei un velo pietoso. Sono atteggiamenti e dichiarazioni che fanno cadere le braccia. Su una vicenda decisiva per quanto riguarda la civiltà del lavoro, trovo desolante la posizione del Partito Democratico di cui Fassino è un degno esponente. Questa formazione, questa organizzazione che rappresenta un nulla politico, tuttavia produce gravissimi danni nel momento in cui questo ceto politico che ha, quantomeno le sue origini, radici nel mondo del lavoro che dovrebbe in qualche maniera essere sensibile alla dignità del lavoro, invoca esplicitamente atteggiamenti che contraddicono nettamente il principio della dignità del lavoro e dei lavoratori.

Non metto in discussione che un lavoratore di Mirafiori schiacciato da una situazione economica per certi versi drammatica, con alle spalle mesi di cassa integrazione, con difficoltà estrema a raggiungere la fine del mese, con magari il mutuo da pagare. Non discuto la scelta di un lavoratore preso per la gola da un padrone onnipotente in grado di scegliere la localizzazione del proprie produzioni, di andarsene in Serbia o in Turchia, piuttosto che a Torino. Che un lavoratore in queste condizioni che voti sì, lo capisco pienamente. Ma un esponente politico che proviene dal movimento operaio che se ne esce con una dichiarazione di questo tipo che contraddice qualsiasi principio di rispetto della persona umana, è uno spettacolo indecoroso.

Come rispondere al “ricatto” della delocalizzazione? Si risponde guardando quello che succede in paesi come la Germania o come la Francia in cui questo tipo di ragionamento non ha molto spazio. Il sindacato e gli operai tedeschi hanno ceduto su alcuni punti, hanno accettato di fare alcuni sacrifici, non hanno mai rinunciato alla propria dignità e ai propri diritti, hanno dei salari che sono di un 30/40% a volte anche 50% superiori a quelli dei lavoratori italiani, hanno un’imprenditoria che ha giocato le proprie carte non nei gironi più bassi del mercato internazionale a un alto livello con buoni investimenti di ricerca e sviluppo, con innovazione tecnologica, con una maggiore dignità dell’imprenditoria e dei sindacati.

In Italia manca la dignità degli imprenditori e dei sindacati. Marchionne fa l’americano. Si diceva che la FIAT si era comprata la Chrysler, è invece evidente che è la Chrysler che si è annessa alla FIAT. La localizzazione in Italia è una variabile dipendente da quello che si decide a Detroit e noi siamo una colonia.

da cadoinpiedi.it

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Caso Battisti: ecco perché stiamo con Lula

Siamo un certo numero di italiani residenti all’estero, dove lavoriamo nell’insegnamento e nella ricerca, a stupirci dell’atteggiamento dei media e dell’“opinione pubblica” del nostro paese di fronte al “caso” Cesare Battisti. Anais Ginori su Repubblica del 2 gennaio sembra ad esempio stigmatizzare l’“esultanza degli intellettuali francesi” (arbitrariamente identificati con Bernard-Henri Lévy et Fred Vargas) di fronte al rifiuto di estradare Battisti, deciso dal presidente brasiliano Lula da Silva. Quanto alle forze d’opposizione all’attuale governo Berlusconi, siamo particolarmente sorpresi nell’apprendere di come alcuni parlamentari del PD si ricordino all’improvviso della loro matrice ideologica, appellandosi inopinatamente al presidente Lula in quanto “uomo di sinistra”, beninteso al solo scopo di chiedergli ragione del suo gesto di cautela nei confronti dei diritti di un detenuto.

