Il contagio continua: dalla crisi alla paura per la dissoluzione dell’Euro

Dopo gli sviluppi economici degli ultimi mesi, con la propagazione della crisi a tutti i paesi della zona euro e lo spettro del default italiano, la scrittrice ed economista Loretta Napoleoni ha deciso di aggiornare il suo libro. L’ebook sarà disponibile da domani. Oggi, in anteprima su ilfattoquotidiano.it le nuove conclusioni, scaricabili in pdf

Nel libro parlavo di default e dissoluzione dell’euro, ma non mi aspettavo che la situazione degenerasse così in fretta. Le nostre proiezioni si sono già avverate”. Loretta Napoleoni, economista e autrice de Il Contagio, dopo gli eventi politici ed economici dei recenti mesi di crisi, ha deciso di aggiornare il suo ebook in vendita sugli e-store e sul sito di Rcs con le nuove conclusioni scaricabili gratuitamente sui siti di tutte le librerie. Entrambi disponibili da domani.

Dall’uscita del saggio a settembre infatti “il contagio rivoluzionario ha infettato l’Europa, attraversato l’Atlantico e appestato il mondo intero” e se nei paesi del Maghreb questo si è tradotto nel rovesciamento dei governi non democratici, dalla Tunisia all’Egitto, in Europa ha significato dire basta a una classe politica corrotta e inadeguata di fronte alla crisi dell’euro. “Il 20 ottobre Gheddafi è finito come Mussolini, trucidato dalla sua stessa gente, il 16 novembre Silvio Berlusconi si è dimesso da presidente del Consiglio” e in Grecia Luca Papademos è subentrato a George Papandreou. A questo si aggiunge l’aumento dello spread con l’ipotesi di default multipli nell’eurozona che ha scosso gli assetti finanziari dei paesi. Primi su tutti Grecia e Italia, con l’uscita dei paesi dell’area mediterranea dalla moneta unica.

“L’insediamento di Monti non era previsto nel libro – spiega l’autrice – ma un esecutivo di tecnocrati non potrà migliorare la situazione perché è un governo neoliberista che persegue la stessa politica della Grecia. Abbiamo bisogno di uomini che abbiano la forza di presentare alternative, anziché andare a Bruxelles”. Ad esempio? “Il deficit dei paesi a rischio default è una loro grande forza, non un punto di debolezza. Perché i paesi creditori hanno tutto l’interesse di farsi restituire il denaro che hanno prestato”.

Secondo Napoleoni, la politica di austerity sarà inefficace e i leader come Papandreou hanno “negoziato con la Germania senza parlare ai cittadini, e quindi creato una condizione di sudditanza che risiede nella dipendenza dal direttorio franco-tedesco”. L’Ue, leggiamo nelle nuove conclusioni, “difende a spada tratta l’euro, senza curarsi del fatto che questa politica impoverisce i Paesi mediterranei dell’Unione, portandoli verso il default incontrollato”. La storia, di fatto, insegna: “Meno di un secolo fa gli americani hanno dimostrato la stessa cocciutaggine quando all’indomani del 1929 si sono ostinati a difendere la parità aurea del dollaro, politica che gettava nella miseria milioni di cittadini. Anche il finale di questa storia è noto: crollo delle banche, disoccupazione dilagante e avvento della Grande Depressione”.

Sono proprio i mercati e le piazze a dirci quello “che nessuno di noi vuole sentire: se le cose non cambiano questi Paesi non ce la faranno a sostenere un debito tanto elevato” e abbiamo avuto la conferma che non basta “il cambio della guardia di politici e coalizioni” dato che “l’effetto Monti” è durato meno di una giornata. Il tecnico infatti “non è un prestigiatore né uno stregone, e le misure poste all’Italia sono contrarre la spesa pubblica e aumentare la pressione fiscale. Ma questa politica di austerità porterà alla contrazione delle entrate pubbliche e quindi all’aumento in valori percentuali del debito rispetto al Pil, anche perché gli interessi sul debito rimarranno elevati”. A questo punto non rimane che l’uscita dall’euro o la creazione di una moneta “doppia”: “Dovrebbe essere l’Ue – scrive Napoleoni – ad approvare e guidare l’uscita temporanea dei Piigs dall’euro e la svalutazione delle monete nazionali per riequilibrare le economie, ancor meglio sarebbe creare un euro a due velocità. E stabilire parametri più realistici (e controlli più efficienti) per il reingresso nel futuro”.

