Senza pensioni, di Walter Passerini e Ignazio Marino

Il libro contiene la bomba previdenziale, questa bomba la cui miccia è ormai accesa e che deflagrerà abbastanza presto. Si può leggere anche come thriller, nel senso che si parla di un delitto, è il delitto del futuro, delle giovani generazioni a cui non diciamo come vivranno nei prossimi anni, perché? Perché il sistema pensionistico è quello che ha tenuto insieme le società precedenti, mentre l’attuale sistema pensionistico non è in grado di reggere le future generazioni. C’è un paradosso: sono i giovani precari insieme agli immigrati che in questo momento stanno tenendo attive le casse previdenziali, in particolare quella dell’Inps. Se volete c’è anche un altro paradosso, il fatto che si impedisca ai giovani di entrare nel mercato del lavoro, pagando quindi i contributi e alimentando con nuove risorse le casse dell’Inps, ma nello stesso tempo si tengono sul lavoro, le persone anziane.
Walter Passerini

Intervista a Walter Passerini e Ignazio Marino, autori di "Senza pensioni":

Precari e immigrati pagano le pensioni
Walter Passerini- Sono Walter Passerini, un giornalista che con Ignazio Marino ha scritto “Senza Pensioni” per Chiarelettere, il libro ha un sottotitolo, “tutto quello che volete chiedere sul vostro futuro, ma che nessuno osa dirvi”.Il libro contiene la bomba previdenziale, questa bomba la cui miccia è ormai accesa e che deflagrerà abbastanza presto.Si può leggere anche come thriller, nel senso che si parla di un delitto, è il delitto del futuro, delle giovani generazioni a cui non diciamo come vivranno nei prossimi anni, perché? Perché il sistema pensionistico è quello che ha tenuto insieme le società precedenti, mentre l’attuale sistema pensionistico non è in grado di reggere le future generazioni. C’è un paradosso: sono i giovani precari insieme agli immigrati che in questo momento stanno tenendo attive le casse previdenziali, in particolare quella dell’Inps. Se volete c’è anche un altro paradosso, il fatto che si impedisca ai giovani di entrare nel mercato del lavoro, pagando quindi i contributi e alimentando con nuove risorse le casse dell’Inps, ma nello stesso tempo si tengono sul lavoro, le persone anziane.
Il Governo non sta facendo nulla da questo punto di vista, sta semplicemente operando con una logica di cassa, ma non sta introducendo degli elementi strutturali che servono soprattutto ai giovani, si tratta in sostanza di incentivare le aziende a assumere giovani, i cui contributi potranno alimentare non solo le pensioni di coloro che oggi beati loro sono in pensione, ma anche le pensioni dei giovani stessi. Ormai è abbastanza vergognoso e risaputo il fatto che ci sarebbero tanti sprechi nella previdenza, ci sarebbero le pensioni dei politici, le onorevoli pensioni, non dico nulla su altre vicende che hanno a che fare con i vari campioni mondiali. Pensate che c’è un dirigente di un grande gruppo, della Telecom, tanto per non fare nomi, che prende 90 mila Euro al mese di pensione netta, ci sono delle storture di questo tipo, certamente anche la previdenza si collega ai risparmi e alla riduzione dei costi della politica. Credo che la cosa più importante sia legata al lavoro: dobbiamo fare entrare i giovani per impedire che non solo non abbiano in futuro una loro pensione, ma perché non vedano più nel lavoro una sorta di leva per un loro riscatto. Quello che fa specie è che non parla nessuno di queste cose, noi cerchiamo di documentare l’indignazione delle persone, di dare dei numeri anche sulle ragioni e anche su qualche possibilità di via d’uscita e mi stupisco di come non stia succedendo una rivoluzione sociale, non soltanto per la mancanza di lavoro stabile in Italia, ma soprattutto per una bomba pensionistica che tra qualche anno ci troveremo tra i piedi.
Per fare soltanto alcuni dei numeri, posso dire che ci sono delle categorie di alcuni professionisti, per esempio di lavoratori autonomi, commercianti e artigiani che prenderanno circa il 10% del loro reddito in termini pensionistici. Per quanto riguarda i precari non arriveranno molto probabilmente al 30/35% del loro ultimo reddito in termini pensionistici, quindi c’è una falcidia, si salveranno un po’ i lavoratori pubblici, ma anche loro vedranno dimezzati i loro redditi e in parte i dipendenti privati.
Quello che è importante è che il metodo contributivo ha cambiato le carte e bisogna conoscere questo nuovo gioco per poter reagire, per poter soprattutto avere delle strategie personali di tipo pensionistico previdenziali, ma poi chiedendo alla politica di fare il suo lavoro che è un lavoro di responsabilità. Oggi il delitto non ha ancora dei responsabili!

L’ Italia non cresce più
Ignazio Marino- Ciao a tutti gli amici del blog di Beppe Grillo, mi chiamo Ignazio Marino e sono un giornalista di Italia Oggi, da quando ho iniziato la mia professione mi sono sempre occupato di tematiche legate al lavoro, previdenza, soprattutto alle pensioni. L’Italia ogni anno paga il 14,1% di spesa pensionistica, la media dell’Ocse invece è appena del 7%, dunque il governo continuerà a intervenire sulla materia per cercare di tenere quantomeno sottocontrollo questa spesa destinata, secondo i calcoli della ragioneria dello Stato a salire fino al 15,3%, cosa si devono aspettare gli italiani da questa situazione? Sicuramente altri tagli alle pensioni, soprattutto le nuove generazioni ne pagheranno il conto più salato. Questo perché l’economia oggi non cresce quanto dovrebbe per garantire un futuro pensionistico ai più giovani. Negli anni ‘60, l’Italia cresceva al ritmo del 6% l’anno, oggi non cresciamo nemmeno dello 0,5%, tutto ciò sui conti pubblici ha un’incidenza ben precisa che deve far preoccupare gli italiani, è possibile una soluzione a questo scenario cupo per le pensioni italiane, ma soprattutto i più giovani devono intervenire subito, come intervenire? Basta accettare il concetto che bisogna pagare di più, sarà la scelta più difficile da accettare, ma soltanto aumentando la capacità contributiva e cioè soltanto riempiendo quel salvadanaio previdenziale proprio, si potrà fare affidamento su una pensione in grado di garantire una vecchiaia non da poveri come attualmente il libro riesce a immaginare stando alle condizioni attuali.
Nel 1996 lo Stato per mettere un freno alla spesa pensionistica in ascesa, ha apportato una riforma definita come Riforma Dini o riforma del metodo contributivo. Stando ai calcoli attuariali di oggi con questo sistema contributivo un giovane professionista, un giovane lavoratore autonomo che comincia a lavorare in questi ultimi anni, andrà in pensione con un assegno, che nella migliore delle ipotesi supererà il 30% del suo ultimo reddito annuale, questa è una situazione diffusa che investe tutte le nuove generazioni. Pertanto è opportuno mettere in conto l’analisi della propria situazione previdenziale, per pianificare al meglio, un futuro quanto più sereno possibile. Oggi il governo interessato più a mettere i conti in salvo, non si sta per nulla preoccupando.
L’estate che ci siamo lasciati alle spalle, ha visto il legislatore tornare a intervenire sulle pensioni, la spesa pensionistica è troppo alta e quindi bisogna tenerla ben sottocontrollo, questo vuole dire che il governo ritornerà nuovamente a incidere su questa materia particolarmente sensibile ai conti pubblici e pertanto vanno messi in conto altri interventi, possibilmente anche incisivi sugli assegni pensionistici.

da www.beppegrillo.it          30 settembre
2011

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Ecco le condizioni imposte dall’Europa al governo per la manovra di Ferragosto

Una lettera chiarissima, ultimativa, praticamente un diktat. La Bce (doppia firma di Jean Claude Trichet e Mario Draghi) ha indicato lo scorso 5 agosto al Governo italiano le cose da fare “con decreto legge e con ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011?. Il Governo Berlusconi ha risposto sì, recependo con il decreto legge di agosto, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale lo scorso 16 settembre, molte delle indicazioni provenienti da Francoforte.

