Le vicende del mitico comandante partigiano. Racconti di testimoni sulla Volante Rossa, di M. Congiu

IL TENENTE ALVARO, LA VOLANTE ROSSA E I RIFUGIATI POLITICI ITALIANI IN CECOSLOVACCHIA,
MASSIMO RECCHIONI, DERIVE APPRODI.

Due anni dopo Ultimi fuochi di resistenza la vicenda della Volante Rossa torna nelle librerie con un nuovo titolo che si concentra sulla figura di Giulio Paggio, alias tenente Alvaro, comandante dell’organizzazione.
L’autore, Massimo Recchioni, racconta la vita del personaggio mettendone in evidenza la scelta politica e
il relativo costo pagato in termini di esilio in un paese straniero.
Nel libro la storia di Paggio viene ricostruita anche grazie ai racconti di altri ex militanti e persone che, spinti da motivi diversi, mai comunque del tutto estranei alla politica, hanno lasciato l’Italia e si sono recati nell’ex Cecoslovacchia.
Rispetto a Ultimi fuochi di resistenza, l’esposizione di fatti e circostanze che hanno caratterizzato la vita del protagonista si sviluppa in modo corale con una serie di testimonianze diverse e di ricordi che abbracciano
un lungo periodo di tempo: quello compreso fra gli anni Quaranta e i nostri giorni.
Quella della Volante Rossa è una vicenda a tutt’oggi poco nota, narrata da alcuni in modo lacunoso e privo di riferimenti contestuali, manipolata da altri con mistificazioni storiche che non permettono una corretta conoscenza dei fatti.
Per comprendere le scelte fatte da chi, come Paolo Finardi, protagonista di Ultimi fuochi e da Giulio Paggio che alla fine della guerra erano poco più che ventenni, occorre ricordarsi dell’Italia di allora: un paese ridotto in macerie, reduce da una dittatura durata vent’anni e da una guerra devastante combattuta dalla parte sbagliata.
Bisogna ripensare alla feroce occupazione nazista, alle violenze repubblichine, al terrorismo delle bande che, come quella di Pietro Koch, si distinguevano per il loro sadismo.
L’Italia dell’immediato dopoguerra veniva da queste esperienze traumatiche ed era un paese da ricostruire
materialmente e moralmente.
In tale contesto si inserisce la storia della Volante Rossa, organizzazione operante a Milano, impegnata a sostenere, soprattutto nelle fabbriche, le attività del Partito comunista e del sindacato.
Dotata di una struttura clandestina, mette in pratica iniziative armate di tipo antifascista e antipadronale e spara contro delatori e seguaci del precedente regime cui si deve la morte di partigiani consegnati a repubblichini
e nazisti e che avevano goduto di un’amnistia considerata intollerabile da molti combattenti della Resistenza.
Non altrettanta clemenza caratterizzerà il processo celebrato contro i membri della Volante Rossa nel 1951 e conclusosi con ventitré condanne comprendenti quattro ergastoli. Due anni dopo, la sentenza di secondo grado non conterrà sconti per nessuno degli imputati.
Tra essi Paolo Finardi e Giulio Paggio che, costretti alla fuga, riparano in Cecoslovacchia per sottrarsi al carcere a vita.
Con l’aiuto del Partito comunista approdano in un paese entrato nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica per vivere da esuli, potendo contare tutt’al più sulla possibilità di contatti sporadici e prudenti con i familiari rimasti in Italia.

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Io sono il padrone dio vostro

Vi toglierò l’acqua, ma Vi darò il nucleare: l’acqua alle multinazionali e a Voi il nucleare, così se non morirete di sete o di scabbia, potrete sempre morire per lo scoppio di una centrale o per la fusione del nucleo, come a Chernobyl venticinque anni fa e a Fukushima il mese scorso.
Perciò impedirò i referendum contro la privatizzazione dell’acqua pubblica e quello contro la reintroduzione del nucleare in Italia, con l’obiettivo finale di far fallire il terzo, contro il legittimo impedimento.
Perché ricordateVi, Italiani, io sono io e Voi non siete niente!