“Lo scorso giugno sono stata la prima a parlare di default dell’Italia e nessuno ci aveva creduto”, conclude l’autrice. Ma ora sembra davvero che il contagio, tra lo spread alle stelle e i sacrifici richiesti ai cittadini, sia arrivato a un bivio.

Loretta Napoleoni – Il contagio continua

da il Fatto Quotidiano        30 novembre 2011

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Email dell’Avv. Mario Fezzi al Vicepresidente di ATDAL

Caro Armando, ho assistito silente al vostro interessante dibattito.
La partenza di tutto è stata la proposta Ichino di superamento dell’attuale sistema di tutela contro i licenziamenti e il passaggio, in nome dell’Europa che lo impone, a un sistema che consenta i licenziamenti facili e la cui eventuale illegittimità determini solo un costo per l’azienda e non la reintegrazione, che resterebbe solo per i licenziamenti discriminatori.
Allora, bisogna dire innanzitutto che tutto l’impianto è sballato e fondato su premesse false.
Il licenziamento per motivi economici in Italia c’è già e c’è già da tempo (quello individuale è regolato dall’art.3 L.604/66, quello collettivo dalla legge 223/91).
Come sanno bene anche i tuoi associati, in Italia licenziare dieci, cento, mille persone è un gioco da ragazzi. Si apre l’apposita procedura prevista dalla L.223 e all’esito si mettono in mobilità (cioè si licenziano) tutte le persone che si ritiene. Che le cose stiano così è confermato dal fatto che negli ultimi 5 anni in Italia hanno perso il posto di lavoro oltre un milione di persone attraverso procedure di questo genere. E il dato non è contestabile.
Le piccole imprese invece hanno potuto fare i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (art.3 l.604/66), quelli che vengono appunto chiamati i licenziamenti nell’interesse dell’impresa. Basta sopprimere (davvero, non per finta) un posto di lavoro e la persona che lo ricopriva può essere messa alla porta.
In Italia licenziare tanti è facile. Licenziare uno solo è un po’ più difficile, perché la legge pretende che si rispetti una procedura (contestazione, giustificazioni, sanzione) che spesso viene fatta malamente. Sbagliando la procedura il licenziamento viene annullato dal giudice.
Si lamentano dunque lacci e lacciuoli che non ci sono. La frase comune è’: da noi non si può licenziare nessuno. Si tratta di una sciocchezza gigantesca. E i posti di lavoro perduti negli ultimi 5 anni lo stanno a dimostrare.
E del resto quello che importa alle imprese non è tanto il fatto di poter cacciare un lavativo o uno scansafatiche, che è opera delicata anche se a volte necessaria, ma il fatto di poter adeguare il proprio organico in relazione a mutate condizioni economiche e di mercato. Se un’impresa deve smettere di produrre un certo componente perché magari superato o economicamente non più conveniente, è chiaro che avrà interesse a ridurre il personale della quantità grossomodo corrispondente alla riduzione di lavoro che la mancata produzione di quel componente ha determinato. Beh, questa riduzione del personale la può fare e la può fare con facilità. Semmai, quello che non può fare è barare: cioè usare lo strumento della riduzione di personale per buttare fuori i soggetti sgraditi, senza seguire i criteri di scelta che la legge impone. Ma questa è la patologia del licenziamento, non la fisiologia.
E il mercato del lavoro non deve nemmeno diventare un far west in cui sia consentito di tutto.
Anche la affermazione che l’art.18, pur con una riforma del genere, resterebbe in vigore a tutela dei licenziamenti discriminatori è distorcente e sostanzialmente falsa. Il licenziamento discriminatorio è sostanzialmente indimostrabile, nel nostro ordinamento. Non c’è barba di prova per presunzioni o indizi che consenta di dimostrare che un certo licenziamento non è stato fatto per la ragione pubblicamente sostenuta, ma per volontà di discriminazione di una donna, di una persona di colore, di un sindacalista, etc. etc. Solo la confessione dei titolari dell’impresa potrebbe portare alla prova della discriminazione; altrimenti non c’è modo di dimostrarla. La prova di ciò sta nel fatto che il licenziamento discriminatorio è sanzionato perlomeno dal 1970 (ma in realtà già fin dal 1942), ma benché di licenziamenti discriminatori ne siano stati fatti a mazzi (basta pensare ai sindacalisti negli anni sessanta e settanta) i repertori di giurisprudenza ignorano praticamente il fenomeno; il che significa che un numero incredibilmente piccolo di casi del genere deve essere stato portato davanti ai magistrati del lavoro, a causa dell’impossibilità pratica di fornire la prova della discriminazione.
Infine, la tesi secondo la quale la mobilità in uscita dalle aziende sarebbe compensata da un mercato del lavoro più efficiente, ma soprattutto da un sistema di welfare analogo a quelli scandinavi (pur con tutte le riserve che gli stessi paesi scandinavi cominciano ad avere su un mercato del lavoro che invece sembra essere stato bloccato dal sistema di welfare), questa tesi sconta il gravissimo difetto di ignorare i costi di un welfare serio e articolato, non più e non solo come sostegno al reddito, ma come intervento dello Stato in svariati settori.
In altri termini una riforma in senso liberalistico del licenziamento (individuale) può essere fatta solo dopo la costruzione di un sistema di welfare completo e articolato, non viceversa. E allora, i quattrini per una riforma del genere ci sono ?

