Il giorno in cui è morta la middle class di Michael Moore

Di tanto in tanto, qualcuno con meno di 30 anni mi chiede: “quando è cominciato tutto questo? Quando l’America ha cominciato a scivolare verso il basso?” Sempre chi mi ha domandato questo mi racconta che ha sentito di un tempo quando i lavoratori potevano farsi una famiglia e mandare i figli al college, contando sulle entrate di un solo genitore (e quei college in stati come la California o New York erano praticamente gratuiti) .Un tempo in cui, chiunque voleva un lavoro pagato decentemente, poteva averlo. Quando le persone lavoravano solo 5 giorni a settimana, otto ore a giorno, avevano tutto il week end libero e le vacanze pagate ogni estate. Dove molti lavori erano sindacalizzati, dal garzone del supermercato all’imbianchino, significava che non importava quanto umile fosse il tuo lavoro ma avevi comunque la garanzia di una pensione, di aumenti di stipendio, l’assicurazione sanitaria e qualcuno a cui rivolgerti se non eri trattato in maniera corretta al lavoro.
I giovani hanno sentito di questi tempi mitologici – ma non erano un mito – erano realtà. E quando mi chiedono: quando è finito tutto questo? Io rispondo: “ E’ finito il 5 agosto 1981.
A partire dal quel giorno, 30 anni fa, le corporations e la destra decisero di tentare di vincere: volevano capire se potevano distruggere la middle class in modo da aumentare la loro ricchezza.
E ci sono riusciti.
Il 5 agosto 1981, il presidente Ronald Reagan licenziò ogni membro del sindacato dei controllori di volo (PATCO) che aveva sfidato il suo ordine di tornare al lavoro e dichiarò il loro sindacato illegale. Erano stati in sciopero per appena 2 giorni .
E’ stata una mossa audace e sfrontata. Nessuno ci aveva provato prima. La cosa che l’ha resa ancora più audace, fu il fatto che il sindacato dei controllori di volo PATCO, fu uno dei tre sindacati che avevano appoggiato la candidatura di Reagan alle presidenziali. In questo modo, lo stesso Reagan, ha mandato un segnale a tutto il paese attraverso i lavoratori. Se aveva fatto questo ai suoi alleati cosa avrebbe fatto agli altri?
Reagan è stato sostenuto da Wall Street nella sua corsa alla casa Bianca e loro, insieme con la destra cristiana, volevano ristrutturare gli Stati Uniti e cancellare il corso avviato con il presidente Roosvelt, una strategia tesa migliorare la vita del lavoratore medio.
I ricchi odiano pagare salari più alti e dare dei benefici ai lavoratori. Odiano ancora di più pagare le tasse e disprezzano I sindacati. La destra cristiana odia qualsiasi cosa che assomigli al socialismo o che tenda una mano alle minoranze o alle donne.
Reagan promise la fine di tutto questo. Cosi che, quando i controllori di volo andarono in sciopero, approfittò dell’occasione. Si sbarazzò di ognuno di loro, mise fuorilegge il loro sindacato e mandò un messaggio forte e chiaro : I giorni in cui tutti avevano una vita confortevole da classe media, erano finiti. Gli Stati Uniti dal quel momento in poi, avrebbero funzionato così:
– I super ricchi saranno sempre più, , molto di più, ricchi e tutti gli altri si azzufferanno per le briciole.
– Tutti dovranno lavorare! Papà, mamme e gli adolescenti a casa! Papà tu avrai un secondo lavoro! Bambini, ecco la vostra chiave di casa da appendere al collo. I vostri genitori dovrebbero essere a casa in tempo per mettervi a letto.
– 50 milioni di voi non avranno l’assicurazione sanitaria! Le compagnie di assicurazione sanitaria avranno il potere di decidere chi aiutare e chi no.
– i sindacati sono il demonio! Tu non farai mai parte di un sindacato! Non hai bisogno di un avvocato! Stai zitto e torna al lavoro! “No, non te ne puoi andare. Non abbiamo finito”. I tuoi figli? Impareranno a cucinarsi la cena da soli.
– Vuoi andare al college? Non c’è problema, firma qui e sarai vincolato con questa banca per i prossimi 20 anni.
– Vuoi un aumento? Torna al lavoro e taci!
E così è andata. Ma Reagan non ha potuto fare tutto da solo nel 1981. Ha avuto dei grandi aiuti:
Innanzi tutto dall’AFL CIO
La più grande organizzazione sindacale americana disse ai suoi membri di rompere i picchetti dei dei controllori di volo e tornare a lavorare. Quella fu la cosa che fecero. Piloti, assistenti di volo, autisti dei bus, addetti ai bagagli, tutti ruppero i picchetti e misero fine allo sciopero.
Reagan e Wall Street non poterono credere ai loro occhi. Centinaia di migliaia di lavoratori e sindacalisti che appoggiavano il licenziamento dei loro compagni. Fu Natale ad agosto per le corporations americane.
Quello fu l’inizio della fine. Reagan e i repubblicani sapevano che potevano cavarsela con poco. E lo fecero. Ridussero le tasse ai ricchi. Ostacolarono lo sviluppo di attività sindacali nei posti di lavoro. Eliminarono tutte le regole sulla sicurezza sul lavoro. Ignorarono le leggi sui monopoli e permisero a migliaia di società di fondersi o essere acquisite e chiuse. Le corporation abbassarono i salari e minacciarono di spostarsi dall’altra parte del mondo se i lavoratori non avessero accettato salari più bassi e minori benefici. E quando i lavoratori accettarono di lavorare per meno, spostarono lo stesso I lavori dall’altra parte del mondo.
Ad ogni passaggio, la maggioranza degli americani seguì Reagan. Ci fu soltanto una limitata opposizione. Le “masse” non si sollevarono per difendere i loro lavori, le loro case, le loro scuole (che erano considerate le migliori del mondo). Accettarono il loro destino e incassarono il colpo.
Mi sono sempre chiesto cosa sarebbe successo se tutti noi avessimo smesso di volare in quel 1981. Cosa sarebbe successo se i sindacati avessero detto a Reagan ” ridai il lavoro ai controllori di volo o bloccheremo il paese”? Sappiamo cosa sarebbe successo. I capi delle aziende ed il loro giovane Reagan si sarebbero piegate.
Ma non lo abbiamo fatto. Quindi, piano piano, un pezzo alla volta negli ultimi 30 anni, chi è stato al potere ha distrutto la classe media del nostro paese e, a turno, hanno distrutto il futuro delle giovani generazioni. I salari sono rimasti stagnanti negli ultimi 30 anni. Date uno sguardo alle statistiche e vi renderete conto che quello che stiamo patendo oggi ha avuto il suo inizio nel 1981.
Tutto è cominciato in questi giorni 30 anni fa.
Uno dei giorni più bui della storia americana. Li abbiamo lasciati fare. Si, è vero che loro avevano i soldi, i media, i poliziotti ma noi eravamo 200 milioni. Penso a come poteva essere se 200 milioni di noi fossero stati veramente arrabbiati e avessero voluto indietro il loro paese, la loro vita, il loro lavoro, i loro fine settimana, il loro tempo per stare con i bambini?
Abbiamo rinunciato tutti? Che cosa stavamo aspettando? Dimenticatevi del 20% che supportano il TEA Party, noi siamo l’altro 80%. Questo declino finirà solo quando lo vorremo noi. Non attraverso una petizione on line o un tweet. Dobbiare spegnere la tv, il computer e i videogames e scendere in strada (come hanno fatto in Wisconsin). Qualcuno di voi avrà qualche elezione locale l’anno prossimo. Abbiamo bisogno di domandare ai Democratici o che dimostrino di avere una spina dorsale e la finiscano di prendere soldi dalle corporation o che si facciano da parte.
Non ne abbiamo abbastanza? Il sogno della classe media non riapparirà magicamente. Il piano di Wall Street è chiaro: l’America deve essere la nazione di ricchi e di poveri. Vi va bene?
Perchè non pensare oggi a quale piccolo passo potresti intraprendere per cambiare le cose a partire dal tuo vicinato, nel tuo posto di lavoro, nella tua scuola? Quale miglior giorno per cominciare?

