Mediocracy, la dura legge della casta

Uno studio inedito sui meccanismi di selezione dei parlamentari rivela perché abbiamo la peggiore classe politica di sempre: la più ignorante, la più vecchia, la più assente e la più pagata al mondo
La più vecchia, la più assenteista, la più costosa tra i paesi sviluppati. E insieme, la meno istruita e preparata nella storia della Repubblica. In altre parole “la più mediocre classe politica che l’Italia abbia avuto dal 1948”. Niente meno. Questo giudizio, durissimo, non arriva da una poltrona rossa di Ballarò o da uno SpiderTruman della rete ma è la convinzione di un economista italiano di fama mondiale che si è posto un problema: capire perché l’insieme dei parlamentari italiani si trasformi “matematicamente” nella casta. E ce l’ha fatta. Antonio Merlo, direttore del dipartimento di Economia della University of Pennsylvania, ha scoperto la formula della “mediocrazia” (leggi l’intervista a Merlo)”, cioè della propensione tutta italiana a far sedere in Parlamento non i migliori ma gli “unfit to lead”, gli inadatti a governare, per usare una celebre frase usata dall’Economist per definire Berlusconi. Ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere in anteprima questo workpaper inedito che farà discutere ben oltre gli ambienti accademici. Si chiama appunto “mediocracy” e termina con un modello di calcolo che potrà diventare un simbolo per chi vuole cambiare le cose:

Guardatela bene, anche senza capirla. La si potrebbe perfino appendere dietro alla scrivania o stampare su t-shirt, come la legge di gravità. Perché questa, signori e signore, è la legge della casta italiana. Dentro c’è tutto: c’è il berlusconismo, ci sono le leggi ad personam, il conflitto di interessi, i privilegi, i faccendieri, la corruzione. Risponde con i numeri alle domande che assillando gli italiani: chi abbiamo mandato in parlamento? Perché lavora per i propri privilegi e non per noi? Perché guadagna tanto e rende poco? Perché tutti votano le leggi utili a uno solo? A cosa servono gli affaristi nella politica?

Ebbene il risultato dei calcoli complessi fatti da Merlo confermano che l’Italia ha bisogno di una rivoluzione istituzionale e non di qualche taglio, di un intervento urgente sulla legge elettorale perché quella attuale (il sistema elettorale proporzionale a liste chiuse) incentiva “in modo perverso” i partiti a selezionare “non i migliori candidati possibili ma i più mediocri, i cosiddetti yesman, utili ad assecondare il partito e il capo e a votare compatti anche quello che un cittadino intellettualmente onesto mai voterebbe”. Ecco perché secondo Merlo “i provvedimenti indicati nella bozza di riforma di Calderoli vanno sicuramente nella direzione giusta ma rischiano di restare un “contentino” senza una riforma istituzionale del sistema politico”.

In ogni caso, da oggi, l’espressione “era meglio la Prima Repubblica” non è più un modo di dire. E’ una certezza matematica. Costruita mettendo nero su bianco una serie di variabili come l’età, il livello di istruzione, il tasso di crescita delle indennità parlamentari, i tassi di assenteismo dei nostri “eletti”.

In pratica un sistema di coordinate che descrive puntualmente quella fuga in avanti della casta rispetto al Paese reale e da quello che avviene in altre nazioni. In Italia c’è una sorta di regno autonomo della mediocrazia, dove in sessant’anni le retribuzioni dei governanti sono cresciute del 1.185% con una media annua del 10%, mentre quelle dei governati solo di qualche punto percentuale. Dove i governati hanno sudato per garantire ai figli un’istruzione universitaria mentre tra i governanti il numero di laureati scendeva drasticamente. Di questo passo, si arriverà presto al paradosso che il corpo degli eletti sarà meno istruito dei suoi stessi elettori, suggellando così il definitivo trionfo della mediocrazia.

I PIU’ VECCHI E MENO ISTRUITI

Chi siede alla Camera e al Senato oggi è più vecchio. Prima del 92-94 si entrava in Parlamento con un’età media di 44,7 anni contro i 48,1 della Seconda. Oggi la media è 50 anni. Decisamente il Paese con la classe politica più vecchia d’Europa e che tende ancora a restare in Parlamento di più sganciandosi dalla tendenza delle altre nazioni a rinnovare la classe dirigente puntando su eletti mediamente più giovani. Il tasso di ricambio in Parlamento, calcolato come la proporzione dei nuovi entranti nel periodo 1953-2008, si è attestato intorno al 40 per cento. Nella II Legislatura (1953-58) era stata del 37,6 per cento, mentre aveva raggiunto la quota minima del 26,3% nella VIII Legislatura (1979- 1983). Nella XII Legislatura (1994-1996), che ha segnato l’inizio della Seconda Repubblica, il tasso di ricambio è balzato al 69,5 per cento e da allora si è mantenuto costante attorno al 45-50 per cento.

Il raffronto tra retribuzioni e tassi di istruzione è scioccante: le indennità parlamentari sono cresciute del 10% l’anno mentre la quota di laureati è scesa dello 0,5% annuo.