Ecco, in sintesi (la lettera è pubblicata integralmente dal Corriere della Sera), le richieste della Bce del 5 agosto scorso “per ristabilire la fiducia degli investitori” nei titoli di Stato italiani:

1) Il pareggio di bilancio nel 2014 non è “sufficiente. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 ed un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa”

2) E’ possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigori i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settroe pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012

3) Andrebbe valutata una riduzione dei costi del pubblico impiego, “rafforzando le regole per il turn over e, se necessario, riducendo gli stipendi”

4) C’è l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e “rendendo questi accordi piu’ rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione”

5) Dovrebbe essere adottata “una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione ed il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione ed un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi”

6) E’ necessaria la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. “Questo – prosegue la Bce nella lettera del 5 agosto a Berlusconi – dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala

7) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi del deficit sara’ compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali

8) Andrebbero messi “sotto stretto controllo” l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo

9) Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio

10) Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)

11) C’e’ l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le province)

12) Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali. Trichet e Draghi concludono così la lettera a Berlusconi: “Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate”.

Con la migliore considerazione

Jean Claude Trichet e Mario Draghi

da il Fatto Quotidiano        29 settembre 2011

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L’Europa dell Troika. Intervista a Luciano Gallino

Commissione europea, Banca centrale e Fondo monetario concentrano i poteri, alimentano la recessione, espropriano la democrazia. Si deve ripartire dal modello sociale europeo e da un’autorità politica democratica

Quali sono stati i punti deboli della formazione dell’Ue?

La Ue è nata con due gravi difetti strutturali, insiti nello statuto e relative funzioni della Commissione europea e della Bce. La Ce opera di fatto come il direttorio della Ue, ma non è stata eletta da nessuno, le sue posizioni differiscono sovente da quelle del Parlamento europeo, organismo eletto, e appare in troppi casi funzionare come la cinghia di trasmissione dei dettami iperliberisti dell’Ocse e dell’Fmi.

Da parte sua la Bce è una banca centrale di nome, che però opera solo parzialmente come tale. I paesi entrati nell’euro hanno rinunciato al potere più importante che uno stato possa detenere: quello di creare denaro. Oggi solo la Bce può farlo. Ma lo fa male e in modo indiretto, ad esempio concedendo per anni imponenti flussi di credito alle banche che poi creano denaro privatamente con i prestiti che concedono a famiglie e imprese. Il maggior limite della Bce deriva dal suo statuto, che le impone come massimo scopo quello di combattere l’inflazione, laddove una banca centrale dovrebbe avere tra i suoi scopi anche la promozione dello sviluppo e dell’occupazione. Va notato ancora che la sua indipendenza dai governi maschera in realtà la sua dipendenza dal sistema finanziario e la sua mancanza di responsabilità sociale in nome di un ottuso monetarismo. Democratizzare la Ce e la Ue sarebbero compiti impellenti per i governi europei, se non fosse che per governi di destra, come di fatto son diventati quasi tutti, in fondo una governance non democratica e socialmente irresponsabile della Ue non è poi un gran male.

La centralità della moneta unica, come esclusivo campo d’unità europea, quali vuoti ha prodotto nello sviluppo economico degli stati membri?

Gli stati della zona euro hanno ceduto il potere di creare denaro, com’era necessario per creare una grande realtà politica ed economica quale è la Ue, ritrovandosi poi senza una banca centrale che presti loro, in caso di reale necessità, il denaro occorrente. La Bce dovrebbe operare come un prestatore di ultima istanza – così sostengono vari economisti – non diversamente da quanto avviene con altre banche centrali quali la Fed o la Bank of England. Tuttavia il suo statuto per ora le impedisce di assumere in modo diretto un simile fondamentale ruolo e potere. Ciò ha influito negativamente in tutta la Ue sulla possibilità di condurre politiche economiche e sociali adeguate alla situazione dell’economia europea e mondiale. Le economie più forti, quali la Germania e la Francia, ne sono uscite meglio – non da ultimo perché i banchieri tedeschi e francesi che siedono nel consiglio della Bce han fatto tutto il possibile per evitare troppi danni alle banche dei loro paesi.

Cos’è mancato di più, nel processo unitario, dal punto di vista sociale?

Se c’è un elemento che più di ogni altro potrebbe e dovrebbe fondare l’unità della Ue è il suo modello sociale, cioè l’insieme dei sistemi pubblici intesi a proteggere individui, famiglie, comunità dai rischi connessi a incidenti, malattia, disoccupazione, vecchiaia, povertà. Sebbene il modello sociale europeo presenti notevoli differenze da un paese all’altro, nessun altro grande paese o gruppo di paesi al mondo offre ai suoi cittadini un livello paragonabile di protezione sociale – la più significativa invenzione civile del XX secolo. Ne segue che i governi Ue che attaccano lo stato sociale sotto la sferza liberista della troika Ce, Bce e Fmi, nonché del sistema finanziario internazionale, minano le basi stesse dell’unità europea, oltre a fabbricare recessione per il prossimo decennio e piantare il seme di possibili svolte politiche di estrema destra.

Alla luce della crisi attuale, perché l’Ue appare impotente?

Anzitutto perché non ha ancora alcuna istituzione che svolga qualcosa di simile alle funzioni di un governo centrale democraticamente eletto e riconosciuto dalla maggioranza dei suoi cittadini. Di conseguenza ciascun paese pensa per sé. A ciò contribuisce pure lo strapotere del sistema finanziario internazionale, in assenza di qualsiasi riforma che sappia arginarlo. Inoltre, se si guarda ai singoli paesi, i partiti al potere hanno un orizzonte decisionale di pochi mesi, ovvero pensano soprattutto alle prossime elezioni, mentre dovrebbero ragionare su un arco di più anni. Peraltro l’impotenza deriva anche da una diagnosi sbagliata – quando non sia volutamente artefatta – delle cause della crisi di bilancio. Quest’ultima viene concepita come se derivasse da un eccesso di uscite generato dai costi dello stato sociale, laddove si tratta in complesso di un calo delle entrate che dura da oltre un decennio. Esso è stato causato da diversi fattori: i salvataggi delle banche, che solo nel Regno Unito e in Germania sono costati un paio di trilioni di euro; le politiche di riduzione dell’onere fiscale concesse ai ricchi, che hanno sottratto centinaia di miliardi ai bilanci pubblici (in Francia, ad esempio, tra i 100 e i 120 miliardi nel decennio 2000-2009); infine il fatto che grazie alle delocalizzazioni le corporation pagano le imposte all’estero, dove tra l’altro sono minime, e non nel paese d’origine. Ancora in Francia, per dire, si è molto discusso del caso Total, il gigante petrolifero che nel 2010 ha conseguito 12 miliardi di utili, ma in patria – del tutto legalmente – non ha pagato un euro di imposte (salvo qualche milioncino che vale come indennizzo ai comuni dove opera ancora qualche suo impianto). Ora se un governo è ossessionato dall’idea che il deficit sia dovuto unicamente a un eccesso di spesa sociale punta a tagliare quest’ultima, cercando però al tempo stesso di evitare ricadute negative in termini elettorali, e per la medesima ragione si rifiuta di accrescere le entrate alzando le imposte ai benestanti, o alle imprese delocalizzate. È ovvio che non fa differenza se quel governo sa benissimo che la diagnosi è errata, ma la abbraccia per soddisfare le forze economiche cui ritiene di dover rispondere. In ambedue i casi il risultato sono manovre che picchiano soltanto sui più deboli, mentre le radici reali della crisi non sono nemmeno intaccate.

I vincoli di bilancio quali conseguenze hanno sull’economia «reale»?

Le più visibili sono l’aumento della disoccupazione e del lavoro precario. I licenziamenti in tanti paesi di centinaia di migliaia di dipendenti della PA, insegnanti compresi, i tagli alle spese dei ministeri ed ai servizi resi dai comuni, a partire dai trasporti pubblici, l’aumento delle imposte indirette come l’Iva, comportano nell’insieme una riduzione dei consumi e con essa una minor domanda di beni e servizi alle imprese. Queste reagiscono licenziando o assumendo quando capita solo con contratti a termine, il che genera altra disoccupazione, in un minaccioso avvitarsi dei processi economici verso il basso.

Ha senso, come alcuni fanno, auspicare il default o il ritorno alle monete nazionali?

