Dopo Fukushima, Giappone: i condannati del nucleare, di Simone Pieranni

Nel paese asiatico il lavoro sporco nelle centrali è affidato a interinali esposti al pericolo senza alcuna preparazione . Secondo alcune ricerche tra il 1970 e e il 1983 sarebbero stati duecento i lavoratori morti per esposizioni alle radiazioni

Li hanno chiamati i Nuclear Samurai: persone arruolate in fretta e furia per andare a domare le fuoriuscite della centrale nucleare di Fukushima.
In cambio, la morte da eroe. Come ricompensa, circa 5.000 dollari al giorno, per andare a tappare buchi con calcestruzzo e giornali bagnati, e gettare acqua sui reattori. Si dice siano ingegneri: la realtà è che sono poveracci senza niente più da chiedere alla vita, se non un rimborso per le proprie famiglie. Soldi che spenderanno altrove, perché Fukushima ormai è zona off limits.
Con un van e alcuni volontari arriviamo fino a nove chilometri circa dal reattore numero 1 di Fukushima: paesi fantasmi, quelli non massacrati dallo tsnuami. Casette, piccole ville, tanti cani ormai randagi. Valori delle radiazioni alti, si torna indietro. A una ventina di chilometri, appena dopo la zona di evacuazione, incontriamo un drappello di persone. Sono in ciabatte, vestite con il pigiama, giacche sulle spalle; lo sguardo sul nostro van che si avvicina non è dei migliori. “Andatevene”, ci dicono. Sono lavoratori, ex lavoratori della centrale, tornati nella zona evacuata, alla faccia degli avvisi e degli allarmi: la loro casa è lì. Anzi era lì, perché adesso vivono in un albergo economico, circondato da negozi e piccoli centri commerciali chiusi. Non vogliono parlare, dicono solo: “Andatevene”.
Nel loro volto la sensazione che tutto sia sbagliato: loro, le centrali, il Giappone. Alla ricerca di una normalità che avrà bisogno di chissà quanto tempo, prima di fare capolino nelle vite di queste persone: lavoratori, uomini e donne la cui vita dipendeva dall’atomo. Secondo ricerche del 1983, effettuate da gruppi antinuclearisti nella prefettura di Fukushima, tra il 1970 e il 1983 sarebbero stati duecento i lavoratori morti per esposizione alle radiazioni durante la vita ordinaria delle centrali. Numeri vecchi, per un problema quanto mai contemporaneo.

