Nazi-affittopoli

A Milano c’è anche un’Affittopoli nazista. Non ci sono solo gli appartamenti di enti pubblici concessi a prezzi di favore agli amici della politica con qualche santo in paradiso. C’è pure la sede quasi regalata al gruppo degli Hammerskin, coperti dalla sigla “Lealtà-Azione”. Se gli skinhead si considerano “l’élite giovanile proletaria”, gli Hammerskin vogliono essere “l’élite dell’élite”, i migliori tra gli skinhead, scelti tra quelli che più si distinguono per l’orgoglio di essere skin, la fedeltà ai valori, l’amore per le tradizioni. Nuovi cavalieri di un Medioevo postmoderno, sempre pronti a combattere per la Tradizione, crociati già schierati in difesa dell’Europa bianca e del Sacro Sepolcro in cui riposano Valori ormai ridotti a scheletro.

Sono i più decisi fautori della “supremazia della razza bianca”, nati nella seconda metà degli anni Ottanta da una costola del Ku Klux Klan a Dallas, nel Texas, e poi dilagati in Europa, tra concerti di musica pesante e abbondanti bevute di birra. Simbolo, tatuato sul corpo dopo un lungo percorso iniziatico, i due martelli in marcia tratti dal film The Wall, in cui Alan Parker veste d’immagini le musiche dei Pink Floyd. Ma gli Hammerskin ne rovesciano il senso e le intenzioni: il loro doppio martello rappresenta la forza irresistibile in marcia per abbattere i muri che proteggerebbero le minoranze etniche e religiose che minano la Tradizione e la supremazia della Nazione bianca.

L’ottobre scorso ha fatto scandalo il convegno organizzato da “Lealtà-Azione” su Léon Degrelle, criminale di guerra e comandante di una divisione delle Waffen-SS: a Milano, in una sede gentilmente concessa dall’Aler di Milano (l’ente che gestisce le case popolari). Adesso, dopo molte e reiterate insistenze del consigliere regionale dell’Italia dei valori Stefano Zamponi, l’Aler ha dovuto scoprire le carte. Ha così finalmente consegnato la documentazione sul contratto d’affitto del negozio di viale Brianza 20, a Milano, offerto come sede a “Lealtà-Azione”. Vi si scopre che lo spazio è stato concesso a trattativa privata: dunque il gruppo nazista è stato scelto espressamente. L’affitto è un vero regalo: 3.302 euro l’anno.

L’intestatario del contratto è Norberto Scordo, leader degli Hammerskin italiani, che ha una storia di tutto rispetto. È stato condannato, insieme ai due fratelli Alessandro e Franco Todisco, per aver aggredito nel 1992 a martellate (appunto) due giovani, un ragazzo e una ragazza di 18 anni, appena usciti dal Centro sociale Leoncavallo. In seguito è stato arrestato per aver pestato a sangue alcuni punkabbestia, alle colonne di San Lorenzo. Processato per direttissima, è stato condannato a sei mesi di carcere.

Ma chi c’è dietro Scordo e la sua banda di fan di birra e nazirock? Alcuni politici del Pdl che fanno da ponte tra il partito di Silvio Berlusconi e le frange neonaziste. Tra questi, Marco Osnato, consigliere comunale a Milano e genero di Romano La Russa, che poi è il fratello del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Osnato è consigliere dell’Aler, è colui che ha permesso che la trattativa privata approdasse a un bel contratto. Tante associazioni di volontariato e d’impegno civile a Milano non riescono a ottenere una sede. Grazie alla spinta di Osnato, invece, gli Hammerskin di Scordo & camerati hanno trovato casa.

Il Fatto Quotidiano, 24 febbraio 2011

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Fortezza Italia

Siamo in attesa, ma non si sa di cosa. Deve passare la nottata, ma nessuno sa quanto sia lunga e nera la notte e, in fondo, non ci importa. Dalla nostra fortezza, avamposto in rovina, appartamento di periferia o in centro città, osserviamo l’orizzonte attraverso la malia della televisione. Voci familiari di perfetti sconosciuti ci tengono compagnia ogni sera. Interpretano gli accadimenti alle nostre frontiere e anche i pericoli, e insieme ad essi le soluzioni. Noi, come è ovvio, non ci crediamo più, né ai pericoli, né alle soluzioni. I pericoli sono ben più minacciosi, già dentro i nostri confini, e le soluzioni sono giochi di prestigio di chi non può che perpetuare il proprio potere, non ha del resto scelta. Le falsità di cui ci circondiamo sono troppo evidenti e prolungate, ma quel futuro così minaccioso non si può affrontare ora, con queste miserabili armi, senza una strategia, senza un’oncia, o anche un solo grammo, di coraggio. La fortezza è accogliente, non ci manca nulla a parte la libertà e la conoscenza. L’attesa ci consuma come delle candele, ma il loro calore è sufficiente per rimandare anche il più piccolo esame di coscienza.
Dal deserto che si estende ininterrotto di fronte alle mura, in cui ci siamo rinchiusi per viltà o per scelta, non verrà nessuno, non formidabili e spietati nemici, non amici in nostro soccorso con le armi della democrazia e della libertà, due parole di cui crediamo di sapere il significato, ma che abbiamo mutato, più o meno inconsciamente, in dittatura e servilismo. L’attesa deve durare per sempre, resistere (a chi?) è il nostro unico e vero obiettivo. Il tempo dell’attesa dura da generazioni, una dopo l’altra cancellate come le stelle dalla luce del mattino. Nella fortezza c’è ancora abbastanza cibo, ma i più giovani spesso partono per delle terre straniere senza fare più ritorno. Sono milioni ormai.
La fortezza invecchia insieme ai suoi abitanti e le sue mura cominciano a sgretolarsi, si dice che avvenga per tutte le fortezze, che sia una regola universale, che nessuna fortezza sia eterna, che nessuna attesa sia per sempre. Il muro di Berlino è caduto, e ora le fortezze del Maghreb, una dopo l’altra. Ma è dolce l’attesa, pur con il boato dei primi crolli. Quel nemico, che mai apparirà da territori sconosciuti, siamo in realtà noi, ma è così rassicurante pensarlo diverso, lontano.

