La mia prima vittoria senza se e senza ma (e-mail del compagno Dario)

Non riesco a dormire.
E’ la prima volta in 27 anni che partecipo a una vittoria così bella. Senza mediazioni, senza retrogusto amaro, senza Tabacci (a cui però roderà un pò avendo votato no). La maggioranza degli italiani ha detto si all’acqua pubblica, allo stop al nucleare e alla legge uguale per tutti. Dopo 15 anni si raggiunge il quorum, segno che gli italiani sono molto più avanti di chi ci governa. Per la prima volta ho visto ripagato tutto l’impegno profuso da migliaia di attivisti che si sono spesi in questi anni. I manifesti attaccati sporcandosi i sandali, i volantini dati quando stai ancora dormendo, le riunioni fatte a volte con poche persone, le tante asciugate fatte sull’importanza di votare, le mail, i post su facebook, gli sms… hanno avuto finalmente il risultato sperato. Quando oggi in piazza ho abbracciato Emilio Molinari, che tra i primi ha capito l’importanza dell’acqua come bene comune, ho sentito che questa è una vittoria storica, costruita in anni di lavoro e di egemonia culturale sul fatto che il pubblico può (e deve) essere meglio del privato.
Ho ripensato a tutti quelli che ho visto impegnarsi, chi da anni, chi da poche settimane, ma con lo stesso entusiasmo. A mia nonna che è tornata dalla Romagna per votare, ai tanti nonni che domenica mattina sono venuti a votare non tanto per loro, ma per il futuro di questo paese. Ho ripensato all’Honduras, dove sono stato per una carovana sul diritto all’acqua, in cui la partecipazione su questo tema era intensissima, e io mi chiedevo se mai ci sarebbe stata qui in Italia. E oggi ho avuto la risposta: c’è stata, ieri e oggi, e ci potrà essere anche in futuro, se sapremo tenere viva questa immensa energia e voglia di cambiamento che sta soffiando nel nostro paese.
E adesso posso andare a dormire.

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Referendum fino all’ultimo minuto

Abbiamo superato il 40%, ma non è ancora finita.Votate e fate votare fino all’ultimo minuto di lunedì ore 15!
"Ho accompagnato mia mamma al seggio verso le 16. Era indecisa se andare, così l’ho chiamata 2 volte e poi sono andato a prenderla sotto casa. L’ho accompagnata fin dentro l’aula della mia vecchia scuola media e ho aspettato. Quando è uscita le ho chiesto: "Tutto bene? Hai messo 4 SI?". Lei ha risposto di si ed io le ho dato un bacio. Era tanto che non lo facevo e mi sono sentito contento, più figlio, più cittadino. Io ho votato alle 11 di questa mattina, la fidanzata anche. Mi sono accertato che anche mio padre e mia sorella andassero a votare. Mio padre metterà 2 NO e 2 SI. Non importa, basta votare, basta esprimere il proprio diritto e far vedere che ci siamo, che li teniamo d’occhio, che se fanno una legge di merda noi l’abroghiamo. A Bergamo, nella mia sezione, l’affluenza alle 15 era del 27 %. Potevo fare di più? Sicuramente si, ma ho fatto molto di più delle precedenti volte che si è votato. Forse non basterà, ma c’è una parte di popolo con maggiore consapevolezza oggi. Dobbiamo crescere di numero. I gruppi di "cittadini informati" nelle città devono crescere e servono persone preparate per mostrare loro che chi condivide le idee di Beppe Grillo non è una persona che ha tempo da perdere, un qualunquista, un senza idee che prende parte a qualsiasi cosa che sia diversa dai vecchi schemi della politica, ma è una persona che vuole creare una possibilità di futuro per questo paese e per i suoi giovani. Portate i vostri parenti a votare, c’è tempo fino a domani alle 15".
Roberto, 34 anni,disoccupato.

Commento dal blog di Beppe Grillo          12 giugno 2011

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Spagna, il programma degli indignados