Ci sarebbero dei precedenti, delle parole già usate, dei ritorni storici rispetto a tutto quello che è accaduto in Giappone a partire dalla scossa sismica e dallo tsunami dell’11 marzo 2011. Tanto per cominciare il governo non ha mai dato ascolto al movimento antinuclearista riguardo al pericolo insito nel costruire centrali atomiche in zone a rischio sismico. C’è poi la corsa sfrenata al consumo energetico, che giustifica le centrali, in un percorso storico di omissioni e di scandali nascosti. Per dare luce a Tokyo sembra valere ogni sfida, ogni paradosso, ogni sacrificio. “Togli Tokyo al Giappone e il paese economicamente affonda”, mi dice un attivista di Koenji, zona ovest della capitale, il quartiere più in movimento della città. “Togli Tokyo, però, e forse il bisogno di consumo energetico del paese – aggiunge – si riduce a un decimo di quello attuale”.
C’è anche un’espressione, in giapponese, che suona terribile alla luce di quanto accaduto, perché esiste da prima dello tsunami e della successiva catastrofe nucleare. L’espressione è gempatsu shinsai, che significa letteralmente: “Disastro nucleare come conseguenza di uno tsunami”. Nonostante questa “consapevolezza” nessuno del già traballante governo di Naoto Kan, un democratico e onesto politico cui manca forse la personalità per imporsi a cricche economiche consolidate, ha mai preso in considerazione questa tragica eventualità.
Se non bastassero le parole, a futura memoria, c’era anche uno struggente documentario realizzato nel 1995 dalla Bbc. Si intitola Nuclear Ginza ed è un documento storico che descrive le condizioni di vita dei lavoratori delle centrali: poveracci sottoposti a livelli radioattivi più alti rispetto a quanto consentito dalle convenzioni internazionali, con un tempo di vita che si misura in microsievert.
Sono i nuovi barakumin, letteralmente “abitanti dei villaggi”, come viene chiamata la feccia sociale in Giappone, in ricordo di quando il paese era ancora diviso in caste. Nel documentario questi lavoratori “raccolti” praticamente per strada raccontano la loro esposizione alle radiazioni nella gestione quotidiana delle centrali. Sono storie di morte e di disinteresse da parte di governo e Tepco (l’azienda che gestisce le centrali nucleari, ndr) una volta scoperte malattie e problemi di salute. E sono identiche, queste storie, a quelle ascoltate dopo il disastro di Fukushima. Lavoratori arruolati da agenzie interinali (prima era caporalato puro, con il camioncino che girava tra i villaggi), senza alcuna preparazione specifica e costretti a lavorare a contatto quotidiano con livelli radioattivi anche in questo caso superiori a quelli previsti dalle norme sancite dagli organismi internazionali. E poi abbandonati, una volta rivelatisi usurati per quel tipo di lavoro. Li hanno chiamati gli zingari dell’atomo, perché assunti da ditte cui la Tepco subappalta il lavoro sporco e costretti a girare di centrale in centrale per sottoporsi alla routine quotidiana della gestione delle centrali nucleari. La storia raccolta da Afp e ripresa da tutti i quotidiani del mondo non è diversa da quelle raccontate dalla Bbc quindici anni fa, da quelle che sono le voci che ogni giapponese conosce riguardo agli zingari dell’atomo: sfruttamento e verosimilmente morte.
Kohno ha 44 anni, lavorava a Fukushima. Dopo il disastro ha ricevuto una mail: serve il tuo aiuto alla centrale. È andato: “Tra lavoratori ci diciamo sempre che il Giappone era stato completamente distrutto dopo la seconda guerra mondiale. Ora siamo di nuovo rasi al suolo. Cambia il campo di battaglia, ma siamo noi i kamikaze di oggi”, ha detto. Senza una famiglia, ma pur sempre da fratello maggiore, è andato: pronto a lavorare senza sosta, nutrendosi di cibo in scatola e barrette energetiche. Novello kamikaze verso la morte sicura.
 
da http://www.rassegna.it       13 maggio 2011

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Il 12 e il 13 giugno pensate di andare al mare? Fate girare questo messaggio!

E’ molto importante per me, per te, per i tuoi amici, per i tuoi figli e per i tuoi nipoti, presentarsi al referendum abrogativo del 12-13 giugno 2011. E’ l’unico strumento, oltre alle elezioni, che ci fa sentire parte attiva di questo stato.
Il referendum avrá quattro quesiti, uno piú importante dell’altro. Ve li elenco in maniera molto molto stringata.  Per ogni approfondimento andate qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum abrogativi del 2011 in Italia.
Primo quesito (Acqua) Vuoi eliminare la legge che dá  l’affidamento a soggetti privati o privati/pubblici la gestione del servizio idrico?VOTA SI
Secondo quesito (Acqua) Vuoi eliminare la legge che consente al gestore di avere un profitto proprio sulla tariffa dell’acqua, indipendente da un reinvestimento per la riqualificazione della rete idrica? VOTA SI
Terzo quesito (Centrali Nucleari) Vuoi eliminare la legge che permette la costruzione di centrali nucleari sul territorio italiano? VOTA SI
Quarto quesito (Legittimo Impedimento) Vuoi eliminare la legge che permette al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri di non comparire in udienza penale durante la loro carica? VOTA SI
Come per ogni referendum bisognerá raggiungere il quorum. 25 milioni di persone, il 50% degli aventi diritto, dovrá  recarsi alle urne per rendere il referendum valido.
La vera  unitá di noi tutti per far valere i nostri diritti di cittadini, capaci di dare una forte risposta a leggi che remano contro di noi.
RICORDA: Condividi questo post con tutti i tuoi contatti, perché questa volta abbiamo la possibilitá  di salvare il paese, gira la mail a tutti i tuoi contatti.
Pubblicizziamo questi argomenti:
RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM… perché non saranno fatti passare gli spot ne’ in Rai ne’ a Mediaset.
Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E’ necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone!
Il referendum non sará pubblicizzato in TV.
I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà  un referendum da votare il 12 giugno.
QUINDI : I cittadini, non andranno a votare il referendum!
Vuoi che le cose non vadano a finire cosi ? Copia-incolla e pubblicizza il referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti. Passaparola!!!

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Contributo di un compagno intervenuto alla presentazione del libro “Senza Tregua” di Emilio Mentasti al Csa Vittoria giovedi 5 maggio.