da www.beppegrillo.it      27 febbraio 2011

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Lo stomaco è rivoluzionario

Quando i francesi chiesero più pane, Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, esclamò: "Se non hanno pane, che mangino brioches". Ne seguì la Rivoluzione con i suoi cesti di teste mozzate. Mubarak, Ben Alì e Gheddafi invece delle brioches hanno dispensato del piombo caldo al popolo. Qualche centinaio di morti tra i manifestanti non è comunque servito a fermare la rivoluzione nordafricana. Mubarak è stato colpito da infarto, Ben Alì è scomparso, forse deceduto, e Gheddafi si è riparato dietro ai cecchini e all’isolamento del suo Paese. Quello che sta avvenendo è un assalto ai forni o una rivoluzione per la democrazia, o entrambi? La miseria è rivoluzionaria? Lo stomaco è rivoluzionario?
Esiste un indice della miseria, il misery index, un indicatore economico, creato da Arthur Okun, che misura la povertà di uno Stato. L’indice è dato dalla somma della disoccupazione e dell’inflazione. Maggiore è l’indice, maggiore la miseria. Nell’ ultima classifica l’Egitto è al 6° posto, la Grecia (vicina al default) al 7° e la Tunisia al 9°. Una relazione è evidente. Ma chi compare ai primi quattro posti? Il Venezuela di Chavez è primo assoluto, seguono Sudafrica, Spagna e Pakistan. Questi Paesi sono tra gli indiziati per le rivolte prossime venture, più o meno violente. Sorprende la posizione negativa della Spagna, così come quella strabiliante dell’Italia, 23esima con un indice migliore della media UE e di Francia, Inghilterra e Repubblica Ceca. Finalmente un dato positivo. Spezziamo le nacchere alla Spagna (22 di indice della miseria) con un 10, 1, meno della metà (fonti: Eurostat e IMF).
Il nostro indice, riferito all’anno 2010, è composto da 1,5% di inflazione e 8,6% di disoccupazione. Ma questi dati esistono solo nei libri dei sogni tremortiani. Infatti, la stessa Istat ha fornito un dato per la disoccupazione del 12% (3,4% in più di quella ufficiale), ma in realtà, se si considera chi il lavoro non lo cerca più, è intorno al 14%. L’inflazione è calcolata su un paniere che non tiene conto del reale costo della vita. Chi paga bollette, riscaldamento, benzina, pedaggi autostradali e beni di prima necessità sa benissimo che l’aumento dell’inflazione vale almeno il 5% annuo (3,5% in più di quella dichiarata). Se sommiamo soltanto la maggiore disoccupazione Istat, l’Italia arriva al 13,5, vicino a Irlanda e Portogallo. Se proseguiamo, addizionando il 2% in più di disoccupati scoraggiati, arriviamo a 15,5, a un’incollatura da Turchia e Tunisia. Infine, se valutiamo l’inflazione percepita giungiamo alla vetta di 19 come indice della miseria, quinti assoluti a pari merito con l’Egitto e prima della Grecia.
Ai tempi di Bottino Craxi c’era l’ottimismo della volontà, oggi c’è l’ottimismo della disperazione. Al popolo non si danno più brioches, ma balle. Chissà come andrà a finire questa volta.

da www.beppegrillo.it       20 febbraio 2011

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Mininotiziario America Latina dal basso n 72011 – 08/02/2011

SOLLAZIAMOCI PURE CON BALLARO’ E DINTORNI…

LIBERIAMOCI DI BERLUSCONI E CONSEGNAMOCI GIULIVI E CONTENTI (O MEGLIO: FINIAMO DI CONSEGNARCI) ALLO STATO PADRINO-PADRONE DELL’OCCIDENTE

NON PENSIAMO ALLA PERDITA DI SOVRANITA’ NE’ ALLE 16 GUERRE CHE IL COMPLESSO GEORGE SOROS/ICG/FOREIGN POLICY/GIDEON RACHMAN RITENGONO POSSIBILI NEL 2011

STRANO CHE CERTE NOTIZIE CI ARRIVINO DAL SUDAMERICA…

[Ad evitare malintesi, non è che ci piaccia ovviamente essere governati da costui; non ci piace che (quasi) tutta la politica progressista non riesca ad elaborare richieste ad es di “sovranità nazionale” come ha fatto nei giorni scorsi la sinistra radicale spagnola: via le basi militari straniere dal paese!. Come pure uno straccio di politica alternativa e emancipatoria…]

Il ministro degli esteri argentino Héctor Timerman nei giorni scorsi ha denunciato l’esistenza di 5 sedi dell’ILEA, la International Law Enforcement Academy, l’ennesima attività del governo statunitense per sostenere la democrazia, la sicurezza e il libero mercato. (telesurtv.net/index.php/ programacion/ noticias/entrev-reportajes/…).