Pubblichiamo il manifesto politico di "Democracia Real Ya!", il programma del movimento dei giovani “indignados” che occupano Puerta del Sol a Madrid e sono accampati in diverse piazze di altre città del paese per denunciare le collusioni fra politici e banchieri, la corruzione, e per chiedere una società migliore.
Eliminazione dei privilegi della classe politica
• Stretto controllo sull’assenteismo. Istituzione di sanzioni specifiche per chi non onori le proprie funzioni pubbliche.
• Eliminazione dei privilegi nel pagamento delle tasse, nel conteggio dei contributi lavorativi e nel calcolo degli anni per ottenere la pensione. Equiparazione dello stipendio degli eletti al salario medio spagnolo con la sola aggiunta dei rimborsi indispensabili all’esercizio delle funzioni pubbliche.
• Eliminazione dell’immunità associata all’incarico.
• I delitti di corruzione non si prescrivono.
• Pubblicazione obbligatoria del patrimonio di chiunque ricopra incarichi pubblici.
• Riduzione degli incarichi "a chiamata diretta".
Contro la disoccupazione
• Redistribuzione del lavoro stimolando la riduzione della giornata lavorativa e la contrattazione fino ad abbattere la disoccupazione strutturale (cioè un tasso di disoccupazione inferiore al 5%). In pensione ai 65 anni e nessun aumento dell’età pensionabile fino all’eliminazione della disoccupazione giovanile.
• Vantaggi per le imprese con meno del 10% di contratti a tempo determinato.
• Sicurezza nel lavoro: divieto dei licenziamenti collettivi o per cause oggettive nelle grandi imprese che non siano in deficit, controlli fiscali alle grandi imprese per evitare il lavoro a tempo determinato quando invece potrebbero assumere a tempo indeterminato.
• Reintroduzione dell’aiuto di 426 euro a persona/mese per i disoccupati storici di lungo periodo.
Diritto alla casa
• Esproprio statale delle case che non siano state vendute: diventeranno case popolari.
• Aiuti per l’affitto ai giovani e a chiunque si trovi in condizioni di bassa disponibilità economica.
• Si permetta, in caso di impossibilità nel pagare il mutuo, la sola riconsegna della casa.
Servizi pubblici di qualità
• Eliminazione delle spese inutili delle amministrazioni pubbliche e creazione di un organo indipendente di controllo dei bilanci e delle spese.
• Assunzione di tutto il personale sanitario in attesa di assunzione.
• Assunzione del personale in attesa nel settore dell’educazione per garantire una giusta proporzione alunni/insegnanti, un adeguato numero di professori di supplenza e i professori di appoggio (ndr ai diversamente abili).
• Riduzione delle tasse universitarie ed equiparazione dei prezzi dei master a quelli della normale carriera universitaria.
• Finanziamento pubblico alla ricerca per garantirne l’indipendenza.
• Trasporto pubblico poco costoso, di qualità ed eco-sostenibile: reintroduzione dei treni che ora vengono eliminati per far spazio all’alta velocità e quindi dei relativi prezzi originari. Riduzione dei prezzi degli abbonamenti al trasporto pubblico, riduzione del traffico su gomma all’interno dei centri urbani, costruzione di piste ciclabili.
• Servizi sociali locali: applicazione definitiva della Ley de Dependencia (assistenza alle persone dipendenti, per malattia o vecchiaia), istituzioni delle reti di assistenza locali e municipali e dei servizi locali di mediazione e tutela.
Controllo delle banche
• Divieto di qualsiasi tipo di salvataggio o erogazione di capitale pubblico. Le banche in difficoltà dovranno fallire o essere nazionalizzate per tramutarsi in banche pubbliche sotto controllo sociale.
• Aumento della tassazione alle banche in forma proporzionale alla spesa sociale provocata a conseguenza della cattiva gestione finanziaria.
• Restituzione alle finanze pubbliche dei prestiti statali concessi.
• Le banche spagnole non possono investire nei paradisi fiscali.
• Sanzioni nei casi di speculazione e di cattiva prassi bancaria.
Fisco
• Eliminazione del Sicav (società d’investimento a capitale variabile).
• Reintroduzione della tassa sul patrimonio.
• Controllo reale ed effettivo sulle frodi fiscali e sulla fuga di patrimoni verso i paradisi fiscali.
• Proporre la "Tobin Tax" a livello internazionale.
Libertà civili e democrazia partecipativa
• No al controllo di Internet. Abolizione della legge Sinde (che disciplina diversi aspetti del diritto d’autore in Rete e del “peer to peer”).
• Protezione della libertà d’informazione e del giornalismo d’inchiesta.
• Istituzione di referendum obbligatori e vincolanti per questioni di grande importanza e che modificano le condizioni generali di vita dei cittadini.
• Istituzione di referendum obbligatori prima dell’introduzione e l’applicazione delle norme europee.
• Modifica della legge elettorale per garantire un sistema veramente rappresentativo e proporzionale e che non discrimini nessun partito politico né volontà popolare, una nuova legge elettorale che veda rappresentati anche i voti in bianco o quelli nulli.
• Indipendenza del Potere Giudiziario.
• Riforma del Ministero della Giustizia per garantirne l’indipendenza, il Potere Esecutivo non potrà nominare membri del Tribunale Costituzionale o del Consiglio Generale del Potere Giuridico (il CSM italiano).
• Presenza di meccanismi effettivi che garantiscano democrazia interna ai partiti politici.
• Riduzione delle spese militari.

