Casta forever

Omeopatia, dentista e psicologo tutti i rimborsi per i deputati.
Per la prima volta viene tolto il segreto su quanto costa ai contribuenti l’assistenza sanitaria integrativa dei deputati. Si tratta di costi per cure che non vengono erogate dal sistema sanitario nazionale (le cui prestazioni sono gratis o al più pari al ticket), ma da una assistenza privata finanziata da Montecitorio. A rendere pubblici questi dati sono stati i radicali che da tempo svolgono una campagna di trasparenza denominata Parlamento WikiLeaks.Va detto ancora che la Camera assicura un rimborso sanitario privato non solo ai 630 onorevoli. Ma anche a 1109 loro familiari compresi (per volontà dell’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) i conviventi more uxorio. Ebbene, nel 2010, deputati e parenti vari hanno speso complessivamente 10 milioni e 117mila euro. Tre milioni e 92mila euro per spese odontoiatriche.Oltre tre milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in ospedali o strutture convenzionati dove non si paga, ma in cliniche private). Quasi un milione di euro (976mila euro, per la precisione), per fisioterapia. Per visite varie, 698mila euro. 488mila euro per occhiali e 257mila per far fronte, con la psicoterapia, ai problemi psicologici e psichiatrici di deputati e dei loro familiari.Per curare i problemi delle vene varicose (voce “sclerosante”), 28mila e 138 euro. Visite omeopatiche 3mila e 636 euro. I deputati si sono anche fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto il rimborso all’assistenza integrativa del Parlamento per 153mila euro di ticket.Ma non tutti i numeri sull’assistenza sanitaria privata dei deputati, tuttavia, sono stati desecretati. “Abbiamo chiesto – dice la deputata RitaBernardini – quanti e quali importi sono stati spesi nell’ultimo triennio peralcune prestazioni previste dal ‘fondo di solidarietà sanitaria come ad esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio sportivo ed elettroscultura (ginnastica passiva). Volevamo sapere anche l’importo degli interventi per chirurgia plastica, ma questi conti i Questori della Camera non ce li hanno voluti dare”. Perché queste informazioni restano riservate, non accessibili? Cosa c’è da nascondere?Ecco il motivo di quel segreto secondo i Questori della Camera: “Il sistema informatizzato di gestione contabile dei dati adottato dalla Camera non consente di estrarre le informazioni richieste. Tenuto conto del principio generale dell’accesso agli atti, in base al quale la domanda non può comportare la necessità di un’attività di elaborazione dei dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, non è possibile fornire le informazioni secondo le modalità richieste”.Il partito di Pannella, a questo proposito, è contrario. “Non ritengo – spiega la Bernardini – che la Camera debba provvedere a dare una assicurazione integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto proprio avendo già l’assistenza che hanno tutti i cittadini italiani.Se gli onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, a farsi un’assicurazione privata. Non si capisce perché questa ‘mutua integrativa la debba pagare la Camera facendola gestire direttamente dai Questori”. “Secondo noi – aggiunge – basterebbe semplicemente non prevederla e quindi far risparmiare alla collettività dieci milioni di euro all’anno”.