Pensare a quello che sono stati gli anni ’70 a Milano, ma non solo, non si può capirlo leggendo quella che è la vulgata generale, o meglio, io credo che leggendo quanto scrivono gli uomini legati o appartenenti al potere, ci offre l’esatto contrario.
Purtroppo oggi il vocabolario che usa il potere e moltissima parte anche dell’opposizione è lo stesso, un tempo non era così, e già questo ci indica qualcosa: la barricata offre due posti, di qua o di là. Abbiamo sentito Emilio, l’autore del libro, e mi pare che questo aspetto sia emerso con chiarezza, l’irriducibilità tra i due fronti era estremamente visibile in ogni aspetto, appunto dal linguaggio ai comportamenti.
I rapporti di forza non erano dati una volta per tutte….ma era una continua quotidiana lotta. Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, in un recente libro dal titolo: Anni Settanta. I peggiori della nostra vita, scrive che furono anni “tetri”. E Il Giornale di Sallusti, parlando di questo libro titola l’articolo: I terrificanti anni 1970.
Ancora oggi la borghesia ha paura di quegli anni, gli anni ’70 non sono passati, sono ancora qui, con i loro fantasmi, con i loro sogni, con le loro categorie di interpretazione del mondo. Hanno paura che qualcuno sia tentato dall’idea di rimettere in discussione, come accadde negli anni settanta, la linea di confine che separa “normalità” e “follia”, “normalità” come accettazione del presente, “follia” come osare di sognare un altro mondo possibile, da realizzare ora.
Il libro di Emilio Mentasti, Senza tregua :storia dei comitati comunisti per il potere operaio, apparentemente ci invita e costringe ad andare indietro con i ricordi, recuperare i sogni e la memoria: Dico apparentemente perché in realtà i ricordi sono vivi e presenti, i sogni sono gli stessi, la memoria vive nel nostro quotidiano impegno, sono gli stessi di oggi, in condizioni strutturali, politici, economici diversi, ma quel desiderio e bisogno di giustizia è lo stesso.
Quella fase storica era caratterizzata da una forte volontà di esserci, una fase in cui come viene riportato nel libro esisteva “la passione politica, il sogno, la fortissima partecipazione senza delega”, si aveva la precisa consapevolezza che occorreva esserci per trasformare la società, anche con l’uso della forza, e lo dicevamo tutti.
Dico tutti non per modo di dire, nel senso che tutti sapevano che vi erano compagne e compagni che avevano scelto di praticare diversi livelli organizzazione armata, e questo era a conoscenza davvero dei tanti. In quel tempo non si parlava solo di lotta armata o di vari livelli di organizzazione, ma anche di lotte nelle fabbriche, di occupazioni di case, di organizzazione all’interno dell’esercito, di lotte nelle scuole, di antifascismo militante, di lotta contro il partito della DC nei quartieri, di lotta dell’allora nascente Comunione e Liberazione.
Così succedeva che magari di notte stavi dentro un’occupazione e poi di giorno, mettendoti in malattia o infortunio, andavi in mezzo alle montagne o in certe grotte ad allenarti, ad avere un minimo di conoscenza con le armi. Questo era, non altro, anche se poi è vero che tra centinaia di compagni vi erano quelli più attenti a certi livelli diciamo militari, piuttosto che coniugare politica e struttura.
Io credo che quanto viene riportato nel libro, quel clima occorre collegarlo in un contesto entro il quale a livello nazionale vi erano state delle stragi fasciste, assassinii di compagni per mano dei fascisti e della Polizia, chiaramente tutti coperti dallo Stato, con decine di morti, mica bombette; bisogna poi collocare quella situazione in un contesto internazionale: la vittoria dei vietnamiti che scacciavano gli americani, le lotte nei paesi baschi che il 20 dicembre del 1973 fanno letteralmente saltare in aria Carrero Blanco, le lotte dell’IRA per l’indipendenza nell’Irlanda, il Cile con il golpe di Pinochet l’11 settembre del 1973, la questione palestinese ben viva e presente, i Tupamaros in Uruguay, insomma un contesto internazionale ricco di avvenimenti ed in continuo movimento.