Basicamente l’attività si svolge attraverso corsi di 8 settimane, 5 volte l’anno, per “mid-level law enforcement officers”, cioè gradi intermedi delle forze di polizia (e presumibilmente dell’esercito). Inoltre viene fornito ad essi un corso annuale di 1 o 2 settimane sul terrorismo transnazionale, l’emigrazione illegale e il traffico di persone, ripetuto 15 volte per differenti “scolari”.

Secondo Wikipedia queste International Law Enforcement Academies, amministrate dall’United States Department of State Bureau of International Narcotics and Law Enforcement e dal Bureau of Diplomatic Security,  furono istituite nel 1995 dall’allora presidente Clinton (altro mito di certa sinistra…terzaforzista…) con il coivolgimento, fra gli altri, dei vari DSS, DEA, ATF, FBI, ICE, FLETC, e DOI statunitensi.
Una versione “Tascabile” e decentrata della famosa Escuela de las Americas, trasferita anni or sono da Panama a Fort Benning in Georgia (USA), col cambiamento di nome, preoccupante per noi, di “Istituto di cooperazione e sicurezza dell’emisfero occidentale” (Whinsec).  In effetti ILEA è presente nei 5 continenti: Europa (ILEA Budapest), Asia (ILEA Bangkok), Africa (ILEA Gaborone in Botswana) e America latina (ILEA San Salvador). Completa il circuito, ILEA Roswell in New Mexico, USA. Di queste una è in America latina, a El Salvador, con una filiale a Lima in Perù. Vedi
Torniamo alla denuncia del ministro argentino, che riguarda fatti gravi in casa propria: ILEA paga “corsi di tortura” e “tecniche di colpi di Stato” a poliziotti di Buenos Aires. Il problema è che i poliziotti bonaerensi vengono addestrati all’insaputa del proprio governo. Uno strano modo di “rinforzare le istituzioni”.
Naturalmente se andate sui siti delle 5 ILEA trovate enunciate le nobili intenzioni di contribuire a combattere il terrorismo e il narcotraffico ed altre malefatte minori (a El Salvador ad es. neutralizzare le terribili pandillas giovanili che terrorizzano le città centroamericane), in Ungheria vengono addestrati fino a 130 “delegati” per volta appartenenti a paesi ex-socialisti –“regione estremamente fragile e sedi di molteplici attività criminali-.in “programmi accademici”di 8 settimane o più brevi. Il direttore è un funzionario dell’FBI e il suo aggiunto è un funzionario del Diplomatic Security Service  del Dipartimento di Stato. Il personale locale invece è selezionato e stipendiato dalla locale ambasciata statunitense.
Tutto col beneplacito della Comunità Europea? E come mai la cosa appare solo ora e per la denuncia di un ministro argentino? Oppure ci eravamo distratti?
Frankie Flores (proyectoaltoalaimpunidad.blog.com) in El Salvador cominciò a denunciare l’ILEA fin dal giorno della sua inaugurazione e in particolare le attività di addestramento alla tortura praticate a Fuerte Huachuca, dove vennero formati anche i torturatori di Abbu-Graib. Inutile dire che ha ricevuto numerose minacce di morte.

Se poi volete dilettarvi a spulciare le attività delle varie istituzioni statunitensi dedite a promuovere la pace potete consultare i siti della rivista Foreign Policy, dell’ International Crisis Group (ICG), di George Soros –“imprenditore, politico, filosofo e filantropo ungherese naturalizzato statunitense (Wikipedia)” con tanto di laurea honoris causa dell’Università di Bologna- e delle sue benefiche istituzioni : Open Society Institute (OSI) e  Soros Foundation.

Troverete così elencate le 16 possibili guerre del 2011, di cui 5 in America Latina (Colombia, Messico, Haiti, Guatemala e Venezuela. Guerre che tali impareggiabili benefattori si impegnano per scongiurare, ma con non molta credibilità, come acutamente analizza attraverso le loro azioni ALFREDO JALIFE-RAHME in una serie di tre articoli su la Jornada (2 e 5 gennaio e 1 febbraio scorsi).
PS Ah, dimenticavo. Il responsabile nazionale Diritti Umani in El Salvador, è sul libro paga della locale ILEA.