traduzione Pietro Lunetto
www. controlacrisi.org
17/08/2011

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Il KKE ha denunciato apertamente al popolo greco il piano di provocazione volto a vanificare la lotta popolare

Sulla prima pagina di "Rizospastis", organo del Comitato Centrale del Partito Comunista di Grecia, KKE, si legge: "Il governo contrappone il movimento degli ‘indignati’ di Piazza Sintagma, considerato pacifico e
partecipato dalla gente comune, agli scioperi, etichettati come violenti.
Il piano è creare uno scenario, di cui eravamo informati già prima dello sciopero di 48 ore, dove individui incappucciati, gruppi di ultras organizzati, teppisti prezzolati di nightclubs, ecc, sarebbero entrati in conflitto con il PAME, presumibilmente per ragioni ideologiche.
In questo modo la polizia avrebbe avuto il pretesto – a causa degli scontri – per reprimere e scatenarsi contro il popolo. Vogliono associare la violenza con il PAME e dimostrare che la gente comune indignata disconosce il movimento di classe, i partiti e in particolare il KKE.
Il 09/08/2002 avevamo pubblicato nell’edizione domenicale di "Rizospastis" un articolo intitolato raccomandazioni europee per la gestione degli informatori", in cui esponevamo i piani di Europol per la creazione e l’infiltrazione delle manifestazioni. Cosa valida anche per la polizia greca.