IGNORANTI IN AUTO BLU

Più vecchi e tuttavia meno preparati. La percentuale dei nuovi eletti con una laurea è significativamente diminuita nel corso del tempo con un brusco crollo nel passaggio tra la prima e la seconda Repubblica: dal 91,4% nella I Legislatura, al 64,6% all’inizio della XV Legislatura. In pratica la casta è riuscita ad andare contro la tendenza nazionale che, negli stessi anni, ha visto aumentare sensibilmente la quota di popolazione istruita. Di questo passo, si arriverà al paradosso che il corpo degli eletti sarà meno istruito dei suoi stessi elettori.

ASSENTEISTI SI’, MA STRAPAGATI

Vecchi, impreparati ma meglio pagati di tutti. A dispetto della qualità del ceto politico in picchiata, le indennità parlamentari sono schizzate alle stelle sganciandosi da quanto accadeva nel resto del Paese. In Italia l’indennità parlamentare annua, in termini reali (misurata in euro del 2005), è aumentata da 10.712 euro nel 1948 a 137.691 euro nel 2006, il che significa un aumento medio del 9,9 per cento all’anno e un incremento totale di 1.185,4 per cento (negli Stati Uniti l’incremento annuale è stato dell’1,5 per cento e l’incremento totale del 58 per cento!).

Entrare nel Parlamento Italiano conviene sempre: i redditi totali dei deputati nel primo anno di attività in Parlamento aumentano del 77% rispetto a quelli dell’anno precedente. Dal 1985 al 2004, in Italia il mestiere del Parlamentare è stato particolarmente redditizio. Infatti, il reddito reale annuale di un parlamentare è cresciuto tra 5 e 8 volte più del reddito reale annuale medio di un operaio, tra 3,8 e 6 volte quello di un impiegato, e tra 3 e 4 volte quello di un dirigente. Dalla fine degli anni 90’, il 25% dei parlamentari guadagna un reddito extraparlamentare annuale che e’ superiore al reddito della maggioranza dei dirigenti.

Interessante anche l’effetto deteriore sulla partecipazione derivante dal possibilità di cumulare reddito privato professionale e indennità di carica. Ogni singolo anno trascorso in Parlamento incrementa i redditi addizionali all’indennità parlamentare del 4,2 per cento nel primo anno in Parlamento. Questo spiega anche lo scarso impegno degli e
letti in aula: i calcoli dicono che in media ogni 10mila euro di extra reddito riduce la partecipazione in Parlamento dell’1%.

IL BERLUSCONISMO: L’INIZIO DELLA FINE

Ultima riflessione riguarda le date del declino di tutti gli indici che si possono considerare “positivi” nella definizione della classe politica e la crescita costante di quelli che si possono definire “negativi”. L’andamento delle curve relative a età, istruzione, assenteismo e indennità presenta uno snodo netto tra il 92 e il 94. Da allora ogni linea segue una tendenza diversa e contraria rispetto al passato, peggiorativa rispetto ai livelli di qualità della Prima Repubblica. “Allora – ragiona Merlo – sulle ceneri di Tangentopoli nasceva il partito di Silvio Berlusconi che ha reclutato una classe dirigente diversa dal passato proponendo al posto della rappresentanza politica del Paese il modello privatistico dello stato-azienda. Da allora le leggi ad personam si sono moltiplicate, i mali atavici dell’assenteismo e degli alti costi della politica si sono acuiti e il Paese è arretrato economicamente. L’insieme di queste spinte divergenti ha contribuito ad alimentare la mediocracy, la forma di governo che non premia i migliori e non fa cadere i peggiori”.

da il Fatto Quotidiano      21 luglio 2011

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Una manovra classista. La destra italiana ed europea fa pagare la crisi ai meno abbienti. Intervista a Luciano Gallino

La manovra che il governo italiano sta varando parla chiaro. I dati e gli specchietti riportati in queste ore dicono che i livelli più bassi della società, per reddito, e gran parte della classe media italiana dovrà pagare gli effetti di una crisi finanziaria che non hanno causato e nemmeno voluto. Tornano termini che sembravano superati, in tutta Europa. Classe dominante, dicono alcuni analisti che stanno studiando le manovre che si avvicendano alle diverse latitudini dei Paesi in crisi. Luciano Gallino è sociologo del lavoro. Non ha dubbi.

"Quella che il governo ha predisposto si può definire tranquillamente una manovra di classe".

Ne è convinto, professore.
Nell’insieme direi proprio di sì, perché chi ha avuto la maggiore responsabilità della crisi, che è partita dal 2007-2008, è la classe dirigente internazionale, mentre i costi della crisi (compresa l’ultima ondata) in Europa ricadono in maggior parte sulla classe lavoratrice, e le classi medie. Chi non ha avuto responsabilità per questa crisi, ora paga il conto.

