L’ignoranza abissale dei legaioli secessionisti e il prezzo pagato dalle popolazioni meridionali all’Unità d’Italia

Gli Stati nazionali nati dalle rivoluzioni della fine del ‘700 hanno svolto una funzione essenziale nel processo di  accumulazione del capitale.
L’unità territoriale e giuridica, ed il controllo politico sulla gestione delle crescenti risorse del territorio, erano gli elementi indispensabili, perché venissero accumulati i capitali sufficienti per la realizzazione delle grandi opere pubbliche necessarie per il salto qualitativo, di cui lo sviluppo capitalista aveva bisogno.
In Italia questo piano di nazionalizzazione dell’accumulazione del capitale ha trovato dei limiti nella dimensione regionale dello Stato unitario, che non riuscì mai compiutamente ad integrare il  Mezzogiorno nel processo di sviluppo.
Il prezzo pagato dalle popolazioni per questo “piano del Capitale” è stato enorme.
In Italia ha significato la fame per centinaia di migliaia di persone, soprattutto nel Sud, che hanno perso tutti i propri beni  soprattutto a causa  della famigerata tassa sul macinato, introdotta dal governo unitario.
E con la fame, l’unica via di speranza era l’emigrazione o la rivolta, che, nel Meridione, furono entrambe fortissime.
Questa politica fiscale del governo unitario provocò nel quarantennio tra il 1871 ed il 1911, l’espatrio definitivo di ben quattro milioni di persone, private di tutto.
Come scriveva Nitti nel 1900, l’unità d’Italia  era avvenuta attraverso il sacrificio del Mezzogiorno, che all’ atto della costituzione del regno portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica.
E Giustino Fortunato, nel denunciare il sistema tributario che aveva gravato intollerabilmente sulle province dell’antico regno di Napoli, nell’ errata credenza di una nascosta ricchezza di quelle terre, rivelava la sproporzione a loro danno nel rapporto tra imposte e ricchezza.
Nelle tavole pubblicate da G. Parravicini nel suo lavoro sulla politica fiscale italiana nel periodo 1860-1890, il gettito delle imposte  dirette nelle province dell’ex-regno di Sardegna corrispose al 16,7% circa del totale, quello del  Lombardo-Veneto  al 18,7%, mentre i territori dell’ ex-Stato pontificio e dell’ex-regno delle due Sicilie diedero rispettivamente il 24% ed il 26% circa.
La sola tassa sul macinato, diede nel Mezzogiorno il 39,3% circa contro il 17%, il 18,1%  ed il 14,2% degli altri territori.
L’indice più significativo – osserva Luzzatto –  è offerto dalla statistica delle espropriazioni di beni immobili eseguite dal fisco tra il 1885 ed il 1897 per debito di imposte dirette.
Alle 1.135 espropriazioni di tutta l’ Italia settentrionale ed alle 5.936 di quella centrale, vediamo ben 43.440 espropriazioni nel Mezzogiorno (18.637 in Sicilia) e addirittura 52.060 in Sardegna.
In Sicilia vi fu un’espropriazione  per ragioni fiscali ogni 189 abitanti, in Calabria una ogni 114 ed in Sardegna una ogni 14.

dal libro "Un milione al mese a tutti: subito!" di Domenico de Simone –  ed. Malatempora – 1999

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