Video-documenti incriminanti

Il gruppo parlamentare del KKE ha posto al Governo la seguente interpellanza: "Un video trasmesso dalla maggior parte dei media, mostra individui armati di spranghe di ferro intrattenersi con la polizia antisommossa; più tardi gli stessi individui attraversano il cortile del Parlamento accompagnati dalla polizia antisommossa. Questo evento è rivelatore delle relazioni tra i meccanismi che operano nei servizi di sicurezza e gli elementi che prendono parte ai ben noti episodi".
Su questa base, i parlamentari del KKE hanno chiesto al ministro competente se il Governo sapeva di questo specifico incidente, se intendeva riferire al Parlamento e al popolo al riguardo e quali misure avrebbe adottato per porre fine all’attività dei meccanismi di repressione organizzata contro il movimento popolare.

Conferenza stampa della Segretaria Generale del Comitato Centrale del KKE

Il 30 giugno Aleka Papariga, Segretaria Generale del Comitato Centrale del KKE, ha tenuto una conferenza stampa in cui ha rilevato tra l’altro quanto segue:

"Denunciamo il piano organizzato del governo – ben congegnato politicamente e operativamente – soprattutto durante i due giorni di sciopero.
La prova generale ha avuto luogo durante l’approvazione del programma di riforme, in particolare nelle 48 ore di astensione generale dal lavoro.

Qual è l’obiettivo di questo piano? L’obiettivo politico è, da un lato, di intimidire il popolo di fronte al pagamento più o meno imminente della 5° tranche del prestito, inculcare la paura in modo che il popolo rinunci e abbandoni qualsiasi rivendicazione perché altrimenti la Grecia sarà perduta.
D’altra parte, l’aspetto operativo di questo piano politico era che in questi due giorni venissero create le condizioni per sconfiggere il movimento operaio-popolare e in particolare attaccare lo sciopero come forma di lotta.

Dobbiamo dire che esistono prove e video che documentano famigerati individui incappucciati, delinquenti, sindacalisti di estrema destra, che sembrano essere organizzati dai meccanismi repressivi di polizia ed essere
al loro interno.
Naturalmente, lo stato borghese è ben consapevole dell’esistenza di tali meccanismi privati e parastatali, che non intende rivelare, poiché gli tornano utili.

Il governo ha strumentalizzato il variegato e vago movimento degli indignati di piazza Sintagma, dove naturalmente la protesta ha attratto persone realmente indignate, incapaci di sopportare oltre, contrapponendolo alle mobilitazioni per lo sciopero.
Abbiamo sentito fino alla nausea dire in questo periodo che "Sintagma" rappresenta la forma pacifica di lotta, mentre tutte le altre forme di lotta sono considerate violente.

Questo piano specifico, di cui avevamo informazione prima dello sciopero di due giorni, partiva dal presupposto che il giorno dello sciopero generale, tutti i cortei avrebbero concluso la sfilata in piazza Sintagma: occorreva
creare uno scenario in cui i cittadini "indignati", tra virgolette, entravano in conflitto con il PAME.
Individui incappucciati, gruppi di ultras organizzati, teppisti prezzolati di nightclubs, ecc, si sarebbero scontrati con il PAME, presumibilmente per ragioni ideologiche.
In questo modo la polizia avrebbe avuto il pretesto – per prevenire gli scontri tra le sezioni rivali – per scatenarsi contro il popolo e presentare la repressione come una scelta obbligata, al di fuori delle intenzioni della polizia.

Volevano così associare il PAME con la violenza e dimostrare, in aggiunta, che i cittadini comuni indignati disconoscono il movimento di classe, i partiti e soprattutto il KKE. In altre parole si presenta una frattura tra
il cittadino comune indignato e il PAME.
D’altra parte si dà l’opportunità a certi intellettuali di sinistra e "filosofi salottieri" di scrivere che se il PAME evita lo spargimento di sangue, allora appartiene al sistema.
Sapevamo di questo piano, ne abbiamo resi partecipi le nostre forze all’interno del PAME e abbiamo dovuto affrontarlo.
In buona sostanza, siamo stati costretti a scegliere tra il diritto di essere in piazza Sintagma o affrontare il piano del governo.