L’elemento classista, a questo punto, è doloso.
Quasi tutti i governi europei, compreso il nostro, sono di destra e rappresentano efficacemente gli interessi delle classi che hanno potere politico, economico e ideologico. C’è una consonanza molto evidente fra gli interessi di una classe che molti chiamano classe dominante a livello internazionale e che, naturalmente, fa il possibile per far ricadere ogni tipo di costo sul basso, verso classi meno abbienti, meno fortunate.
È una scelta politica. Ho visto in tempi recenti che analisti e organi di stampa non certo di sinistra criticano questa dinamica affermando che i governi europei hanno deciso di socializzare le perdite, dovute soprattutto all’inefficienza del sistema finanziario, e scaricare i costi sui più deboli

Con una manovra che colpisce famiglie, lavoro dipendente, sanità, che tipo di politica industriale avremmo bisogno per poter pensare che non sarà una manovra di tipo recessivo?
Quello che non è stato fatto in quindici, venti anni non si può fare in alcuni mesi. Non c’è nemmeno il più pallido tentativo di farlo. L’esempio più eclatante è l’enorme sviluppo dell’industria automobilistica tedesca e il serio declino della stessa in Italia. In Germania forti e potenti interventi del governo centrale e regionale, in Italia si è assistito semplicemente al trasferimento all’estero di produzioni o chiusura di stabilimenti come Termini Imerese senza levare un dito

Si aspetta un aumento della conflittualità sociale? Diritti negati sul tema lavoro, mani nelle tasche delle classi medie e meno abbienti…
Ci sono le premesse per un inasprimento del conflitto sociale, che può prendere diverse forme. Alcune politicamente progressive e altre un po’ meno. È interessante notare come attacchi al sistema internazionale finanziario e al legame di questo con la classe dominante vengono spesso da formazioni di destra ed estrema destra. Questo avviene in molti paesi europei. Il conflitto sociale potrebbe essere quindi non solo fra chi è stato duramente punito, senza avere responsabilità per la crisi e ora se la prende con la classe dominante. Ma anche altri che hanno una veste e una coloritura di estrema destra.

da  peacereporter       15 luglio 2011

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L’abbonato Rai Roberto Castelli non conta nulla

Nell’ultima puntata di Anno zero, andata in onda il 9 giugno scorso, abbiamo assistito ad un vivace scambio di battute  tra  Michele Santoro ed il vice-ministro Castelli. Questi  rinfacciava al conduttore il fatto, che anche con il suo canone la Rai lo retribuiva lautamente, e Santoro replicava che era “Annozero”, con i suoi cinque milioni e oltre di telespettatori a puntata, grazie agli introiti pubblicitari a pagare il proprio stipendio e quello di tutto lo staff, oltre a mantenere il direttore del tg1 Minzolini e foraggiare programmi flop come quello di Sgarbi. Ora io credo che il canone di noi abbonati abbia un valore, se moltiplicato per i tanti milioni di telespettatori, cui mancherà il prossimo autunno “Annozero” di Santoro e “Vieni via con me” di Roberto Saviano.
Ed allora mandiamo una e-mai  a Lorenza Lei, attuale direttore generale della Rai, in cui preannunciamo la disdetta del canone tv 2012, se non saranno reintegrati nel palinsesto questi due programmi e se non cesserà immediatamente la fuoriuscita di altri validi conduttori quali la  Dandini, la Gabanelli  e Iacona. Infine se Castelli è uno solo, e noi siamo milioni, perché ci viene negato il diritto di vedere sulla tv pubblica comici della qualità di Sabina e Corrado Guzzanti, Enrico Bertolino e Daniele Lutazzi? Per il 2012 disdiciamo il canone tv!

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Con la destra al governo: chi paga la crisi e chi la subisce

STANGATA ECONOMICA: UNA MACELLERIA SOCIALE

Colpiti pensioni, sanità, scuola e pubblico impiego. Tagliati trasferimenti a Regioni, Province e Comuni con conseguenti aumenti delle tasse locali e riduzione dei servizi sociali. Furbesco spostamento del peso maggiore della manovra a dopo le elezioni. Taglio ai costi della politica? Tassazione alle rendite finanziarie? Riduzione delle tasse?Rinviati alle calende greche! Vergognosa norma ad personam sul Lodo Mondadori.

a) IL CENTRODESTRA DALLA “FINANZA CREATIVA” ALLA “FINANZA TARDIVA”.