12 aprile 2011

249 Visite totali, 1 visite odierne

Bella, disarmante e semplice: l’utopia concreta del reddito garantito

Tavolo tematico: Welfare, diritti del lavoro, reddito garantito (Roma 9 giugno 2011 – ore 15.00)   
Nella società attuale la disoccupazione è diventata ormai non un fattore congiunturale dovuto a momenti ciclici di crisi o ristagno economico, ma un dato strutturale, una componente del mercato del lavoro che non è il contraltare dell’occupazione, ma un suo complemento derivato da una serie di fattori, non ultimo quello che ha  visto negli ultimi dieci anni le politiche di deregolamentazione e liberalizzazione del mercato del lavoro marciare di pari passo col dominio della finanza sull’industria, o più precisamente del capitale speculativo su quello produttivo. La società del lavoro si è trasformata e il lavoro stesso in alcuni casi tende a scomparire o quantomeno a riguardare la vita di sempre meno persone.
Di fronte a questo quadro sociale bisogna prendere atto che siamo in una situazione sociologicamente nuova, in cui il diritto alla sussistenza non può più essere legato in maniera indissolubile al lavoro  e che la corrispondenza lavoro-salario-progetto di vita non ha più ragione di essere, almeno in  molti casi. È per questo che bisogna cominciare a ragionare sull’introduzione di un reddito indipendente dal lavoro, che sganci le prospettive di vita dei singoli cittadini dall’avere o meno un’occupazione.
In molti paesi europei questo dato è ormai acquisito e la condizione di disoccupazione non porta come conseguenza quella della povertà, cosa che invece avviene ancora molto frequentemente in Italia.
In Italia si stima che i lavoratori over 40 esclusi dal mercato del lavoro siano ormai quasi il 50% sul totale dei disoccupati. La stima è parziale, in quanto l’Istat non classifica la disoccupazione per fasce d’età e gli unici dati sono quelli forniti dalle associazioni che si occupano del fenomeno. Malgrado ciò nessun governo ha messo in cantiere iniziative legislative specifiche, arrivando ad ignorare il problema della disoccupazione in età matura che ancora non è riconosciuto come fenomeno sociale. Non esistono, se non per sporadiche iniziative sul territorio, nemmeno strutture pubbliche specifiche dedicate al ricollocamento di questa fascia di lavoratori che viene abbandonata a se stessa e che, nella maggior parte dei casi,  non gode nemmeno degli ammortizzatori sociali che vengono riconosciuti nell’ambito delle grandi ristrutturazioni o dismissioni aziendali tipo Alitalia.
Anche gli ammortizzatori sociali, come forma di integrazione al reddito sono in Italia una specie di privilegio. Stando ai dati Ue, in Svezia e negli altri paesi scandinavi gli ammortizzatori sociali coprono oltre il 70% dei senza lavoro; la Francia arriva al 60%, il Belgio al 50%, la Germania al 45%. L’Italia è agli ultimi posti assieme a Grecia e Bulgaria attestandosi intorno a un misero 30% . Gli altri si arrangino, e gli altri sempre più spesso, sono lavoratori precari, over 40 con famiglie a carico o donne marginalizzate e quasi totalmente escluse da ogni forma possibile di reimpiego.
Anche il dato della spesa per gli ammortizzatori sociali è sconfortante: rispetto al Pil l’Italia spende circa la metà degli altri paesi europei. Dal 1995 si sono varate 5 o 6 riforme previdenziali del tutto incuranti dei problemi di coloro che si trovavano disoccupati a pochi anni dalla pensione
Nei paesi europei in media a partire dai 16 anni (dai 25 in Francia) si ha diritto a un reddito minimo. Lo chiamano in vari modi: in Francia   Revenuè de solidarité active (RSA); in Gran Bretagna Jobseeker’s Allowance (JSA), in Germania Arbeitslosengeld.  Ma non  solo: il disoccupato percepisce anche un aiuto per l’affitto le spese di casa, i figli e finanche per l’uso del telefono  perché il disoccupato non si può isolare, altrimenti non trova lavoro.
Ma l’idea di un reddito di sostegno per essere veramente universale e proporsi non solo come elemento economico ma come fattore costituente di una nuova organizzazione sociale., deve riuscire anche ad andare al di là della dicotomia lavoro/non lavoro, e prendere anche in considerazione la possibilità di integrazioni per chi ha un reddito da lavoro inferiore ai parametri minimi della sussistenza.
In Germania una recente sentenza del Tribunale Costituzionale ha sottolineato come la “minima sussistenza” sia da garantire a tutti, ma che essa debba anche essere compatibile con la “human dignity”, la quale non può coincidere con la semplice possibilità per le persone di sopravvivere
In Italia  ci si comincia ad accorgere del fenomeno dei Worgking Poor , vale a dire i lavoratori che pur avendo un reddito, vivono in situazione di povertà, non riuscendo con quel che guadagnano a garantirsi sostentamento e servizi minimi. Pensiamo ai tanti lavoratori impiegati nei call-center con stipendi che a malapena raggiungono i 400 euro mensili, o se vogliamo guardare a fasce specialistiche più alte, magari a ricercatori universitari che sopravvivono con assegni da 700/800 euro mensili. Il Rapporto 2009 della Commissione di indagine sull’esclusione sociale (Cies), mostra come l’Italia presenti una percentuale tra le più alte in Europa di working poor con il 10% di lavoratori occupati al di sotto della soglia di povertà relativa.