Sarebbe una pura follia. In primo luogo il ritorno a diciassette monete diverse solleverebbe difficoltà tecniche assai complicate da superare, poiché l’integrazione economica, finanziaria e legislativa tra i rispettivi paesi ha fatto nel decennio e passa dell’euro molti passi avanti. Inoltre parecchi paesi avrebbero a che fare con tassi di scambio catastrofici. Tra di essi vi sarebbe sicuramente l
’Italia. Il giorno dopo un eventuale ritorno alla lira ci ritroveremmo con il franco a 500 lire (era a 300 quando venne introdotto l’euro), il marco a 2.000 (era a 1.000) e la sterlina a oltre 3.000. A qualche imprenditore simili tassi possono far gola, poiché favoriscono le vendite all’estero; ma essendo quella italiana un’economia di trasformazione, che all’estero deve comprare tutto, dal gas ai rottami di ferro, il costo degli acquisti dall’estero le infliggerebbe un colpo insostenibile.

Gli stati, i governi hanno ancora qualche margine di manovra e qualche peso sulle decisioni di fondo o tutto è nelle mani di Fmi, Bce o Commissione di Bruxelles?

La troika in questione ha di fatto espropriato i paesi Ue della loro sovranità – con l’eccezione della Germania per la sua capacità produttiva e del Regno Unito perché ha conservato una moneta sovrana. Senza le riforme strutturali della Ue, implicite in ciò che dicevo all’inizio, essa continuerà a dettar legge.

Che giudizio dà sulla manovra italiana? E sull’atteggiamento un po’ rassegnato – sul merito – delle opposizioni parlamentari?

La manovra italiana è una fotocopia sbiadita delle solite ricette che la troika di cui sopra trasmette regolarmente ai paesi in difficoltà. Di certo essa accrescerà la disoccupazione, impoverirà ulteriormente il paese, ponendo così le basi per dieci anni di recessione – teniamo conto che il nostro Pil è ancora parecchi punti al disotto del livello raggiungo nel 2007 – e per giunta non servirà in alcun modo a ridurre il debito pubblico. Su questo fronte l’opposizione difficilmente poteva opporsi all’ultimo momento, poiché quando la nave sta affondando uno cerca di salvare il salvabile, piuttosto che continuare a insistere sui difetti di progettazione della nave. Peraltro le opposizioni hanno avuto anni per chiamare i cittadini a discutere su tali difetti, quelli della povera scialuppa del governo ma anche quelli della nave Ue, e provare a disegnare insieme con loro un progetto diverso. Non mi pare che finora le loro proposte abbiano lasciato traccia di sé, nella memoria dei cittadini o nei documenti.
 
da www.sbilanciamoci.info             26/09/2011

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Uscire dalla crisi della crescita, di Paolo Cacciari

Solo una domanda agli economisti di tutte le scuole di pensiero: come si fa ad uscire dalla “economia  debitoria” (finanziarizzazione dell’economia) senza uscire anche dall’ “economia della crescita”?

Mi spiego. Almeno che non si creda veramente che “la più grande crisi dal ‘29” – come è stata definita quella che viviamo – sia il capriccio di entità metafisiche che per placarsi pretendono sacrifici umani e senza credere nemmeno che essa sia (solo) il portato di comportamenti criminali di un manipolo di speculatori, le sue cause strutturali, sistemiche sono da individuare in una crescita smisurata del ricorso a vati tipi di indebitamento: finanziario (derivati, obbligazioni, titoli azionari mobilitati per un valore totale otto volte superiore al Pil reale), monetario (il denaro emesso è 12 volte il Pil mondiale), pubblico (sia quello contratto dai vari stati con altri stati, sia quello verso i propri cittadini-risparmiatori), privato (crediti al consumo, carte di credito…), ecc.

Ma i debiti hanno un difetto: creano i creditori che, presto o tardi, chiedono di essere “onorati”, rimborsati. Se lo fanno si aprono le crisi di insolvenza ad effetto domino; si inizia con i default di istituti di credito immobiliari, banche, assicurazioni, fondi pensionistici e si finisce col minare la credibilità e la  “fiducia” verso le istituzioni statali garanti dell’ordine sociale, oltre che dei titoli di credito.

Fin qui tutti d’accordo. Ma a cosa sono serviti queste montagne di debiti accumulati e perché la “governace globale” non si azzarda a interromperne il flusso?

Una interpretazione che va per la maggiore a sinistra è che il “capitalismo finanziario” sia una invenzione di George Soros e dei suoi pari approfittatori e parassiti che hanno affossato il buon vecchio capitalismo produttivo di un tempo (i “trenta gloriosi”), manageriale e operaio (del compromesso politico socialdemocratico tra capitale e lavoro). In realtà la speculazione è un sintomo di una malattia che oltre a costituire un problema morale è politico e strutturale.

I debiti nelle economie industriali mature, a partire dagli Stati Uniti (il più grande debitore al mondo)  hanno cominciato a crescere già a cavallo tra i ’70 e gli ’80. L’immissione di crediti  si è resa necessaria  perché si erano inceppati i normali meccanismi di profitto-accumulazione-investimenti-riproduzione fino ad allora garantiti dai tradizionali cicli economici produttivi industriali. In altre parole, i debiti sono serviti a mantenere artificialmente elevata la redditività dei capitali investiti. O, se si preferisce, per compensare la scarsa profittabilità del capitale industriale. I debiti, infatti, vengono giustificano per “stimolare” gli investimenti,  favorire gli acquisti e i consumi, dare un punto di appoggio (la famosa “leva”) alla crescita economica, far circolare denaro. Un po’ di dopping a fin di bene, poiché al fondo vi è la necessità costitutiva del capitalismo di promuovere in continuazione enormi investimenti tecnologici, organizzativi, di concentrazione e di scala… per mantenere alta la competitività sui mercati globalizzati: la produttività per unità di lavoro è infatti schizzata alle stelle, ma il Pil non ha seguito il trend e la occupazione (in Occidente) è arrancata. La megamacchina termo-industriale ha drenato tutto ciò che poteva: lavoro sempre più a basso costo (delocalizzazioni, precariato, femminilizzazione al ribasso del mercato del lavoro, ecc.), risorse naturali saccheggiate, beni comuni espropriati e privatizzati, dal genoma umano al Partenone. Tutto è stato “messo al lavoro e a valore”, fagocitato e incorporato nei rapporti sociali mercantili, ma nemmeno queste enormi immissioni di “opportunità produttive” sono bastate a  soddisfare la domanda di denaro necessario per realizzare nuovi investimenti, creare nuovi mercati, vendere e comprare nuove merci. L’idrovora dell’espansione, dello sviluppo, della crescita è insaziabile. Pretende più denaro di quanto non riesca a realizzarne e a distribuirne. Si crea così uno scompenso che la finanza, con i suoi infiniti ritrovati, si è incaricata di coprire. L’imperativo di dover vendere sempre di più e a più buon mercato, in una competizione selvaggia e globale,  costringe i manager ad uno sforzo espansivo costante, ad  investire sempre di più non solo in macchinari, ma in marketing, quindi a ricorrere massicciamente al mercato finanziario per garantirsi i necessari flussi di denaro.

Ammettiamo ora che per uscire dalla spirale perversa del debito e delle ricorrenti crisi di riassestamento bastino le ricette auspicate dai più seri osservatori economici: diminuire i tassi di rendimento (Return on Equity) attesi dai possessori di titoli di credito sui capitali investiti dal 20% e oltre, oggi garantiti  dalle speculazioni finanziarie, ad un 4% normalmente giudicato più che “equo” per dei profitti industriali (si pensi che la media dei profitti realizzati dalle imprese Usa negli ultimi 25 anni è stata appena del 2%); regolazione e tassazione delle transazioni finanziarie a breve per dilazionare nel tempo le rendite; riconoscimento dei costi monetari delle “esternalità negative” ambientali e sociali (standard di sostenibilità e clausole sul rispetto dei diritti umani). Già questi provvedimenti comporterebbero un rallentamento dei ritmi produttivi e le quantità delle merci e quindi del “lavoro necessario” alla riproduzione dei cicli economici.

