Dopo le rivoluzioni nel Mediterraneo, cosa accadrà? Il lavoro, spinta alla rivolta. Di Andrea Amato

Mentre avanza inesorabilmente il fiume in piena dei rivolgimenti politici, che, secondo la fase raggiunta nei vari paesi arabi, possono essere chiamati rivolte, rivoluzioni o guerre civili, le grandi questioni sociali – povertà, disoccupazione, disuguaglianze – che pure hanno avuto un peso decisivo nello scoppio dei sommovimenti, permangono inalterate e anzi si manifestano con maggiore asprezza. Qualcuno potrebbe dire che libertà e democrazia non danno da mangiare. Non è così.
Consideriamo i due paesi in cui la “rottura” con i regimi precedenti si è già consumata: la Tunisia e l’Egitto. In modo inequivocabile in Tunisia, anche se non definitivamente al sicuro da colpi di coda o da gattopardismi sempre in agguato. In modo ancora incompleto e, per certi versi, ambiguo, in Egitto. I “processi rivoluzionari” che, faticosamente ma con generale slancio ed entusiasmo, si stanno dipanando in questi due paesi, sono in questo momento volti prevalentemente a definire le nuove regole della convivenza nazionale. Ma saranno proprio queste a determinare l’approccio con cui i giganteschi problemi sociali verranno affrontati.

Se in Tunisia, dove il 24 luglio si eleggerà l’Assemblea Costituente, il lavoro ed i diritti sociali saranno la stella polare della nuova Costituzione, si saranno poste le premesse per una trasformazione strutturale della situazione sociale. Se invece ci si limiterà a Montesquieu e alla separazione dei poteri, sarà più difficile rimettere in discussione le cause strutturali degli squilibri sociali, che permarranno, magari attenuati, accompagnati dalla verniciatura di una governance che sarà chiamata democratica solo perché le elezioni si svolgeranno in libertà e trasparenza. In Egitto, sebbene per il momento non ci sarà una nuova Costituzione (il referendum del 22 marzo l’ha semplicemente purgata degli aspetti più macroscopicamente impresentabili), l’unica speranza del cambiamento sociale è che la legge elettorale permetta di dare la giusta rappresentanza alle masse dei diseredati delle città e delle campagne e ai giovani, che rappresentano la parte più consistente della popolazione, e le cui rappresentanze più attive sono state le protagoniste della rivolta non violenta di Piazza Tahrir. Al contrario, questa speranza può essere sostanzialmente vanificata se il nuovo quadro costituzionale permetterà di rafforzare il potere economico dell’esercito – che, secondo alcune stime, controlla un terzo dell’economia del paese – magari piegando a proprio tornaconto la giusta esigenza di un maggiore intervento riequilibratore dello stato nell’economia del paese.

Alcuni analisti, soprattutto americani – sorpresi che la “rottura” sia stata più drastica proprio nei paesi che stavano realizzando performance economiche considerate tra le migliori nei paesi mediterranei, anche grazie alle riforme neoliberiste introdotte – sono arrivati alla conclusione che non bastano le “buone” e “necessarie” riforme (liberalizzazioni e privatizzazioni), ma che queste debbono essere accompagnate da un’ adeguata governance che assicuri controlli e bilanciamenti in modo da evitare corruzione e scontento. In realtà, al di là della gestione mafiosa che ne hanno fatto le élite politiche e affaristiche, le riforme neoliberiste per loro natura hanno accresciuto le diseguaglianze sociali e di reddito. Non è un caso che, sia da piazza Tahrir al Cairo che dalla Casbah di Tunisi, l’ostracismo dei giovani fosse particolarmente indirizzato verso i ministri conosciuti come fanatici alfieri del mercato.

La situazione esplosiva, cui la transizione democratica deve fare fronte, deriva proprio da una pressione popolare che reclama giustizia e protezione sociale, alla quale le economie nazionali sono strutturalmente incapaci di rispondere. D’altra parte, se non si sarà all’altezza di questa sfida, il rischio di derive autoritarie o integraliste appare inevitabile.
In questo quadro, la questione cardine, la sfida delle sfide, è l’occupazione, e, in particolare, l’occupazione dei giovani. Non ci potrà essere nessuna politica di lotta alla povertà che non passi per l’occupazione. E’ la dinamica demografica di questi paesi che non lo consente.

