Nestlè e i profitti sulla sete: Acqua in Bocca, di Anna Maria Fazio

In questi giorni in cui si sussurra di un certo referendum a Giugno, giorni in cui alcuni  parlano, ma con toni sommessi e ovattati, quasi avessero in realtà paura di farsi sentire, in questi giorni non si può non parlare, e questa volta a gran voce, della privatizzazione del primo bene indispensabile per la conservazione di qualunque forma di vita sulla terra: l’oro blu, l’acqua.

Dire che l’acqua è una risorsa essenziale per l’intero pianeta è quasi scontato, lo è di meno, probabilmente, domandarsi per quanto ancora l’acqua potrà essere considerata “elemento”, bene di prima necessità  e quanto, invece, si stia trasformando in un vero e proprio “bene di consumo”.

Che si sia disposti a spendere pur di averne in quantità – e in qualità (?) – infatti, è ormai prassi comune.

Come prassi comune è considerare l’acqua in bottiglia migliore, più sicura, più controllata. Una convinzione ormai consolidata, ben inculcata nella nostra mente dalle miriadi di spot pubblicitari dai quali la maggior parte di noi si lascia facilmente convincere della “purezza” di certe acque minerali, a scapito dell’acqua potabile di distribuzione pubblica, di rubinetto. Ma basta soffermarsi sulle etichette di alcune marche o leggere con attenzione la normativa in merito per rendersi conto che certe sicurezze sono in realtà fragili. Infatti, i parametri caratterizzanti acqua potabile (di rete) e acqua minerale, svelano come la qualità non sia caratteristica esclusiva dell’acqua in bottiglia. Tant’è vero che per alcuni contaminanti è previsto un limite di concentrazione per l’acqua di rubinetto e non per quella minerale, in altri casi il limite per l’acqua imbottigliata è superiore a quello dell’acqua di rete. Questo perché le due tipologie di acqua sono disciplinate da normative differenti (il D.lgs. 31/2001 disciplina le acque potabili, mentre i parametri delle acque minerali sono stabiliti dal Decreto del Ministero della sanità 542/1992), di conseguenza con contenuti e limiti di concentrazione dei contaminanti altrettanto diversi. E, se la legge da un lato può giungere prontamente in soccorso, ma dall’altro può confondere, diversi dati confermano la mancata sicurezza e qualità di alcune acque in bottiglia. Dati che, ovviamente, non trovano spazio nelle martellanti campagne pubblicitarie dei maggiori Brand, ma che bastano per far vacillare, se non crollare, tutte le convinzioni montate sulle nostre teste. Come un’ipotesi confutata che non può che mettere in discussione la tesi e l’intero teorema. Dati che, a leggerne, stridono parecchio con le definizioni di “pura” o “di roccia” che si leggono sulle etichette dell’acqua che siamo soliti acquistare.

Come la Fao, anche il dipartimento della sanità del Kansas, negli Stati Uniti, dopo aver testato un centinaio di acque in bottiglia appartenenti a brand facilmente reperibili sul mercato, ha riscontrato  in un terzo di queste la presenza di sostanze indesiderabili, inclusi residui di Escherichia coli e arsenico. Semplice punta di un pericoloso iceberg è la vendita da parte di Coca-Cola Co. di acqua di rubinetto (successivamente purificata e arricchita) nel Regno Unito. Non si tratta, difatti, né della prima né tantomeno dell’ultima multinazionale che ha, come sorgente della propria acqua, il rubinetto. Uno studio condotto dal Consiglio per la Difesa delle Risorse Naturali, infatti, dimostra che un quarto dell’acqua in bottiglia è presa direttamente dal rubinetto e poi processata e purificata. Ma, soprattutto, poco male sarebbe, se il danno si limitasse “soltanto” all’inganno del consumatore sul tipo dell’acqua che acquista e beve. Ma dietro a quest’inganno c’è molto altro. Dietro c’è il grande mercato dell’acqua minerale, ci sono gli “affaristi” delle multinazionali che puntano sulla privatizzazione, appropriandosi dell’acqua dei paesi dove si stabiliscono, che così facendo passa da proprietà della nazione a proprietà della multinazionale. Una privatizzazione di cui, addirittura, si vantano i meriti, poiché “aumentando il prezzo dell’acqua – dichiara la rivista The Economist – la sua distribuzione può essere migliorata”, convenendo così alla logica secondo la quale in un futuro molto recente solo le merci che costano saranno trattate con cura, ignorando l’impossibilità delle popolazioni più povere di sostenere determinati costi. E poveri sono i paesi dove le multinazionali si stabiliscono, quelli dove non esiste una fitta regnatela normativa che possa imbragarle, quelli dove la mano d’opera ha costo e diritti pari a zero. Ed ecco che, in questo modo, si stanno lasciando senza acqua alcuni paesi per “offrirla” ad altri che sono disposti (per le ragioni sopra esplicate) a pagare per averla. Lo dimostra chiaramente una denuncia fatta ai danni di Coca Cola, accusata di aver saccheggiato miliardi di litri d’acqua presso acquedotti dell’India. In questo modo, senza che nessuno faccia poi molto per impedirlo, oggi, un quinto della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua potabile, più della metà dei letti d’ospedale del pianeta sono occupati da delle persone che soffrono per malattie propagate dall’acqua, ogni anno più di 2 milioni di bambini muoiono per le sue infezioni e le Nazioni Unite prevedono che nel 2025 i due terzi del pianeta vivranno in regioni con penurie d’acqua.