In definitiva la auspicata de-finanziarizzazione dell’economia si può ottenere solo imboccando scientemente la via della decrescita – se si preferisce, si può dire anche: rendere la crescita non necessaria al benessere – che non è solo la inevitabile diminuzione dei flussi di materia e di energia impegnati nei cicli produttivi e di consumo (nelle varie forme di green e blue  economy) a fronte della progressiva rarefazione delle materie prime, ma anche la riduzione e ridistribuzione del lavoro necessario alla produzione del reddito e minor ricorso al denaro rendendo usufruibili beni comuni e relazionali. Esattamente il contrario di quanto fanno le  “manovre” messe in atto dai vari governi ispirate dalle istituzioni finanziarie. Insomma, diminuendo il peso e la sfera di influenza dell’economia di mercato sulla vita della gente. L’intensificarsi delle crisi (non solo finanziarie) rende sempre più stringente il dilemma: continuare ad inseguire il benessere attraverso la crescita dei beni e dei servizi immessi sul mercato, sapendo che i costi ambientali e sociali per la gran parte delle popolazioni della terra superano di gran lunga i benefici, oppure cambiare rotta usando strumenti di riferimento diversi dal Pil e piloti diversi dalla Bce.

da www.carta.org     17/08/2011

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Chi ha causato il debito pubblico? (e-mail di Franco Pinerolo)

Mentre la Confindustria, lancia in queste ore un’offensiva sulla crisi economica, annunciando un programma di liberismo selvaggio in cinque punti, e il Governo Berlusconi si appresta all’ennesima pesante manovra economica per farci pagare il prezzo della crisi, è utile che si faccia chiarezza su ciò che sta accadendo, per assegnare le responsabilità di questo stato di cose a chi le ha.

CHI HA CAUSATO IL DEBITO PUBBLICO

1) LO SHOCK PETROLIFERO DEL 1970, LA RIFORMA FISCALE DEL 1974 E IL DIVORZIO TRA BANCA D’ITALIA E TESORO, DECISI DAI GOVERNI DC E PSI, FURONO LA CAUSA PRIMA DEL DEBITO PUBBLICO

Il Debito Pubblico italiano ha avuto il primo scossone con lo shock petrolifero degli anni ’70 ed è stato aggravato nella prima Repubblica dalla Democrazia Cristiana e dal PSI di Craxi perché, mentre la maggior parte dei paesi avanzati introduceva all’inizio del ’900una tassa commisurata alla somma di tutte le entrate del contribuente, invece la riforma fiscale italiana del 1974, con l’introduzione dell’IRPEF non accompagnata da un’adeguata riforma della Tributaria e quindi da adeguati controlli, ha generato un’enorme evasione ed elusione fiscale, per cui se da un lato nel 1980 il 24% dei redditi imponibili da lavoro dipendente veniva evaso o eluso, questa cifra passava addirittura al 60% per i redditi di impresa e da capitale. E oggi ne paghiamo le conseguenze. Dunque se lo Stato o le amministrazioni locali aumentano la pressione fiscale o riducono la spesa pubblica per far fronte ai minori introiti fiscali (a causa dell’evasione fiscale), diminuirà la domanda aggregata inducendo una riduzione delle entrate fiscali che può peggiorare la riduzione del deficit pubblico.

Ma la vera esplosione del debito si è avuta nel 1981 (nel 1980 il Debito era al 60% del PIL, nel 1992 era al 107,7), quando fu deciso dai suddetti governi DC e PSI il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. Fino ad allora, la Banca d’Italia acquistava i Titoli di Stato invenduti, emettendo moneta a copertura dei costi. Dopo il “divorzio”, la sorte dei Titoli fu lasciata al mercato. Tale decisione se da un lato diminuì in parte l’inflazione per via del fatto che veniva emessa meno moneta, dall’altro fece lievitare i tassi d’interesse e di conseguenza il Debito Pubblico. Risulta che, tra i maggiori beneficiari degli alti tassi dei Titoli di Stato, ci furono la Fiat e Olivetti (se lo ricordi questo Confindustria!).

2) I PROTAGONISTI DELLE BORSE HANNO PRODOTTO GRAN PARTE DEL DEBITO PUBBLICO

Le società di intermediazione mobiliare, le istituzioni finanziarie e monetarie, i fondi pensione e i fondi d’investimento, le banche, le assicurazioni sono gli stessi che nel corso degli anni hanno prodotto la gran parte del debito pubblico italiano. Vendendo milioni di azioni essi hanno realizzato speculazioni che hanno provocato abbassamento del valore della nostra Borsa e quindi perdita di fiducia delle istituzioni finanziarie verso la nostra struttura finanziaria, e perciò è aumentata la percentuale di rischio di solvibilità del nostro Paese, la quale ha fatto salire il tasso d’interesse che serviva a comprare i nostri titoli del tesoro (cioè per acquistare BOT, BTP lo Stato italiano ha dovuto offrire più soldi), e quindi è aumentato l’indebitamento. Si stabilisce un circolo vizioso per cui più uno stato è a rischio fallimento e più genera profitti per gli investitori. Ciò è avvenuto perché oggi la quota di debito pubblico detenuta da investitori internazionali è del 52,4%, a fronte del 5,59% del 1991 (dati Bankitalia), e questi investitori internazionali hanno, al contrario di quelli nazionali, tutto l’interesse alle manovre speculative nei confronti di un qualsiasi stato.
 
3) LA SCARSA CREDIBILITÀ PERSONALE DI BERLUSCONI È CONCAUSA DELLA CRISI 

Nel 1993 il debito pubblico era di 1.528.561 miliardi di lire. Nel 1994 va al governo Berlusconi che in un solo anno lo porta a 1.781.074 miliardi di lire. Quindi primo governo Berlusconi + 200.000 miliardi di lire, secondo Governo Berlusconi +290.000 miliardi di lire, terzo Governo Berlusconi + 300.000 miliardi di lire. Totale deficit provocato dal centrodestra: + 790.000 miliardi di lire. Non è tanto il rapporto debito/pil a creare instabilità, quanto piuttosto la stessa instabilità politica della compagine di governo ad attirare le attenzioni speculative sull’Italia. Secondo l’autorevole economista Nouriel Roubini, il solo annuncio delle dimissioni di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi porterebbe a ridurre lo spread fra i btp e i bund tedeschi decennali fra i 50 e i 100 punti base, in modo permanente. Alcuni studi hanno provato a quantificare gli effetti degli annunci degli scandali sessuali del premier sui rendimenti dei nostri titoli di stato trovando che questi hanno contribuito ad allargare lo spread in modo statisticamente significativo. Invece la prospettiva di nuovi equilibri più solidi e duraturi tramite nuove elezioni offrirebbe la speranza di un qualche cambiamento in tempi più ravvicinati, come dimostra la Spagna, che era penalizzata da uno spread inferiore al nostro e dopo l’annuncio di Zapatero di lasciare andando a nuove elezioni, oggi la Spagna è ritenuta più credibile dell’Italia.

4) L’ESPLOSIONE DEL DEBITO PUBBLICO NON DIPENDE AFFATTO DALLA SPESA SOCIALE

Il debito pubblico italiano a luglio ha stabilito un nuovo record, raggiungendo quota 1.911,807 miliardi di euro. Il vincolo stabilito dal Trattato di Maastricht e dal Patto di stabilità e crescita è del 60 per cento. Molti paesi europei prima della crisi avevano bilanci in ordine e bassi debiti pubblici. Gli squilibri derivano dall’ingentissima mobilitazione di risorse necessarie per salvare le banche e dal crollo della domanda interna causata dalla riduzione dell’occupazione e del reddito.

DUNQUE COL DEBITO NON C’ENTRANO NIENTE I SALARI TROPPO ELEVATI, LE PENSIONI TROPPO ALTE, I SERVIZI PUBBLICI GARANTITI ANCHE SE POI, AL MOMENTO DEL BISOGNO, SI RIVOLGONO AI LAVORATORI IN CARNE ED OSSA, FAMIGLIE,  GIOVANI E PENSIONATI PER RIPAGARE I DEBITI CHE VENGONO PRODOTTI AD OGNI MOVIMENTO SPECULATIVO E AD OGNI CRISI.