A cura della Fondazione Neno Zanchetta

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Articolo di Saverio Ferrari

Dal 24 al 27 marzo prossimo si terrà a Torino il 15° congresso nazionale dell’Anpi.
Una scadenza importante per l’antifascismo e per tutta la sinistra. A oggi sono ancora in corso molti congressi di sezione, mentre tra febbraio e i primi di marzo si svolgeranno le principali assise provinciali. Un lungo percorso iniziato lo scorso settembre con il varo da parte del Comitato nazionale del documento politico-programmatico.
L’Anpi sta vivendo, in questi ultimi anni, una stagione nuova, dopo la decisione nel 2006 al congresso di Chianciano di consentire il tesseramento a pieno titolo e l’ingresso nei gruppi dirigenti degli antifascisti delle generazioni successive alla Lotta di Liberazione. L’associazione si è irrobustita ed è fortemente cresciuta in termini di iscrizioni e di copertura territoriale, garantendo ormai la propria presenza in tutte le province italiane, mezzogiorno compreso. La crisi dei partiti ha anche avuto come conseguenza che l’Associazione dei partigiani italiani venisse sempre più individuata come uno dei luoghi possibili dell’impegno politico e civile. L’obbiettivo di superare i 150 mila iscritti nel 2011 non è in questo senso per nulla velleitario.
Questo congresso rappresenterà un momento di forte discontinuità con il passato, segnando, in primo luogo, il passaggio definitivo verso un nuovo gruppo dirigente che per la prima volta dal dopoguerra non sarà più composto in prevalenza da ex partigiani combattenti. Così nelle federazioni provinciali. Un evento storico. Sarà anche il primo congresso, dopo tanti anni, di dibattito vero, per nulla scontato, con emendamenti, mozioni e ordini del giorno non rituali. Non potrebbe essere diversamente dato il quadro radicalmente mutato dal congresso precedente. Eravamo nel febbraio del 2006, quando il centro-sinistra si apprestava a vincere le elezioni, la sinistra comunista si disponeva ad entrare a pieno titolo nella coalizione governativa e i Ds non si erano ancora fusi con la Margherita, trasformandosi nel Pd. Da allora troppe cose sono cambiate. Inevitabile, dunque, un confronto a tutto campo.
Il documento programmatico, da questo punto di vista, presenta diverse luci ma anche alcune ombre che speriamo possano presto dissiparsi nel dibattito congressuale. La proposta politica di fondo, ovvero la necessità di «un’intesa fra tutte le forze democratiche» al fine di fronteggiare l’emergenza democratica, è pienamente condivisibile ed è centrale rispetto a un giudizio positivo riguardo al documento stesso. Così l’analisi del momento italiano, con l’allarme per lo «svilimento del lavoro sempre più privato dei diritti», per la “questione morale”, per la deriva dell’istituzione scolastica, sempre più «fabbrica del precariato», per gli attacchi alla magistratura e alla libera informazione, «volto a dar luogo a un potere governativo autoritario». Da qui la difesa dei principi contenuti nella Carta Costituzionale, a partire dalla valorizzazione della funzione del Sindacato, del «lavoro come fondamento della Repubblica», fino al «ripudio della guerra», ma anche l’individuazione della necessità urgente di una riforma elettorale.
Mancano a completare questo quadro, per certi aspetti inspiegabilmente, ogni riferimento agli attacchi di taglio revisionista condotti in questi anni, con sistematiche campagne mediatiche, di denigrazione della Resistenza, ma soprattutto un esame più puntuale della natura delle destre italiane, prive con ogni evidenza, nella loro gran parte, di una reale cultura democratica e antifascista, ben diverse dalle destre conservatrici di stampo europeo. Prova ne sono gli accordi elettorali e politici stretti con formazioni dichiaratamente neofasciste o la riabilitazione, anche con l’intestazione di piazze o vie, a caduti repubblichini parificati a quelli partigiani. Scelte attuate prima da Forza Italia e Alleanza nazionale, ora dal Pdl con l’apporto sempre decisivo della Lega nord. La scissione di Fini dal Pdl non ha mutato questa realtà. Per certi versi l’ha invece confermata, evidenziando come la trasformazione dell’Msi in Alleanza nazionale sia sostanzialmente fallita e con essa i tentativi di evoluzione “democratica” delle destre italiane o quantomeno della loro parte più rilevante.
Così dicasi, sempre nel documento, per quel che riguarda la situazione assai grave dello sviluppo delle organizzazioni neofasciste in Italia, un tema neanche menzionato, con il sempre più grave aumento delle aggressioni ai danni dei giovani di sinistra, delle loro sedi, ma anche nei confronti di immigrati e omosessuali.
Ma ciò che maggiormente suscita perplessità è una sorta di chiusura nei confronti delle nuove realtà giovanili, dai centri sociali alle reti antifasciste. Quasi un’incomprensione a cogliere come in questi anni, a fronte della deriva a destra del Paese e delle sue precipitazioni razziste e xenofobe, sia cresciuta una nuova leva di antifascisti, quasi sempre fuori dall’Anpi. Forse non a caso. Una realtà su cui riflettere, con cui cercare un dialogo, evitando ogni demonizzazione. Da qui passerà anche la stessa capacità dell’associazione di aprirsi in concreto alle nuove generazioni e rinnovarsi. Decisamente fuori luogo in questo senso nel documento il riferimento alla “violenza” unicamente per stigmatizzare alcune isolate contestazioni a Milano e Roma in occasioni dell’ultimo 25 aprile. Contestazioni assai criticabili e discutibili, riconducibili comunque alla scelta di celebrare la Resistenza con figure istituzionali spesso impresentabili. Un tema serio che andrebbe affrontato senza manifestare insofferenze, che attiene al rapporto non solo con le nuove generazioni ma anche con chi nella società civile si batte da anni contro il degrado istituzionale, come il movimento antimafia di Palermo che ultimamente, nelle celebrazioni in onore di Falcone e Borsellino, ha rifiutato la presenza della seconda carica dello Stato. Le istituzioni sono anche chi le rappresenta e chi le rappresenta è spesso anche chi al tempo stesso vorrebbe cancellare la Costituzione, la memoria della Lotta di Liberazione, si allea con i fascisti e li sostiene. Chiedere all’Anpi un comportamento meno acritico e supino, meno piattamente istituzionale, significa, contrariamente a quanto si pensa, credere davvero nel progetto di rinnovamento democratico delle istituzioni, con una battaglia dal basso, anche attraverso la critica ai suoi, spesso, indecorosi rappresentanti. Recentemente a Milano, al campo dei caduti partigiani, come in alcune celebrazioni della Resistenza, si è dovuto assistere agli interventi di esponenti istituzionali che solo poche settimane prima aveva finanziato iniziative neofasciste o erano state dalla magistratura intercettate per i loro rapporti con la criminalità organizzata. Un insulto.