DOVE TROVARE I SOLDI
L’idea di garantire il reddito e un po’ meno il posto di lavoro (peraltro, al di là delle chiacchiere, in Italia si licenzia come negli altri paesi) suona come un affronto, come una bestemmia, quasi una distorsione etica, un attentato alla sacralità del lavoro.
In Italia ogni volta che si parla di reddito di sostegno, di cittadinanza, o di qualsiasi altra forma di supporto, ci si scontra subito col discorso del debito pubblico e con l’impossibilità di mettere mano a riforme strutturali.
Recentemente la Banca Mondiale ha calcolato che il costo della corruzione in Italia si aggira intorno ai 50 miliardi di Euro. L’evasione fiscale, combattuta nel nostro paese sempre a parole ma raramente nei fatti se non con scudi e condoni tesi a favorire chi aveva già allegramente evaso o esportato capitali all’estero,  sfiora i 250 miliardi di Euro.
Volendo, i soldi per una riforma veramente rivoluzionaria ci sarebbe dove prenderli, senza contare poi che Italia la spesa sociale è una delle più basse d’Europa.
Quello del  reddito sganciato dal lavoro può e deve essere l’argomento e il terreno da cui ripartire in tema di politiche sociali e su cui ricostruire un fronte del lavoro, per una nuova stagione di diritti e giustizia sociale indispensabili in un momento dove tutto nelle politiche governative italiane sembra andare nella direzione opposta, quella dell’esclusione e dell’ingiustizia.

PROPOSTE ATDAL
Atdal Over 40 ritiene che il discorso di un reddito sganciato dal lavoro  possa essere una delle soluzioni con cui affrontare  le nuove forme di occupazione precaria e disoccupazione strutturale. Per questo avanza alcune proposte operative:
A) Istituzione di una indennità di disoccupazione generalizzata per tutti coloro che si trovano privi di lavoro calcolata in percentuale su l’ultimo salario percepito e comunque tale da garantire un reddito dignitoso e per un periodo di tempo idoneo a sostenere la ricerca senza angoscia di un nuovo lavoro;
B) L’ indennità di disoccupazione deve entrare in vigore anche per coloro che svolgono lavori precari nei periodi di inattività e deve prevedere la corresponsione dei contributi previdenziali figurativi;
C) Accanto all’indennità di disoccupazione
occorre prevedere un sostegno economico per la copertura dei versamenti previdenziali volontari per disoccupati over50 che abbiano maturato almeno 30 anni di versamenti contributivi o, in alternativa, prevedere percorsi di accesso anticipato alla pensione per disoccupati over50 di lunga durata, considerati non più ricollocabili, eventualmente prevedendo una trattenuta sulla pensione pari ai contributi che dovrebbero ancora versare fino al raggiungimento dei requisiti anagrafici o contributivi di legge.