QUALI MISURE SERVONO SUL DEBITO PUBBLICO

1)     Romano Prodi, e l’economista Quadrio Curzio hanno insistito per creare un sistema di eurobond emessi attraverso un nuovo Fondo Finanziario Europeo (FFE), denominati Euro Union Bond (EUB). Questo Fondo potrebbe garantire con un suo capitale di mille miliardi, l’emissione di almeno 3000 miliardi di EUB decennali al 3%, in modo da acquistare quote dei debiti di quegli Stati che eccedono il limite del 60% del PIL previsto dal Trattato di Maastricht. L’emissione dell’EUB a queste condizioni riguarderebbe proprio tale 60% del debito pubblico rispetto al PIL, mentre la restante quota resterebbe sotto la responsabilità degli Stati; il capitale del FFE verrebbe conferito dagli Stati dell’Unione Economica Monetaria in proporzione alle quote da essi detenuti alla Banca Centrale Europea. Per riportare l’attuale livello medio dell’indebitamento dell’Unione Economica Monetaria che è dell’85% al 60% previst
o si dovrebbero impiegare 2.300 miliardi di euro. In tal modo per esempio per l’Italia la riduzione del rapporto debito pubblico-PIL passerebbe dall’attuale 120% al 95%. I restanti 700 miliardi di EUB che rimarrebbero rispetto ai 3.000 miliardi di euro previsti andrebbero ad investimenti europei per far crescere le imprese europee dei settori di energia, telecomunicazioni e trasporti.

2)     La Germania ha accumulato crediti verso l’estero sulla base di una politica che la portava ad esportare molto verso i Paesi deboli e importare poco. I tedeschi hanno adottato politiche fortemente restrittive e di fortissima deflazione salariale competitiva, in totale contraddizione con la sopravvivenza dell’Unione monetaria europea, accumulando crediti grazie al fatto che gli altri Paesi assorbivano le loro merci. Dunque la Germania ha gravi responsabilità in questa crisi, e deve accettare l’introduzione di uno «standard salariale europeo», cioè una forma di coordinamento delle politiche salariali tra i Paesi dell’Unione che consentirebbe di non destabilizzare i Paesi vicini tenendo  i salari reali al di sotto della produttività..

3)     Anche negoziare con la Cina l’acquisto di titoli di Stato può essere una soluzione, perché i cinesi hanno sempre gestito i rapporti di debito e credito in chiave politica e non si sono mai affidati all’andamento dei mercati finanziari.

4)     Poiché il debito europeo nasce dal fatto che ancora non c’è una nuova fonte di domanda, sarebbe possibile, sul modello del “Job act” di Obama, creare un nuovo motore interno della domanda europea fondato sull’azione pubblica, ricordando che di fronte alla grande crisi del 1929, Roosevelt isolò gli speculatori e promosse un robusto intervento del governo per far crescere l’occupazione e ridusse l’orario di lavoro aumentando i salari. Ma per dare maggiori servizi, deduzioni fiscali, investimenti su green economy e conoscenza, potenziamento di ricerca, scuola e università, serve una severa lotta alla grande evasione fiscale, patrimoniali verso la grande ricchezza, una maggiore tassazione delle rendite, riduzione dell’assurda spesa militare e una politica fiscale ispirata a criteri di legalità e giustizia. Cioè un governo di sinistra.

24 settembre 2011

 

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L’ignoranza abissale dei legaioli secessionisti e il prezzo pagato dalle popolazioni meridionali all’Unità d’Italia

Gli Stati nazionali nati dalle rivoluzioni della fine del ‘700 hanno svolto una funzione essenziale nel processo di  accumulazione del capitale.
L’unità territoriale e giuridica, ed il controllo politico sulla gestione delle crescenti risorse del territorio, erano gli elementi indispensabili, perché venissero accumulati i capitali sufficienti per la realizzazione delle grandi opere pubbliche necessarie per il salto qualitativo, di cui lo sviluppo capitalista aveva bisogno.
In Italia questo piano di nazionalizzazione dell’accumulazione del capitale ha trovato dei limiti nella dimensione regionale dello Stato unitario, che non riuscì mai compiutamente ad integrare il  Mezzogiorno nel processo di sviluppo.
Il prezzo pagato dalle popolazioni per questo “piano del Capitale” è stato enorme.
In Italia ha significato la fame per centinaia di migliaia di persone, soprattutto nel Sud, che hanno perso tutti i propri beni  soprattutto a causa  della famigerata tassa sul macinato, introdotta dal governo unitario.
E con la fame, l’unica via di speranza era l’emigrazione o la rivolta, che, nel Meridione, furono entrambe fortissime.
Questa politica fiscale del governo unitario provocò nel quarantennio tra il 1871 ed il 1911, l’espatrio definitivo di ben quattro milioni di persone, private di tutto.
Come scriveva Nitti nel 1900, l’unità d’Italia  era avvenuta attraverso il sacrificio del Mezzogiorno, che all’ atto della costituzione del regno portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica.
E Giustino Fortunato, nel denunciare il sistema tributario che aveva gravato intollerabilmente sulle province dell’antico regno di Napoli, nell’ errata credenza di una nascosta ricchezza di quelle terre, rivelava la sproporzione a loro danno nel rapporto tra imposte e ricchezza.
Nelle tavole pubblicate da G. Parravicini nel suo lavoro sulla politica fiscale italiana nel periodo 1860-1890, il gettito delle imposte  dirette nelle province dell’ex-regno di Sardegna corrispose al 16,7% circa del totale, quello del  Lombardo-Veneto  al 18,7%, mentre i territori dell’ ex-Stato pontificio e dell’ex-regno delle due Sicilie diedero rispettivamente il 24% ed il 26% circa.
La sola tassa sul macinato, diede nel Mezzogiorno il 39,3% circa contro il 17%, il 18,1%  ed il 14,2% degli altri territori.
L’indice più significativo – osserva Luzzatto –  è offerto dalla statistica delle espropriazioni di beni immobili eseguite dal fisco tra il 1885 ed il 1897 per debito di imposte dirette.
Alle 1.135 espropriazioni di tutta l’ Italia settentrionale ed alle 5.936 di quella centrale, vediamo ben 43.440 espropriazioni nel Mezzogiorno (18.637 in Sicilia) e addirittura 52.060 in Sardegna.
In Sicilia vi fu un’espropriazione  per ragioni fiscali ogni 189 abitanti, in Calabria una ogni 114 ed in Sardegna una ogni 14.

dal libro "Un milione al mese a tutti: subito!" di Domenico de Simone –  ed. Malatempora – 1999

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Quel debito non va saldato, di Guido Viale

Ora si comincia a parlare di default (fallimento) come esito – o come soluzione – del debito pubblico italiano. La discussione assume aspetti tecnici, ma il problema è politico e merita approfondimenti sui due versanti. Dichiarare fallimento imboscando dei fondi, è truffa. Ma è truffa anche se una condizione insostenibile viene protratta oltre ogni possibilità di recupero; in particolare, per spremere quelli che si riesce a spennare con la scusa di rimettersi in sesto, prima di dichiarare che «non c’è più niente da fare».  Proprio quello che l’Unione Europea e i suoi governi (e non solo la Bce) stanno chiedendo a Grecia, Portogallo e Irlanda, ma forse anche all’Italia.

C’è chi, senza escludere il default, vede una soluzione alla crisi del debito nell’uscita dall’euro. Il problema, vien detto, non è tanto il debito pubblico quanto il debito estero; in cui si riflette la perdita di competitività del paese, costretto dalla propria inflazione e dalla minore “produttività” a finanziarsi all’estero per importare più di quanto esporta. L’uscita dall’euro consentirebbe un recupero di competitività attraverso la svalutazione – oggi resa impossibile dalla moneta unica – riequilibrando così, con maggiori esportazioni, i conti con i paesi che, come la Germania, possono evitare di rivalutare la loro moneta e perdere competitività proprio grazie all’appartenenza all’eurozona. L’aumento delle esportazioni produrrebbe, sostiene per esempio Alberto Bagnai, «risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero – aggiunge – rimarrebbe la possibilità del default … come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo». Ma una svalutazione – posto che l’uscita dall’euro sia praticabile – basterebbe a riequilibrare la bilancia dei pagamenti dell’Italia, o quella di altri paesi dell’eurozona in difficoltà? In altre parole, costando il 15 o il 20 per cento in meno le auto della Fiat prodotte con il metodo Marchionne – a cui forse Bagnai attribuisce eccessiva credibilità – potrebbero ancora sottrarre consistenti quote di mercato alla Volkswagen? O costando il 15 o il 20 per cento in più l’Italia cesserebbe di importare turbine eoliche dalla Danimarca e pannelli fotovoltaici o impianti di cogenerazione dalla Germania, mettendosi finalmente a produrli in proprio? O ancora, con la lira l’Italia potrebbe tornare a esportare arance – raccolte con manodopera schiava – nei paesi dove l’organizzazione commerciale degli agricoltori spagnoli le ha portato via il mercato? Eccetera.