Firmato: Berlusconi

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Dalla Guerra di Liberazione, dal 25 Aprile non si torna indietro; l’incapacità di usare la violenza getta nell’impotenza di fronte al fascismo

Due motti di diversa matrice, di diversa origine: il primo è un comunicato dell’ Anpi nazionale del 6 aprile di quest’anno, preoccupata dalla presentazione di un disegno di legge costituzionale da parte di cinque senatori della destra volto ad abolire la XII disposizione transitoria della Costituzione repubblicana che vieta “la riorganizzazione,sotto qualsiasi forma, del partito fascista”; il secondo è più datato, anni ’70, ma più concreto, frutto di quegli anni, che coglie in pieno il messaggio dei partigiani: infatti questi per combattere il fascismo, imbracciarono le armi.

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Lavori in corso n. 227, di Dino Greco

Sembra sia sfuggita ai più l’ennesima lezioncina che il professor Pietro Ichino – questa volta in compagnia di Luca Cordero di Montezemolo e Nicola Rossi – ci ha propinato dalle colonne del Corriere (venerdì 8 aprile) su come fare a risolvere il problema della precarietà del lavoro.
Prima di tornare sulla geniale e "disinteressata" proposta del trio, converrà tuttavia dedicare qualche rigo ad una breve ma essenziale rappresentazione del devastante processo di decostruzione dei diritti del lavoro sviluppatosi a partire dalla sconfitta operaia consumatasi a cavallo degli anni Ottanta del secolo scorso.
La progressiva erosione di tutele negoziali e legali ha portato ad un quadro normativo che possiamo così riassumere: leggi che derogano ai contratti e che consentono ai contratti di derogare alle leggi, lungo un circolo vizioso che si è via via avvitato su se stesso, rendendo lasca ed eludibile ogni regola, in un mercato del lavoro che si è nel frattempo voluto frantumare e balcanizzare come in nessun altro paese europeo.
Per favorire la domanda di lavoro è stata aperta una prateria di opportunità, un supermercato delle braccia sui cui scaffali è reperibile ogni genere di prestazione flessibile. Quell’emporio è stato poi selvaggiamente saccheggiato dai padroni, i quali hanno ingordamente messo all’incasso tutto ciò che i governi di centrosinistra prima e di centrodestra poi, da Tiziano Treu fino a Maurizio Sacconi, hanno messo a loro disposizione.
La flessibilità (vale a dire: l’aleatorietà dei diritti, del salario e di tutto ciò che incrocia con la prestazione di lavoro) è divenuta un mantra, un passe par tout ideologico, venduto come la condizione della competitività d’impresa, moderno dogma che ha soggiogato lo stesso sindacato "di mercato". In venticinque anni il diritto del lavoro è stato ridotto ad un colabrodo e omologato al diritto commerciale che disciplina – come si sa – la transazione di cose, non le relazioni fra esseri umani.
Ebbene, Pietro Ichino è stato fra i più instancabili maître à penser di questa restaurazione sotto le insegne del capitale. Egli ci ha spiegato con martellante insistenza come le conquiste sindacali, quelle che hanno (parzialmente) introdotto la Costituzione nei luoghi di lavoro, sarebbero responsabili di aver generato un mostruoso sistema duale: da una parte, la "cittadella fortificata del privilegio", protetta dallo Statuto dei lavoratori, popolata dagli "insider"; e dall’altra, i "paria", coloro che essendone esclusi sono costretti a dibattersi come anime perse nel girone infernale della precarietà, degli "outsider".
In realtà, è vero l’esatto contrario. Fino alla metà degli anni Ottanta, i rapporti di lavoro a tempo determinato (oltre quelli propriamente definiti "a termine" e come tali rigidamente normati dalla legge) erano soltanto i "contratti di formazione e lavoro" e, solo molto più tardi, quelli "interinali".
E’ in seguito alle riforme "liberali" che diverranno 43, divenendo la forma canonica di reclutamento della manodopera. Certo, sotto la soglia dei 16 dipendenti il licenziamento era (ed è) sempre possibile, anche senza "giusta causa", sebbene una legge del ’91 abbia introdotto una modesta sanzione risarcitoria a carico dell’azienda che intima licenziamenti illegittimi.
Ma non risulta che Ichino si sia mai espresso in favore del referendum attraverso il quale, nel 2003, si provò, senza successo, ad estendere la legge 300 all’universo del lavoro dipendente, appunto per unificare ciò che il diritto del lavoro aveva ingiustamente tenuto diviso.
Ordunque, dopo avere incoraggiato questo orripilante sconquasso giuridico, dopo aver esaltato quel disfacimento di diritti che ha posto generazioni di lavoratori in balia dei loro datori di lavoro, annientandone il potere di coalizione e favorendo lo scatenamento delle peggiori pulsioni antisindacali, ora Pietro Ichino e compagnia cantante si erigono a terapeuti della patologia sociale scaturita da un simile lavacro. Il giuslavorista milanese e i suoi ispirati sodali ci propongono ora un’altra soluzione, più subdola e sofisticata: "Un rapporto di lavoro unico – ohibò! – fondato su tutele crescenti".
Formula un po’ oscura e da decriptare per chi non sia avvezzo alle acrobazie del nostro, ma che significa, né più né meno, libertà di licenziamento dei nuovi assunti per un certo numero di anni, e trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato oltre quella soglia temporale.