Il successo dello sciopero non inizia con la mobilitazione ma prima, con i picchetti di mezzanotte fuori del posto di lavoro e dei porti. Le dimensioni e la partecipazione di massa alle manifestazioni del PAME è il modo migliore
per la classe operaia, in generale, di dimostrare la forza e le armi a sua disposizione per combattere il sistema. Queste armi sono lo sciopero, l’organizzazione, la politicizzazione: non bisogna cadere nella trappola di usare le armi più convenienti all’avversario.

Lo abbiamo detto ieri in Parlamento e lo ribadiamo oggi. Sappiamo molto bene come affrontare i provocatori e i meccanismi della polizia. Non ne siamo per nulla intimoriti. A noi preme evitare di prestare il fianco a questi piani.
Continueremo ad affrontare la questione: soprattutto bisogna disvelare la provocazione. Da questo momento in poi il popolo deve decidere come e con chi deve dimostrare.

Vi mettiamo a disposizione un documento scritto come prova della provocazione organizzata e pianificata. Risponderemo con questo documento ai partiti che in Parlamento, quando denunciammo le provocazioni del 2008, dicevano che noi siamo malati, che vediamo cospirazioni ovunque e che non riconosciamo il ruolo dell’iniziativa popolare.

Rizospastis del 09/08/2002 ha rivelato un documento classificato di Europol, titolato "raccomandazioni europee per la gestione degli informatori", vero e proprio manuale del provocatore.
In questo documento è chiaro che la creazione di informatori e provocatori è "legittimata".
In Grecia, gli informatori e i provocatori sono in comunicazione con il crimine organizzato.
E, infatti, il documento afferma che "un informatore è un individuo che si presta a fornire confidenzialmente informazioni e/o assistenza alle autorità competenti".

Se si trattasse solo di questo, potrebbero cercare di giustificarsi come interessati a contrastare il solo crimine organizzato.
Tuttavia, sostengono che a un informatore è consentito di partecipare ad un delitto che altri hanno intenzione di commettere. A partecipare! Le informazioni non vengono utilizzate per prevenire il crimine, perché evidentemente, l’informatore può prevenire un delitto.
Ed anzi deve essere trattato in modo conseguente quando viene arrestato.
Ci sono poliziotti con cappuccio e con l’ordine di infiltrarsi. Ora, che relazione hanno le manifestazioni con la criminalità organizzata? Sembra che per il governo ci sia una relazione.

Non abbiamo forse il diritto di denunciare il governo di essere responsabile di questo piano organizzato se ha votato certe leggi e decretato linee politiche, se esistono solide prove, se teniamo conto dell’esperienza
passata? Ora, se qualche giovane inesperto e innocente viene trascinato, beh questo è il ruolo del provocatore: intrappolare persone innocenti nella provocazione, in particolare i giovani.

Il popolo non deve cedere al terrorismo

Da questo punto di vista, invitiamo i lavoratori a proseguire con tutte le forme di lotta e soprattutto di non cedere al terrore della bancarotta, che in ogni modo si è già verificata. Essi non devono accettare la calunnie
contro il movimento della classe operaia.

Abbiamo già denunciato questi meccanismi nel 2008 e nel maggio del 2010, quando tre dipendenti innocenti dell’Istituto bancario MARFIN sono stati assassinati. Avevamo denunciato l’uso di gruppi di ultras, l’uso di elementi di estrema destra che avevano come obiettivo di prevenire lo sviluppo del movimento e in particolare del KKE e dei sindacati di classe, i quali in questi anni hanno esposto in maniera estremamente chiara cosa sia la UE, Maastricht, la crisi, ecc.

E’ ovvio che ci saranno nuove leggi e nuove misure. La crisi si approfondirà e quella che chiamiamo bancarotta sarà pagata al 100% dal popolo, che ovviamente non ha alcuna responsabilità.
Riteniamo che il popolo debba al più presto cercare un cambiamento radicale: l’abolizione del potere dei
monopoli. Porre questo obiettivo come primario, e non come "fatto a venire", il più rapidamente possibile, costituisce la proposta avanzata dal KKE la cui importanza non riguarda solo i comunisti ma la lotta della classe
operaia e per il potere popolare.
La lotta quotidiana, il tentativo di ottenere delle conquiste e la fine del declino, non possono essere raggiunte
dal movimento senza questa strategia. Senza questa strategia il popolo subirà una grande sconfitta, un grave arretramento che durerà per molti anni.