Quando nel 2002 il governo di centrosinistra fu sostituito dal governo Berlusconi, il surplus primario era pari al 5-6% del Pil e la bilancia dei pagamenti era in equilibrio, con tasse in via di diminuzione. Ma il governo di centrodestra, dimostrando incapacità assoluta, in poco tempo liquidò il surplus primario e aumentò il debito facendo saltare il patto di stabilità con l’Europa. I due anni del successivo governo Prodi recuperarono in parte una situazione per molti versi compromessa. Poi venne un nuovo governo Berlusconi e la crisi finanziaria: Tremonti e Berlusconi hanno fatto finora tanti annunci e molta propaganda, non mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale e raccontando agli italiani anche frottole: prima hanno negato che ci fosse la crisi, poi hanno detto che non toccava l’Italia, poi che era una crisi solo finanziaria, poi che i nostri conti erano in ordine e non c’era bisogno di alcuna manovra, e ora ecco la stangata. Tremonti e Berlusconi hanno fatto i furbi spostando il peso maggiore dei tagli (40 miliardi) al 2013 e al 2014, cioè dopo le elezioni, quindi sul prossimo governo (di centrosinistra?), e sulle spalle degli elettori che non potranno più punirli nelle urne. La stessa prassi adottata nel 2006, quando lasciarono in eredità ai governi di centrosinistra lo scalone previdenziale e il “concordato di massa” (condono).

b) L’AMARO CALICE

1) Sanità:

– I super ticket tornano già dall’anno prossimo: 10 euro sulla specialistica ambulatoriale e 25 su  prestazioni di pronto soccorso non seguite da ricovero. Così il governo mette le mani nelle tasche degli italiani più deboli, i malati cronici e gli anziani, senza risolvere il problema del disavanzo, perché è solo una goccia in mezzo al mare. Il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione viene dunque messo seriamente in pericolo, mentre non si tagliano gli sprechi, né le gestioni disinvolte e gli ospedaletti sorti solo per dispensare posti a destra e a manca, che non garantiscono i codici rossi, ma a malapena quelli bianchi. In particolare il ticket sul pronto soccorso grava soprattutto su chi utilizza le strutture pubbliche e subisce la mancanza di strutture territoriali di medicina che operino 24 ore su 24 e su tutto il territorio nazionale.

– dal 2014 sono previsti nuovi ticket sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie, compresi i ricoveri

– Nel 2014 si arriverà a quasi 10 miliardi di tagli nella sanità, sommando 3,2 miliardi nel 2013 e di altri 6,5 l’anno successivo, con un finanziamento per il 2013 e 2014 che verrebbe incrementato al di sotto del PIL nominale e che quindi non coprirebbe nemmeno l’inflazione: è vergognoso, dal momento che la spesa sanitaria in Italia è già più bassa della media UE e dei paesi OCSE.

– Privatizzata anche la Croce Rossa il cui personale a tempo indeterminato sarà posto in cassa integrazione e i precari licenziati a fine anno

2) Pensioni:

– Per le pensioni tra 18.300 e 30.500 euro (tra i 1.400 e i 2.300 euro LORDE al mese) la rivalutazione si riduce al 45%: un taglio drastico inaccettabile che si rovescerà sui ceti medio-bassi. Si sta parlando di pensioni intorno ai mille euro, che sono le pensioni degli operai professionali dopo 40 anni di lavoro, degli impiegati, dei tecnici, le cui pensioni già subiscono la mancata rivalutazione rispetto all’inflazione effettiva; che fanno a tirare la fine del mese e che spesso devono proteggere figli che non trovano il lavoro. È un’ingiustizia inaccettabile!

– Per tutti ci sarà un innalzamento dell ’ età di pensionamento a partire dal 2014 (un anno prima del previsto) di tre mesi ogni tre anni, in relazione al previsto aumento dell’aspettativa di vita.

– Si lavorerà più anni: dal 2020 ci vorrà un mese di più, ossia 60 anni e un mese, per consentire alle donne che lavorano nel settore privato di andare in pensione. I 65 anni verranno raggiunti nel 2032. Il ministro Sacconi, che diceva di non voler colpire le pensioni, ha allungato di anno la finestra per andare in pensione, ha introdotto e anticipato di un altro anno il collegamento alle aspettative di vita, ha aumentato a 65 anni l’eta’ pensionabile alle donne della P.a. senza ridistribuire i risparmi promessi, e ora introduce la stessa norma anche nel settore privato.

3) Pubblici dipendenti:

– Colpiti in maniera devastante attraverso un nuovo e quindi pesantissimo blocco dei rinnovi contrattuali nazionali e integrativi fino al 2014 e il congelamento degli scatti

– blocco totale delle assunzioni, a eccezione dei corpi di polizia, del corpo nazionale dei vigili del fuoco, delle agenzie fiscali e degli enti pubblici non economici. Il blocco delle assunzioni si traduce nello stop alle stabilizzazioni dei precari, visto che di nuovi concorsi non se ne parla nemmeno, e quindi nel completo e definitivo licenziamento di tutti i lavoratori precari della P.a.. Bloccare il turn over nella Pubblica amministrazione e quindi ad esempio nella sanità, crea inoltre delle gravi disfunzioni in settori già ben oltre il limite della mancanza di personale, medico e paramedico

– odiosa cancellazione, per legge, delle sentenze passate in giudicato favorevoli ai lavorati pubblici e riguardanti passaggi di livello, trasformazione a tempo indeterminato di rapporti di lavoro precario

4) tagli a Regioni, Comuni e Province

– Non sanno governare e scaricano sugli Enti locali 9,5 miliardi di tagli ai trasferimenti, generando un forte allarme sul funzionamento prossimo venturo di servizi come asili nido, assistenza agli anziani e trasporti pubblici, e provocando aumento delle tasse locali come l’IRPEF, alla faccia del tanto decantato federalismo.