Durante la prima fase, il padrone potrà fare quello che vuole, selezionare la manodopera in base al grado di acquiescenza che essa dimostrerà e disporne a piacimento, pendendo su di essa un giudizio ed una potestà insindacabili. Questa litania, a dire il vero, l’avevamo già sentita. La novità che Ichino e soci ci riservano è che la nuova normativa destinata a riscattare (sic!) il futuro dei giovani, in quanto più costosa per lo Stato che, in ultima istanza, dovrebbe farsene carico, dovrebbe essere compensata (pagata) da una sorta di solidarietà intergenerazionale: "I padri – ecco la ricetta – dovrebbero andare in pensione un anno più tardi".
Per aiutare i figli, of course. Logica, francamente, piuttosto bizzarra. Non sforzatevi di immaginare quale relazione intercorra fra le due cose. Perché non ve n’è alcuna. C’è solo un nuovo colpo al decrepito edificio previdenziale italiano, che una pensione dignitosa non la darà più a nessuno e di cui solo una fantasia perversa può immaginare un ulteriore peggioramento.
In conclusione, dopo avere lavorato con la lancia termica per la divisione dei lavoratori, ora si vuole alimentare anche quella fra le generazioni. Per costoro, il problema non è il barbaro sistema di relazioni sociali instauratosi nel nostro paese. E non lo sono neppure la legislazione e le politiche governative che hanno trasferito verso l’alto della piramide sociale gran parte della ricchezza nazionale, liquefatto il welfare e l’intelaiatura dei diritti.
Nient’ affatto: sono i lavoratori medesimi e quelle, fra le loro associazioni, che si ostinano nella politica rétro di conservare qualche scampolo di civiltà. Ma se è così, egregi signori, tenetevi la vostra minestra riscaldata. E andate a quel paese!

11/04/2011

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Ai Referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno vota SÌ per dire NO

1-  Vota SI per dire NO AL NUCLEARE.

2 – Vota SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA.

3 – Vota SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO.

RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM… perché Berlusconi
non farà passare gli spot ne’ in Rai ne’ a Mediaset.
Sapete perché ? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum
lo scenario sarebbe drammatico per Berlusconi ma stupendo per tutti i
cittadini italiani:

1 – Se passa il SI per dire NO AL NUCLEARE, BERLUSCONI NON POTRA’ PIU’ FARE
ARRICCHIRE I SUOI AMICI IMPRENDITORI CON I NOSTRI SOLDI E LA NOSTRA SALUTE.