Comunque voglio ribadire che alla base di tutto vi era una forte volontà e necessità di trasformazione dell’esistente, non semplicemente un miglioramento, questo non pensavamo fosse possibile in quell’ambito di società. In verità il dopo ci ha solo confermato quell’idea, non l’ha minimamente messa in crisi.
Da allora la trasformazione si, c’è stata, ma in una direzione contraria a quello che noi volevamo: la condizione attuale è disgraziatamente arretrata proprio perché noi abbiamo “perso” e padroni e riformisti di allora hanno “vinto” Hanno “vinto” quanti a noi si sono opposti con ogni forma di repressione sino ad arrivare alla tortura, a processi speciali con condanne per svariati secoli di carcerazione, con assassinii a sangue freddo. Loro hanno vinto e questa società è quella per cui ci hanno combattuto, e si sono battuti. Mi verrebbe da dire: complimenti.
Cosa erano quegli anni?
Innanzitutto anni meravigliosi, l’aria che noi respiravamo era quella che ci faceva sentire umani completamente, anni in cui viveva l’indignazione a fronte di ogni ingiustizia, davvero quelle parole del “che” vivevano come pane quotidiano.
Noi proletari vivevamo nello sfruttamento consapevoli di questo e a questo ci ribellavamo, avevamo la coscienza ben sviluppata e determinata che la liberazione passava attraverso le nostre mani o non passava, la storia anche stavolta ci dice che così stanno le cose, ogni delega veniva vissuta come ulteriore catena, mentre noi avevamo iniziato a togliercele quelle catene.
Il mio percorso iniziato nel movimento degli studenti è passato poi all’interno di Lotta Continua, una esperienza umana e politica importante e se pensate a questa organizzazione non dovete avere davanti Sofri e gente come lui, Lotta Continua eravamo noi giovani operati venuti dal sud a riempire piccole e grandi fabbriche, a riempire quartieri costruiti apposta per noi, erano gli studenti che rifiutavano ogni potere: famiglia, scuola e stato.
Pensare a Lotta Continua vuol dire immaginarsi una comunità di comunisti che si dava alla politica con la generosità di chi vuole davvero cambiare, di chi è convinto della necessità di farlo, questo era e non altro.
Purtroppo la storia la scrivono i vincenti e da chi va al potere, da chi si vende e allora la fotografia che ne viene fuori è quella dell’organizzazione di estremisti, di persone senza arte ne parte. Non sto a riportare fatti o nomi perché il libro è molto preciso in questo, aver attraversato quel periodo, quelle tensioni ho sempre pensato fosse una fortuna, io quel periodo lo ricordo ben stretto e sono contento di esserci stato.
Ecco, quegli anni li vogliono ricordare come anni bui, di piombo, in realtà non vi sono stai anni più solari, era l’orgoglio ritrovato, a spingerci nelle scelte, la consapevolezza di essere dalla parte giusta, ci riconoscevamo nella classe degli sfruttati, avevamo alle spalle la lotta partigiana, le lotte operaie durante l’occupazione nazifascista, quelle degli anni “60, ma insieme avevamo conosciuto lo sfruttamento, avevamo capito che quella società era ingiusta fin dalle radici e per questo occorreva abbatterla, non era riformabile, e anche questo credo sia stato dimostrato in questi decenni….perché noi saremo stati sconfitti, ma il riformismo non ha avuto vita migliore.
Queste nostre scelte non sono state indolori per nessuno, un conflitto è un conflitto, la lotta di classe non è un pranzo di gal
a, ammoniva il compagno Mao, vi sono state molte vittime anche dalla nostra parte, e qui stasera le voglio ricordare tutte, sono state parte di noi, sangue del nostro sangue.