Quando si parla del problema dell’occupazione come di quello più acuto nei paesi arabi, si potrebbe pensare a dei tassi di disoccupazione molto elevati, come il 20% della Spagna, per esempio. Invece, le statistiche ufficiali indicano valori molto più rassicuranti. Le più recenti statistiche dell’ILO[1] relative alla disoccupazione nel Medio Oriente e nel Nord Africa (MENA), segnalando che questi due aggregati presentano i tassi di disoccupazione più elevati tra le diverse regioni mondiali, ci parlano, per il 2010, rispettivamente, di 10,3% e 9,8%.

Percentuali di poco più elevate di quelle dell’UE. Ma allora, dov’è l’esplosività della situazione occupazionale? Ebbene – al di là dei sempre presenti problemi di affidabilità delle statistiche nazionali – essa risiede in alcune “questioni” che si nascondono all’interno di queste cifre, e che riguardano principalmente la struttura demografica e quella del mercato del lavoro. La più importante è la questione dei giovani.

Nei Paesi Arabi Mediterranei (PAM)[2] i giovani tra 15 e 30 anni rappresentano più di un terzo della popolazione totale (due terzi della popolazione ha meno di 30 anni). Ovviamente questa notevole consistenza della popolazione giovanile si riflette sul tasso di disoccupazione dei giovani che è il quadruplo di quello degli adulti, ma che, anch’esso, non raggiunge livelli catastrofici. Per esempio, è di molto inferiore al tasso di disoccupazione giovanile del nostro Mezzogiorno. La gravità della situazione dell’occupazione giovanile non va quindi cercata nei tassi di disoccupazione, bensì nei tassi di attività dei giovani. Nei paesi MENA solo un giovane (15-24 anni) su quattro è occupato o cerca lavoro. Cosa ancora più grave è che questa situazione è peggiorata negli ultimi cinque/sei anni, in cui invece si è avuto un boom dell’occupazione generale sia in termini di incremento del numero degli occupati che di riduzione del tasso di disoccupazione. Nonostante queste inabituali performance. la situazione non è sostanzialmente cambiata a causa degli incrementi indotti dalla dinamica demografica e cioè del soverchiante numero di nuovi entranti nel mercato del lavoro.

Lo stesso ragionamento va fatto per la seconda grande questione: quella dell’occupazione delle donne. Anche qui, ciò che è più grave non è che il tasso di disoccupazione delle donne sia il doppio di quello degli uomini, ma che soltanto una donna in età lavorativa su quattro faccia parte della popolazione attiva (con i casi estremi dell’Algeria, una su sei, e della Giordania, una su otto), mentre solo una su cinque abbia un’occupazione. Ovviamente il problema si moltiplica quando si tratta di donne giovani.

In buona sostanza la stragrande maggioranza dei giovani e delle donne sono fuori dal mercato del lavoro. Si può immaginare quanto questa condizione di esclusione sia soggettivamente pesante da sopportare (oltre che economicamente insostenibile per le collettività), se si tiene conto che il livello d’istruzione di queste due componenti della popolazione è in questi ultimi dieci anni notevolmente aumentato (con il conseguente allargamento dell’accesso alle tecnologie di informazione e comunicazione), in particolare per quanto riguarda le donne. Basti pens
are che nei PAM – eccetto il Marocco, per il peso determinante della popolazione rurale – il numero delle donne laureate supera quello degli uomini. Il rifiuto di questa condizione di esclusione spiega anche il ruolo decisivo e la determinazione dei giovani e delle donne nella “primavera araba”.

La terza questione riguarda la qualità dell’occupazione. Cioè, non solo la disoccupazione che si nasconde nella popolazione non attiva, ma anche la mala occupazione, la sottoccupazione e la disoccupazione occulta che si annidano in importanti sacche dell’occupazione censita. La principale è il lavoro sommerso. Sappiamo quanto in generale sia difficile quantificare l’occupazione nell’economia sommersa. Alcune ricerche[3] avanzano stime che vanno dal 35 al 55% dell’occupazione non agricola, mettendo in evidenza una grande varietà di situazioni da paese a paese: 45% dell’occupazione non agricola in Marocco, 45% dell’occupazione totale in Algeria, in Egitto più del 60% dell’occupazione totale. Una seconda sacca è l’occupazione in agricoltura. Nel 2009 era pari al 19,1% nel Medio Oriente e al 27,8% nel Nord Africa. Siamo molto distanti dal 3,7% che l’OIL attribuisce al cluster “Economie sviluppate e UE”. Queste cifre mettono in evidenza una produttività media molto bassa del lavoro agricolo, e disvela un ruolo dell’agricoltura come ricettacolo di una quota importante di disoccupazione occulta.