(da Punto rosso e da www.contropiano.org)

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Nestlè e i profitti sulla sete: Acqua in Bocca, di Anna Maria Fazio

In questi giorni in cui si sussurra di un certo referendum a Giugno, giorni in cui alcuni  parlano, ma con toni sommessi e ovattati, quasi avessero in realtà paura di farsi sentire, in questi giorni non si può non parlare, e questa volta a gran voce, della privatizzazione del primo bene indispensabile per la conservazione di qualunque forma di vita sulla terra: l’oro blu, l’acqua.

Dire che l’acqua è una risorsa essenziale per l’intero pianeta è quasi scontato, lo è di meno, probabilmente, domandarsi per quanto ancora l’acqua potrà essere considerata “elemento”, bene di prima necessità  e quanto, invece, si stia trasformando in un vero e proprio “bene di consumo”.

Che si sia disposti a spendere pur di averne in quantità – e in qualità (?) – infatti, è ormai prassi comune.

Come prassi comune è considerare l’acqua in bottiglia migliore, più sicura, più controllata. Una convinzione ormai consolidata, ben inculcata nella nostra mente dalle miriadi di spot pubblicitari dai quali la maggior parte di noi si lascia facilmente convincere della “purezza” di certe acque minerali, a scapito dell’acqua potabile di distribuzione pubblica, di rubinetto. Ma basta soffermarsi sulle etichette di alcune marche o leggere con attenzione la normativa in merito per rendersi conto che certe sicurezze sono in realtà fragili. Infatti, i parametri caratterizzanti acqua potabile (di rete) e acqua minerale, svelano come la qualità non sia caratteristica esclusiva dell’acqua in bottiglia. Tant’è vero che per alcuni contaminanti è previsto un limite di concentrazione per l’acqua di rubinetto e non per quella minerale, in altri casi il limite per l’acqua imbottigliata è superiore a quello dell’acqua di rete. Questo perché le due tipologie di acqua sono disciplinate da normative differenti (il D.lgs. 31/2001 disciplina le acque potabili, mentre i parametri delle acque minerali sono stabiliti dal Decreto del Ministero della sanità 542/1992), di conseguenza con contenuti e limiti di concentrazione dei contaminanti altrettanto diversi. E, se la legge da un lato può giungere prontamente in soccorso, ma dall’altro può confondere, diversi dati confermano la mancata sicurezza e qualità di alcune acque in bottiglia. Dati che, ovviamente, non trovano spazio nelle martellanti campagne pubblicitarie dei maggiori Brand, ma che bastano per far vacillare, se non crollare, tutte le convinzioni montate sulle nostre teste. Come un’ipotesi confutata che non può che mettere in discussione la tesi e l’intero teorema. Dati che, a leggerne, stridono parecchio con le definizioni di “pura” o “di roccia” che si leggono sulle etichette dell’acqua che siamo soliti acquistare.