– Per i precari assunti indirettamente da enti locali, tramite cooperative, agenzie, associazioni, fondazioni e tutte quelle strambe invenzioni che sarebbero da chiamare privatizzazioni ma sono state riverniciate col più mite termine di “sussidiarietà”, si prospettano coltellate indirette ancora più pesanti: saranno subito loro, e non i tempi indeterminati, a subire gli effetti dei tagli ai trasferimenti ai comuni.

5) Scure sulla scuola

– Le scuole materne, elementari e medie saranno raccolte in istituti unici. Saranno quindi soppresse le istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente da direzioni didattiche e scuole secondarie di primo grado. Gli istituti comprensivi per acquisire l’autonomia dovranno essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche. Queste misure determineranno un sovraccarico di lavoro in primis dei dirigenti scolastici che, invece di vigilare sulla sicurezza degli studenti a loro affidati, dovranno fare la spola da un plesso all’altro delle numerose scuole a loro affidate senza poter neanche più contare sul supporto dei vicari perché a questi ultimi viene negata la possibilità di godere dell’esonero o semi-esonero dall’attività di insegnamento. Chi opera all’interno delle segreterie poi dovrà gestire i rapporti col personale e gli studenti non più di una sola scuola. I docenti infine, invece di concentrarsi sulle strategie didattiche e l’aggiornamento professionale, attività ritenute evidentemente sacrificabili da questo governo, saranno costretti ancora di più a svolgere quelle mansioni burocratiche normalmente affidate al personale ATA (come compilazione di pagelle e documenti vari) per consentire il funzionamento, altrimenti compromesso, degli istituti presso cui sono in servizio

– Cattedre bloccate: a decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 le dotazioni organiche del personale docente, educativo ed Ata della scuola non devono superare la consistenza delle relative dotazioni organiche dello stesso personale determinata nell’anno scolastico 2011/2012.
– Insegnanti di sostegno: l’organico degli insegnati di sostegno, attribuito alle singole scuole o a ‘reti di scuole’, dovrà prevedere in media un docente ogni due alunni disabili. È l’aspetto più deprecabile di questa manovra perché consiste nel subdolo tentativo di limitare ulteriormente il diritto allo studio degli alunni disabili e non: viene infatti soppresso il tetto di 20 alunni per classe in presenza di uno studente disabile e vengono invece imposti gli stessi limiti delle classi senza disabili; quegli stessi limiti che hanno portato alla formazioni di classi con oltre 30 alunni. Se il testo della manovra rimarrà il medesimo della bozza che circola in questi giorni, sarà norma trovare classi con disabili e più di 30 alunni. Questo governo pensa di poter trasformare un insegnante ordinario in insegnante di sostegno, attivando un semplice corso di formazione; tale iniziativa è esclusivamente spinta dall’esigenza di utilizzare il personale docente in esubero per coprire gli incarichi di sostegno ed evitare così di riconfermare i precari in possesso di titoli specifici per affiancare alunni con comprovate difficoltà.

E’ vergognoso che la prossima manovra di 44 miliardi contenga ancora dei tagli a settori di interesse collettivo già così pesantemente colpiti da precedenti manovre. Il rischio che stiamo correndo è quello di vivere in un Paese in cui i servizi essenziali e le istituzioni fondamentali non siano più considerati un bene comune da garantire e tutelare, ma un fardello di cui lo Stato debba liberarsi, magari per lasciare spazio, in un momento non troppo lontano, a iniziative di speculazione di qualche intraprendente cordata di imprenditori.

7) Spesa pubblica ridotta all’osso

– Nonostante la Corte dei Conti proprio due giorni avesse affermato che in Italia la spesa pubblica è ormai stata già tagliata al limite delle possibilità di funzionamento del sistema, dal 2012 parte il ciclo di ‘spending review’ mirata alla definizione dei fabbisogni standard propri dei programmi di spesa delle amministrazioni centrali dello Stato. In caso “di omessa trasmissione dei dati” sulla revisione della spesa “senza motivata giustificazione entro il termine previsto nella richiesta, l’amministrazione competente riduce la retribuzione di risultato dei dirigenti responsabili” del 2%.

8) Riduzione incentivi per le fonti rinnovabili

– Alla faccia del voto referendario recentemente espresso dagli italiani, dal prossimo anno, dovrebbe scattare una riduzione del 30% degli incentivi per le rinnovabili, che non sono un lusso ma un investimento sul futuro: nei prossimi dieci anni potrebbero portare 2,5 milioni di posti di lavoro.

9) Aumento dei contributi ai precari,

– per i co.co.co,  e i contratti a progetto ecc. si profila l’ennesima fregatura, visto che non servirà a dare nemmeno 300 euro al mese di pensione mensile ai precari che a 70 anni saranno ancora in vita. I contributi risucchiati dal 12,5% della retribuzione nel 1999 sono quasi triplicati in meno di 15 anni. Le trattenute dal 27,5% attuale passeranno al 33% della retribuzione. L’aumento secco è del 5,5%. A mettere i soldi non saranno certo le imprese ma i precari a progetto che vedranno ridursi della stessa cifra i loro compensi mensili.