ATDAL OVER 40
http://www.bin-italia.org/informa.php?ID_NEWS=287

250 Visite totali, 1 visite odierne

I più grandi criminali della storia dell’Umanità

Moody’s , Standard & Poor’s e Fitch Ratings sono le tre agenzie di valutazione del credito, indicate dalla Securities and Exchange Commission (SEC).
Queste tre agenzie di rating sono le arbitre dei destini degli Stati ed emettono giudizi inappellabili sulla solidità ed affidabilità delle banche.
Ora per parlare a Tebe perché Atene intenda, Moody’s è l’agenzia di rating che qualche tempo prima aveva spergiurato sul buon stato di salute della banca Lehman Brothers.
Ed ecco la fine di Lehman Brothers: il 15 settembre 2008 la società ha annunciato l’intenzione di avvalersi del Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense (procedura molto simile al concordato preventivo previsto dalla Legge Fallimentare italiana) annunciando debiti bancari per US$ 613 miliardi, debiti obbligazionari per US$ 155 miliardi e attività per un valore di US$ 639 miliardi. Quella annunciata è la più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti. La società è ancora esistente, fino al completamento della procedura di bancarotta(da Wikipedia).
Ora i grandi criminali hanno deciso di fare un solo boccone dell’ Europa a cominciare dalla Grecia, ed infatti sentenziano: la situazione non sembra migliorare nel 2011, in quanto le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s tagliano ulteriormente il rating della Grecia portandolo rispettivamente a Caa1 (insolvente) e a CCC (debito altamente speculativo),cosa che costringe il governo ad effettuare nuovi tagli per 6,5 miliardi di euro e nuove privatizzazioni al fine di ottenere nuovi prestiti da parte dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale(da Wikipedia).
Appunto e qui arriviamo al ruolo giocato dagli strozzini internazionali: l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale.
Il  Fondo Monetario Internazionale e la Banca mondiale sono stati gli artefici delle devastazioni economiche e sociali, che hanno imperversato negli ultimi quarant’anni per tutto il pianeta dal Sudamerica al Sud-est asiatico, dall’ Europa orientale, dopo la caduta del muro di Berlino, alla Russia di Eltsin.
Ora il Fondo Monetario Internazionale ha trovato un altro compagno di merende nell’Unione Europea, a forte leadership tedesca, e sta progettando di completare l’ abbuffata a cominciare dalla Grecia.
Ciò che molti non sanno, è che la Germania non ha mai ripagato i danni della seconda guerra mondiale al popolo greco, cui pure era stata condannata dalla Comunità internazionale, e tuttavia oggi si comporta come un furbo e feroce creditore: prende dalla BCE il denaro ad un tasso di interesse dell’ 1,25% e lo presta allo Stato greco ad un tasso del 15%!

270 Visite totali, 2 visite odierne

Informazioni

Cari amici di AdessoBasta!  leggo oggi dell’inchiesta che riguarda 33 milioni di Euro, pagati dai napoletani ( ma anche dagli abitanti di altre città, tra cui Bordighera) come Tarsu, Tosap, Ici, Iciap, condoni, a un’agenzia concessionaria, la milanese  Aip srl, incaricata della riscossione , e mai versati nelle casse dei Comuni, ma direttamente incassati dagli amministratori e dai dirigenti e girati su propri conti svizzeri o su altre società ad essi riconducibili.

Tutti gli arrestati sono milanesi.

Alla faccia di Roma ladrona!!

Ci si chiede anche come i Comuni non si siano accorti di distrazioni di tale entità, che duravano da anni.
 
ADESSO BASTA!    News letter del 23 giugno 2011

247 Visite totali, 1 visite odierne

Precari d’Italia, di Pietro Ancona

Collocamento pubblico, abrogazione legge Biagi e SMG (Salario Minimo Garantito)