Come la Fao, anche il dipartimento della sanità del Kansas, negli Stati Uniti, dopo aver testato un centinaio di acque in bottiglia appartenenti a brand facilmente reperibili sul mercato, ha riscontrato  in un terzo di queste la presenza di sostanze indesiderabili, inclusi residui di Escherichia coli e arsenico. Semplice punta di un pericoloso iceberg è la vendita da parte di Coca-Cola Co. di acqua di rubinetto (successivamente purificata e arricchita) nel Regno Unito. Non si tratta, difatti, né della prima né tantomeno dell’ultima multinazionale che ha, come sorgente della propria acqua, il rubinetto. Uno studio condotto dal Consiglio per la Difesa delle Risorse Naturali, infatti, dimostra che un quarto dell’acqua in bottiglia è presa direttamente dal rubinetto e poi processata e purificata. Ma, soprattutto, poco male sarebbe, se il danno si limitasse “soltanto” all’inganno del consumatore sul tipo dell’acqua che acquista e beve. Ma dietro a quest’inganno c’è molto altro. Dietro c’è il grande mercato dell’acqua minerale, ci sono gli “affaristi” delle multinazionali che puntano sulla privatizzazione, appropriandosi dell’acqua dei paesi dove si stabiliscono, che così facendo passa da proprietà della nazione a proprietà della multinazionale. Una privatizzazione di cui, addirittura, si vantano i meriti, poiché “aumentando il prezzo dell’acqua – dichiara la rivista The Economist – la sua distribuzione può essere migliorata”, convenendo così alla logica secondo la quale in un futuro molto recente solo le merci che costano saranno trattate con cura, ignorando l’impossibilità delle popolazioni più povere di sostenere determinati costi. E poveri sono i paesi dove le multinazionali si stabiliscono, quelli dove non esiste una fitta regnatela normativa che possa imbragarle, quelli dove la mano d’opera ha costo e diritti pari a zero. Ed ecco che, in questo modo, si stanno lasciando senza acqua alcuni paesi per “offrirla” ad altri che sono disposti (per le ragioni sopra esplicate) a pagare per averla. Lo dimostra chiaramente una denuncia fatta ai danni di Coca Cola, accusata di aver saccheggiato miliardi di litri d’acqua presso acquedotti dell’India. In questo modo, senza che nessuno faccia poi molto per impedirlo, oggi, un quinto della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua potabile, più della metà dei letti d’ospedale del pianeta sono occupati da delle persone che soffrono per malattie propagate dall’acqua, ogni anno più di 2 milioni di bambini muoiono per le sue infezioni e le Nazioni Unite prevedono che nel 2025 i due terzi del pianeta vivranno in regioni con penurie d’acqua.

Nonostante ciò, quello delle acque minerali è un mercato in continua espansione, nel quale operano numerose compagnie, la maggior parte delle quali finisce sotto il controllo delle grandi multinazionali, tra le quali dominano Coca Cola Co. e, soprattutto, Nestlè. Quale ruolo gioca, allora, la  Nestlè nel mercato dell’oro blu? Si può iniziare col dire che la multinazionale svizzera occupa il primo posto a livello mondiale nel mercato dell’acqua minerale in bottiglia, gestendo, attraverso la “World Water Division”, decine di marche di acqua tra cui Perrier, Vittel, Contrex, Nestlè Pure Life, Nestlè Aquarel e, in Italia, San Pellegrino, Levissima, Claudia, Giara, Panna e Vera. Il mondo in una bottiglia, si potrebbe dire, dato che il settore “acqua in bottiglia” copre, per Nestlè, il 25%.

Per procurarsi la materia prima, la svizzera Nestlè compra concessioni di prelievo e sorgenti, che in questo modo vengono privatizzate, dalle quali pompa enormi quantità d’acqua. Con tale manovra, pagando dei diritti di licenza molto spesso irrisori, da una società privata viene manomesso un bene comune. È questo avviene in diversi paesi del mondo.

In Brasile è stato denunciato il sovra sfruttamento, da parte della multinazionale, di una sorgente collocata a 150 metri di profondità nel bel mezzo di un parco naturale ed inoltre, Nestlè violerebbe la legge brasiliana demineralizzando l’acqua. Contemporaneamente, la multinazionale svizzera ha puntato gli occhi, prima sulla regione  dei Grandi Laghi, negli Usa, dove si trova circa un quinto delle riserve mondiali di acqua fresca, per poter riempire le bottigliette di Ice Mountain e Poland Sprongs, poi ha spostato il suo sguardo sulle Grandi Cascate. Qui la Nestlè North America ottiene la licenza di sfruttamento di quattro sorgenti, a quanto pare, per l’ammontare di soli 100 dollari. Nonostante le denunce e le promesse fatte dalla multinazionale svizzera, Nestlè continua s sfruttare la sorgente grazie al ricorso ottenuto, che le consente tale sfruttamento &ld
quo;fino a nuovo giudizio”. Contestazioni, boicottaggi non hanno impedito a Nestlè di gestire altre decine di sorgenti in America e di far lievitare ulteriormente le vendite. Sono, dunque, milioni i litri di acqua prelevati, dalle diverse sorgenti “acquistate” e con i quali Nestlè riempie le sue confezioni, in particolare la sua Pure Life. Fra le tante marche gestite dal Brand svizzero, infatti, questa è quella che, per eccellenza, rappresenta il perverso meccanismo del mercato dell’acqua, dove si accumulano profitti sulla sete dei poveri. “Pure Life – così come dichiara Peter Brabeck, PDG di Nestlè – è pensata per essere la soluzione al problema dell’acqua nel mondo”. Il marchio è stato introdotto nel mercato (1998) dei paesi a sud del pianeta, iniziando dal Pakistan, come strategie di marketing chiaramente discutibili, ovvero sensibilizzando la popolazione sulla questione igiene dell’acqua, apostrofando come “catastrofico” lo stato dell’acqua nel paese. Nestlè Pure Life era, dunque l’unica alternativa. Una beffa che lascia dietro se un gusto molto amaro dato che, in realtà, quella alternativa, presentata come la sola possibile, pochi pakistani potevano permettersela. Inoltre il lancio di un’acqua minerale nei paesi più poveri porta le istituzioni pubbliche a rinunciare con facilità ad interventi per migliorare la distribuzione dell’acqua potabile. Una situazione sicuramente autoreferenziale e vantaggiosa per la multinazionale, che ha nella miseria di alcuni paesi la sua fonte di profitti.

