L’impresa impossibile degli Over 35, vietato ritrovare lavoro in Italia di Federico Pace

Sono i nuovi "senza speranza". Hanno la sfortuna di essere nati intorno al 1976 e sono il gruppo che negli anni più acuti del "down" economico è cresciuto di più. Ora sono cinquecentomila. Usciti dal mercato non riescono a rientrare

ROMA – Luisa ha perso il lavoro due anni fa. Undici anni di turni massacranti, uno stipendio che non arrivava nemmeno a mille euro e poi nulla. Paolo ha quasi sempre fatto l’operaio. Nel 2004 è stato licenziato dopo dieci anni a tempo indeterminato. La ditta ha portato la produzione all’estero. Da allora per lui, sei anni di contratti interinali mensili e chiamate con sms. Oggi neppure quello. Da allora, Luisa e Enrico, le hanno provate tutte. Migliaia di curriculum spediti, appuntamenti nelle piccole sedi delle agenzie interinali e contatti personali. Niente da fare. Eppure, non hanno i capelli grigi. Sono lontani dai cinquant’anni. Non hanno superato neppure i quaranta. Lei ha 39 anni. Lui 37. Per loro, però, dopo aver perduto il lavoro, non c’è più modo di rientrare.

La loro è una storia comune. In soli due anni, tra il 2007 e il 2009, gli anni più acuti della crisi, l’esercito dei disoccupati è cresciuto di 438 mila persone. Di questi, quasi un terzo ha tra 35 e 44 anni. Nel 2007 quelli della loro età senza lavoro erano 357 mila. Nel 2009 sono arrivati a 487 mila. Ora sono più di mezzo milione. Se è vero che i giovani sono stati travolti dalla crisi, nella pancia inquieta dell’universo dei senza lavoro, sono sempre di più quelli che hanno 35 anni (il cinque per cento in più in tre anni). Non solo. Per loro, ritrovare un impiego è sempre più difficile. Se non impossibile. Per le imprese sono "bruciati". Preferiscono uno stagista. Del milione di persone che cerca lavoro da più di dodici mesi, 423 mila hanno tra 35 e 54 anni. "Quella di questi anni – spiega Claudio Treves, coordinatore politiche attive di Cgil  –  è una condizione che ai due estremi della scala generazionale si sta sempre più stringendo. Da un lato i giovani non trovano lavoro, dall’altro ci sono le persone con un’età che si abbassa sempre di più che fanno altrettanta difficoltà a rientrare. Naturalmente più va avanti la crisi, e più queste difficoltà si allargano anche a quelle categorie definite garantite come i lavoratori a tempo indeterminato che hanno una scarsa scolarità o scarsa professionalità".
 
La discriminazione sulle offerte. I primi ostacoli cominciano subito. Nonostante sia proibito per legge fare discriminazioni d’età, in molte offerte di lavoro sui giornali e sui siti web si indicano requisiti che riguardano gli anni dei candidati. Con limiti ancora più stringenti di quanto non fosse qualche tempo fa. In questi giorni una famosa catena di negozi di profumeria cerca degli store manager. Li assume, purché non abbiano compiuto i 35 anni. Un’agenzia di lavoro seleziona operatori di call center. Requisito: età tra 18 e 30 anni. Una società di sistemi informativi vuole dei programmatori con meno di 27 anni. Come se non bastasse, in molte di queste inserzioni viene riportata la dicitura: "Il presente annuncio è rivolto all’uno ed all’altro sesso ai sensi della Legge 903/77 e 125/91 non ci sono limiti di età e né di nazionalità". Quasi una beffa. Ma tanto è. Quando un posto si libera le imprese pensano prima a chi ha meno anni. Poi, chissà. In un’indagine dell’associazione dei direttori del personale Gidp, le aziende dicono che le nuove risorse da assumere saranno soprattutto giovani: il 75 per cento deve avere tra 25 e 34 anni. Solo il 14 per cento punta su chi ha tra 35 e 44 anni e l’uno per cento sugli over 45. I giovani, dicono i direttori del personale, costano meno. E si possono fare crescere. Secondo i dati di Unioncamere, che ha ascoltato le esigenze di personale di 100 mila aziende, le imprese preferiscono assumere dei giovani nel 54,7 per cento del totale dei posti di lavoro messi a disposizione.

Risorse strategiche e personale sostituibile. Sul mercato del lavoro, più in generale, si stia assistendo a una sempre più acuta polarizzazione. Ci sono, da un lato, i pochi posti di qualità. Dall’altro, un gran numero di posizioni che possono venire ricoperte da più persone intercambiabili. Gli incarichi che un tempo venivano ricoperti da una persona con un contratto a tempo indeterminato, oggi vengono  portati a termine da più persone con contratti atipici. "La scelta delle imprese  –  spiega Emiliano Madrone economista responsabile dell’Indagine Isfol Plus e studioso attento dei temi dell’occupazione atipica – è quella di identificare il personale tra strategico e non. Sul primo si investe perché si ritiene che siano risorse durevoli e quindi alte performance. Questi sostanzialmente rappresentano il futuro dell’azienda". Poi ci sono tutti gli altri. A cui non va affatto bene. "Sugli altri  –  continua Mandrone – le politiche sono più di breve periodo. Se la domanda c’è, vengono ‘messi in linea’ per sfruttare la congiuntura. Ma se la ruota gira, sono i primi ad essere scaricati. In questa selezione concorrono molti fattori, alcuni strategici, altri umani. Le relazioni di amicizia o parentela, per esempio, fanno la differenza. Inoltre è rilevante l’accumulazione di capacità e esperienza. Se si proviene da un percorso discontinuo molto probabilmente le esperienze si sono limitate a bassi profili o impieghi molto specifici. Il rischio spiazzamento aumenta in casi di percorsi lavorativi deboli".

La lunghissima coda della crisi. I pochi posti che, finalmente, si stanno creando in questi primi mesi del 2011 sono però soprattutto precari. L’ultimo bollettino della Banca d’Italia indica come "dalle analisi condotte sulle segnalazioni ai centri per l’impiego da alcuni osservatori regionali e provinciali del Centro Nord, sono riprese le assunzioni con contratti di lavoro interinale e di collaborazione. Sono sono rimaste invece estremamente contenute quelle a tempo indeterminato e le trasformazioni dei contratti a termine in posizioni permanenti". I vantaggi del lavoro interinale per le imprese sono evidenti. Le aziende che prendono in affitto il lavoratore, esternalizzano di fatto una serie di attività. Risparmiano sui costi amministrativi, sulla selezione e sulla formazione. Hanno maggiore flessibilità e possono chiudere il contratto alla scadenza. Di più. Possono rinnovare questi contratti per molte più volte di quanto non possano con dipendenti con contratto a termine. Pagano le agenzie a 60-90 giorni con vantaggi finanziari di "cassa". Ai lavoratori interinali, poi, alcuni elementi, come premi produttività o benefit, non vengono pagati.

E per chi ha compiuto 35 anni? Nell’ultimo trimestre del 2010, il 61 per cento dei lavoratori interinali aveva meno di 34 anni. Solo il 15 per cento aveva tra 35 e 39 anni. Un altro diciotto per cento tra 40 e 49 anni. A chi ha più di cinquant’anni rimaneva il 6 per cento. Tra loro non ci sono né Luisa e né Enrico. Né molti altri dei loro coetanei, la cui colpa, in questa Italia priva di politiche industriali di sviluppo e di un welfare moderno, rischia di essere solo quella di essere nati intorno al 1976.

da Repubbica-Espresso LE INCHIESTE       20 giugno 2011

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