La cattiveria profonda di una certa Italia che ha spesso la prevalenza sull’altra o sulle altre affiora prepotente nella questione del precariato. Ieri "la Repubblica" pubblicava in prima pagina la foto di un ragazzo con una maschera di gesso bianco ed un cartellone in mano in cui era scritto: "Sono il fantasma del precario"! Il giornale ha dedicato tre intere pagine ricche di testimonianze e di servizi a questo dramma tipico del le generazioni che hanno completato gli studi dopo l’approvazione del pacchetto Treu e della legge Biagi. Generazioni a cui sono state spezzate le ali, fatte da ragazzi e ragazzi che laureati, spesso hanno due lauree, hanno dei masters, corsi di specializzazione, insomma superqualificati che vengono traumatizzati da un mercato del lavoro che indica loro la via dell’incertezza e di salari a volte talmente umilianti da essere incredibili. Non è soltanto "La Repubblica" a fare simili denunzie e non solo da ora. Ricordo che questo importante giornale liberal raccolse migliaia e migliaia di lettere di precari nei primi anni di applicazione della legge trenta. Anche Liberazione, il Fatto, il Manifesto, tutta la stampa italiana descrivono in termini di grande allarme sociale il fenomeno. Ma se andiamo a vedere le redazioni di questi giornali esse sono gremite da precari che ne garantiscono i servizi da fantasmi. Nel giornalismo come in tutte le altre professioni si è creato un lumpenproletariat magari dotato degli stessi titoli e provvisto delle stesse qualità professionali dei "normali" giornalisti o dipendenti o professionisti ma asserviti da una condizione di lavoro infinitamente peggiore. Conosco giornalisti pagati a 30 euro il pezzo e a mesi di distanza dalla sua consegna. Anche negli studi legali o di architetti o di ingegneri accade lo stesso. Sostanzialmente il solo che ha la possibilità di accedere alla titolarità dello studio è il figlio del proprietario. La borghesia si trasmette per via parentale e chiude la porta in faccia a quanti ritenevano di potere accedere alla professione soltanto attraverso in corso onorevole di studi. E’ davvero stupefacente che il giornale che denunzia il precariato come male sociale lo pratica abbondantemente e direi spietatamente con molti suoi dipendenti. Questa scissione delle redazioni in un gruppo di "normali" circondati da molti moltissimi ed intercambiali provvisori ha portato il giornalismo professionista ad essere sempre più conservatore e financo reazionario. Pochi di noi rammentano le memorabili riunioni delle redazioni per stabilire la linea redazionale o esprimere il consenso alla scelta del Direttore indicata dalla Proprietà. Ora se ne stanno tutti con due piedi in una scarpa! Il precariato di tantissimi bravi colleghi è sempre sotto i loro occhi a testimoniare la condizione che li attende se tirano troppo la corda con gli editori!
Oramai tutta la generazione dei biagizzati è vicina ai quaranta anni o li ha superati. Molti sono precari nello stesso posto di lavoro da anni. Perchè in effetti posti di lavoro davvero precari non ne esistono. Esistono posti di lavoro stabili occupati da precari!
Nei confronti dei precari il Potere fa muro di gomma. Il Papa depreca la loro condizione ma le attività commerciali ed industriali di tutte le organizzazioni che fanno capo alla Chiesa si servono senza alcuno scrupolo dei precari ed anche di un uso disinvolto delle ONLUS. Comunione e Liberazione ha un impero economico in cui soltanto una piccola parte di dipendenti non è precaria. Lo stesso dicasi delle organizzazioni sindacali che hanno diecine di migliaia di dipendenti cocopro e precari di tutte le varietà. Anche i partiti e le associazioni professionali e di categoria. Infine lo Stato si serve del precariato in un sistema integrato con le esternalizzazioni, i sub appalti e tutte le diavolerie inventate dai privati per spolpare il meglio la pubblica amministrazione.
Lo stesso Presidente della Repubblica non è esenta da questa schizzofrenia: è solidale con i giovani privi di futuro ma ogni anno celebra con riti solenni carichi di significati simbolici le figure di Marco Biagi e di D’Antona che furono tra i massimi manipolatori del diritto alla stabilità del lavoro.
Il precariato è diventata una piaga sociale che per essere guarita abbisogna di cure drastiche. La prima cura è l’abrogazione della legge Biagi e di tutte le leggi e leggine che lo hanno reso legale. Su questo punto l’attuale Parlamento e quasi tutti i partiti ed i sindacati sono contrari. Si accontentano di qualche spicciolo di ammortizzatore sociale e di qualche piccola attenuazione. La seconda cura è il ripristino della legge sul collocamento la 264 del 1949 che faceva obbligo ai datori di lavoro di chiedere agli uffici di collocamento la mano dopera da assumere e soltanto in termini numerici e non nominativi.La terza cura è l’istituzione di un Salario Minimo Garantito ad almeno 1000 euro mensili con pesanti sanzioni per coloro che non lo rispettassero.
Abrogazione legge biagi, ripristino legge sul collocamento pubblico e abolizione delle agenzie interinali e salario minimo garantito sono le tre rivendicazioni che potrebbero cambiare la situazione. Ma bisogna avere una immensa forza politica e sociale per realizzarle! Bisogna che la deriva liberista della società italiana venga bloccata da movimenti simili a quelli che si stanno verificando in Spagna ed in Grecia che si sono già visti in Francia ed in Inghilterra e che presto torneranno ad infiammare l’Europa attaccata dai killers di Bilderberg. Ma non è detto che il vento gentile del referendum non diventi un tempestoso vento di scirocco atto a cancellare la ingiustizia di milioni di persone private del loro stesso futuro!

