Lavori in corso n. 227, di Dino Greco

Sembra sia sfuggita ai più l’ennesima lezioncina che il professor Pietro Ichino – questa volta in compagnia di Luca Cordero di Montezemolo e Nicola Rossi – ci ha propinato dalle colonne del Corriere (venerdì 8 aprile) su come fare a risolvere il problema della precarietà del lavoro.
Prima di tornare sulla geniale e "disinteressata" proposta del trio, converrà tuttavia dedicare qualche rigo ad una breve ma essenziale rappresentazione del devastante processo di decostruzione dei diritti del lavoro sviluppatosi a partire dalla sconfitta operaia consumatasi a cavallo degli anni Ottanta del secolo scorso.
La progressiva erosione di tutele negoziali e legali ha portato ad un quadro normativo che possiamo così riassumere: leggi che derogano ai contratti e che consentono ai contratti di derogare alle leggi, lungo un circolo vizioso che si è via via avvitato su se stesso, rendendo lasca ed eludibile ogni regola, in un mercato del lavoro che si è nel frattempo voluto frantumare e balcanizzare come in nessun altro paese europeo.
Per favorire la domanda di lavoro è stata aperta una prateria di opportunità, un supermercato delle braccia sui cui scaffali è reperibile ogni genere di prestazione flessibile. Quell’emporio è stato poi selvaggiamente saccheggiato dai padroni, i quali hanno ingordamente messo all’incasso tutto ciò che i governi di centrosinistra prima e di centrodestra poi, da Tiziano Treu fino a Maurizio Sacconi, hanno messo a loro disposizione.
La flessibilità (vale a dire: l’aleatorietà dei diritti, del salario e di tutto ciò che incrocia con la prestazione di lavoro) è divenuta un mantra, un passe par tout ideologico, venduto come la condizione della competitività d’impresa, moderno dogma che ha soggiogato lo stesso sindacato "di mercato". In venticinque anni il diritto del lavoro è stato ridotto ad un colabrodo e omologato al diritto commerciale che disciplina – come si sa – la transazione di cose, non le relazioni fra esseri umani.
Ebbene, Pietro Ichino è stato fra i più instancabili maître à penser di questa restaurazione sotto le insegne del capitale. Egli ci ha spiegato con martellante insistenza come le conquiste sindacali, quelle che hanno (parzialmente) introdotto la Costituzione nei luoghi di lavoro, sarebbero responsabili di aver generato un mostruoso sistema duale: da una parte, la "cittadella fortificata del privilegio", protetta dallo Statuto dei lavoratori, popolata dagli "insider"; e dall’altra, i "paria", coloro che essendone esclusi sono costretti a dibattersi come anime perse nel girone infernale della precarietà, degli "outsider".
In realtà, è vero l’esatto contrario. Fino alla metà degli anni Ottanta, i rapporti di lavoro a tempo determinato (oltre quelli propriamente definiti "a termine" e come tali rigidamente normati dalla legge) erano soltanto i "contratti di formazione e lavoro" e, solo molto più tardi, quelli "interinali".
E’ in seguito alle riforme "liberali" che diverranno 43, divenendo la forma canonica di reclutamento della manodopera. Certo, sotto la soglia dei 16 dipendenti il licenziamento era (ed è) sempre possibile, anche senza "giusta causa", sebbene una legge del ’91 abbia introdotto una modesta sanzione risarcitoria a carico dell’azienda che intima licenziamenti illegittimi.
Ma non risulta che Ichino si sia mai espresso in favore del referendum attraverso il quale, nel 2003, si provò, senza successo, ad estendere la legge 300 all’universo del lavoro dipendente, appunto per unificare ciò che il diritto del lavoro aveva ingiustamente tenuto diviso.
Ordunque, dopo avere incoraggiato questo orripilante sconquasso giuridico, dopo aver esaltato quel disfacimento di diritti che ha posto generazioni di lavoratori in balia dei loro datori di lavoro, annientandone il potere di coalizione e favorendo lo scatenamento delle peggiori pulsioni antisindacali, ora Pietro Ichino e compagnia cantante si erigono a terapeuti della patologia sociale scaturita da un simile lavacro. Il giuslavorista milanese e i suoi ispirati sodali ci propongono ora un’altra soluzione, più subdola e sofisticata: "Un rapporto di lavoro unico – ohibò! – fondato su tutele crescenti".
Formula un po’ oscura e da decriptare per chi non sia avvezzo alle acrobazie del nostro, ma che significa, né più né meno, libertà di licenziamento dei nuovi assunti per un certo numero di anni, e trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato oltre quella soglia temporale.

Durante la prima fase, il padrone potrà fare quello che vuole, selezionare la manodopera in base al grado di acquiescenza che essa dimostrerà e disporne a piacimento, pendendo su di essa un giudizio ed una potestà insindacabili. Questa litania, a dire il vero, l’avevamo già sentita. La novità che Ichino e soci ci riservano è che la nuova normativa destinata a riscattare (sic!) il futuro dei giovani, in quanto più costosa per lo Stato che, in ultima istanza, dovrebbe farsene carico, dovrebbe essere compensata (pagata) da una sorta di solidarietà intergenerazionale: "I padri – ecco la ricetta – dovrebbero andare in pensione un anno più tardi".
Per aiutare i figli, of course. Logica, francamente, piuttosto bizzarra. Non sforzatevi di immaginare quale relazione intercorra fra le due cose. Perché non ve n’è alcuna. C’è solo un nuovo colpo al decrepito edificio previdenziale italiano, che una pensione dignitosa non la darà più a nessuno e di cui solo una fantasia perversa può immaginare un ulteriore peggioramento.
In conclusione, dopo avere lavorato con la lancia termica per la divisione dei lavoratori, ora si vuole alimentare anche quella fra le generazioni. Per costoro, il problema non è il barbaro sistema di relazioni sociali instauratosi nel nostro paese. E non lo sono neppure la legislazione e le politiche governative che hanno trasferito verso l’alto della piramide sociale gran parte della ricchezza nazionale, liquefatto il welfare e l’intelaiatura dei diritti.
Nient’ affatto: sono i lavoratori medesimi e quelle, fra le loro associazioni, che si ostinano nella politica rétro di conservare qualche scampolo di civiltà. Ma se è così, egregi signori, tenetevi la vostra minestra riscaldata. E andate a quel paese!

11/04/2011

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