2 – Se passa il SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA, BERLUSCONI
NON POTRA’ FARE ARRICHIRE I SUOI AMICI IMPRENDITORI LUCRANDO SU UN BENE DI
PRIMA NECESSITA’.

3 – Se passa il SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO, BERLUSCONI NON
POTRA’ PIU’ DIRE CHE HA LA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI DALLA SUA PARTE E
DOVRA’ DIMETTERSI.

Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E’
necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone. Secondo la
propaganda berlusconiana le cose devono andare a finire così:

1 – I cittadini si informano attraverso la Tv.

2 – Le Tv appartengono a Berlusconi.

3 – Berlusconi, per i motivi sopra indicati, non vuole che il referendum
passi.

4 – Il referendum non sarà  pubblicizzato in TV.

5 – I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà un referendum da votare il
12 giugno.

6 – I cittadini, non andranno a votare il referendum.

7 – Berlusconi sarà contento, farà arricchire i suoi amici, si arricchirà,
resterà al suo posto.

Vuoi che le cose non vadano a finire cosi ? Copia-incolla e pubblicizza il
referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti.
Passaparola!

Pubblicizziamo questi argomenti

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Ricordare Claudio Varalli e Giannino Zibecchi a 36 anni dalla loro morte è importante, perché c’è bisogno di Antifascismo

16 aprile 1975: il fascista Antonio Braggion uccide Claudio Varalli con un colpo di pistola alla nuca in piazza Cavour.
17 aprile 1975: un camion dei carabinieri travolge Giannino Zibecchi in corso XXII marzo durante la manifestazione di protesta per l’assassinio di Varalli.
Due giovani che hanno sacrificato la vita per costruire un mondo migliore. Dove all’attuazione della democrazia si accompagnasse il diritto di studiare, di avere un lavoro, di progettare il futuro, di vivere in un mondo di pace.
Nel 1975 questi diritti erano negati e chi si batteva per la loro difesa era arrestato, spesso ferito o ucciso dai fascisti o dai corpi dello stato.
Ricordare il sacrificio di questi due ragazzi, come dei tanti che hanno perso la vita negli anni della Nuova Resistenza, non è solo un doveroso omaggio ma un obbligo preciso nella situazione politica attuale.
Oggi un governo che è un misto di P2, fascisti e razzisti della Lega sta smantellando le basi della democrazia. Vuole scardinare la Costituzione per fare dilagare un modello sociale che nega i più elementari meccanismi di uguaglianza, tollera e si allea con la malavita organizzata, favorisce l’illegalità diffusa, distrugge il pubblico per favorire il privato più aggressivo.
Per fare questo si allea con la peggiore feccia neofascista – molti esponenti appoggeranno Letizia Moratti alle elezioni comunali – e promuove una campagna di denigrazione dei valori della Resistenza e di parificazione dei partigiani con gli aguzzini repubblichini.
Allora il ricordo diventa decisivo per trasmettere valori forti a tutti quanti hanno a cuore la democrazia e la dignità della nostra società.
L’antifascismo è stato il collante della Repubblica sorta dalle macerie del fascismo proprio perché interpretava le aspirazioni e i bisogni della maggior parte dei cittadini e non solo dei privilegiati.

da www.pernondimenticare.com       1 aprile 2011

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Dopo le rivoluzioni nel Mediterraneo, cosa accadrà? Il lavoro, spinta alla rivolta. Di Andrea Amato

Mentre avanza inesorabilmente il fiume in piena dei rivolgimenti politici, che, secondo la fase raggiunta nei vari paesi arabi, possono essere chiamati rivolte, rivoluzioni o guerre civili, le grandi questioni sociali – povertà, disoccupazione, disuguaglianze – che pure hanno avuto un peso decisivo nello scoppio dei sommovimenti, permangono inalterate e anzi si manifestano con maggiore asprezza. Qualcuno potrebbe dire che libertà e democrazia non danno da mangiare. Non è così.
Consideriamo i due paesi in cui la “rottura” con i regimi precedenti si è già consumata: la Tunisia e l’Egitto. In modo inequivocabile in Tunisia, anche se non definitivamente al sicuro da colpi di coda o da gattopardismi sempre in agguato. In modo ancora incompleto e, per certi versi, ambiguo, in Egitto. I “processi rivoluzionari” che, faticosamente ma con generale slancio ed entusiasmo, si stanno dipanando in questi due paesi, sono in questo momento volti prevalentemente a definire le nuove regole della convivenza nazionale. Ma saranno proprio queste a determinare l’approccio con cui i giganteschi problemi sociali verranno affrontati.