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/           21 giugno 2011

270 Visite totali, 1 visite odierne

MIchele Santoro: La7 teme ritorsioni del governo sulla sua campagna acquisti, di Marco Leardi

Nella ‘Repubblica delle banane’ ci sono scimmie, macachi e gorilla. Fuor di metafora: la giungla mediatica del Belpaese è piena di insidie. Ne sanno qualcosa Michele Santoro e l’Ad di La7 Giovanni Stella, in questi giorni impegnati a siglare la trattativa che dovrebbe portare il conduttore Rai sulla Cenerentola delle generaliste. Ma qualcosa ostacola il patto del secolo: Telecom non può fare liberamente “campagna acquisti” perché altrimenti il Governo “potrebbe usare tutti i mezzi per sparare su Telecom” ha infatti denunciato Santoro. Oggi il conduttore ha parlato a ruota libera ai microfoni del programma di Radio2 ‘Un Giorno da Pecora‘.

In onda il paladino della libera informazione ha commentato le parole di Stella, che al Fatto aveva detto di aspettare “sotto il banano Rai i macachi-conduttori che pensano di scendere“. Cosa intendeva? “I quattro macachi sarebbero i programmi sgraditi alla Rai, che se ne vorrebbe liberare” spiega Santoro. Con quel giro di parole, prosegue il giornalista, l’Ad di La7 voleva dire: “io non faccio niente per andare sugli alberi ad offrire cesti di banane a questi macachi perché abbandonino la loro azienda, ma se mi cadono addosso, cosa posso fare se non farli lavorare per forza?“. Secondo questa versione, dunque, la rete del terzo polo non avrebbe fatto un grande sforzo per attirare verso di sè l’interesse di professionisti quali Fabio Fazio, Serena Dandini o Milena Gabanelli.

“Questa è la più straordinaria descrizione del conflitto di interessi che io abbia mai sentito (…) perché in sostanza lui dice: io sono in una tv che fa parte di un grande gruppo telefonico, sarebbe un guaio se Telecom usasse le sue risorse per andare a fare una campagna acquisti nel campo dei concorrenti di Berlusconi” dichiara. Poi denuncia come l’emittente non possa andare a prendersi i conduttori che vuole “perché altrimenti il Governo potrebbe usare tutti i mezzi a sua disposizione per sparare su Telecom”. Con queste affermazioni rilasciate oggi a Radio2 Santoro sembra così avvalorare le voci secondo le quali il gorilla Silvio starebbe tentando di frenare in extremis la trattativa tra l’arcangelo Michele e La7 (maggiori dettagli qui).

Il giornalista spiega poi come si starebbe comportando l’Ad Stella. “Se lui non può andare contro il Governo, invece quello che può fare è che nell’ambito del confine che gli è stato disegnato intorno e oltre il quale non si può muovere, può dire a qualcuno: lavora, fatti tu i soldi da solo e ti ripaghi da solo”. Un atteggiamento che Santoro, vista la situazione italiana, giudica “di straordinario coraggio“, anche perchè ”ci fa capire qual è la nostra situazione, in cui Mediaset perde tutte le gare degli ascolti ma continua a guadagnare denaro. E’ un mistero a livello mondiale, tra un po’ metteranno il monoscopio e continueranno a fare soldi” conclude.