da Liberazione del 12 febbraio 2011

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Svastica Verde: Il lato oscuro del Va’ pensiero leghista di W. Peruzzi e G. Paciucci, Editori Riuniti

nsieme alla Lega è cresciuta, in questi anni, la letteratura sull’argomento: il dibattito si è arricchito di analisi e saggi, spesso pregevoli, sulle origini del movimento leghista, sulla sua storia e le sue svolte. Sui fattori di disagio o di crisi che il Carroccio ha sfruttato per affermarsi. Inoltre gli esponenti leghisti, che fino ai primi anni Novanta erano stati piuttosto snobbati da stampa e televisione, sono diventati ospiti fissi di molte trasmissioni ben disposte e accomodanti, che hanno contribuito a dipingere la Lega sotto una luce migliore.

Viene accreditata come radicamento e attenzione ai problemi del territorio la furbesca capacità della Lega di cavalcare le paure e di far leva sugli istinti per impossessarsi del potere e arraffare tutte le poltrone disponibili.

Vengono elogiati gli amministratori leghisti per la loro concretezza, nonostante qualche espressione o qualche comportamento ruvido, per usare un eufemismo, fatti passare come sano e ritrovato spirito popolare.

Vengono declassati a innocue e risibili sparate folcloristiche linguaggi, gesti triviali, gesti e comportamenti violenti, che ricordano le camicie nere e i cappucci bianchi del Ku Klux Klan, o altre camicie verdi di estrema destra, come le Croci frecciate ungheresi e la Guardia di ferro rumena.

Inoltre, mentre ad alcuni rappresentanti politici di altri movimenti o partiti viene applicata una censura immediata, a Bossi e ai suoi viene lasciata piena libertà di parola, o meglio, d’insulto: essere politicamente scorrettiè stigmatizzato per chi fischia o contesta il potere, mentre per il senatùr e gli altri esponenti leghisti la regola non vale.

Lo strumento più semplice e più diretto per contestare il quadretto idilliaco cui è ridotta la Lega Nord ci è parsa un’antologia. Ecco quindi “la Lega raccontata dalla Lega”, attraverso una raccolta sistematica e ampia, anche se ovviamente incompleta, di opinioni e dichiarazioni dei dirigenti leghisti, degli articoli de La Padania e delle proposte legislative, di iniziative nazionali e locali tratte dalla nuda cronaca, aggiornate ai primi giorni del dicembre 2010. Qualche volta si tratta di riflessioni e di ricostruzioni giornalistiche particolarmente efficaci.

Il risultato ci pare eloquente. La Lega si spiega da sé e il quadro complessivo smentisce tutte le sue tranquillizzanti rappresentazioni. Un movimento apparentemente pacifico, mosso da un onesto desiderio di garantire ai cittadini legalità, sicurezza, decentramento, federalismo e snellimento della macchina burocratica, cala la maschera, mostrando, invece, i lineamenti inconfondibili e brutali di un movimento eversivo, razzista e tendenzialmente totalitario, che ha come unico obiettivo la conquista e la gestione dispotica del potere. La Lega mira a una doppia occupazione: quella dell’immaginario, mediante una forte produzione simbolica, per ora vincente anche a causa del venir meno delle altre grandi narrazioni, e quella del territorio, mediante una lenta penetrazione per via elettorale o mediante alleanze e intese con lobbye centri di potere politico, economico e bancario.