Se in Tunisia, dove il 24 luglio si eleggerà l’Assemblea Costituente, il lavoro ed i diritti sociali saranno la stella polare della nuova Costituzione, si saranno poste le premesse per una trasformazione strutturale della situazione sociale. Se invece ci si limiterà a Montesquieu e alla separazione dei poteri, sarà più difficile rimettere in discussione le cause strutturali degli squilibri sociali, che permarranno, magari attenuati, accompagnati dalla verniciatura di una governance che sarà chiamata democratica solo perché le elezioni si svolgeranno in libertà e trasparenza. In Egitto, sebbene per il momento non ci sarà una nuova Costituzione (il referendum del 22 marzo l’ha semplicemente purgata degli aspetti più macroscopicamente impresentabili), l’unica speranza del cambiamento sociale è che la legge elettorale permetta di dare la giusta rappresentanza alle masse dei diseredati delle città e delle campagne e ai giovani, che rappresentano la parte più consistente della popolazione, e le cui rappresentanze più attive sono state le protagoniste della rivolta non violenta di Piazza Tahrir. Al contrario, questa speranza può essere sostanzialmente vanificata se il nuovo quadro costituzionale permetterà di rafforzare il potere economico dell’esercito – che, secondo alcune stime, controlla un terzo dell’economia del paese – magari piegando a proprio tornaconto la giusta esigenza di un maggiore intervento riequilibratore dello stato nell’economia del paese.

Alcuni analisti, soprattutto americani – sorpresi che la “rottura” sia stata più drastica proprio nei paesi che stavano realizzando performance economiche considerate tra le migliori nei paesi mediterranei, anche grazie alle riforme neoliberiste introdotte – sono arrivati alla conclusione che non bastano le “buone” e “necessarie” riforme (liberalizzazioni e privatizzazioni), ma che queste debbono essere accompagnate da un’ adeguata governance che assicuri controlli e bilanciamenti in modo da evitare corruzione e scontento. In realtà, al di là della gestione mafiosa che ne hanno fatto le élite politiche e affaristiche, le riforme neoliberiste per loro natura hanno accresciuto le diseguaglianze sociali e di reddito. Non è un caso che, sia da piazza Tahrir al Cairo che dalla Casbah di Tunisi, l’ostracismo dei giovani fosse particolarmente indirizzato verso i ministri conosciuti come fanatici alfieri del mercato.

La situazione esplosiva, cui la transizione democratica deve fare fronte, deriva proprio da una pressione popolare che reclama giustizia e protezione sociale, alla quale le economie nazionali sono strutturalmente incapaci di rispondere. D’altra parte, se non si sarà all’altezza di questa sfida, il rischio di derive autoritarie o integraliste appare inevitabile.
In questo quadro, la questione cardine, la sfida delle sfide, è l’occupazione, e, in particolare, l’occupazione dei giovani. Non ci potrà essere nessuna politica di lotta alla povertà che non passi per l’occupazione. E’ la dinamica demografica di questi paesi che non lo consente.

Quando si parla del problema dell’occupazione come di quello più acuto nei paesi arabi, si potrebbe pensare a dei tassi di disoccupazione molto elevati, come il 20% della Spagna, per esempio. Invece, le statistiche ufficiali indicano valori molto più rassicuranti. Le più recenti statistiche dell’ILO[1] relative alla disoccupazione nel Medio Oriente e nel Nord Africa (MENA), segnalando che questi due aggregati presentano i tassi di disoccupazione più elevati tra le diverse regioni mondiali, ci parlano, per il 2010, rispettivamente, di 10,3% e 9,8%.

