Bella, disarmante e semplice: l’utopia concreta del reddito garantito

Tavolo tematico: Welfare, diritti del lavoro, reddito garantito (Roma 9 giugno 2011 – ore 15.00)   
Nella società attuale la disoccupazione è diventata ormai non un fattore congiunturale dovuto a momenti ciclici di crisi o ristagno economico, ma un dato strutturale, una componente del mercato del lavoro che non è il contraltare dell’occupazione, ma un suo complemento derivato da una serie di fattori, non ultimo quello che ha  visto negli ultimi dieci anni le politiche di deregolamentazione e liberalizzazione del mercato del lavoro marciare di pari passo col dominio della finanza sull’industria, o più precisamente del capitale speculativo su quello produttivo. La società del lavoro si è trasformata e il lavoro stesso in alcuni casi tende a scomparire o quantomeno a riguardare la vita di sempre meno persone.
Di fronte a questo quadro sociale bisogna prendere atto che siamo in una situazione sociologicamente nuova, in cui il diritto alla sussistenza non può più essere legato in maniera indissolubile al lavoro  e che la corrispondenza lavoro-salario-progetto di vita non ha più ragione di essere, almeno in  molti casi. È per questo che bisogna cominciare a ragionare sull’introduzione di un reddito indipendente dal lavoro, che sganci le prospettive di vita dei singoli cittadini dall’avere o meno un’occupazione.
In molti paesi europei questo dato è ormai acquisito e la condizione di disoccupazione non porta come conseguenza quella della povertà, cosa che invece avviene ancora molto frequentemente in Italia.
In Italia si stima che i lavoratori over 40 esclusi dal mercato del lavoro siano ormai quasi il 50% sul totale dei disoccupati. La stima è parziale, in quanto l’Istat non classifica la disoccupazione per fasce d’età e gli unici dati sono quelli forniti dalle associazioni che si occupano del fenomeno. Malgrado ciò nessun governo ha messo in cantiere iniziative legislative specifiche, arrivando ad ignorare il problema della disoccupazione in età matura che ancora non è riconosciuto come fenomeno sociale. Non esistono, se non per sporadiche iniziative sul territorio, nemmeno strutture pubbliche specifiche dedicate al ricollocamento di questa fascia di lavoratori che viene abbandonata a se stessa e che, nella maggior parte dei casi,  non gode nemmeno degli ammortizzatori sociali che vengono riconosciuti nell’ambito delle grandi ristrutturazioni o dismissioni aziendali tipo Alitalia.
Anche gli ammortizzatori sociali, come forma di integrazione al reddito sono in Italia una specie di privilegio. Stando ai dati Ue, in Svezia e negli altri paesi scandinavi gli ammortizzatori sociali coprono oltre il 70% dei senza lavoro; la Francia arriva al 60%, il Belgio al 50%, la Germania al 45%. L’Italia è agli ultimi posti assieme a Grecia e Bulgaria attestandosi intorno a un misero 30% . Gli altri si arrangino, e gli altri sempre più spesso, sono lavoratori precari, over 40 con famiglie a carico o donne marginalizzate e quasi totalmente escluse da ogni forma possibile di reimpiego.
Anche il dato della spesa per gli ammortizzatori sociali è sconfortante: rispetto al Pil l’Italia spende circa la metà degli altri paesi europei. Dal 1995 si sono varate 5 o 6 riforme previdenziali del tutto incuranti dei problemi di coloro che si trovavano disoccupati a pochi anni dalla pensione
Nei paesi europei in media a partire dai 16 anni (dai 25 in Francia) si ha diritto a un reddito minimo. Lo chiamano in vari modi: in Francia   Revenuè de solidarité active (RSA); in Gran Bretagna Jobseeker’s Allowance (JSA), in Germania Arbeitslosengeld.  Ma non  solo: il disoccupato percepisce anche un aiuto per l’affitto le spese di casa, i figli e finanche per l’uso del telefono  perché il disoccupato non si può isolare, altrimenti non trova lavoro.
Ma l’idea di un reddito di sostegno per essere veramente universale e proporsi non solo come elemento economico ma come fattore costituente di una nuova organizzazione sociale., deve riuscire anche ad andare al di là della dicotomia lavoro/non lavoro, e prendere anche in considerazione la possibilità di integrazioni per chi ha un reddito da lavoro inferiore ai parametri minimi della sussistenza.
In Germania una recente sentenza del Tribunale Costituzionale ha sottolineato come la “minima sussistenza” sia da garantire a tutti, ma che essa debba anche essere compatibile con la “human dignity”, la quale non può coincidere con la semplice possibilità per le persone di sopravvivere
In Italia  ci si comincia ad accorgere del fenomeno dei Worgking Poor , vale a dire i lavoratori che pur avendo un reddito, vivono in situazione di povertà, non riuscendo con quel che guadagnano a garantirsi sostentamento e servizi minimi. Pensiamo ai tanti lavoratori impiegati nei call-center con stipendi che a malapena raggiungono i 400 euro mensili, o se vogliamo guardare a fasce specialistiche più alte, magari a ricercatori universitari che sopravvivono con assegni da 700/800 euro mensili. Il Rapporto 2009 della Commissione di indagine sull’esclusione sociale (Cies), mostra come l’Italia presenti una percentuale tra le più alte in Europa di working poor con il 10% di lavoratori occupati al di sotto della soglia di povertà relativa.