Il carattere eversivo del movimento leghista è scritto nel suo stesso nome, che recita ancora oggi “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”. Un obiettivo riconfermato da Bossi appena qualche mese fa, nel settembre 2010, a Pontida. Il sovvertimento dell’ordine costituzionale, secondo cui la Repubblica è «una e indivisibile», resta lo scopo di un partito i cui massimi esponenti hanno giurato come ministri sulla Costituzione. Forse sarebbe più corretto dire spergiurato. Maroni, per esempio, è stato reclutatore nel 1996 della Guardia padana e per molto tempo è stato indagato insieme ad altri per banda armata: un ministro degli Interni che dovrebbe garantire, invece, la legalità e la sicurezza dello Stato.

Al secessionismo, proclamato in nome della Padania e dei padani, di una nazione e di un’etnia inesistenti (1), si accompagna un conclamato razzismo contro chi non è padano: che si tratti di romani, meridionali, immigrati, disabili e gay poco importa. Tutti diversi, quindi nemici. Tutti «fuori dalla Padania», oppure dentro quando e per quanto servano come mano d’opera da sfruttare in nero. Per poi magari essere tolti dalle graduatorie, se insegnanti o magistrati meridionali, come la Lega sogna. Peggio ancora se rom o migranti: espulsi, sgomberati ed esclusi dal diritto alla scuola, alla casa o alla salute. Meglio respingerli in mare, negando loro diritto all’asilo e mandandoli a sicura morte in paesi come la Libia, che non rispettano i diritti umani (negati del resto anche in Italia ai migranti rinchiusi in zone di non diritto come i Cie).

Si tratta di un razzismo su base etnica, come quello nazista che si richiama alla razza ariana (2). Ad esso si accompagna un sessismo becero, analogo a quello del loro alleato e amico Berlusconi, che si serve delle battute o delle immagini più logore e dei più biechi luoghi comuni per ribadire l’assoluta supremazia del maschio, bianco s’intende. Tale razzismo si riflette in un’idea proprietaria del territorio e del potere, in base alla quale chi ha la maggioranza dispone delle istituzioni come vuole. Marchiando, per esempio, la scuola pubblica, le strade e i ponti con i simboli di partito. Seguendo il modello dei regimi totalitari. , appunto: da Adro a Buguggiate, da San Martino di Lupari a Castronno.

Che l’unico obiettivo del ceto politico leghista sia il potere, tanto odiato quanto invidiato e conteso a «Roma ladrona», è documentato anche dall’opportunismo senza princìpi che portò la Lega prima ad agitare in Parlamento il cappio, chiedendo l’intervento della magistratura contro i corrotti o invocando i rigori della legge contro «il mafioso di Arcore», poi a solidarizzare proprio con Berlusconi e a votare tutte le leggi ad personam necessarie per tenerlo fuori dalla galera insieme ai suoi parlamentari e sodali indagati per mafia o altri reati. È la stessa disinvoltura di cui la Lega dà prova servendosi strumentalmente della religione a fini di potere, passando dai matrimoni celtici e dal culto pagano del Dio Po alla campagna in favore del crocefisso e del presepio. Oppure dall’intesa con monsignor Fisichella e le solitamente compiacenti gerarchie vaticane in «difesa della vita» e contro la pillola Ru486 agli insulti contro l’«imam» Tettamanzi, troppo «accogliente» verso i musulmani. Doppia morale, dunque, in uno stile a metà strada tra le furbizie ingenuedi una maschera popolare(quella bergamasca di Gioppino, nata in funzione antinapoleonica, come ricorda la saggista francese Lynda Dematteo) e il più puro berlusconismo, di chi si sente sopra la legge e intoccabile perché investito di alte missioni. Doppio linguaggio anche: giustizialista se ci si trova all’opposizione, autoassolvente se si è al potere. Lampante il caso delle campagne a suo tempo condotte dalla Lega contro l’uso delle auto blu o per la soppressione delle Provincie: oggi sono utilizzate le une e difese le altre.

Naturalmente non sono mancati, nel corso dei decenni, manifestazioni di dissenso, seguite dall’espulsione o dall’uscita dal movimento di esponenti anche significativi, ora contrari alle svolte moderate (come i primi e più radicali dirigenti autonomisti), ora alle accelerazioni secessioniste (l’ex presidente della Camera Irene Pivetti o l’ex sindaco di Milano Mario Formentini), ora contrari alla deriva affaristica e poltronista, come l’ex parlamentare ed ex assessore alla sanità della Regione Lombardia, Alessandro Cè. Un dissenso sulla linea del partito è stato espresso, l’ottobre scorso, anche dal vice sindaco di Abbiategrasso, Flavio Lovati, che ha criticato una politica sull’immigrazione ridotta a parlare «alla pancia», definendo «fascista» la marchiatura della scuola di Adro, denunciando anche come la Lega si fosse «appiattita» sul berlusconismo e fosse diventata sempre più «romana». Ma né fuoriuscite, né manifestazioni di dissenso, peraltro duramente represse come quella di Lovati, subito rimosso dal suo incarico, sono valse finora a cambiare il volto di un partito secessionista, anticostituzionale, razzista, affamato di potere e di poltrone, illegale ed eversivo; sotto processo da quattordici anni per banda armata, ma autoassoltosi, avendo cancellato tale reato (3). In compenso, però, ha inventato quello d’immigrazione clandestina.