Nonostante ciò, quello delle acque minerali è un mercato in continua espansione, nel quale operano numerose compagnie, la maggior parte delle quali finisce sotto il controllo delle grandi multinazionali, tra le quali dominano Coca Cola Co. e, soprattutto, Nestlè. Quale ruolo gioca, allora, la  Nestlè nel mercato dell’oro blu? Si può iniziare col dire che la multinazionale svizzera occupa il primo posto a livello mondiale nel mercato dell’acqua minerale in bottiglia, gestendo, attraverso la “World Water Division”, decine di marche di acqua tra cui Perrier, Vittel, Contrex, Nestlè Pure Life, Nestlè Aquarel e, in Italia, San Pellegrino, Levissima, Claudia, Giara, Panna e Vera. Il mondo in una bottiglia, si potrebbe dire, dato che il settore “acqua in bottiglia” copre, per Nestlè, il 25%.

Per procurarsi la materia prima, la svizzera Nestlè compra concessioni di prelievo e sorgenti, che in questo modo vengono privatizzate, dalle quali pompa enormi quantità d’acqua. Con tale manovra, pagando dei diritti di licenza molto spesso irrisori, da una società privata viene manomesso un bene comune. È questo avviene in diversi paesi del mondo.

In Brasile è stato denunciato il sovra sfruttamento, da parte della multinazionale, di una sorgente collocata a 150 metri di profondità nel bel mezzo di un parco naturale ed inoltre, Nestlè violerebbe la legge brasiliana demineralizzando l’acqua. Contemporaneamente, la multinazionale svizzera ha puntato gli occhi, prima sulla regione  dei Grandi Laghi, negli Usa, dove si trova circa un quinto delle riserve mondiali di acqua fresca, per poter riempire le bottigliette di Ice Mountain e Poland Sprongs, poi ha spostato il suo sguardo sulle Grandi Cascate. Qui la Nestlè North America ottiene la licenza di sfruttamento di quattro sorgenti, a quanto pare, per l’ammontare di soli 100 dollari. Nonostante le denunce e le promesse fatte dalla multinazionale svizzera, Nestlè continua s sfruttare la sorgente grazie al ricorso ottenuto, che le consente tale sfruttamento &ld
quo;fino a nuovo giudizio”. Contestazioni, boicottaggi non hanno impedito a Nestlè di gestire altre decine di sorgenti in America e di far lievitare ulteriormente le vendite. Sono, dunque, milioni i litri di acqua prelevati, dalle diverse sorgenti “acquistate” e con i quali Nestlè riempie le sue confezioni, in particolare la sua Pure Life. Fra le tante marche gestite dal Brand svizzero, infatti, questa è quella che, per eccellenza, rappresenta il perverso meccanismo del mercato dell’acqua, dove si accumulano profitti sulla sete dei poveri. “Pure Life – così come dichiara Peter Brabeck, PDG di Nestlè – è pensata per essere la soluzione al problema dell’acqua nel mondo”. Il marchio è stato introdotto nel mercato (1998) dei paesi a sud del pianeta, iniziando dal Pakistan, come strategie di marketing chiaramente discutibili, ovvero sensibilizzando la popolazione sulla questione igiene dell’acqua, apostrofando come “catastrofico” lo stato dell’acqua nel paese. Nestlè Pure Life era, dunque l’unica alternativa. Una beffa che lascia dietro se un gusto molto amaro dato che, in realtà, quella alternativa, presentata come la sola possibile, pochi pakistani potevano permettersela. Inoltre il lancio di un’acqua minerale nei paesi più poveri porta le istituzioni pubbliche a rinunciare con facilità ad interventi per migliorare la distribuzione dell’acqua potabile. Una situazione sicuramente autoreferenziale e vantaggiosa per la multinazionale, che ha nella miseria di alcuni paesi la sua fonte di profitti.

Ed ecco che l’acqua, diventa così una merce, un bene al quale non puoi accedere se non possiedi potere d’acquisto. A tal punto che la stessa Nestlè richiede l’istituzione di una Borsa Mondiale dell’acqua, di fianco alle altre borse che già esistono e che regolamentano le merci, consolidando, così, l’approccio dominante di questa come di altre multinazionali. Confermando la concezione dell’acqua come bene di valenza economica. Una proposta, questa, che garantirebbe un sistema di regolazione guidato dal mercato, dove il prezzo determina gli usi, così come è stato per il petrolio e per il grano. Un ulteriore passo, anche se solo accennato, verso la privatizzazione che certamente non ha lasciato indifferente il comitato referendario, “né dovrebbe lasciare indifferenti i cittadini”, dichiara il Comitato, “che devono recarsi alle urne per abrogare le leggi che definiscono l’acqua come merce, ne consentono la privatizzazione e quindi i profitti ai gestori dei servizi”.

Quello della privatizzazione dell’acqua, quindi, non sarebbe un affare qualunque per le multinazionali, se si considera che il mercato dell’acqua in bottiglia è superiore a quello del petrolio, come ci conferma la dichiarazione del presidente della Perrier (marca Nestlè): “tutto quello che si deve fare è portare l’acqua in superficie e poi venderla ad un prezzo maggiore del vino, del latte o anche del petrolio”. Per non parlare della sola fabbricazione delle bottiglie. E non sarebbe un danno qualunque per l’intero pianeta se si considera che l’acqua è un bene esauribile e non riproducile, tanto da poter supporre che se oggi si combattono guerre per l’oro nero, il petrolio,  presto lo si farà per quello blu.

da ilcarrettinodelleidee.com     20 maggio 2011

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