DOVE TROVARE I SOLDI
L’idea di garantire il reddito e un po’ meno il posto di lavoro (peraltro, al di là delle chiacchiere, in Italia si licenzia come negli altri paesi) suona come un affronto, come una bestemmia, quasi una distorsione etica, un attentato alla sacralità del lavoro.
In Italia ogni volta che si parla di reddito di sostegno, di cittadinanza, o di qualsiasi altra forma di supporto, ci si scontra subito col discorso del debito pubblico e con l’impossibilità di mettere mano a riforme strutturali.
Recentemente la Banca Mondiale ha calcolato che il costo della corruzione in Italia si aggira intorno ai 50 miliardi di Euro. L’evasione fiscale, combattuta nel nostro paese sempre a parole ma raramente nei fatti se non con scudi e condoni tesi a favorire chi aveva già allegramente evaso o esportato capitali all’estero,  sfiora i 250 miliardi di Euro.
Volendo, i soldi per una riforma veramente rivoluzionaria ci sarebbe dove prenderli, senza contare poi che Italia la spesa sociale è una delle più basse d’Europa.
Quello del  reddito sganciato dal lavoro può e deve essere l’argomento e il terreno da cui ripartire in tema di politiche sociali e su cui ricostruire un fronte del lavoro, per una nuova stagione di diritti e giustizia sociale indispensabili in un momento dove tutto nelle politiche governative italiane sembra andare nella direzione opposta, quella dell’esclusione e dell’ingiustizia.

PROPOSTE ATDAL
Atdal Over 40 ritiene che il discorso di un reddito sganciato dal lavoro  possa essere una delle soluzioni con cui affrontare  le nuove forme di occupazione precaria e disoccupazione strutturale. Per questo avanza alcune proposte operative:
A) Istituzione di una indennità di disoccupazione generalizzata per tutti coloro che si trovano privi di lavoro calcolata in percentuale su l’ultimo salario percepito e comunque tale da garantire un reddito dignitoso e per un periodo di tempo idoneo a sostenere la ricerca senza angoscia di un nuovo lavoro;
B) L’ indennità di disoccupazione deve entrare in vigore anche per coloro che svolgono lavori precari nei periodi di inattività e deve prevedere la corresponsione dei contributi previdenziali figurativi;
C) Accanto all’indennità di disoccupazione
occorre prevedere un sostegno economico per la copertura dei versamenti previdenziali volontari per disoccupati over50 che abbiano maturato almeno 30 anni di versamenti contributivi o, in alternativa, prevedere percorsi di accesso anticipato alla pensione per disoccupati over50 di lunga durata, considerati non più ricollocabili, eventualmente prevedendo una trattenuta sulla pensione pari ai contributi che dovrebbero ancora versare fino al raggiungimento dei requisiti anagrafici o contributivi di legge.

ATDAL OVER 40
http://www.bin-italia.org/informa.php?ID_NEWS=287

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