Nel denunciare il governo, devo aggiungere che non nutriamo alcuna speranza che la verità sia portata alla luce dalle commissioni disciplinari, ecc.
Perché, se fosse, il governo dovrebbe dimettersi. E questo non accadrà. Invece di parlare del sordido che c’è all’interno dello stato borghese, il governo porta avanti un referendum truffa per sviare le persone con una legge sulla responsabilità dei ministri e la riduzione dei parlamentari.
Queste cose, anche se venissero realizzate completamente, non sarebbe altro che un paravento per nascondere il marcio che crescerà a dismisura negli anni a venire".

da Partito Comunista di Grecia –
http://inter.kke.gr/News/news2011/2011-07-01-info
Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura
e Documentazione Popolare                                                                                                                                01/07/2011

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Andrea Fumagalli: Il default come contropotere alla speculazione finanziaria

Nei commenti della maggior parte degli organi di stampa e nelle dichiarazione sia degli uomini politici che dei cosiddetti esperti, uno spettro (o meglio un incubo) si aggira per l’Europa. Non è lo spettro del comunismo, bensì l’incubo dei mercati finanziari. Tutti sono in attesa del loro responso, forma di moderno oracolo, in grado di condizionare e incidere sulla vita di milioni di persone, di far cadere un governo, di imporre elezioni anticipate oppure la sottoscrizione di documenti e patti sociali altrimenti poco credibili tra firmatari altrettanto poco credibili.

Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme (al netto delle attività sul mercato delle valute e del credito), questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reale: industrie, agricoltura, servizi. Tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.

Per quanto riguarda il settore bancario, nel 1984 le prime dieci banche al mondo controllavano il 26% del totale delle attività , con il 50% detenuto da 64 banche e il rimanente 50% diffuso tra le 11.837 rimanenti banche di minor dimensione. I dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati: Swaps sui tassi di cambio, i Cdo ( Collateral debt obligations) e i Cds (Collateral defauld swaps). Fonte: http://www.occ.treas.gov/topics/capital-markets/financial-markets/trading/derivatives/ dq111.pdf.

Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Nel 1984 le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detenevano il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. Nel 2011, tali percentuali sono rimaste pressoché inalterate, con la differenza che tre di loro (Merrill Lynch, Lehman Brothers and Goldman Sachs) si sono fuse all’inizio del 2008 o sono divenute compagnie bancarie (ad esempio, l’acquisizione di Merrill Linch da parte di Citycorp) oppure, come nel caso di Lehman Brothers (e Bear Starney) sono fallite, favorendo in tal modo un ulteriore processo di concentrazione (Fonte: Federal Reserve).

In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni,– che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”) . Nel 1984, relativamente al mercato americano, il valore dei titoli da loro intermediati, ammontava a circa a 2,6 miliardi di dollari. A fine 2007, secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattavano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale. E’ importante notare che tale quota si è incrementata nell’ultimo anno, soprattutto in seguito alla diffusione dei titoli di debito sovrano. Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l’87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero (a differenza di quanto avviene in Giappone).

Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di etereo e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali (credenza apparentemente confermata dall’elevata flessibilità dei “prezzi”, flessibilità che è invece alla base delle plusvalenze), essi si confermano come fortemente concentrati e oligopolistici: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società (in particolare le dieci, tra Sim e banche, citate in precedenza) siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese.

Dopo la crisi dei subprime del 2008-09, a partire dal 2010, la speculazione finanziaria ha preso di mira le politiche di welfare. Il suo carattere di biopotere si è così ancor più accentuato, andando a incidere direttamente sulle forme di vita. Tutto ciò non può stupire, dal momento che sono proprio la produzione di servizi sociali e immateriali (salute e medicina-farmaceutica, formazione, ricerca, sfruttamento delle risorse naturali, comunicazione e linguaggi, biogenetica) i centri principali della produzione di plusvalore.

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E noi stiamo a guardare (e-mail di un compagno della Sinistra Antagonista)

Mentre ci stanno massacrando facendo passare le leggi più inique, con governo e opposizione a braccetto, con un PD disposto a governare con il PdL e Lega purchè non ci sia Berlusconi, con il sindacato che firma un patto con Confindustria e Banche, con la rinuncia a ogni sovranità nazionale, con la prospettiva di governi alla Monti, noi stiamo a guardare.