Contrariamente a quanto scritto e detto, noi crediamo che la decisione del presidente brasiliano uscente non sia l’effetto d’un giudizio superficiale e frettoloso sul nostro paese, bensì il risultato d’una valutazione approfondita e pertinente della situazione politica e giudiziaria italiana. Il Brasile è l’ultimo di una lunga lista di Paesi, dopo Grecia, Svizzera, Francia, Gran Bretagna, Canada, Argentina, Nicaragua, che rifiutano di collaborare con la giustizia italiana. Sarà un caso? In effetti, l’accanimento del governo italiano nel chiedere l’estradizione di Cesare Battisti si configura oggi più come la volontà d’esorcizzare un nemico vinto (quasi si trattasse di un’ossessione da rimuovere), che come una sobria, autentica esigenza di giustizia. Stupisce, in particolare, una tale perseveranza “giustizialista” da parte di un esecutivo tragicamente incapace di far luce sulle stragi degli anni sessanta e settanta, unanimemente considerate dagli storici come le « madri » di tutti i terrorismi. Ricordiamo come le sentenze assolutorie “zero responsabili” sulle stragi di piazza Fontana a Milano e Piazza della Loggia a Brescia siano state definitivamente sancite, rispettivamente dalla Suprema Corte di Cassazione il 3 maggio 2005 e, più recentemente, dalla Corte d’Assise il 16 novembre 2010. Altro che magistratura arcigna garante dell’imparzialità dello stato, come suggerito recentemente da Alberto Asor Rosa in uno dei suoi frequenti interventi sulle colonne del Manifesto! Una tale differenza di trattamento nell’accertamento delle responsabilità, che non può non saltare agli occhi dell’opinione internazionale, non è solo l’effetto della permanenza endemica, in Italia, di una classe di governo corrotta o addirittura parafascista (dall’ex squadrista Alemanno, sindaco di Roma, al tracotante ex missino La Russa, ministro della Difesa). No, questa tara originaria è innanzi tutto il frutto della politica d’emergenza che ha rappresentato il leitmotiv della politica italiana del dopoguerra e in cui la sinistra stessa si è lasciata irretire, fino a morirne per una consolidata incapacità di proporre un’alternativa globale ad un assetto tardo-capitalistico subito come una fatalità, quando non compiacentemente assecondato.

Questa prolungata “emergenza” è all’origine del coinvolgimento di interi settori dello stato negli atroci nodi criminali che hanno insanguinato il passato recente della storia nazionale, frenandone l’emancipazione sociale e inficiandone antropologicamente, molecolarmente la quotidianità. Fatto altamente significativo, la classe politica attualmente al comando in Italia è l’erede diretta di questi poteri un tempo occulti (« Piano solo », « Gladio », « P2 »), ma ormai definitivamente sdoganati e ben decisi a occupare il terreno politico e mediatico, per difendere i propri interessi vitali minacciati : quelli di una vita ridotta ad una pura, assurda assiomatica imprenditoriale. L’ « anomalia italiana » non è altro che il risultato di questa sistematica subordinazione degli organi garanti del diritto all’« eccezione » del comando politico e al suo diktat selvaggio sulle coscienze. Basti pensare che una delle più alte magistrature della repubblica, seconda solo a quella del Presidente Giorgio Napolitano, è oggi affidata ad un « tycoon » mediatico la cui « accumulazione primitiva », nel corso degli anni sessanta e settanta, è stata caratterizzata da quelli che definiremo eufemisticamente « illeciti comprovati ».

Pensiamo quindi che il pesante coinvolgimento dello stato italiano nella guerra civile « guerreggiata » che ha avuto luogo in Italia negli anni settanta, parallelamente al conflitto (non solo, non sempre « freddo ») inscenato da due blocchi internazionali opposti quanto parzialmente speculari, renda impossibile lo scioglimento del nodo storico emerso col « caso » Battisti nel quadro delle istituzioni e delle leggi attualmente vigenti in Italia. Solo un provvedimento che riconosca le enormi responsabilità dello stato nella degenerazione dello scontro politico fra gli anni sessanta e ottanta, e non la grottesca esibizione dell’orgoglio nazionale a cui stiamo assistendo in questi giorni, può permettere all’Italia di uscire dal « deficit » di credibilità internazionale che ne intacca fatalmente l’immagine. Fintantoché tale provvedimento non avrà avuto luogo, giustizia non potrà esser fatta e le domande d’estradizione per gli ex terroristi appariranno fatalmente come scorciatoie vessatorie, quando non come tentativi menzogneri di riscrivere la storia.