Tuttavia la Lega non sarebbe arrivata a prendere con il 10 per cento dei voti su scala nazionale il 90 per cento delle decisioni di governo, a infettare le istituzioni e a diffondere il razzismo dal Nord al Sud del paese, se non fosse stata coccolata a turno dalla destra e dalla sinistra. Se non fosse stata, dunque, legittimata a essere perno della politica italiana. È lo stesso Bossi a dire che la Lega «porta voti». Ma anche i media hanno la loro parte di responsabilità, avendo concesso agli esponenti della Lega uno spazio spropositato nei vari talk-show, tutti tesi a inseguire le dichiarazioni sopra le righe, il turpiloquio, le risse verbali e non che la Lega assicura, portando audience. È una grave responsabilità condivisa da politici, conduttori televisivi, intellettuali, se esponenti di un partito che vìola i principi della nostra Costituzione, attraverso la minaccia della secessione e l’incitamento all’odio razziale, siedono in Parlamento e se possono esibire perfino nel nome il loro scopo eversivo: “l’Indipendenza della Padania”.

L’augurio è che queste pagine aiutino a far comprendere meglio cosa sia la Lega e perché rappresenti, al pari degli altri partiti di estrema destra in ascesa in Europa, una minaccia mortale per la convivenza civile, da contrastare anche sul piano giudiziario, in Italia e davanti la Corte europea di Strasburgo, ma soprattutto su quello politico e culturale.

(1) I termini “Padania” e “padani” dovrebbero essere sempre scritti fra virgolette per non confonderli con regioni o popoli realmente esistenti. Ma, data la loro ricorrenza, ciò avrebbe appesantito la lettura. Si è quindi deciso di scriverli senza virgolette limitandoci ad avvertire qui che sono, come il Paese dei balocchi o il gatto con gli stivali, nomi di fantasia. (2) Sui legami diretti dei leghisti col nazional-socialismo si veda la postfazione di Annamaria Rivera. (3) E’ stato fatto l’8 maggio scorso infilando in un decreto sul “Codice dell’Ordinamento Militare” una norma con cui si abolisce il dl 14/2/1948 n. 43 che puniva «chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare», con scopi politici e compiendo o minacciando violenze.

da www.cattolicesimo-reale.it
7 febbraio 2011

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Berlusconi: un incontro che distrugge la vita

Non è facile incontrare Virginia Sanjust e parlare della sua relazione col presidente del Consiglio. Perché, come spiega lei, sono “ondate di ricordi che riportano a galla un dolore che ha rovinato la vita a me e alla mia famiglia”. L’ex annunciatrice di Rai1, che oggi vive in una comunità a Roma, mi riceve tremante e mi descrive Silvio Berlusconi come un uomo che “non si preoccupa dell’effetto che può avere sulle ragazze che fagocita nel suo mondo”. Anche se, ricorda, “una volta mi disse: ‘Virginia, ho paura di farti del male’…”.

Signora Sanjust, in questi giorni si parla di Sara Tommasi, un’altra giovane legata al premier che sembra molto fragile. Cosa ne pensa?
Io non compro i giornali, mi fanno stare male. Ma oggi, per la prima volta, il mio ex marito mi ha letto al telefono tutti gli sms di Sara.

Come mai?
Secondo lui c’è un’analogia tra i messaggi che io scrivevo a Berlusconi e quelli che manda Sara. Ossessivi e pieni di rabbia.

Si identifica?
Non saprei. Secondo il mio ex marito, Berlusconi riesce a fare impazzire le persone. La verità è che lui ti trascina in un mondo insostenibile.

La Tommasi ha raccontato che le mettevano droghe nei bicchieri per stordirla.
Che bisogno c’è? Quell’ambiente ti massacra, non c’è bisogno di alcuna droga. Se non fosse per lui, forse, io avrei ancora una famiglia, l’affidamento di mio figlio. Pensa che i giudici che me l’hanno tolto non siano stati influenzati da tutto quello che scrivevano i giornali, dal vedermi come l’amante di Berlusconi?

Lei ha frequentato il premier dal 2003 al 2006. Se ne pente?
Sì. Chi mi ridarà l’infanzia di mio figlio, che io non ho vissuto con lui? Questo rapporto è costato anche il lavoro a mio marito, e gli chiedo scusa. Per me era già eccessivo stare in televisione. L’incontro con Berlusconi, con quel potere enorme, è stato una cosa più grande di me.

Che cos’è successo?
A lui, nulla. Sembra che possa accadergli di tutto e lui ne esca comunque illeso. Per me invece è stato come fare il bagno in un fiume di fango.

Come mai?
Perdi il benessere, la dignità. Ero troppo giovane e lui mi ha schiacciata, ingannata. Ma oggi so che la responsabilità è anche mia: quando mi mandò le gardenie per complimentarsi del mio lavoro in tv, non avrei dovuto chiamarlo.

Invece lo fece e lui la invitò a pranzo. Si rendeva conto che avrebbe potuto essere rischioso?
Sì. Ma io venivo dalla campagna, non sono riuscita ad avere padronanza degli eventi.