Ora vogliono anticipare le “riforme” ovvero il nostro massacro. A me non interessa se la borsa affonda, se vengono bruciati miliardi, se lo spread è sfavorevole, se gli Stati uniti vanno male (è compito dei lavoratori americani ai quali andrà il mio appoggio),ecc, perchè se stiamo dietro a questo c’è solo immobilismo e sfiducia. Non facciamoci coinvolgere in problemi che sono delle banche, dei gruppi finanziari, degli imprenditori,  perchè loro sanno come risolverli ovverso scaricarli su di noi. Siamo noi che non siamo capaci di risolvere i nostri.
Ieri sera su Rai4 c’è stato un documentario sull’Argentina del regista Solanas. Sembra di ripercorrere la storia italiana degli ultimi 30 anni. A me interessa che ci sia lavoro, che si possa arrivare a fine mese, che i servizi funzionino, che ci sia distribuzione del reddito, che si possa studiare, che non ci siano guerre più o meno camuffate, che ci sia giustizia sociale e che la classe politica e sindacale si metta da parte e una nuova generazione capace e non compromessa si sostituisca a questa. E questa classe imprenditoriale, le banche, i mercati, ecc dovranno fare i conti con una reale opposizione.

Un governo debole come quello attuale, nel passato e per molto meno, sarebbe caduto già da un pezzo se ci fosse stata una minima opposizione parlamentare e sociale con le piazze piene di milioni di persone. Ma tutti hanno paura di governare perchè non saprebbero cosa fare cioè farebbero le stesse cose, perchè oramai si sono venduti al miglior offerente e l’unica cosa che possono fare per sopravvivere è mettersi tutti assieme destra, sinistra, sindacati, confindustria, banche, chiesa. Prepariamoci al peggio ma se vogliamo avere speranza di cambiare qualche cosa e invertire un processo che sembra inarrestabile dobbiamo prendere nelle nostre mani il nostro futuro, senza nessuna delega ad alcuno. Non siamo ancora arrivati al punto di dire basta e fare sentire in piazza la nostra voce?



Vincenzo

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Il miliardario Del Vecchio e la politica fiscale

Una storia di successo, l’idea di giustizia e la crisi italiana. Ovvero perché tassare i patrimoni e le successioni (e meno i redditi) è giusto, efficiente e necessario

Secondo la rivista americana Forbes (2011), Leonardo Del Vecchio è il secondo uomo più ricco d’Italia, dopo Michele Ferrero con un patrimonio netto di 11 miliardi di dollari e 71º nella classifica mondiale. A differenza di quest’ultimo, l’intera ricchezza accumulata è esclusivamente riferibile al suo operato non avendo ereditato alcuna attività di qualche valore. Il patrimonio è ascrivibile in primo luogo al possesso della società di diritto lussemburghese Delfin S.à.r.l. che controlla il 68,5% di Luxottica Group Spa, multinazionale attiva nella produzione di occhiali e quotata sulla Borsa di Milano e detiene, tra le altre, partecipazioni in Unicredit e Assicurazioni Generali. Secondo la stessa rivista, la retribuzione percepita nel 2009 come Presidente di Luxottica assomma a “soli” 1,2 milioni di euro.

L’ing. Del Vecchio è arrivato al centro degli equilibri del potere economico e finanziario italiano e gode di buona reputazione; è stato oggetto di cronaca non favorevole soltanto in occasione di alcune contestazioni da parte dell’amministrazione finanziaria dello stato per irregolarità fiscali. Anche per tale ragione, la sua vita è emblematica di molti aspetti del capitalismo contemporaneo, non solo italiano.

Dalla biografia riportata in Wikipedia si legge che, orfano, trascorse i primi anni di vita nel collegio dei Martinitt a Milano e iniziò presto a lavorare come apprendista incisore in una fabbrica di stampi per ricambi automobilistici e montature per occhiali. Nel 1958, a 23 anni, si mette in proprio aprendo una bottega di occhiali in provincia di Belluno; dopo alcuni anni fonda la società Luxottica. A partire dal 1995 gli vengono conferiti numerosi titoli accademici honoris causa, tra i quali, nel 2006, la laurea in Ingegneria dei materiali dal Politecnico di Milano.

Nei suoi 60 anni di lavoro, che includono i primi come apprendista incisore, ha accumulato in media ogni giorno, oltre 500.000 euro. I dati relativi alle imposte versate al fisco nello stesso periodo come persona fisica non sono noti, ma è ragionevole ipotizzare che, se si esclude una transazione di 300 milioni di euro effettuata nel 2009 con l’erario per sanare operazioni di esterovestizione di redditi provenienti da attività italiane, l’aliquota media sia del tutto marginale (probabilmente il totale delle tasse pagate in 60 anni è inferiore a 80 milioni di euro, pari all’1% della ricchezza accumulata).

Il risparmio medio giornaliero dell’ing. Del Vecchio è pari al reddito da lavoro di 25 anni di molti dipendenti italiani. Il confronto non è tra grandezze omogenee, perché in un caso si parla di accumulo di ricchezza, cioè al netto delle spese di mantenimento (non irrisorie atteso che Del Vecchio è proprietario, tra l’altro, di uno yacht di 62 metri), nell’altro di reddito prodotto per il sostentamento del dipendente e della sua famiglia. L’aliquota minima d’imposta sul reddito delle persone fisiche è pari al 23% ed è più elevata per i percettori di un reddito annuo di 25.000 euro.