L’ultima battuta la riserva alla percentuale di certezza del suo passaggio a La7. “Saremmo al 100% se le loro intenzioni fossero buone, concrete e rispettose delle nostre prerogative. Bisogna soltanto aspettare“. Nella giungla non vince il più forte, ma il più furbo. E lo ’scimmione’ Michele questo lo sa.

da www.davidemaggio.it          16 giugbo 2011

103 Visite totali, nessuna visita odierna

L’impresa impossibile degli Over 35, vietato ritrovare lavoro in Italia di Federico Pace

Sono i nuovi "senza speranza". Hanno la sfortuna di essere nati intorno al 1976 e sono il gruppo che negli anni più acuti del "down" economico è cresciuto di più. Ora sono cinquecentomila. Usciti dal mercato non riescono a rientrare

ROMA – Luisa ha perso il lavoro due anni fa. Undici anni di turni massacranti, uno stipendio che non arrivava nemmeno a mille euro e poi nulla. Paolo ha quasi sempre fatto l’operaio. Nel 2004 è stato licenziato dopo dieci anni a tempo indeterminato. La ditta ha portato la produzione all’estero. Da allora per lui, sei anni di contratti interinali mensili e chiamate con sms. Oggi neppure quello. Da allora, Luisa e Enrico, le hanno provate tutte. Migliaia di curriculum spediti, appuntamenti nelle piccole sedi delle agenzie interinali e contatti personali. Niente da fare. Eppure, non hanno i capelli grigi. Sono lontani dai cinquant’anni. Non hanno superato neppure i quaranta. Lei ha 39 anni. Lui 37. Per loro, però, dopo aver perduto il lavoro, non c’è più modo di rientrare.

La loro è una storia comune. In soli due anni, tra il 2007 e il 2009, gli anni più acuti della crisi, l’esercito dei disoccupati è cresciuto di 438 mila persone. Di questi, quasi un terzo ha tra 35 e 44 anni. Nel 2007 quelli della loro età senza lavoro erano 357 mila. Nel 2009 sono arrivati a 487 mila. Ora sono più di mezzo milione. Se è vero che i giovani sono stati travolti dalla crisi, nella pancia inquieta dell’universo dei senza lavoro, sono sempre di più quelli che hanno 35 anni (il cinque per cento in più in tre anni). Non solo. Per loro, ritrovare un impiego è sempre più difficile. Se non impossibile. Per le imprese sono "bruciati". Preferiscono uno stagista. Del milione di persone che cerca lavoro da più di dodici mesi, 423 mila hanno tra 35 e 54 anni. "Quella di questi anni – spiega Claudio Treves, coordinatore politiche attive di Cgil  –  è una condizione che ai due estremi della scala generazionale si sta sempre più stringendo. Da un lato i giovani non trovano lavoro, dall’altro ci sono le persone con un’età che si abbassa sempre di più che fanno altrettanta difficoltà a rientrare. Naturalmente più va avanti la crisi, e più queste difficoltà si allargano anche a quelle categorie definite garantite come i lavoratori a tempo indeterminato che hanno una scarsa scolarità o scarsa professionalità".
 
La discriminazione sulle offerte. I primi ostacoli cominciano subito. Nonostante sia proibito per legge fare discriminazioni d’età, in molte offerte di lavoro sui giornali e sui siti web si indicano requisiti che riguardano gli anni dei candidati. Con limiti ancora più stringenti di quanto non fosse qualche tempo fa. In questi giorni una famosa catena di negozi di profumeria cerca degli store manager. Li assume, purché non abbiano compiuto i 35 anni. Un’agenzia di lavoro seleziona operatori di call center. Requisito: età tra 18 e 30 anni. Una società di sistemi informativi vuole dei programmatori con meno di 27 anni. Come se non bastasse, in molte di queste inserzioni viene riportata la dicitura: "Il presente annuncio è rivolto all’uno ed all’altro sesso ai sensi della Legge 903/77 e 125/91 non ci sono limiti di età e né di nazionalità". Quasi una beffa. Ma tanto è. Quando un posto si libera le imprese pensano prima a chi ha meno anni. Poi, chissà. In un’indagine dell’associazione dei direttori del personale Gidp, le aziende dicono che le nuove risorse da assumere saranno soprattutto giovani: il 75 per cento deve avere tra 25 e 34 anni. Solo il 14 per cento punta su chi ha tra 35 e 44 anni e l’uno per cento sugli over 45. I giovani, dicono i direttori del personale, costano meno. E si possono fare crescere. Secondo i dati di Unioncamere, che ha ascoltato le esigenze di personale di 100 mila aziende, le imprese preferiscono assumere dei giovani nel 54,7 per cento del totale dei posti di lavoro messi a disposizione.