Ed ecco che l’acqua, diventa così una merce, un bene al quale non puoi accedere se non possiedi potere d’acquisto. A tal punto che la stessa Nestlè richiede l’istituzione di una Borsa Mondiale dell’acqua, di fianco alle altre borse che già esistono e che regolamentano le merci, consolidando, così, l’approccio dominante di questa come di altre multinazionali. Confermando la concezione dell’acqua come bene di valenza economica. Una proposta, questa, che garantirebbe un sistema di regolazione guidato dal mercato, dove il prezzo determina gli usi, così come è stato per il petrolio e per il grano. Un ulteriore passo, anche se solo accennato, verso la privatizzazione che certamente non ha lasciato indifferente il comitato referendario, “né dovrebbe lasciare indifferenti i cittadini”, dichiara il Comitato, “che devono recarsi alle urne per abrogare le leggi che definiscono l’acqua come merce, ne consentono la privatizzazione e quindi i profitti ai gestori dei servizi”.

Quello della privatizzazione dell’acqua, quindi, non sarebbe un affare qualunque per le multinazionali, se si considera che il mercato dell’acqua in bottiglia è superiore a quello del petrolio, come ci conferma la dichiarazione del presidente della Perrier (marca Nestlè): “tutto quello che si deve fare è portare l’acqua in superficie e poi venderla ad un prezzo maggiore del vino, del latte o anche del petrolio”. Per non parlare della sola fabbricazione delle bottiglie. E non sarebbe un danno qualunque per l’intero pianeta se si considera che l’acqua è un bene esauribile e non riproducile, tanto da poter supporre che se oggi si combattono guerre per l’oro nero, il petrolio,  presto lo si farà per quello blu.

da ilcarrettinodelleidee.com     20 maggio 2011

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Libera volpe in libero pollaio! (e-mail pervenuta a Spartaco)

La Grecia deve vendere ora beni pubblici
per 50 miliardi di euro, questo in un paese con un PIL di 200 miliardi, come
se in Italia vendessimo beni per 350 miliardi; deve vendere i suoi porti
come il Pireo, le autostrade, le lotterie e totocalcio, i telefoni e
l’elettricità.
 Gli "advisors" della vendita dei beni greci alle banche
internazionali, sono…. le banche stesse a cui i greci devono i soldi.

Gli Advisors per le privatizzazioni sono :
• Deutsche Bank e National Bank of Greece per OPAP totocalcio
• Credit Suisse per lotterie
• Rothschild and Barclays per le autostrade
• PriceWaterhouse per le ferrovie OSE
• France’s BNP Paribas e Greece’s National Bank per il Athens International
  Airport.
• Lazard per sfruttare i trusts greci e i loans funds.
 
La "Troika" (BCE, FMI e UE) ha detto inoltre che non basta che diano via
tutto, bisogna che che la vendita sia gestita da un agenzia indipendente,
indipendente dalla Grecia, cioè da loro. Di solito quando un paese
privatizza decide lui come e a chi vendere, nel caso della Grecia invece
devono deciderlo altri. Così i greci pagheranno tutte le loro bollette,
tariffe e pagheranno per tutto quello che da profitti di monopolio, dal
lotto alle strade, direttamente alle banche internazionali.
 
Trichet, capo della Banca Centrale Europea, annoiato che il governo ci metta
tanto a cedere e così i portoghesi e irlandesi, ha anche chiesto venerdì che
si crei un super-ministero delle Finance europeo che scavalchi i vari
ministri delle finanze attuali Tremonti, Lagarde, Papandreu ecc.. e decida
lui di le tasse e le spese pubbliche da Bruxelles. Dato che i vertici della
Unione Europea però non sono eletti e un tale ministro non sarebbe eletto si
tratterebbe di qualcuno nominato dall’"alto", cioè dai vertici della UE,
BCE, FMI che decide dell’economia dell’Italia o della Grecia. I giornali
italiani ne parlano come di una notizia sul tempo che farà domani.
 