Percentuali di poco più elevate di quelle dell’UE. Ma allora, dov’è l’esplosività della situazione occupazionale? Ebbene – al di là dei sempre presenti problemi di affidabilità delle statistiche nazionali – essa risiede in alcune “questioni” che si nascondono all’interno di queste cifre, e che riguardano principalmente la struttura demografica e quella del mercato del lavoro. La più importante è la questione dei giovani.

Nei Paesi Arabi Mediterranei (PAM)[2] i giovani tra 15 e 30 anni rappresentano più di un terzo della popolazione totale (due terzi della popolazione ha meno di 30 anni). Ovviamente questa notevole consistenza della popolazione giovanile si riflette sul tasso di disoccupazione dei giovani che è il quadruplo di quello degli adulti, ma che, anch’esso, non raggiunge livelli catastrofici. Per esempio, è di molto inferiore al tasso di disoccupazione giovanile del nostro Mezzogiorno. La gravità della situazione dell’occupazione giovanile non va quindi cercata nei tassi di disoccupazione, bensì nei tassi di attività dei giovani. Nei paesi MENA solo un giovane (15-24 anni) su quattro è occupato o cerca lavoro. Cosa ancora più grave è che questa situazione è peggiorata negli ultimi cinque/sei anni, in cui invece si è avuto un boom dell’occupazione generale sia in termini di incremento del numero degli occupati che di riduzione del tasso di disoccupazione. Nonostante queste inabituali performance. la situazione non è sostanzialmente cambiata a causa degli incrementi indotti dalla dinamica demografica e cioè del soverchiante numero di nuovi entranti nel mercato del lavoro.

Lo stesso ragionamento va fatto per la seconda grande questione: quella dell’occupazione delle donne. Anche qui, ciò che è più grave non è che il tasso di disoccupazione delle donne sia il doppio di quello degli uomini, ma che soltanto una donna in età lavorativa su quattro faccia parte della popolazione attiva (con i casi estremi dell’Algeria, una su sei, e della Giordania, una su otto), mentre solo una su cinque abbia un’occupazione. Ovviamente il problema si moltiplica quando si tratta di donne giovani.

In buona sostanza la stragrande maggioranza dei giovani e delle donne sono fuori dal mercato del lavoro. Si può immaginare quanto questa condizione di esclusione sia soggettivamente pesante da sopportare (oltre che economicamente insostenibile per le collettività), se si tiene conto che il livello d’istruzione di queste due componenti della popolazione è in questi ultimi dieci anni notevolmente aumentato (con il conseguente allargamento dell’accesso alle tecnologie di informazione e comunicazione), in particolare per quanto riguarda le donne. Basti pens
are che nei PAM – eccetto il Marocco, per il peso determinante della popolazione rurale – il numero delle donne laureate supera quello degli uomini. Il rifiuto di questa condizione di esclusione spiega anche il ruolo decisivo e la determinazione dei giovani e delle donne nella “primavera araba”.

La terza questione riguarda la qualità dell’occupazione. Cioè, non solo la disoccupazione che si nasconde nella popolazione non attiva, ma anche la mala occupazione, la sottoccupazione e la disoccupazione occulta che si annidano in importanti sacche dell’occupazione censita. La principale è il lavoro sommerso. Sappiamo quanto in generale sia difficile quantificare l’occupazione nell’economia sommersa. Alcune ricerche[3] avanzano stime che vanno dal 35 al 55% dell’occupazione non agricola, mettendo in evidenza una grande varietà di situazioni da paese a paese: 45% dell’occupazione non agricola in Marocco, 45% dell’occupazione totale in Algeria, in Egitto più del 60% dell’occupazione totale. Una seconda sacca è l’occupazione in agricoltura. Nel 2009 era pari al 19,1% nel Medio Oriente e al 27,8% nel Nord Africa. Siamo molto distanti dal 3,7% che l’OIL attribuisce al cluster “Economie sviluppate e UE”. Queste cifre mettono in evidenza una produttività media molto bassa del lavoro agricolo, e disvela un ruolo dell’agricoltura come ricettacolo di una quota importante di disoccupazione occulta.