Non siamo più nel ’92; da allora non è cambiato solo il secolo, ma tutto il contesto. Forse ora, e in futuro, il problema non è esportare (o tornare a esportare) di più, ma importare – per quanto è possibile – di meno: produrre di più in loco (o il più vicino possibile) quello che si consuma; e consumare o utilizzare di più quello che ogni comunità è in grado di produrre. Non con il protezionismo, predicato a fasi alterne dalla Lega (e un tempo anche da Tremonti), ma inattuabile nel contesto odierno; bensì con una progressiva riterritorializzazione dei processi economici con cui accompagnare l’inevitabile e non più rimandabile conversione ecologica di produzioni e consumi.
Ma in Italia ogni possibilità di recupero risulta inibita dalla scomparsa del concetto stesso di politica industriale, che altri paesi hanno invece in qualche misura mantenuto, nonostante che sulle scelte di fondo la delega ai “mercati”, cioè all’alta finanza, sia per tutti totale. Quello che ora manca è una politica industriale adeguata ai tempi, cioè a una crisi ambientale planetaria che rende inutile e dannoso rincorrere chi ci ha da tempo superato in settori – come quello dell’auto – destinati a immani crisi di sovrapproduzione. E che impone invece di attrezzarsi per svolte improcrastinabili con progetti e produzioni ecologiche dal sicuro avvenire (anche di mercato, se per “mercato” si intende non lo strapotere del capitale finanziario, ma uno dei modi per mettere in rapporto produzione e consumo).

In gioco ci sono questioni come efficienza e conversione energetiche; agricoltura e alimentazione a chilometri zero; mobilità sostenibile (proprio mentre Fiat chiude l’unica fabbrica di autobus urbani del paese); manutenzione del territorio e del patrimonio edilizio e storico esistente; gestione accurata di risorse e rifiuti; accoglienza ed educazione per tutti; e una ricerca mirata a tutti questi obiettivi. Se iniziative del genere venissero finanziate invece di dissanguare i lavoratori per pagare gli interessi sul debito, ben venga il default; costringerebbe i responsabili dell’eurozona a correre ai ripari.
Diversi economisti pensano invece che il default degli Stati membri si possa evitare, e non solo procrastinare, se un organo dell’eurozona rilevasse – magari “sterilizzandoli” con un rinvio a lungo termine del loro rinnovo – i debiti degli Stati membri in difficoltà; o una loro quota consistente. È la proposta degli eurobond; per alcuni sono “la soluzione”; per altri – come l’agenzia di rating S&P – non farebbero che trasferire lo stato comatoso dai paesi beneficiati a tutta l’eurozona. Default per tutti.

Ma gli eurobond difficilmente potrebbero risolvere il problema; nemmeno nella versione proposta da Prodi e Quadrio Curzio, che ai bond emessi a copertura dei debiti di alcuni Stati ne affianca altri per finanziare un programma europeo di Grandi opere. Con l’intento di promuovere quello che l’Italia e altri paesi non riescono a fare da soli: “rilanciare la crescita” – da tutti considerata la strada maestra per azzerare il deficit e ridurre il debito – avendo però messo “al sicuro” i conti pubblici. Ma quella crescita non è così facile “rilanciarla”: in Italia non c’è più da tempo e sta non a caso svanendo anche in paesi fino a ieri considerati “locomotive” economiche.
Inoltre, la principale iniziativa europea per produrre crescita si chiama Ten (Rete transeuropea di trasporto). Anche se con gli organi di governo che l’Unione si è data non sembra che per ora ci siano molte altre modalità di intervento praticabili, proposte del genere sono comunque inaccettabili.

È con quella iniziativa, infatti, che oggi si cerca di giustificare lo scempio del Tav in Valsusa, che persino l’Economist considera uno spreco. Ma non è di Grandi Opere che c’è bisogno, bensì di tante “piccole opere” di manutenzione del patrimonio esistente e di conversione ambientale nei settori portanti della vita economica e sociale. Interventi concepiti, progettati, realizzati e gestiti a livello quanto più decentrato; e sottoposti a un controllo dal basso – analogo a quello richiesto per la gestione dei “beni comuni” – imponendo a tutti regole di trasparenza integrale. Esattamente l’opposto di quel che succede sia in Valsusa che altrove. Il Tav infatti non è un caso isolato; rappresenta in modo paradigamatico il modus operandi di un’economia governata dalla grande finanza.
Dove, proprio come in Valsusa, progettazione ed esecuzione di opere gigantesche – costose, inutili, altamente dannose e completamente dissociate dalle esigenze del territorio – vengono realizzate a spese delle finanze pubbliche mediante una catena senza fine di appalt
i e subappalti sottratti a qualsiasi controllo; e devono essere imposte con la forza – o, in altri casi, fatte svanire con una improvvisa delocalizzazione – tanto che in Valsusa si è arrivati a schierare i carri armati (sì, i carri armati) e 2000 militari per aprire un cantiere.

Il problema allora non è “costituzionalizzare” il pareggio di bilancio per soddisfare il capitale finanziario che tiene in pugno le politiche, non solo economiche, degli Stati con il controllo dei debiti pubblici; né promuovere, con interventi senza senso e prospettiva – e senza ricadute per lavoro e occupazione – una crescita del Pil evanescente, nel vano tentativo di azzerare il deficit con le imposte ricavate da un ancor più evanescente aumento dei redditi.
Il problema è invece quello di imporre con lotte e mobilitazioni le misure necessarie per recuperare risorse da chi le ha e non ha mai pagato. Ma non per buttare il ricavato nel pozzo senza fondo degli interessi sul debito. Quello che occorre è mobilitare le risorse sia finanziare che umane – le conoscenze e i saperi diffusi; la fiducia reciproca che si crea nella lotta – necessarie alla riconversione ecologica del tessuto produttivo. Non saranno né questo governo né il prossimo a promuovere o consentire una svolta del genere. Ma se non si mette in chiaro che quel debito non va saldato e che è inevitabile affrontare il rischio di un default, ancorché selettivo, si lascia la palla in mano a chi sostiene, e sempre sosterrà, che ai diktat della finanza “non c’è alternativa”; azzerando così qualsiasi prospettiva di riscatto sociale e politico. Per questo è bene capire a che cosa si va incontro e come far fronte a un default; e qui un maggiore impegno degli economisti che condividono queste prospettive sarebbe benvenuto.

da il Manifesto      13 settembre 2011

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Sacconi contro l’esito del referendum sull’acqua. E sul web scoppia la rivolta, di Eleonora Bianchini

Il ministro del Welfare ha dichiarato davanti alla platea di Confindustria: “Il risultato della consultazione non è definitivo”. Parole che hanno scatenato la reazione di chi si era mobilitato per la raccolta firme: “Si dimetta”
Il referendum sull’acqua ha raggiunto il quorum e oltre il 95 per cento dei votanti ha scelto il “sì” per entrambi i quesiti. Per i cittadini è impensabile ignorare il significato politico di quel voto. Non è così invece per il ministro del Welfare Maurizio Sacconi che ieri, ospite a un convegno del Centro Studi di Confindustria, ha dichiarato che l’esito della consultazione popolare non sarebbe affatto definitivo. Una frase passata in sordina, ma rilanciata da un articolo de L’Unità. “Altro che sorella acqua – ha detto Sacconi – mi auguro che troveremo il modo per mettere in discussione il referendum”. Parole che hanno scatenato la reazione di chi si era mobilitato per la raccolta firme.