Come è possibile questo colpo di stato ? I mass media ormai sono i portavoce
del potere finanziario, cioè dei vertici della UE, della BCE e delle grandi
banche, Repubblica, che è il quotidiano più allineato con la finanza
internazionale, fa ora quasi ridere, sembra la Pravda quando spiegava i
successi dell’economia sovietica. Una volta dovevi prima conquistare
militarmente un paese e poi gli imponevi di pagare appunto tasse e gabelle,
ora lo fai usando i mass media.

La sfrontatezza delle annessioni si sussegue con velocità mentre Draghi,
l’artefice osannato delle privatizzazioni italiane sta per essere incoronato
Re del mondo finanziario. La prossima volta toccherà di nuovo all’Italia che
è ancora una preda ghiotta per i conquistadores.

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Vota, e avrai lo sconto per locali e concerti, di Corrado Zunino

L’iniziativa in 18 città. La madrina Pilar: "Una mossa obbligata dal black out dei media". Gli eventi finora sono oltre 50, ma sono destinati ad aumentare nei prossimi giorni

"Vota, e avrai lo sconto per locali e concerti" Ilaria Patassini, in arte Pilar.
Se non vedo il timbro non canto, dice Pilar, nella vita Ilaria Patassini, esclusa dal Sanremo 2010 e ripagata con gli apprezzamenti successivi del suo "Meduse". Si è illuminata nella stanza di casa. Riflette sull’ultima proposta di un concerto da fare. "Io vorrei cantare solo per chi ha votato ai referendum", ha risposto di getto. E così, contattata una producer e un costruttore di siti internet, avviato un passaparola fra artisti conosciuti, è nato l’happening "San Tommaso is back". E’ tornato San Tommaso perché se non vedo che hai votato, non entri.
Non importa che cosa tu abbia votato: l’importante è che tu abbia contribuito a raggiungere il quorum. E lo devi dimostrare con la tessera elettorale timbrata.

I negazionisti del quesiti del 12-13 giugno già parlano di "apartheid referendario" citando la trovata: canta solo chi sta con il "Sì". Ma la romana Pilar replica: "Se ci fosse stata un’informazione corretta non mi sarebbe mai venuta in mente questa formula: è un’idea nata dalla disperazione. Il nostro è un voto di scambio nobile, spingiamo a partecipare alla festa della democrazia".

Nei "San Tommaso events" si esibiranno decine di performer. Diciotto città coinvolte, cinquantun eventi.
Altri dieci da sistemare in agenda. Ci sarà un concerto largo al Caffè letterario di Enna, questo a urne aperte, uno al Banano Tsunami di Genova e uno al Teatro Nuovo Montevergini di Palermo.
Cantautori, cena e buffet al Khorakhané di Grosseto. Chitarra e tromba all’Eva Luna di Napoli mentre Marco Zurzolo si esibirà al Goodfellas al Vomero. Il jazzista Zurzolo ha fin qui annunciato tre session referendarie.
Artisti veneti si vedranno gratis al Teatro Aurora di Treviso.
Cinque gli appuntamenti a Roma, tra cui i due di Pilar, l’ideatrice. Il concerto del lunedì post-referendario sarà per duecento persone, resta infatti segreto il luogo (molti appuntamenti, svolgendosi in locali piccoli, sono secretati, riservati agli adepti del referendum).
Il martedì Pilar si sposterà all’Esc di San Lorenzo, il centro sociale occupato dagli studenti della Sapienza: con lei si ballerà il tango. Visto che i tommasiani sono convinti che alla fine si festeggerà, gli appuntamenti chiariscono che "sono sempre gradite bottiglie di vino/birra". Per dire il successo, gli artisti referendari hanno strappato persino un "live in New York": l’attore teatrale Jacopo Cullin, sardo emigrato, comunicherà la location solo a chi darà la propria adesione. Sarà casa sua.