Per completare il quadro della situazione difficile in cui versa l’occupazione nei paesi arabi, occorre sottolineare l’elevato numero di quelli che l’OIL chiama rispettivamente “occupati vulnerabili” e “lavoratori poveri”. I primi sono i lavoratori autonomi che sottopongono se stessi e i loro familiari a condizioni di lavoro “indecenti”, con produttività e redditi bassissimi; quello che una volta si chiamava autosfruttamento. Rappresentano un terzo dell’occupazione totale in Medio Oriente, e i due quinti in Nord Africa. I “lavoratori poveri” sono quelli che non superano la soglia di 1,25 dollari al giorno per persona. In Medio Oriente sono solo il 6% mentre in Nord Africa raggiungono il 16%.

È in questo quadro che va posta la forte spinta all’emigrazione che, in modo solo apparentemente contraddittorio, accompagna la “rottura” che sta producendo la “primavera araba”. Essa viene da quegli strati giovanili, mediamente istruiti, che non trovano più nell’impiego pubblico lo sbocco occupazionale che fino a qualche anno fa era ancora quello naturale, oltre che il più ambito perché meglio retribuito. Nei PAM l’impiego pubblico, o per meglio dire statale, ereditato dall’epoca del socialismo arabo, ha svolto una duplice funzione. Da un lato era (ed in molti paesi è ancora) funzionale all’esigenza di gestione e di controllo da parte di regimi fortemente centralizzati. Dall’altro ha rappresentato, insieme ai prezzi politici dei beni di prima necessità, lo strumento principale delle politiche di welfare, attraverso le quali gli stessi regimi si garantivano/garantiscono il consenso. In questo modo l’impiego pubblico in questi paesi si è dilatato a dismisura, fino a diventare il più elevato nel mondo. Più di un terzo dell’occupazione totale è nel settore pubblico.

I giovani, soprattutto i diplomati e laureati, sanno bene che dopo la “rivoluzione”, quello pubblico sarà un settore destinato a dimagrire, che probabilmente creerà maggiore disoccupazione, non certo nuovi posti di lavoro. Per questo, molti di loro – quelli che non hanno le motivazioni politiche dei protagonisti delle rivolte, e che non si sentono di impegnarsi nella ricostruzione dello Stato – non vedono altra prospettiva che l’emigrazione. In questo senso, è probabile che i giovani tunisini che sbarcano a Lampedusa perseguano un progetto migratorio individuale maturato da tempo, che solo ora riescono a realizzare, approfittando delle inevitabili disfunzioni di un apparato statale completamente scompaginato. E per realizzarlo sono disposti anche ad inventare storie inverosimili per passare come rifugiati.

E’ avvilente che di fronte alla complessità di queste vicende individuali e collettive, da parte italiana ed europea arrivino segnali e comportamenti sostanzialmente ispirati alla ripulsa. La politica, italiana ed europea, dovrebbe essere la prima a capire che la “rivoluzione tunisina” può fallire proprio sull’incapacità di rispondere alla questione dei giovani. Ma dovrebbe anche sapere che non saranno solo i tunisini a pagare la bolletta di un eventuale fallimento.
I tunisini vanno sostenuti innanzitutto nell’individuazione e nella sperimentazione di politiche, anche inedite e coraggiose, capaci di rispondere non solo ai problemi che l’occupazione pone oggi, ma anche a quelli da prevedere in base alle dinamiche demografiche, sociali ed economiche che già oggi si intravvedono.
 
(*)  Presidente dell’IMED – Istituto per il Mediterraneo
 
[1] ILO, “Global employment trends 2011”
[2] Algeria, Cisgiordania e Gaza, Egitto, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Siria, Tunisia
[3] Cfr. Ivan Martin, “Labour markets performance and migration flows in Arab Countries. A regional perspective”

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