10) Tassa sui ricorsi.

– Presentare ricorso presso le commissioni tributarie potrà costare fino a 1.500 euro. Secondo la bozza per i ricorsi avanti le Commissioni tributarie provinciali e regionali è dovuto il contributo unificato nei seguenti importi: 30 euro per controversie di valore fino a 2.582,28 euro; 60 euro per controversie da 2.582,28 e fino a 5.000 euro; 120 euro per controversie di valore superiore a 5.000 euro e fino a 25.000 euro; 250 euro per controversie di valore superiore a euro 25.000 e fino a 75.000 euro; 500 euro per controversie di valore superiore a 75.000 euro e fino a 200.000 euro; 1.500 euro per controversie di valore superiore a euro 200.000

11) Ridicola riduzione dell’imposta per i giovani sotto i 35 anni che decideranno di costituire una nuova attività imprenditoriale: una misura ridicola, se non fosse tragica: quanti sono i giovani sotto i 35 che hanno la possibilità di intraprendere un’attività imprenditoriale? La maggior parte a quell’età vive ancora coi genitori perché non ha lavoro né soldi per farsi una famiglia in una propria casa!

12) La casta allarga il giro

– Si prevede un “accesso più facile al settore delle professioni”, MA ESCLUSI “i notai, gli architetti, gli ingegneri, i farmacisti e gli avvocati”. Non si capisce quali professioni restino, tra quelle da liberalizzare, salvata la rendita di queste corporazioni più potenti.

13) Liberalizzazione degli orari dei negozi nei festivi nelle città turistiche: una norma anche questa che fa già molto discutere i sindacati, per i disagi provocati ai dipendenti: gli esercizi commerciali non saranno più tenuti a rispettare gli orari di apertura e chiusura, la chiusura domenicale e festiva e la mezza giornata di chiusura infrasettimanale.

14) Dismissione del patrimonio abitativo ex Iacp

Il governo per far cassa torna alla carica con la vendita del patrimonio pubblico ex Iacp mediate accordo di Comuni e Regioni entro il 31 dicembre 2011: proprio ora che c ’ è bisogno di alloggi per le classi più disagiate, tant’è che 600mila domande di famiglie aventi diritto giacciono inevase.

15) Vergognose norme sulla giustizia

– La manovra economica è vergognosamente usata come cavallo di Troia, per introdurre da una parte una norma che sospende il risarcimento per il Lodo Mondatori, dall’altra per risuscitare il processo breve, o norme simili: sono disposizioni di carattere processuale, che nulla hanno a che vedere con la manovra, rischiano di comportare un rilevante esborso per l’erario e costituiscono una furbizia ad personam per salvare, oltre la casta, l’Impunito numero uno.  Tutto questo nonostante 27 milioni di cittadini abbiano detto con il referendum del 12 e 13 giugno che non ne vogliono più sapere di leggi ad personam.

14) Riduzione del Fisco? Col fischio!

– la delega fiscale dovrà riformare il fisco…. nei prossimi tre anni, cioè nel futuribile. Se la storia insegna, anche questa riforma resterà nel libro dei sogni, come i due precedenti tentativi di Tremonti. La proposta delle tre aliquote in effetti comporta una riduzione sensibile delle tasse per i redditi alti: chi ora paga il 43 per poi pagherà il 40%, con conseguente e ulteriore nocumento per la giustizia fiscale e le entrate dello Stato. I redditi medio-bassi, invece, se avranno un minimo vantaggio, sarà annullato dalla decisione del governo Berlusconi di aumentare l’Iva sui beni di largo consumo (abbigliamenti, calzature, telefonia ecc).

Le risorse per finanziare questa riduzione fiscale saranno recuperate soprattutto dalla eliminazione e dalla razionalizzazione delle detrazioni: dunque ancora una volta il Governo di destra con una mano dà e con l’altra prende 2 volte. Inoltre Tremonti intende finanziare la cosiddetta “ riforma fiscale ” prendendo risorse dall’assistenza: dietro termini come “ riqualificazione ” e “ riordino ” si sottraggono risorse da tutte le forme di sostegno socio assistenziale, sanitario o previdenziale quali ad esempio l’indennità di accompagnamento il sostegno all’invalidità o i trattamenti pensionistici di reversibilità

– si annuncia la nuova tassa di servizio, una imposta unica sui servizi,
una sorta di superbollo, che ingloberà sette prelievi (di registro; ipotecarie e catastali; di bollo; sulle concessioni governative; sui contratti di borsa; sulle assicurazioni; sugli intrattenimenti).

15) Tassa sulla finanza? Sparita!