Era lusingata dalle attenzioni del Cavaliere?
No. Non avevo né arte né parte, avevo solo letto il gobbo in tv: di cosa si complimentava? Lui, che è molto pragmatico, mi chiese: “Dimmi di te, raccontami chi sei”. Così venne fuori che avevo delle difficoltà economiche.

E Berlusconi, anche in questo caso, la aiutò.
No. Finché ho potuto, non ho preso un euro. Poi, quando la nostra storia uscì sui giornali, mi disse che dovevo lasciare il lavoro in Rai: ho cominciato ad accettare i suoi soldi e per un anno ho vissuto in casa sua, a Campo dei Fiori: gli avevo chiesto io di comprarla, so che la usa ancora.

Come si sentiva?
Malissimo, anche perché ho un rapporto difficile con il denaro. Sono molto orgogliosa. Lui pensa di aiutare le persone con i soldi: come mai lo fa solo con le ragazzine?

Secondo lei, Berlusconi è una persona buona o cattiva?
Mio nonno diceva che Berlusconi è una persona brava nel suo lavoro. Questo è tutto. Non ha intenzioni né buone né cattive.

Nel senso che fa quello che vuole senza riflettere?
Lui pensa a tutto, è una persona che controlla perfettamente la sua routine. Ma questo non vuol dire che gli interessi se fa del male a qualcuno. È imprigionato da tutto il potere che ha: può troppo.

Lei ne era innamorata?
Sì, a modo mio. Lo vedevo come un padre, mi proteggeva. E lui da me prendeva energia, entusiasmo. Gli raccontavo cosa diceva di lui la gente al bar.

Berlusconi, davanti a lei, ha mai frequentato altre ragazze?
Una sera mi invitò a cena e c’erano altre donne, bellissime. Mi rimase una sensazione di squallore addosso. Glielo chiesi, lui negò. Fu una delle ultime volte che lo vidi. Poi lo chiamai tante volte, gli mandai molte lettere: non mi ha mai risposto. Allora ho cercato di sopravvivere.

Oltre alle donne, anche i suoi fedelissimi, da Marcello Dell’Utri a Cesare Previti, hanno pagato al posto suo. Perché tutti quelli che gli stanno intorno ne escono così male?
Per preservare quello che ha, Berlusconi deve sacrificare gli altri. E continua a farlo, ne distrugge uno dopo l’altro. Lui è il contrario di Re Mida: tutto quello che tocca diventa cenere.
 
da il Fatto Quotidiano  14 febbraio 2011

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La Rivoluzione Egiziana

UNA LEZIONE PREZIOSA PER LA RIVOLUZIONE IN ITALIA

Ma la rivoluzione egiziana è e sarà soprattutto un terreno di chiarificazione esemplare sulla prospettiva della rivoluzione in Italia e su scala internazionale.

Ancora una volta, come già in Tunisia, ma su scala molto più ampia, la rivoluzione di massa si presenta come eruzione concentrata e improvvisa, sorprendente per i suoi stessi protagonisti. Chi avesse previsto solo pochi mesi fa una rivoluzione di massa in Egitto sarebbe stato “preso per matto” nello stesso Egitto, non solo in Italia. Tutto ciò è una risposta di metodo ai tanti “scettici” sulle prospettive della rivoluzione. Le rivoluzioni non sono “impossibili” per il fatto che il popolo “non ha coscienza”: perchè le rivoluzioni non nascono dalla coscienza, ma dal bisogno, dall’odio verso l’oppressione,dal sentimento della ribellione. Questi sentimenti prorompono ciclicamente come un vulcano assopito, quando una combinazione imprevedibile di fattori li risveglia e li innesca. E questo accade anche quando la coscienza è arretrata e confusa, sotto il peso di eredità culturali e ideologiche negative o sotto l’influenza di partiti controrivoluzionari. Il problema per i rivoluzionari non è di interrogarsi amleticamente sulla “possibilità” di una rivoluzione. Ma di costruire il partito che possa prenderne la testa quando verrà. E che al tempo stesso lavori in ogni lotta al suo possibile innesco, e soprattutto allo sviluppo della sua coscienza e organizzazione: che è la condizione decisiva per la vittoria della rivoluzione socialista.

“Non abbiamo più paura” è l’esclamazione più frequente che i giornalisti borghesi raccolgono oggi in Egitto tra i giovani in rivolta. Questa frase è l’ anatomia di una rivoluzione. Quando le masse perdono la paura nel potere, il potere cede. Perchè la forza più profonda del potere non sta nei mezzi militari, che pur sono il cuore dello Stato. Sta nella paura delle masse, nella loro abitudine alla rassegnazione, nell’immaginario diffuso di un potere “inespugnabile” e “onnipotente”. Combattere queste fantasticherie e chi le propaga, infondere nelle masse la coscienza della propria forza, è il primo compito elementare di un partito rivoluzionario. La rivoluzione egiziana è un contributo prezioso a questa nostra battaglia tra i lavoratori e i giovani in Italia. E dunque alla costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori.

Marco Ferrando

da www.pclavoratori.it
6 febbraio 2011

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