www.csavittoria.org vittoria@ecn.org

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Case dell’acqua

C’è poco da fare: il concetto di “acqua pubblica” e di “bene comune” a questo governo proprio non piace. Dopo aver emanato il decreto Ronchi sulla privatizzazione della gestione dell’acqua, dopo aver tentato di ammazzare il referendum sull’acqua  (per il quale sono state raccolte 1.400.000 firme), ora si passa all’attacco delle “Case dell’acqua”.

Le case dell’acqua sono una bella cosa che permette di risparmiare soldi, rifiuti e plastica. I cittadini si portano le bottiglie da casa e fanno il pieno, invece di comprarsi le bottiglie di acqua minerale al supermercato.

Le case dell’acqua realizzate da Tasm (Assago, Calvignasco, Bubbiano, Lacchiarella, Locate Triulzi, Rozzano, Mediglia, San Donato Milanese, Pieve Emanuele, Buccinasco, Cesano Boscone, Corsico, Trezzano sul Naviglio, Vizzolo Predabissi, Zibido San Giacomo) vanno a gonfie vele.

I rilevamenti sui consumi testimoniano l’alto livello di interesse mostrato dalla popolazione per l’acqua erogata da queste fontane. Le case dell’acqua forniscono una media giornaliera di oltre 40mila litri. Si stima che almeno 50mila persone si servono di queste Case per riempire le proprie bottiglie di acqua naturale, gassata e gassata refrigerata. Viene così evitata la produzione e lo smaltimento di 9.637.465 bottiglie di plastica all’anno.

Bene! Secondo il  regolamento in commissione del Ministero della Salute (Min. Ferruccio Fazio), le case dell’acqua sarebbero da considerare come “attività di somministrazione di bevande non alcoliche”, cioè come i bar, i ristoranti o i chioschetti privati. E quindi, molto probabilmente, saranno chiuse (tutte) per legge, favorendo (di fatto) un consumo a pagamento.

I "soliti noti" si fregano già le mani per l’ennesimo regalo di Pdl e Lega Nord.

Veramente assurdo !

Rino Pruiti
Cittadino responsabile
Buccinasco (MI)
www.rinopruiti.it

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Un articolo vergognoso de “la Repubblica”

Venerdì 29 “AdessoBasta” ha partecipato ad una assemblea popolare, indetta da “Memoria Antifascita”, alla quale aderivano la Camera del Lavoro di Milano, nella figura del segretario generale Rosati, l’ANPI milanese, nella figura del vicepresidente provinciale Cenati, un giornalista (Scaramucci), un attore (Sarti) oltre ad associazioni come “AdessoBasta”, “26per1”, Punto Rosso.

Una assemblea popolare, dunque, organizzata allo spazio Guicciardini in via Melloni, per ricordare Gaetano Amoroso, assassinato dai fascisti a coltellate il 27 aprile del 1976, e per lanciare la proposta di preparare una giornata del Ricordo di tutte le vittime della Nuova Resistenza, che si è concordato verrà realizzata il 25 maggio, giorno nel quale veniva ucciso a coltellate dai fascisti il giovane Brasili.

Non, dunque, come scrive La Repubblica di sabato 30, una “celebrazione di sinistra”.

Era una assemblea di popolo, con i rappresentanti di prestigiose istituzioni.

Ma la brutta ricostruzione di “La Repubblica” non finisce qui. Dice l’articolista: “…sessanta militanti di Forza Nuova lasciano piazzale Susa… e iniziano a lanciare petardi e fumogeni… una decina di minuti di scontri a distanza, con la polizia che separa i due gruppi, sempre più pericolosamente vicini…”

Una ricostruzione da “opposti estremismi” che si fronteggiano, meno male che c’erano le forze dell’ordine. E no, caro giornalista, così proprio non va. Come mai non ti domandi perché la polizia ha fatto arrivare i fascisti fino davanti allo spazio Guicciardini? Erano lì, i poliziotti. Pronti in assetto antisommossa all’angolo della strada. “ma non li abbiamo visti”, balbetta un funzionario. Non hanno visto una cinquantina di fascisti con bastoni, manganelli, caschi, fumogeni, petardi, gagliardetti, saluti romani? E cosa facevano? Giocavano a carte?

E perché, quando finalmente li hanno visti svegliandosi dal letargo, non hanno caricato? Li hanno lasciati lì 5/6 minuti prima di intervenire. E sono intervenuti solo quando gli antifascisti indignati sono usciti e li hanno affrontati costringendoli alla ritirata.

Caro giornalista così non va.

Non si riduce una provocazione fascista ad un nuovo episodio di intolleranza tra estremisti. Io, che leggo sempre questo giornale, non per la prima volta, sono costretto a dire: vergogna “La Repubblica”, vergogna giornalista. Ricordiamo le prossime principali scadenze:

* venerdì 6 maggio: sciopero generale indetto dalla CGIL contro la politica fiscale del governo, per i diritti dei lavoratori.
* 15/16 maggio: si vota per cacciare la destra dal governo di Milano
* Mercoledì 25 maggio: giornata della Memoria per tutti i caduti della Nuova Resistenza
* Giovedì 2 giugno: festa della Repubblica, manifestazione nazionale a Milano per difendere la Costituzione nata dalla Resistenza

Per “AdessoBasta” Giulio Leghissa
lunedì 2 maggio 2011

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