Il confronto sollecita una serie di domande, morali ed economiche che vanno oltre il caso dell’ing. Del Vecchio, le cui qualità imprenditoriali sono fuori discussione; esso è qui riportato esclusivamente come esemplificazione estrema della distribuzione della ricchezza presente nel nostro Paese.

1. È eticamente accettabile un sistema economico e sociale come l’attuale che consente enormi disparità nel livello di ricchezza dei propri cittadini? La questione che va affrontata è se nel sistema capitalistico la scala di ordinamento delle persone in base ai meriti riconosciuti dal mercato risponda a requisiti di valutazione oggettivi ed equi, intendendosi con quest’ultimo attributo la sintesi di valori socialmente condivisi (ad esempio competenza, onestà, professionalità, correttezza, impegno).

2. È eticamente accettabile un sistema fiscale che consente, a fronte di un enorme accumulo di ricchezza, di versarne all’erario soltanto una quota molto ridotta? Per la maggior parte delle persone ricche, l’accumulo patrimoniale proviene da attività imprenditoriali e si manifesta soltanto in minima parte sotto forma di reddito, che costituisce la base imponibile su cui si calcolano le imposte dirette nel nostro Paese; viceversa il reddito è l’unica o la principale fonte di ricchezza per la maggior parte dei lavoratori. Tale disparità di trattamento rende il sistema fiscale fortemente regressivo all’aumento della capacità contributiva, tra l’altro in contrasto con il dettato della Costituzione repubblicana.

3. È eticamente accettabile un sistema fiscale che non prevede tasse sulla successione ereditaria? Anche accettando l’ordinamento dei redditi dato dal mercato, non si capisce perché la scelta dei propri genitori possa costituire un fattore premiante, talvolta gigantesco. Quando l’asse ereditario dell’ing. Del Vecchio sarà suddiviso fra i suoi sette figli, ciascuno di essi entrerà in possesso di oltre un miliardo di euro, pari al reddito di 50.000 anni di lavoro di un lavoratore dipendente di medio livello.

4. È economicamente razionale favorire una distribuzione del reddito fortemente concentrata? È statisticamente assodato che la propensione al consumo delle persone diminuisce al crescere della ricchezza e in situazioni di non pieno utilizzo dei fattori produttivi, un aumenti dei consumi può favorire la crescita. Si tratta di una ben nota teoria economica, di tratto keynesiano (cioè del principale economista del secolo scorso) per cui nelle fasi di crisi, le politiche redistributive del reddito e della ricchezza favoriscono la ripresa produttiva.

5. È economicamente razionale accrescere l’indebitamento dello stato per consentire alla fascia di popolazione più benestante di essere sostanzialmente esente dal finanziamento della spesa pubblica? Il debito pubblico italiano ha raggiunto il 120% del Pil, la quota più elevata dei paesi europei, a eccezione della Grecia, e nelle ultime settimane lo stato paga un premio al rischio sui propri titoli superiore di circa 3 punti percentuali a quello degli analoghi titoli tedeschi, con una maggiore spesa per interessi dell’ordine di 50 miliardi di euro. Tale situazione finanziaria costringe lo stato a tagliare le spese relative ai servizi pubblici, impoverendo l’intera collettività nazionale.

Le risposte ai suddetti quesiti segnalano l’importanza di introdurre un’imposta diretta annuale sul patrimonio e sulle successioni che in prospettiva vada a sostituire una parte consistente del gettito proveniente dall’imposta sul reddito.

Secondo l’ultima indagine sulla ricchezza del nostro Paese pubblicata dalla Banca d’Italia nel dicembre del 2010, la ricchezza netta media delle famiglie italiane è pari a circa 350.000 euro (140.000 euro quella pro capite) e “la distribuzione della ricchezza è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione”: il 10% delle famiglie più ricche detiene il 45% della ricchezza complessiva mentre la metà più povera detiene solo il 10% della ricchezza totale. In valore assoluto ciò significa che in media circa 2,5 milioni di famiglie hanno un patrimonio dell’ordine di 1,5 milioni, 10 milioni di nuclei dispongono di una ricchezza lievemente superiore a quella media italiana, mentre è molto bassa la ricchezza di metà
della popolazione.