Saverio ANSALDI – Università di Montpellier III

Carlo ARCURI – Università di Amiens

Giorgio PASSERONE – Università di Lille III

Luca SALZA – Università di Lille III.

da uninomade 2.0    5 gennaio 2011

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In centomila con la Fiom. Firma anche tu l’appello di Camilleri, Flores d’Arcais e Hack

Centomila firme, per un sito come il nostro, sono un OBIETTIVO “IMPOSSIBILE”, anche se avessimo il sostegno di link importanti. Ne abbiamo raccolte in passato fino a ventimila (19916) per l’appello in solidarietà con Marco Travaglio, accusato da Fabrizio Cicchitto in Parlamento di "terrorismo mediatico", in un clima di mobilitazione delle più importanti testate contro la legge-bavaglio, mentre in piazza su questo tema si era speso anche Roberto Saviano.
Eppure riteniamo necessario provare a realizzare questo OBIETTIVO “IMPOSSIBILE” perché siamo convinti che sulla “abrogazione” della Fiom che Marchionne sta cercando di imporre, si giochi una partita cruciale per la difesa dei più elementari e intrattabili diritti e libertà costituzionali. Per questo vi chiediamo di non limitarvi a firmare l’appello , ma di mobilitarvi per farlo firmare a tutti i vostri amici, per inserirlo nei vostri blog, per farlo girare in modo “virale”, come si usa dire, su quanti più siti siete in grado di raggiungere, partecipando a discussioni, forum e altre forme di intervento.
Proviamo a realizzare questo “IMPOSSIBILE” entro il 28 gennaio, giorno dello sciopero nazionale dei metalmeccanici, a dimostrazione che la parte più coerentemente democratica della società italiana ha capito che la lotta della Fiom è una lotta che ci riguarda tutti.

L’APPELLO

"Il diktat di Marchionne, che Cisl e Uil hanno firmato, contiene una clausola inaudita, che nemmeno negli anni dei reparti-confino di Valletta era stata mai immaginata: la cancellazione dei sindacati che non firmano l’accordo, l’impossibilità che abbiano una rappresentanza aziendale, la loro abrogazione di fatto. Questo incredibile annientamento di un diritto costituzionale inalienabile non sta provocando l’insurrezione morale che dovrebbe essere ovvia tra tutti i cittadini che si dicono democratici. Eppure si tratta dell’equivalente funzionale, seppure in forma post-moderna e soft (soft?), dello squadrismo contro le sedi sindacali, con cui il fascismo distrusse il diritto dei lavoratori a organizzarsi liberamente.
Per questo ci sembra che la richiesta di sciopero generale, avanzata dalla Fiom, sia sacrosanta e vada appoggiata in ogni modo. L’inaudito attacco della Fiat ai diritti dei lavoratori è un attacco ai diritti di tutti i cittadini, poiché mette a repentaglio il valore fondamentale delle libertà democratiche. Ecco perché riteniamo urgente che la società civile manifesti la sua più concreta e attiva solidarietà alla Fiom e ai lavoratori metalmeccanici: ne va delle libertà di tutti".

Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Margherita Hack

Primi firmatari: don Andrea Gallo, Antonio Tabucchi, Dario Fo, Gino Strada, Franca Rame, Luciano Gallino, Giorgio Parisi, Fiorella Mannoia, Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Lorenza Carlassarre, Sergio Staino, Gianni Vattimo, Furio Colombo, Marco Revelli, Piergiorgio Odifreddi, Massimo Carlotto, Valerio Magrelli, Enzo Mazzi, Valeria Parrella, Sandrone Dazieri, Angelo d’Orsi, Lidia Ravera, Domenico Gallo, Marcello Cini, Alberto Asor Rosa, don Paolo Farinella.

