Mi ricordo benissimo quel 4 novembre 1956 a Budapest

La notte in cui i carri armati sovietici varcarono la frontiera ungherese, Làszlò si ricordò del "migliorista", e poiché quel giovane funzionario gli aveva lasciato il suo numero di telefono, lo chiamò immediatamente prima che i russi tagliassero le linee: sapeva che l’appoggio simbolico di un paese democratico sarebbe stato più importante, contro i cingolati russi, del piccolo esercito male armato di cui disponeva l’Ungheria. Il telefono squillò a lungo, poi rispose una voce assonnata, una cameriera, spiacente, l’onorevole era fuori a cena, se voleva poteva lasciare un messaggio. Làszlò disse di dire soltanto che aveva chiamato Làszlò. Non fu richiamato. Làszlò pensò che non ci si può fidare della servitù, ma la cosa lo preoccupò relativamente perchè in quel momento aveva altro a cui pensare, e poi, due giorni dopo, quando sentì alla radio che a nome del proprio partito il compagno straniero aveva definito controrivoluzionari i patrioti ungheresi, capì di non essersi sbagliato.
 
Antonio Tabucchi, "Il tempo invecchia in fretta", Feltrinelli
(NB – per chi, troppo giovane, non lo sapesse, quel funzionario "migliorista" del PCI era Giorgio Napolitano) 
 

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