Il comitato referendario “2 sì per l’acqua bene comune” chiede che il ministro lasci il suo incarico di governo. Infatti con l’esito del referendum “la maggioranza dei cittadini italiani, con un voto chiaro e democratico ha, di fatto, sfiduciato Sacconi che invitiamo al più presto a rassegnare le dimissioni da ministro della Repubblica italiana”. La dichiarazione di Sacconi, “rappresenta di fatto un ‘golpe’ contro la volontà chiaramente espressa il 12 e il 13 giugno 2011 da 27 milioni di cittadini e garantita dalla nostra Costituzione, la stessa alla quale il ministro Sacconi deve attenersi”. E il comitato annuncia che il ministro e “tutti coloro che vorranno mettere in atto scempi alla democrazia contro il referendum si troveranno davanti alla netta opposizione dei cittadini e delle cittadine italiane che la scorsa primavera hanno votato 2 Sì per l’Acqua Bene Comune”. Anche su Facebook impazza la polemica su Sacconi che “non riesce ad ascoltare il popolo”, che aveva manifestato la volontà di salvaguardare la gestione dell’acqua dall’invadenza del mercato e che si permette di violare la volontà dei cittadini “come se ad essere incostituzionale fosse il referendum”.

Anche don Paolo Farinella, sacerdote che aveva firmato per l’iniziativa dei religiosi che il 9 giugno hanno manifestato a Roma per l’acqua pubblica, concorda sulla richiesta di dimissioni avanzata dal comitato promotore: “Questa è la degenerazione della democrazia – osserva. – Mi pare che le dimissioni siano il minimo visto che a parole vorrebbe sovvertire la volontà popolare e la Costituzione”, ma riconosce che le dichiarazioni di Sacconi non rappresentino un caso isolato. “Esiste una volontà bipartisan di non lasciare la gestione dell’acqua al pubblico e si tratta di un’esplicita volontà politica. E quando un ministro di lascia andare a queste considerazioni ignora anche il significato di un referendum”. Specie se ha visto la partecipazione di 27 milioni di italiani.

da il Fatto Quotidiano
16 settembre 2011

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Il papa denunciato alla Corte dell’Aja: ha protetto i pedofili, di Alessio Pisan

Un’associazione americana delle vittime dei preti pedofili ha chiesto alla Corte penale internazionale di incriminare Benedetto XVI e tre alti prelati del Vaticano per aver "tollerato abusi e molestie su minori"

Un’associazione americana di vittime dei preti pedofili ha denunciato il Papa e tre alti esponenti del Vaticano alla Corte penale internazionale dell’Aja, con l’accusa di aver coperto crimini contro l’umanità. E’ stato depositato un fascicolo di 20mila pagine che sostengono il Vaticano abbia “tollerato abusi e molestie su minori in tutto il mondo” e abbia “protetto i responsabili per anni”. Sotto accusa Bendetto XVI, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il suo predecessore Angelo Sodano e il prefetto della Congregazione della dottrina della fede William Levada.

La denuncia è stata presentata dall’associazione Survivors Network of those Abused by Priests (Snap), con l’aiuto degli avvocati della Ong per i diritti umani, anch’essa americana, Center for Constitutional Rights (Ccr). L’accusa più grave è rivolta direttamente a Benedetto XVI, di cui si chiede l’incriminazione per la sua “diretta e superiore responsabilità per i crimini contro l’umanità degli stupri e altre violenze sessuali commesse nel mondo”. Secondo lo Snap, il Vaticano si sarebbe macchiato del crimine di aver coperto per anni queste violenze e protetto i preti responsabili. Per l’associazione si tratta di uno “storico passo” per proteggere “tutti i bambini innocenti e gli adulti vulnerabili” del mondo.

Germania, Stati Uniti, Olanda e Belgio: sono i Paesi i cui scandali su Chiesa e pedofilia sono stati presi in considerazione dai membri del Snap. Soltanto in Belgio il cosiddetto “affaire Dutroux” aveva portato a galla lo corso anno 475 denunce per reati di pedofilia commessi da preti, insegnanti e capi di movimenti giovanili. Una commissione appositamente creata dalla Chiesa belga ha rivelato che “la maggior parte delle vittime aveva all’incirca 12 anni”, ma “che una vittima ne aveva 2, cinque ne avevano 4, otto ne avevano 5 e dieci 7”. Secondo le verifiche svolte dalla commissione, 102 degli abusi sono stati commessi dai membri di una delle 29 congregazioni religiose presenti in Belgio”.

“Il papa e i gli altri tre cardinali sono responsabili direttamente occupando i gradini più alti della gerarchia ecclesiastica”, sostiene l’associazione Snap. Insomma “tutte le strade portano a Roma”, ha affermato l’avvocato del (Ccr), Pamela Spees. Per raccogliere maggiori informazioni sugli scandali pedofili in Europa, lo Snap si appresta a fare il giro delle maggiori città, si legge in un comunicato: Amsterdam, Bruxelles, Berlino, Parigi, Vienna, Londra, Dublino, Varsavia, Madrid e infine Roma, dove intende “portare la sua denuncia alle porte del Vaticano”.

Il ricorso presentato all’Aja verrà adesso esaminato dal procuratore generale della Corte, Louis Moreno-Ocampo, che dovrà decidere se accoglierlo o meno. La possibilità più probabile è che la Corte decida di aprire un’indagine preliminare per verificare se il caso è di sua competenza. La Corte penale internazionale de l’Aja è un tribunale per crimini internazionali diventata operativa nel 2002 grazie a un trattato costitutivo sottoscritto proprio a Roma. Si occupa dei crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme, come i genocidi, i crimini contro l’umanità, quelli di guerra e di aggressione. L’ultimo atto della Corte è stato il mandato d’arresto nei confronti di Muammar Gheddafi per la repressione della rivolta in Libia.

da il Fatto Quotidiano         13 settembre 2011

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Franco “Bifo” Berardi: Il lungo purgatorio che ci attende

“L’operaio tedesco non vuol pagare il conto del pescatore greco.” dicono i pasdaran dell’integralismo economicista. Mettendo lavoratori contro lavoratori la classe dirigente finanziaria ha portato l’Europa sull’orlo della guerra civile. Le dimissioni di Stark segnano un punto di svolta: un alto funzionario dello stato tedesco alimenta l’idea (falsa) che i laboriosi nordici stiano sostenendo i pigri mediterranei, mentre la verità è che le banche hanno favorito l’indebitamento per sostenere le esportazioni tedesche.

Per spostare risorse e reddito dalla società verso le casse del grande capitale, gli ideologi neoliberisti hanno ripetuto un milione di volte una serie di panzane, che grazie al bombardamento mediatico e alla subalternità culturale della sinistra sono diventati luoghi comuni, ovvietà indiscutibili, anche se sono pure e semplici contraffazioni. Elenchiamo alcune di queste manipolazioni che sono l’alfa e l’omega dell’ideologia che ha portato il mondo e l’Europa alla catastrofe:

Prima manipolazione:

riducendo le tasse ai possessori di grandi capitali si favorisce l’occupazione. Perché? Non l’ha mai capito nessuno. I possessori di grandi capitali non investono quando lo stato si astiene dall’intaccare i loro patrimoni, ma solo quando pensano di poter far fruttare i loro soldi. Perciò lo stato dovrebbe tassare progressivamente i ricchi per poter investire risorse e creare occupazione. La curva di Laffer che sta alla base della Reaganomics è una patacca trasformata in fondamento indiscutibile dell’azione legislativa della destra come della sinistra negli ultimi tre decenni.

Seconda manipolazione:

prolungando il tempo di lavoro degli anziani, posponendo l’età della pensione si favorisce l’occupazione giovanile. Si tratta di un’affermazione evidentemente assurda. Se un lavoratore va in pensione si libera un posto che può essere occupato da un giovane, no? E se invece l’anziano lavoratore è costretto a lavorare cinque sei sette anni di più di quello che era scritto nel suo contratto di assunzione, i giovani non potranno avere i posti di lavoro che restano occupati. Non è evidente? Eppure le politiche della destra come della sinistra da tre decenni a questa parte sono fondate sul misterioso principio che bisogna far lavorare di più gli anziani per favorire l’occupazione giovanile. Risultato effettivo: i detentori di capitale, che dovrebbero pagare una pensione al vecchietto e un salario al giovane assunto, pagano invece solo un salario allo stanco non pensionato, e ricattano il giovane disoccupato costringendolo ad accettare ogni condizione di precariato.