A partire da questi dati si può ipotizzare l’introduzione di un’imposta patrimoniale annuale che colpisca in modo progressivo la ricchezza superiore a una determinata soglia. Ipotizzando un valore di 500.000 euro, la base imponibile complessiva sarebbe dell’ordine di 3.000 miliardi di euro. Un sistema a quattro aliquote potrebbe avere la seguente struttura:

• 5 per mille per la quota compresa tra 500.000 e 1 milione di euro

• 10 per mille per la quota compresa tra 1 e 3 milioni di euro

• 15 per mille per la quota compresa tra 3 e 10 milioni di euro

• 20 per mille per la quota eccedente

Tale sistema porterebbe a un maggior gettito per l’erario dell’ordine di 40 miliardi di euro l’anno. Ove si consentisse di dedurre dall’imposta sul reddito la patrimoniale versata all’erario, il gettito netto sarebbe inferiore. Si tratta di sacrifici complessivamente limitati per la parte più benestante della popolazione: ad esempio la patrimoniale per una famiglia con una ricchezza netta di 1 milione di euro sarebbe pari ad appena 2.500 euro.

L’imposta sulle successioni potrebbe seguire la medesima scala con aliquote molto più elevate.

L’introduzione di queste misure – e un insieme di altre operazioni sul bilancio pubblico – porterebbe al risanamento finanziario, a una riduzione consistente della spesa per interessi e renderebbe possibile una significativa riduzione dell’imposizione sul reddito, che ha raggiunto livelli eccessivi per il ceto medio produttivo che paga le tasse.

da www.sbilanciamoci.info        28/07/2011

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Una nota di Pisapia

A proposito dell’articolo «Pisapia azzera i vertici dell’Atm ma aumenta il biglietto del tram», sono costretto a fare alcune precisazioni.
Credo non vi possano essere dubbi sul fatto che la giunta di Milano avrebbe benvolentieri fatto a meno di aumentare il prezzo del biglietto del tram e di introdurre l’addizionale Irpef. Purtroppo, però, l’aumento del biglietto era già previsto nel bilancio della giunta Moratti ed era imposto da una legge regionale.
Inoltre l’introduzione dell’addizionale Irpef era di fatto obbligatoria per far fronte a una voragine nei conti ereditata dalla giunta Moratti e dalla manovra di governo.
Se non fossimo intervenuti su un bilancio disastrato, saremmo stati costretti a un drastico taglio dei servizi e a fine anno, non rispettando il patto di stabilità, sarebbero scattati gli ulteriori tagli previsti anche dall’ultima manovra del governo Berlusconi (circa 500 milioni di Euro in meno Milano).
L’addizionale introdotta a Milano è comunque la più bassa d’Italia e il numero degli esenti è il più alto (circa 2/3 dei milanesi, quelli con minor reddito, non pagheranno).
Inoltre nel provvedimento che sarà approvato dal Consiglio comunale la prossima settimana sono previste specifiche agevolazioni fiscali per anziani e disabili.
Per quanto concerne il costo del biglietto, anche al fine di incentivare l’uso dei mezzi pubblici, abbiamo escluso da ogni aumento gli abbonamenti (utilizzati per lo più dai lavoratori e dagli studenti); abbiamo previsto tariffe privilegiate per i giovani sotto i 26 anni e reso gratuito l’utilizzo dei mezzi agli over 65 anni sotto un determinato reddito. E’ stato previsto anche uno stanziamento per l’uso gratuito dei mezzi pubblici a disoccupati e cassintegrati.
Contemporaneamente abbiamo iniziato il contrasto all’evasione e all’elusione fiscale e stiamo operando per un miglioramento del servizio pubblico e per un rafforzamento delle piste ciclabili e del bike-sharing.
Sono questi alcuni dei motivi per cui non comprendo il senso di quanto dichiarato dal segretario della Camera del Lavoro e, cioè, che altre erano le scelte da fare, quale quella «di introdurre una tassa sui grandi patrimoni» e di far pagare di più chi ha un reddito più alto.
Parole del tutto condivisibili e per le quali mi sono battuto anche in Parlamento, ma che dovevano essere rivolte al Governo e non certo al Comune di Milano, visto che solo il Governo può imporre la cosiddetta «patrimoniale» o modificare gli attuali scaglioni dell’Irpef.
Ecco perché sarebbe più utile per tutti, se si vuol dare una contributo «di sinistra» – soprattutto in presenza di una giunta che governa da meno di due mesi, dopo 18 anni di sindaci della Lega o del Pdl – che le critiche, del tutto legittime, fossero accompagnate da indicazioni alternative realizzabili e non da «proposte» la cui realizzazione o è impossibile o dipende da altri.
 
 
Giuliano Pisapia
 

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