Ma la catena di San Tommaso, dopo le performance artistiche, ha inanellato una serie notevole di sconti commerciali: un bijoux in premio sarà offerto a Porto Empedocle (Sicilia) a chi presenterà la tessera elettorale timbrata. Cena a 18 euro contro i 30 abituali ad Amelia (qui siamo in Umbria). Trenta per cento in meno sulle calzature per donna in un "fashion" di Brescia: "Insieme raggiungeremo il quorum".
Pizza a soli 5,90 il chilo a Civitavecchia. A Borgo San Frediano, Firenze, si arriva a offrire "ogni tipo di consumazione" a 2,50 mentre un bed and breakfast sull’Isola d’Elba chiede per una notte 15 euro. Tatuaggi gratis sempre all’Elba, fumetti scontati a Lecce, aperitivi con proiezioni del "Caimano" ancora a Napoli. Poi dvd in omaggio e sconti sugli home theatre. Giochi, gadget e figurine a basso prezzo. Piantine in omaggio, lezioni di astronomia, tre trial privati di Gyrotonic (ginnastica posturale di ultima generazione) e un massaggio fisioterapico in uno studio professionale, un’ora di trattamento in un centro estetico. Ci sono anche prodotti equosolidali in regalo e un pacco di cibi ecologici (si trova tutto su "santommasoisback.com 1").

Il contagio, come dicono quelli del Comitato dell’Acqua, è virale: ogni ora si aggiunge alla lista un artista, un commerciante. Per l’iniziativa Ellekappa ha realizzato il logo ufficiale, Caterina Guzzanti sta lavorando al video promozionale.

da www.Repubblica.it    05 giugno 2011

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Servono 25.332.487 voti

La Consulta si esprimerà domani sul ricorso del governo contro il referendum sul nucleare. Ma la Corte non dovrebbe avere il potere di bloccare il quesito. Almeno secondo quanto detto da Alfonso Quaranta, subito dopo la sua nomina a presidente, salvo poi chiarire: "E’ il mio parere, aspettiamo domani".
Anche se il referendum sul nucleare non salterà, l’obiettivo del raggiungimento del quorum è tutt’altro che scontato. Negli ultimi 40 anni, delle 15 occasioni in cui serviva che il 50 per cento più uno degli italiani andasse a votare ci si è riusciti solo otto volte. L’ultima volta che si è raggiunto il quorum è stato nel 1995. Per questo i comitati promotori dei 4 quesiti al voto chiedono di cominciare l’operazione passaparola, perché le persone da portare ai seggi sono tante: almeno 25 milioni 332 mila e 487. E stavolta c’è anche l’incognita del voto all’estero: sulle schede spedite ai consolati – che saranno distribuite a partire dal 9 giugno – c’è un quesito diverso da quello che voteremo in Italia.

da il Fatto Quotidiano     6 giugno 2011

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Quando i numeri parlano da soli di Leonardo Mazzei

Da Istat ed Inps gli ultimi dati su un Paese alla deriva.

Un autentico disastro sociale è in corso. Naturalmente il «partito degli ottimisti» non lo ammetterà mai, naturalmente gli uomini del governo hanno già le loro interpretazioni rassicuranti, naturalmente per quelli della finta opposizione il problema è sempre e solo Berlusconi, ma i dati diffusi nei giorni scorsi da Istat ed Inps parlano chiaro. In Italia la povertà è in crescita, e mentre la disoccupazione giovanile è ormai alle stelle, per gli anziani si prospetta un futuro (vedi i dati sulle pensioni) sempre più nero.

Esagerazioni? No, basta esaminare i numeri nella loro crudezza. Numeri ancora più drammatici se analizzati in prospettiva. Numeri che ci parlano di un futuro insostenibile per il grosso delle classi popolari, specie se passerà la linea dei sacrifici «europei» per la riduzione del debito pubblico. Questa linea non ha oggi oppositori né a destra né nel centrosinistra, mentre di tutto si parla, nei media come nel cosiddetto «dibattito politico», tranne che della gravità della situazione sociale.

Come hanno scritto gli «indignados» spagnoli in un loro cartello: «Il capitalismo non funziona». Un modo sintetico di dire che la crisi è tutt’altro che risolta, che anzi i suoi effetti sociali devono ancora dispiegarsi, che né le oligarchie dominanti né la classe politica al servizio hanno la benché minima idea su come uscirne.

Ma veniamo ai numeri. I dati diffusi dall’Istat ci dicono che 15 milioni di persone si trovano in condizioni di povertà. Si tratta di un quarto della popolazione italiana (per l’esattezza il 24,7%). Si tratta – precisa l’Istat – di famiglie che vivono in condizioni di deprivazione, che non riescono a far fronte a spese impreviste, anche se di modesta entità, che restano morose nel pagamento delle bollette o del mutuo, che non riescono a riscaldare adeguatamente la casa nei mesi invernali.