Per completare il quadro della situazione difficile in cui versa l’occupazione nei paesi arabi, occorre sottolineare l’elevato numero di quelli che l’OIL chiama rispettivamente “occupati vulnerabili” e “lavoratori poveri”. I primi sono i lavoratori autonomi che sottopongono se stessi e i loro familiari a condizioni di lavoro “indecenti”, con produttività e redditi bassissimi; quello che una volta si chiamava autosfruttamento. Rappresentano un terzo dell’occupazione totale in Medio Oriente, e i due quinti in Nord Africa. I “lavoratori poveri” sono quelli che non superano la soglia di 1,25 dollari al giorno per persona. In Medio Oriente sono solo il 6% mentre in Nord Africa raggiungono il 16%.

È in questo quadro che va posta la forte spinta all’emigrazione che, in modo solo apparentemente contraddittorio, accompagna la “rottura” che sta producendo la “primavera araba”. Essa viene da quegli strati giovanili, mediamente istruiti, che non trovano più nell’impiego pubblico lo sbocco occupazionale che fino a qualche anno fa era ancora quello naturale, oltre che il più ambito perché meglio retribuito. Nei PAM l’impiego pubblico, o per meglio dire statale, ereditato dall’epoca del socialismo arabo, ha svolto una duplice funzione. Da un lato era (ed in molti paesi è ancora) funzionale all’esigenza di gestione e di controllo da parte di regimi fortemente centralizzati. Dall’altro ha rappresentato, insieme ai prezzi politici dei beni di prima necessità, lo strumento principale delle politiche di welfare, attraverso le quali gli stessi regimi si garantivano/garantiscono il consenso. In questo modo l’impiego pubblico in questi paesi si è dilatato a dismisura, fino a diventare il più elevato nel mondo. Più di un terzo dell’occupazione totale è nel settore pubblico.

I giovani, soprattutto i diplomati e laureati, sanno bene che dopo la “rivoluzione”, quello pubblico sarà un settore destinato a dimagrire, che probabilmente creerà maggiore disoccupazione, non certo nuovi posti di lavoro. Per questo, molti di loro – quelli che non hanno le motivazioni politiche dei protagonisti delle rivolte, e che non si sentono di impegnarsi nella ricostruzione dello Stato – non vedono altra prospettiva che l’emigrazione. In questo senso, è probabile che i giovani tunisini che sbarcano a Lampedusa perseguano un progetto migratorio individuale maturato da tempo, che solo ora riescono a realizzare, approfittando delle inevitabili disfunzioni di un apparato statale completamente scompaginato. E per realizzarlo sono disposti anche ad inventare storie inverosimili per passare come rifugiati.

E’ avvilente che di fronte alla complessità di queste vicende individuali e collettive, da parte italiana ed europea arrivino segnali e comportamenti sostanzialmente ispirati alla ripulsa. La politica, italiana ed europea, dovrebbe essere la prima a capire che la “rivoluzione tunisina” può fallire proprio sull’incapacità di rispondere alla questione dei giovani. Ma dovrebbe anche sapere che non saranno solo i tunisini a pagare la bolletta di un eventuale fallimento.
I tunisini vanno sostenuti innanzitutto nell’individuazione e nella sperimentazione di politiche, anche inedite e coraggiose, capaci di rispondere non solo ai problemi che l’occupazione pone oggi, ma anche a quelli da prevedere in base alle dinamiche demografiche, sociali ed economiche che già oggi si intravvedono.
 
(*)  Presidente dell’IMED – Istituto per il Mediterraneo
 
[1] ILO, “Global employment trends 2011”
[2] Algeria, Cisgiordania e Gaza, Egitto, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Siria, Tunisia
[3] Cfr. Ivan Martin, “Labour markets performance and migration flows in Arab Countries. A regional perspective”

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