FIRMA L’APPELLO

newsletter@micromega.net   4 gennaio 2011

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Far saltare con la lotta l’accordo-capestro di Mirafiorie bocciarlo al referendum.Generalizzare lo sciopero del 28 gennaio

Dopo Pomigliano, la FIAT e i sindacati collaborazionisti hanno raggiunto un’intesa su Mirafiori con la quale si intensifica lo sfruttamento, si cancellano il CCNL, i diritti e le libertà politiche e sindacali, in primo luogo il diritto di sciopero. L’accordo-capestro di Mirafiori, dimostra che per trovare una via di uscita dalla crisi in cui si contorce il mondo capitalistico, per accaparrarsi il massimo profitto, i padroni ricorrono alla spoliazione e all’oppressione più gravose degli operai.
Il grande capitale, utilizzando il ricatto occupazionale e servendosi delle leggi antioperaie approvate dal governo Berlusconi, cerca di dividere maggiormente la classe operaia, di ridurre il suo misero salario, di peggiorarne ancor più le condizioni di lavoro (ritmi e turni massacranti, abolizione pause, aumento dell’orario, etc.), di privarla dei suoi diritti democratici, di distruggere tutte le organizzazioni che si oppongono all’attacco padronale.
L’unico rilancio che gli operai FIAT vedranno è quello dello sfruttamento e del dispotismo padronale. Sottomissione completa, ma senza nessuna garanzia occupazionale per il futuro. Il monopolio della famiglia Agnelli è il battistrada dell’offensiva capitalista e della reazione politica in Italia. I diktat di questi parassiti che vivono sulla spalle degli operai vanno a vantaggio di tutti i padroni e colpiscono tutti i proletari, perchè annullano decenni di conquiste e impongono un modello neocorporativo di relazioni industriali da estendere alle altre realtà lavorative.
E’ un «passaggio d’epoca», grida esultante la grande borghesia capitalistica. E’ un «accordo storico», le fanno eco i suoi tirapiedi politici e sindacali, i vari Sacconi, Bonanni e Angeletti. Ma hanno fatto male i loro conti. Possiamo anche noi proletari cominciare a realizzare un nostro «passaggio d’epoca». La politica degli accordi a perdere, dei cedimenti seguita dai vertici sindacali e dalle direzioni dei partiti riformisti e socialdemocratici ha finora legato le mani alla classe operaia, ha diviso le sue file, ha indebolito le forze di fronte il nemico di classe passato all’attacco.
La classe operaia e gli altri lavoratori sfruttati possono respingere l’offensiva capitalista realizzando il fronte unico di lotta contro il capitalismo. Per far saltare il piano Marchionne e gli accordi separati occorre un salto di qualità, occorre prendere la strada della lotta più decisa ed unitaria, sulla quale soltanto può vincere la classe operaia. Le disquisizioni sulla legittimità o meno dell’intesa servono a poco. Gli operai di Mirafiori sono chiamati a bocciare l’accordo, votando compatti NO al referendum. Più si esprimerà la loro netta opposizione al diktat di Marchionne, più gli operai rafforzeranno le proprie posizioni. Ma non possono essere lasciati soli in questa battaglia che riguarda tutti gli sfruttati. E’ l’intera classe operaia che deve mobilitarsi. Ed attorno agli operai deve stringersi la più vasta solidarietà degli altri lavoratori, degli studenti, di tutti gli strati popolari colpiti dalla crisi capitalistica.
Generalizziamo dunque lo sciopero di 8 h. indetto dalla FIOM per il 28 gennaio per rifiutarci di pagare la crisi, respingere gli accordi separati e battere il governo Berlusconi e i suoi complici: tutti i sindacati e gli organismi sociali che resistono all’attacco padronale ed alla reazione politica devono convergere su questa giornata di lotta. Uniamoci e lottiamo contro lo sfruttamento capitalistico, contro i licenziamenti, per la difesa dei posti di lavoro, l’aumento dei salari, la difesa e l’estensione dei diritti democratici e sindacali dei lavoratori, per il fronte unico di tutti i proletari in lotta. Sono i lavoratori a decidere chi li rappresenta, non i padroni.
La classe operaia non deve limitarsi nelle sue rivendicazioni. Il tempo delle illusioni è finito, i mali del capitalismo non sono curabili. L’unica vera e duratura via di uscita dalla crisi del sistema
capitalista passa per il suo rovesciamento, e l’edificazione del socialismo. E’ ora che gli elementi migliori del proletariato rompano completamente e definitivamente con il riformismo e l’opportunismo e si uniscano con i marxisti-leninisti per ricostruire il partito comunista.

29 dicembre 2010
Piattaforma Comunista

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