Risorse strategiche e personale sostituibile. Sul mercato del lavoro, più in generale, si stia assistendo a una sempre più acuta polarizzazione. Ci sono, da un lato, i pochi posti di qualità. Dall’altro, un gran numero di posizioni che possono venire ricoperte da più persone intercambiabili. Gli incarichi che un tempo venivano ricoperti da una persona con un contratto a tempo indeterminato, oggi vengono  portati a termine da più persone con contratti atipici. "La scelta delle imprese  –  spiega Emiliano Madrone economista responsabile dell’Indagine Isfol Plus e studioso attento dei temi dell’occupazione atipica – è quella di identificare il personale tra strategico e non. Sul primo si investe perché si ritiene che siano risorse durevoli e quindi alte performance. Questi sostanzialmente rappresentano il futuro dell’azienda". Poi ci sono tutti gli altri. A cui non va affatto bene. "Sugli altri  –  continua Mandrone – le politiche sono più di breve periodo. Se la domanda c’è, vengono ‘messi in linea’ per sfruttare la congiuntura. Ma se la ruota gira, sono i primi ad essere scaricati. In questa selezione concorrono molti fattori, alcuni strategici, altri umani. Le relazioni di amicizia o parentela, per esempio, fanno la differenza. Inoltre è rilevante l’accumulazione di capacità e esperienza. Se si proviene da un percorso discontinuo molto probabilmente le esperienze si sono limitate a bassi profili o impieghi molto specifici. Il rischio spiazzamento aumenta in casi di percorsi lavorativi deboli".

La lunghissima coda della crisi. I pochi posti che, finalmente, si stanno creando in questi primi mesi del 2011 sono però soprattutto precari. L’ultimo bollettino della Banca d’Italia indica come "dalle analisi condotte sulle segnalazioni ai centri per l’impiego da alcuni osservatori regionali e provinciali del Centro Nord, sono riprese le assunzioni con contratti di lavoro interinale e di collaborazione. Sono sono rimaste invece estremamente contenute quelle a tempo indeterminato e le trasformazioni dei contratti a termine in posizioni permanenti". I vantaggi del lavoro interinale per le imprese sono evidenti. Le aziende che prendono in affitto il lavoratore, esternalizzano di fatto una serie di attività. Risparmiano sui costi amministrativi, sulla selezione e sulla formazione. Hanno maggiore flessibilità e possono chiudere il contratto alla scadenza. Di più. Possono rinnovare questi contratti per molte più volte di quanto non possano con dipendenti con contratto a termine. Pagano le agenzie a 60-90 giorni con vantaggi finanziari di "cassa". Ai lavoratori interinali, poi, alcuni elementi, come premi produttività o benefit, non vengono pagati.

E per chi ha compiuto 35 anni? Nell’ultimo trimestre del 2010, il 61 per cento dei lavoratori interinali aveva meno di 34 anni. Solo il 15 per cento aveva tra 35 e 39 anni. Un altro diciotto per cento tra 40 e 49 anni. A chi ha più di cinquant’anni rimaneva il 6 per cento. Tra loro non ci sono né Luisa e né Enrico. Né molti altri dei loro coetanei, la cui colpa, in questa Italia priva di politiche industriali di sviluppo e di un welfare moderno, rischia di essere solo quella di essere nati intorno al 1976.

da Repubbica-Espresso LE INCHIESTE       20 giugno 2011

155 Visite totali, nessuna visita odierna