Il reddito di cittadinanza

La nostra società ha prodotto molta ricchezza, che a sua volta è in grado di continuare a produrne dell’altra in misura crescente e sufficiente per le necessità di tutti. Questa ricchezza è rappresentata dal denaro sotto le diverse forme, che nel frattempo sono state create e che sono  tutte rappresentative di ricchezza attuale e non più di ricchezza potenziale. Questa ricchezza sta lì in attesa che qualcuno la utilizzi e rischia di marcire se non viene utilizzata. Per questo dobbiamo liberare il sistema dalla stupidità della politica e dall’avidità dei banchieri, affinché sia possibile far godere a tutti della ricchezza accumulata e di quella che verrà prodotta in quantità sempre maggiori. Per questo motivo abbiamo pensato al Reddito universale di Cittadinanza. Il RdC consiste in una somma che lo Stato eroga ai cittadini per consentire il soddisfacimento dei bisogni primari ovvero di quei bisogni materiali, che consentono in una data società ai cittadini di vivere una vita dignitosa. Il RdC viene erogato dallo Stato a tutela del diritto alla vita: rappresenta la tutela concreta di questo diritto, che è il diritto fondamentale di ogni persona umana ed è inalienabile e irrinunciabile. Così concepito , il RdC deve essere erogato a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro stato sociale e dalla ricchezza di cui dispongono. Il RdC sarà erogato a tutti i cittadini residenti  nel territorio dello Stato.
Tutte le forme di assistenza e previdenza attuali (pensioni, assegni, emolumenti di assistenza e previdenza) saranno ovviamente sostituite dal RdC quando sarà introdotto. La maggior parte della gente, soprattutto quella che lavora, sta sempre peggio, ma l’Italia è un paese ricco e florido, se solo si distribuissero in maniera equa le risorse di cui dispone e la ricchezza che è stata accumulata. Il credito che deriva dall’essere titolari del RdC è incedibile a terzi. L’emolumento sarà versato automaticamente su un conto intestato a ciascun cittadino presso la banca più vicina al luogo di residenza. L’introduzione del RdC comporta altresì l’abolizione di tutti i contributi previdenziali, che gravano attualmente sui salari, con una notevole riduzione del costo del lavoro ed un presumibile aumento dei livelli salariali. Il RdC deve garantire l’indipendenza economica di ciascun cittadino. Nessuno sarà più costretto a delinquere per dare sussistenza a se stesso e alla propria famiglia. Per tutti i cittadini l’introduzione del RdC comporterà più giustizia, meno insicurezza, meno polizia, meno carceri, meno sceriffi. Anche il lavoro cesserà di essere un incubo. Liberati dalla necessità di trovare un lavoro qualunque per sopravvivere, gli uomini potranno dedicarsi alle occupazioni preferite. La solidarietà troverà nuova linfa, dato che chi vuole dedicarsi all’aiuto degli altri, non dovrà pensare a mantenere se stesso.
Le principali obiezioni contro il RdC universale sono due. La prima è che non ci sono risorse sufficienti per realizzarlo, e la seconda che la gente non lavorerebbe più se tutti avessero un RdC e che quindi, anche se ci fossero, alla fine le risorse verrebbero meno comunque. Entrambe le obiezioni sono fondamentalmente errate.
La sostenibilità finanziaria del RdC nell’attuale quadro normativo e fiscale è stata sostenuta anche da uno studio presentato dalla rivista Il Mulino di Bologna (Reddito di cittadinanza: un’ utopia. “Già oggi lo Stato , prelevando reddito tramite lo strumento fiscale e restituendolo a famiglie e imprese in forme diverse, opera un trasferimento di redditi, il cui ammontare complessivo consentirebbe di finanziare il RdC a livello di sopravvivenza.” Vi sarebbero quindi  le risorse perché possa realizzarsi una radicale revisione della spesa pubblica e delle funzione dello Stato. Inoltre “il RdC non rappresenta di per sé un incentivo a non lavorare: è uno strumento che consente a ciascuno di non lavorare per la sopravvivenza, vi saranno anche persone qualificate o non qualificate, che preferiranno non lavorare, accontentandosi del RdC.
In realtà questa è un’ opzione già esistente: chi vive nella situazione di non lavoro, è sostenuto da redditi familari o distribuiti dallo Stato. Il RdC garantirà invece a tutti la possibilità di non lavorare, non per un’attitudine benevola rispetto alla popolazione emarginata, ma per un diritto. Il RdC risolve alla radice il problema del salario delle casalinghe e i problemi dell’accesso effettivamente paritario all’istruzione anche superiore (in Lire del 1999: £. 1.000.000 al mese ai maggiorenni, £. 600.000 ai ragazzi dai 14 ai 18 anni, £. 300.000 ai minori di 14 anni).L’abbondanza di capitale (sotto forma di capitale monetario) è la premessa necessaria per disegnare un nuovo sistema di distribuzione delle risorse sociali diverso dal lavoro, insomma per l’istituzione del RdC. È possibile fare il RdC solamente in Italia?
Certamente.
Il RdC è introducibile in un solo Paese senza difficoltà alcuna e senza la necessità di  provvedimenti particolari per la transizione. È impensabile un piano del Capitale finanziario internazionale contro il RdC, dato che non esiste più una testa pensante del Capitale internazionale come accadeva fino agli inizi degli anni ’90. La diffusione della ricchezza finanziaria e la sua parcellizzazione in centinaia di migliaia di operatori fa sì che non sia pensabile una gestione politica della finanza, mentre gli Stati del mondo non hanno sufficienti risorse per mettere in difficoltà  un paese emergente(se non per mezzo della guerra). D’altra parte sono convinto che non è possibile attuare pienamente il RdC senza riformare profondamente il fisco, liberando il lavoro, la produzione ed il consumo dalle tasse.