– Ha strepitato talmente forte la “Finanza Nimby” che nella manovra economica di Tremonti è scomparsa la mini-tassazione dello 0,15% sulle transazioni finanziarie esclusi i titoli di Stato. Un vero peccato: avrebbe portato nelle casse pubbliche 3,6 miliardi di euro, più di quanto verrà rastrellato sulle pensioni. Al suo posto ci sarebbe semplicemente un aumento dell’imposta di bollo già ora applicata al deposito titoli. Saltata anche la tassa del 35% sulle transazioni delle banche e nella manovra del Governo viene ora ipotizzata un’imposta addizionale sul trading finanziario (forse del 7%).

16) Centinaia di milioni per le sciagurate missioni di guerra

– Non mancheranno i 700 milioni di euro per la proroga delle missioni internazionali nel 2011. Inutile e gravoso per i cittadini consumatori il salasso degli interventi sulle accise sulla benzina per finanziarie guerre sciagurate e dispendiose.

17) Riduzione dei costi della politica? Rinviati!

– una Commissione guidata dal presidente dell’Istat, studierà la questione, e proporrà gli interventi che dovranno ispirarsi alla prassi europea; comunque “non saranno
intaccati i diritti acquisiti”, ha precisato il Cavaliere, e i risultati dell’indagine, secondo Tremonti, diventeranno efficaci solo nella prossima legislatura. Quindi, mentre il paese si prepara ad affrontare una stangata senza precedenti, la Casta continua a farla franca.

– riduzione degli stipendi dei parlamentari (ma solo a valere dalle prossime elezioni), limitazione delle auto blu (ma solo ad esaurimento del parco macchine attualmente in circolazione).  Ci sarà l’”election day”, cioè l’accorpamento delle elezioni politiche ed amministrative, con esclusione però dei referendum

c) UNA MANOVRA DIVERSA È POSSIBILE…..COL CENTROSINISTRA!

1) Tagli ai costi della politica in modo drastico: secondo recenti stime, ogni anno i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a circa 18,3 miliardi di euro, a cui occorre aggiungere i costi derivanti da un “sovrabbondante” sistema istituzionale quantificabili in circa 6,4 miliardi di euro, arrivando così alla cifra di 24,7 miliardi di euro. Sono oltre 1,3 milioni le persone che vivono direttamente, o indirettamente, di politica: 145 mila tra Parlamentari, Ministri, Amministratori Locali di cui 1.032 Parlamentari nazionali ed europei, Ministri e Sottosegretari; 1.366 Presidenti, Assessori e Consiglieri regionali; 4.258 Presidenti, Assessori e Consiglieri provinciali; 138.619 Sindaci, Assessori e Consiglieri comunali. A questi vanno aggiunti gli oltre 12 mila consiglieri circoscrizionali (8.845 nelle sole Città Capoluogo); 24 mila persone nei Consigli di Amministrazione delle 7 mila società, Enti, Consorzi, Autorità di Ambito partecipati dalle Pubbliche Amministrazioni; quasi 318 mila persone che hanno un incarico o una consulenza elargita dalla Pubblica Amministrazione; la massa del personale di supporto politico addetto agli uffici di gabinetto dei Ministri, Sottosegretari, Presidenti di Regione, Provincia, Sindaci, Assessori Regionali, Provinciali e Comunali; i Direttori Generali, Amministrativi e Sanitari delle ASL; la moltitudine dei componenti dei consigli di amministrazione degli ATER e degli Enti Pubblici.

Fare politica deve diventare un mestiere come un altro, limitato nel tempo, non un privilegio strapagato. Dunque vanno eliminati i vitalizi ai parlamentari nazionali e regionali, dimezzato il numero dei parlamentari con legge costituzionale, eliminati i rimborsi elettorali ai partiti e le spese elettorali, eliminate le Province, rivisiti i bilanci delle authority, che prendono i soldi da quelli che controllano ma li utilizzano solo per le casse dello Stato. Vanno rivisitate anche talune authority che producono più carta che controlli. Ci dev’essere una forte riduzione delle auto e dei voli blu.

2) Pubblica amministrazione: Eliminazione degli arbitrati e blocco delle consulenze e degli incarichi esterni, per riportare l’attività della Pubblica amministrazione all’interno della P. a., perché nel 99% dei casi le consulenze servono solo a sistemare qualche trombato alle elezioni e qualche trombone, o per fare uscire in modo formalmente lecito denaro dalla pubblica amministrazione e dall’erario. Divieto di assunzioni di dirigenti esterni alla PA.  Amministratore unico per le società e gli enti partecipati dagli enti territoriali (gli attuali 4500 membri dei consigli sono spesso amici degli amici, trombati alle elezioni, e fonte di clientelismo). Obbligo unione tra comuni con meno di 20.000 abitanti. Per la riduzione della spesa della Pubblica amministrazione vanno anzitutto soppressi i finanziamenti per il ponte sullo stretto di Messina. L’idea che ogni Regione si faccia il suo palazzetto di rappresentanza in giro per il mondo sembra proprio uno sperpero: non va eliminata la promozione, ma fatta dentro al Parlamento, anche europeo.