Terza manipolazione:

Occorre privatizzare la scuola e i servizi sociali per migliorarne la qualità grazie alla concorrenza. L’esperienza trentennale mostra che la privatizzazione comporta un peggioramento della qualità perché lo scopo del servizio non è più soddisfare un bisogno pubblico ma aumentare il profitto privato. E quando le cose cominciano a funzionare male, come spesso accade, allora le perdite si socializzano perché non si può rinunciare a quel servizio, mentre i profitti continuano a essere privati.

Quarta manipolazione:

I salari sono troppo alti, abbiamo vissuto al disopra dei nostri mezzi dobbiamo stringere la cinghia per essere competitivi. Negli ultimi decenni il valore reale dei salari si è ridotto drasticamente, mentre i profitti si sono dovunque ingigantiti. Riducendo i salari degli operai occidentali grazie alla minaccia di trasferire il lavoro nei paesi di nuova industrializzazione dove il costo del lavoro era e rimane a livelli schiavistici, il capitale ha ridotto la capacità di spesa. Perché la gente possa comprare le merci che altrimenti rimangono invendute, si è allora favorito l’indebitamento in tutte le sue forme. Questo ha indotto dipendenza culturale e politica negli attori sociali (il debito agisce nella sfera dell’inconscio collettivo come colpa da espiare), e al tempo stesso ha fragilizzato il sistema esponendolo come ora vediamo al collasso provocato dall’esplodere della bolla.

Quinta manipolazione:

l’inflazione è il pericolo principale, al punto che la Banca centrale europea ha un unico obiettivo dichiarato nel suo statuto, quello di contrastare l’inflazione costi quel che costi.

Cos’è l’inflazione? E’ una riduzione del valore del denaro o piuttosto un aumento dei prezzi delle merci. E’ chiaro che l’inflazione può diventare pericolosa per la società, ma si possono creare dei dispositivi di compensazione (come era la scala mobile che in Italia venne cancellata nel 1984, all’inizio della gloriosa “riforma” neoliberista). Il vero pericolo per la società è la deflazione, strettamente collegata alla recessione, riduzione della potenza produttiva della macchina collettiva. Ma chi detiene grandi capitali, piuttosto che vederne ridotto il valore dall’inflazione, preferisce mettere alla fame l’intera società, come sta accadendo adesso. La Banca europea preferisce provocare recessione, miseria, disoccupazione, impoverimento, barbarie, violenza, piuttosto che rinunciare ai criteri restrittivi di Maastricht, stampare moneta, dando così fiato all’economia sociale, e cominciando a redistribuire ricchezza. Per creare l’artificiale terrore dell’inflazione si agita lo spettro (comprensibilmente temuto dai tedeschi) degli anni ’20 in Germania, come se causa del nazismo fosse stata l’inflazione, e non la gestione che dell’inflazione fece il grande capitale tedesco e internazionale.

Ora tutto sta crollando, è chiaro come il sole. Le misure che la classe finanziaria sta imponendo agli stati europei sono il contrario di una soluzione: sono un fattore di moltiplicazione del disastro. Il salvataggio finanziario viene infatti accompagnato da misure che colpiscono il salario (riducendo la domanda futura), e colpiscono gli investimenti nella istruzione e nella ricerca (riducendo la capacità produttiva futura), quindi immediatamente inducono recessione. La Grecia ormai lo dimostra. Il salvataggio europeo ne ha distrutto le capacità produttive, privatizzato le strutture pubbliche demoralizzato la popolazione. Il prodotto interno lordo è diminuito del 7% e non smette di crollare. I prestiti vengono erogati con interessi talmente alti che anno dopo anno la Grecia sprofonda sempre più nel debito, nella colpa, nella miseria e nell’odio antieuropeo. La cura greca viene ora estesa al Portogallo, alla Spagna, all’Irlanda, all’Italia. Il suo unico effetto è quello di provocare uno spostamento di risorse dalla società di questi paesi verso la classe finanziaria. L’austerità non serve affatto a ridurre il debito, al contrario, provoca deflazione, riduce la massa di ricchezza prodotta e di conseguenza provocherà un ulteriore indebitamento, fin quando l’intero castello crollerà.

A questo i movimenti debbono essere preparati. La rivolta serpeggia nelle città europee. In qualche momento, nel corso dell’ultimo anno, ha preso forma in modo visibile, dal 14 dicembre di Roma Atene e Londra, all’acampada del maggio-giugno di Spagna, fino alle quattro notti di rabbia dei sobborghi d’Inghilterra. E’ chiaro che nei prossimi mesi l’insurrezione è destinata a espandersi, a
proliferare. Non sarà un’avventura felice, non sarà un processo lineare di emancipazione sociale.

La società dei paesi è stata disgregata, fragilizzata, frammentata da trent’anni di precarizzazione, di competizione selvaggia nel campo del lavoro, e da trent’anni di avvelenamento psicosferico prodotto dalle mafie mediatiche, gestite da criminali come Berlusconi e Murdoch.

L’insurrezione che viene sarà un processo non sempre allegro, spesso venato da fenomeni di razzismo, di violenza autolesionista. Questo è l’effetto della desolidarizzazione che il neoliberismo e la politica criminale della sinistra hanno prodotto nell’esercito proliferante e frammentato del lavoro.

Nei prossimi cinque anni possiamo attenderci un diffondersi di fenomeni di guerra civile interetnica, come già si è intravisto nei fumi della rivolta inglese, ad esempio negli episodi violenti di Birmingham. Nessuno potrà evitarlo, e nessuno potrà dirigere quell’insurrezione, che sarà un caotico riattivarsi delle energie del corpo della società europea troppo a lungo compresso, frammentato e decerebrato.

Il compito che i movimenti debbono svolgere non è provocare l’insurrezione, dato che questa seguirà una dinamica spontanea e ingovernabile, ma creare (dentro l’insurrezione o piuttosto accanto, in parallelo) le strutture conoscitive, didattiche, esistenziali, psicoterapeutiche, estetiche, tecnologiche e produttive che potranno dare senso e autonomia a un processo in larga parte insensato e reattivo.

Nell’insurrezione ma anche fuori di essa dovrà crescere il movimento di reinvenzione d’Europa, ponendosi come primo obiettivo l’abbattimento dell’Europa di Maastricht, il disconoscimento del debito e delle regole che l’hanno generato e lo alimentano, e lavorando alla creazione di luoghi di bellezza e di intelligenza, di sperimentazione tecnica e politica.

La caduta d’Europa (inevitabile) non sarà un fatto da salutare con gioia, perché aprirà la porta a processi di violenza nazionalista e razzista. Ma l’Europa di Maastricht non può essere difesa.

Compito del movimento sarà proprio riarticolare un discorso europeo basato sulla solidarietà sociale, sull’egualitarismo, sulla riduzione del tempo di lavoro, sulla redistribuzione della ricchezza, sull’esproprio dei grandi capitali, sulla cancellazione del debito, e sulla nozione di sconfinamento, di superamento della territorialità della politica.

Abolire Maastricht, abolire Schengen, per ripensare l’Europa come forma futura dell’internazionale, dell’uguaglianza e della libertà (dagli stati, dai padroni e dai dogmi)

E’ probabile che il prossimo passaggio dell’insurrezione europea abbia come scenario l’Italia.

Mentre Berlusconi ci ipnotizza con i suoi funambolismi da vecchio mafioso, eccitando l’indignazione legalitaria, Napolitano ci frega il portafoglio. La divisione del lavoro è perfetta. Gli indignati d’Italia credono che basti ristabilire la legalità perché le cose si rimettano a funzionare decentemente, e credono che i diktat europei siano la soluzione per le malefatte della casta mafiosa italiana. Dopo trent’anni di Minzolini e Ferrara non ci dobbiamo meravigliare che si possa credere a favole di questo genere. Il Purgatorio che ci aspetta è invece più complicato e lungo.

Dovremo forse passare attraverso un’insurrezione legalitaria che porterà al disastro di un governo della Banca centrale europea impersonato da un banchiere o da un confindustriale osannato dai legalitari.

Sarà quel governo a distruggere definitivamente la società italiana, e i prossimi anni italiani saranno peggiori dei venti che abbiamo alle spalle. E’ meglio saperlo.

Ed è anche meglio sapere che una soluzione al problema italiano non si trova in Italia, ma forse (e sottolineo forse) si troverà nell’insurrezione europea.

da www.controlacrisi.org             10 settembre 2011

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