Pro e contro il reddito di cittadinanza

Sì perché
È giusto. Libera gli uomini dall’ obbligo di vendere se stessi. Significa fondare la società sul diritto alla vita e non su un falso diritto al lavoro, che significa  oggi, solo l’obbligo di essere schiavi del sistema di produzione. È possibile. È necessario un nuovo sistema fiscale che liberi lavoro, produzione e consumo da ogni tipo di imposte e contributi sociali ed introduca un’unica imposta sulla ricchezza finanziaria nella misura del 4% annuo sul possesso di mezzi  liquidi e dello 0,1% su ogni transazione finanziaria. È stato dimostrato, peraltro, che il RdC  è possibile anche in questo sistema fiscale. È necessario. La crisi finanziaria devastante provocata dall’ eventuale esplosione del mercato dei derivati e dei mutui subprime può essere evitata con provvedimenti che diminuiscono  la pressione sui mercati finanziari. Allo stesso tempo è necessario far crescere la domanda di beni di consumo stagnante da molti anni in tutti i paesi occidentali. È liberatorio. Il RdC e la tassazione della moneta risolvono il problema dell’ evasione fiscale, che nel sistema vigente è ineliminabile, e rispondono al criterio di progressività e di proporzionalità delle imposte.

No perché
È sbagliato. Con il RdC molte persone non lavorerebbero più, e senza il lavoro l’uomo non è nulla e non potrebbe mai liberarsi pienamente (ARBEIT MACHT FREI? n.d.r.). È utopistico . Non ci sono le risorse per poter istituire un RdC, se non incrementando la pressione fiscale in misura enorme. La proposta di una riforma fiscale sulla ricchezza finanziaria è utopistica, dato che il sistema finanziario non potrebbe certo farla passare impunemente, e i capitali fuggirebbero dall’ Italia.

Tratto dal  libro “Un milione al mese a tutti: subito!” di Domenico de Simone – ed. Malatempora – 1999

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Dove va il welfare italiano

Il sistema pensionistico è quello che determina la vita e la morte delle persone. Si tratta insomma del più rilevante tra i temi politici. Andrebbe affrontato con rispetto e cautela e non con il disprezzo e la superficialità delle discussioni attuali.

Si discute di bilanci e di sviluppo, di tagli ai servizi e all’assistenza, di sostenibilità del sistema pensionistico, di linee sindacali. Ci sono però aspetti demografici, pensionistici, assicurativi che saranno certo notissimi ai potenti che decideranno realmente chi colpire e chi difendere, e come, e in che prospettiva agire, ma che mi sembrano assenti dalla discussione pubblica.