3) Riduzione delle spese militari che ammontano a trenta miliardi l’anno, secondo l’Istituto internazionale per le ricerche sulla pace di Stoccolma. Vanno tagliate le missioni all’estero che portano la guerra oltre i nostri confini in spregio della Costituzione (ritiro da Afghanistane che costa 700 i milioni annui, e da Libia per la quale sono già stati spesi 500 milioni di euro), diminuite le spese per i sistemi d’arma (caccia bombardieri Eurofighter ecc), soppressa Difesa spa, dotata di un sistema di amplissimo potere integralmente sottratto ai controlli di legalità e legittimità.

4) Tassazione della Finanza e dei grandi patrimoni:  in Italia il 10 per cento delle famiglie detiene il 47% della ricchezza nazionale: è sensata dunque una tassa ordinaria e permanente sulle grandi ricchezze ispirata al modello francese, con una previsione di imposta mediamente dell’1% a carico delle famiglie che abbiano una ricchezza superiore agli 800mila euro (colpirebbe solo il 5% della popolazione secondo la CGIL e potrebbe generare un gettito di circa 15 miliardi di euro ogni anno). Altri provvedimenti: tassazione del 20% per le rendite finanziare (esclusi i titolo di Stato), riduzione della deducibilità per le banche, aumento dei canoni di concessione, riduzione delle agevolazioni fiscali con l’esclusione di quelle relative a casa, famiglia, lavoro e pensioni; tassazione sulle transazioni finanziarie internazionali dello 0,05%, come lo stesso Parlamento europeo ha indicato; equa tassazione sui patrimoni immobiliari; contributo di solidarietà del 7,5% sui capitali regolarizzati tramite lo scudo fiscale

5) Lotta all’evasione fiscale e all’elusione tramite nuovo redditometro,
tracciabilità dei pagamenti dei professionisti, elenco di clienti e fornitori,  trasmissione telematica all’Agenzia delle entrate dei corrispettivi giornalieri da parte delle imprese esercenti il commercio;  compensazioni effettuate dai titolari di partita IVA.

CONCLUSIONE.

È mancato a questo Governo il coraggio di intaccare i privilegi. La destra ha avuto paura di disarticolare il blocco sociale che la sostiene, e quindi ha deciso una stangata che risponde alla logica del rigore a senso unico, mettendo le mani in tasca ai soliti noti.

Tremonti e Berlusconi non sono stati in grado di fare interventi strutturali per la crescita, e hanno fatto una manovra depressiva e di tagli che avrà riflessi negativi anche sui consumi e per tutta l’economia quindi anche sugli stessi conti pubblici.

La manovra è attesa dal 25 luglio in aula alla Camera: si spera che l’opposizione non dorma e sfrutti l’occasione per far cadere finalmente questo nero governo.

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Email di un Compagno NO-TAV

Scrivo a tutti coloro che mi hanno conosciuto, e che hanno conosciuto l’associazione Materya, e il suo impegno per l’ambiente.
In Val di Susa c’è una guerra. E nessun telegiornale sta dicendo la verità.
Una popolazione locale sta tentando di opporre resistenza alla costruzione di un’opera voluta da lobbies finanziarie, sostanzialmente inutile, destinata al trasporto delle merci (non è alta velocità.. per chi ancora non lo sapesse!), dal costo pari a tre volte il ponte di messina. TRE VOLTE il costo del PONTE DI MESSINA.
Cito inchieste del Politecnico di Torino e Milano, e dati estratti dalla trasmissione Report (Rai tre) e da una bellissima trasmissione andata in onda alcuni mesi fa su La 7.

Non mi dilungo sull’impatto ambientale, la collina di amianto (una stima di una ASL di Torino parla di 20.000 morti nei prossimi anni per la nube di fibre..) il tunnel di 54 km dentro una montagna già scavata dall’enel perchè ricca di Uranio.. ma vi informo di questo:

i soldi destinati alla costruzione li metteranno le banche, ad un tasso del 6,2 % (interessante eh.. ) ma la fidejussione a garanzia del prestito sapete chi l’ha messa?
Voi!! o se preferite lo Stato italiano! entro 9 anni dovremo restituire 45 miliardi di debito alle banche che hanno finanziato l’opera.
45 miliardi sono quello che dovremo sostenere come costo per ridurre un pochino il nostro debito con l’estero per stare in Europa e il povero Tremonti non sa dove reperirli.
Siete pronti a pagare altri 45 miliardi per far viaggiare più veloce l’acqua minerale di Lecce verso la Norvegia, e far arrivare prima i biscotti inglesi sullo scaffale del vostro supermercato?

A proposito.. non passeranno dalla Val di Susa le merci.. Un noto docente del Politecnico dice che il costo del transito per un camion da questo valico non sarà competitivo con i costi degli altri tunnel che già esistono. Questa sarà davvero una cattedrale nel deserto.

Volevo solo informare tante persone che ancora non sanno..
Grazie del vostro tempo..
E chi di voi volesse aiutarci a fermare questo disastro, divulghi questa mail.

Claudio

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