Il peggioramento generale delle condizioni economiche emerge chiaramente dal dato sui risparmi delle famiglie, calato nel 2010 del 12,1% rispetto all’anno precedente. Una dinamica facilmente spiegabile alla luce di un altro dato, quello sul potere d’acquisto, calato del 3,5% nel 2009 e di un ulteriore 0,5% nel 2010. Giova ricordare che questi dati sono soltanto delle medie che, viste le gigantesche diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, contengono larghe fasce popolari che hanno visto un crollo del potere d’acquisto (e dunque non parliamo dei "risparmi") ben più grave.

Sta di fatto – segnala l’Istituto di statistica – che, sempre nel 2010, il 16,2% delle  famiglie ha dovuto contrarre debiti, mentre la percentuale di quanti sono impossibilitati a far fronte ad una spesa imprevista di soli 800 euro è pari al 33,3%. Le famiglie in arretrato nei pagamenti (mutuo, affitto, bollette, ecc.) sono l’11,1%, mentre quelle che dichiarano di non potersi permettere neppure una settimana di ferie lontano da casa sono addirittura il 40%.

E’ esagerato, alla luce di queste cifre, parlare di disastro sociale? Non ci pare proprio. Ma se il presente è questo, il futuro per milioni di persone si chiama Inps, cioè pensioni. E proprio nei giorni scorsi l’Inps ha presentato i dati del 2010. Numeri che parlano da soli: oltre la metà delle pensioni Inps (50,8%) non raggiunge i 500 euro, il 28,2% si colloca tra i 500 e i 1.000 euro, l’11,1% tra i 1.000 e i 1.500 euro, mentre solo il 9,9% supera i 1.500 euro mensili. Da notare che tutte queste cifre sono al lordo, cioè a monte del prelievo fiscale.

Cifre pesantissime, ma che ancora non scontano se non in piccola parte i tagli draconiani imposti con le varie controriforme del sistema pensionistico, che dispiegheranno i loro effetti letali nei prossimi anni, quando le pensioni arriveranno al 45% dei salari, mentre i lavoratori con lunghi periodi di precariato si fermeranno a percentuali ancora più basse.

Dati drammatici, che pure hanno trovato la piena soddisfazione del ministro del Welfare Sacconi e del presidente dell’Inps Mastrapasqua. Mentre per il primo l’unica preoccupazione è la scarsa adesione dei lavoratori (5,3 milioni su una base potenziale quattro volte più grande) ai fondi previdenziali integrativi, il secondo ha rassicurato sul fatto che anche i giovani avranno la loro pensioncina: basterà lavorare fino a 70 anni, versare più contributi ed accontentarsi di una pensione da fame…

Abbiamo scritto più volte che un massacro sociale è alle porte, che l’uso di classe del debito pubblico sarà lo strumento per scaricare sulle classi popolari i costi della crisi del sistema. Ma questo massacro non ha un’ora x. In realtà è già in corso, anche se il peggio deve ancora venire. Istat ed Inps ce lo confermano, così come i dati di Bankitalia sulla ricchezza – il 10% delle famiglie che possiede il 45% della ricchezza, mentre il 50% delle famiglie ne possiede solo il 10% – ci dicono che nella crisi le differenze sociali sono destinate a farsi ancora più profonde.

Come ha argomentato Ennio Bilancini in un suo recente articolo riferito al Nord Africa, non necessariamente la povertà conduce alla rivolta, ma l’impoverimento in genere sì. Nell’ultimo ventennio i salari si sono prima fermati, per poi perdere decisamente potere d’acquisto. I giovani sono stati i più colpiti. Compensavano però le famiglie, con i risparmi e con i redditi degli anziani. Questo schema ormai non funziona più. Funziona, invece, ma non sappiamo ancora per quanto, l’egemonia culturale di quel «pensiero unico» che impedisce di vedere la possibilità della fuoriuscita dal capitalismo.

Intanto, però, la rabbia sociale cresce. Non passerà molto tempo prima che la lotta di classe riprenda il centro della scena. Non sappiamo con quali forme avverrà, ma certamente esse saranno più simili a quanto avviene in Spagna, piuttosto che alle vecchie e logore liturgie sindacali. Non illudiamoci sulla strada che imboccherà questa rabbia sociale. Dipenderà da molti fattori, tra i quali non ci stancheremo mai di sottolineare la necessità di un’adeguata piattaforma politico-programmatica. Non illudiamoci, perché le sconfitte dell’ultima parte del Novecento pesano ancora come macigni. Ma non si illudano neppure le classi dominanti, né i loro scribacchini. Si scordino la pace ed il compromesso sociale. Hanno creato un inferno e dovranno scottarsi anche loro.

da Campo Antimperialista     29 Maggio 2011

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