Tendenze demografiche e loro conseguenze

Tutti parlano dell’allungamento dell’attesa di vita e della necessità di ritardare l’età della pensione per rendere il sistema sostenibile. In genere si replica, giustamente, che bisogna guardare alla lunghezza della vita in buona salute e che, soprattutto per i lavori manuali, dopo i 50 nessuno ti assume più e che alzare l’età di pensione non vuol dire far lavorare più a lungo ma solo pagare più tardi. Ma le cose non stanno proprio così.

È facile scoprire dai siti Istat e Inps che l’attesa di vita delle donne da cinque anni è sostanzialmente ferma: è diminuita per qualche anno, poi è aumentata di nuovo, oltre i livelli precedenti, ma, tendenzialmente, non cresce più. Certo, l’attesa di vita dei vecchi e dei grandi vecchi, oltre i 65 e oltre i 75, è alta. Ma, quelli, in pensione ci sono già, e ci sarebbero anche nell’ipotesi di allungamento. Oltre i 65 la differenza tra donne e uomini è modesta: di un paio di anni. La differenza alla nascita, tripla, dipende dalla maggiore mortalità degli uomini prima dei 65. Ed è una differenza che si riduce, e non perché migliorino le previsioni per gli uomini. Ora anche la mortalità delle donne in età di lavoro sta aumentando per la somiglianza crescente degli stili di vita e delle attività. Se peggiorano l’occupazione, la sicurezza, le condizioni di vita, il sistema sanitario, il welfare, è ovvio che i poveri tornino a morire. Nel medio periodo, quando noi vecchi attuali non ci saremo, il problema dei vecchi avrà trovato la soluzione finale.

Non è questa però la sola cosa di cui non si parla. Davanti alla morte non siamo tutti uguali. La qualità dei dati negli ultimi anni è peggiorata e non si leggono più studi complessivi. Ma il laboratorio Riccardo Revelli, fondato da Bruno Contini, ha elaborato un sistema di uso dei dati Inps, che si chiama Whip (Work histories Italian panel) da cui, con qualche problema di discrepanza dai dati Istat, risulta confermata la differenza di attesa di vita tra professioni. I militari, i professori, i dirigenti, gli impiegati, campano più dei metalmeccanici, degli edili, dei contadini – non solo dei lavori definiti usuranti.

Se col sistema a ripartizione in cui le caratteristiche universalistiche e solidaristiche erano prevalenti su quelle assicurative e con età di pensionamento più basse, con le retribuzioni in aumento e il welfare in espansione, nessuno aveva pagato personalmente ciò che prendeva e poteva ringraziare i lavoratori in attività che lo mantenevano, ora, con le retribuzioni e le pensioni in riduzione, il ragionamento sulla vita che si allunga, per le professioni che muoiono prima, è veramente una beffa. Tu paghi; se arrivi a prenderla hai una pensione che a mala pena permette la sussistenza, purché abbia ereditato una casa e non abbia genitori e figli da mantenere; e poi vai felice in un loculo o in un forno con la soddisfazione di aver contribuito a ripianare il deficit del fondo per i dirigenti. Verrebbe da pensare a un sistema bonus/malus alla rovescia in cui, su base individuale – contabilizzando eventi e caratteristiche negative – o professionale, chi campa meno o va in pensione prima o prende di più. Uno i soldi che ha pagato, individualmente o come gruppo, li rivuole. Naturalmente non bisogna scherzare con lo stato corporativo. Se la pensione andasse per professione, esplicitamente, i forti riuscirebbero a schiacciare i deboli ancora di più. Ma ora, senza dirlo, i meno ricchi pagano la pensione dei più ricchi e dei lavoratori autonomi, e questo non è bello. Onorato Castellino, studioso importante del sistema pensionistico, usava dire che si può passare da un sistema a contribuzione a uno a ripartizione in un giorno, perché si liberano risorse, ma che il passaggio inverso richiede da mezzo secolo a un secolo a seconda delle condizioni del mercato. Se si vuole davvero capitalizzare l’Inps, la gestione del suo attivo, al netto dell’assistenza, dovrebbe essere al centro della discussione politica, e non lo è. Continue reading

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