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Guido Picelli

Guido Picelli (Parma, 9 ottobre 1889 – Algora, 5 gennaio 1937) è stato un antifascista e politico italiano.

In gioventù lavorò come apprendista orologiaio e successivamente divenne attore. Recitò anche con Ermete Zacconi, il più noto attore dell’epoca. Partecipò alla prima guerra mondiale come volontario nelle file della Croce Rossa Italiana ricevendo, per l’eroismo dimostrato nel soccorrere i feriti oltre le linee, la medaglia di bronzo al V.M. e la medaglia di bronzo della Croce Rossa Italiana. Verso la fine della guerra fu inviato dall’esercito all’Accademia militare di Modena dove uscì con il grado di sottotenente. Rientrato a Parma, nel 1919 aderì al Partito Socialista Italiano e fondò la sezione locale della «Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra».

Nel 1920 fondò la Guardia Rossa e venne incarcerato per aver tentato di impedire con i suoi compagni la partenza di un treno di Granatieri diretti in Albania. Fu scarcerato nel 1921 quando venne eletto deputato in parlamento con il PSI con un plebiscito dei suoi concittadini. Nell’occasione rinunciò al grado di sottotenente.

A Parma fondò gli Arditi del Popolo e nell’agosto 1922 organizzò e comandò un fronte unico antifascista (anarchici, comunisti, popolari, repubblicani e socialisti), che difesero vittoriosamente Parma per cinque giorni sconfiggendo migliaia di fascisti comandati da Italo Balbo. Durante la Battaglia di Parma si distinse nella difesa del rione Naviglio l’antifascista anarchico Antonio Cieri, che Picelli aveva nominato vicecomandante degli Arditi del popolo.

Picelli mantenne viva la resistenza al fascismo a Parma ben oltre il momento della marcia su Roma. Il 31 ottobre 1922 fu arrestato con quattro Arditi del Popolo con l’accusa di porto abusivo di armi, ma scarcerato per mancata autorizzazione a procedere della Camera.

Nel 1923 i fascisti non esercitavano ancora il controllo sui quartieri popolari di Parma. Il 5 maggio 1923 Picelli ed altri trentasei arditi del Popolo vennero arrestati e accusati di organizzazione di banda armata contro i poteri dello Stato. Per Picelli la Camera negò una seconda volta l’autorizzazione a procedere. In quell’anno i fascisti tentarono più volte di assassinarlo. A Parma gli sparono un colpo di pistola bruciapelo che Picelli riuscì fortunosamente ad evitare riportando solo una ferita di striscio alla tempia. A Roma fu scoperto un complotto, ordito da alti gerarchi fascisti e funzionari dello Stato, per rapirlo e assassinarlo.

Nel 1923 Picelli uscì dal PSI e nel 1924 venne eletto come deputato indipendente nelle liste del Partito Comunista d’Italia.
    « Per 15 minuti, il primo maggio 1924, in pieno fascismo, «lo stracciaccio rosso di Mosca» viene issato sul balcone del Parlamento. Il gesto eroico è di Guido Picelli, deputato indipendente comunista, leader degli Arditi del Popolo»

Picelli mantenne i collegamenti tra gli antifascisti superstiti nelle varie città italiane organizzando la struttura insurrezionale. Dal 1924 al 1926 fu più volte aggredito fisicamente dalle squadre fasciste ma continuò a girare l’Italia per soccorrere i carcerati antifascisti e per organizzare la resistenza al fascismo. Il 1º maggio 1924, fu arrestato una quinta volta da parlamentare per aver coraggiosamente inalberato dal balcone della Camera dei deputati una grande bandiera rossa per protestare contro l’abolizione mussoliniana della Festa dei lavoratori.

Nel novembre 1926 Picelli ed altri parlamentari antifascisti furono dichiarati decaduti dal mandato parlamentare e arrestati. Picelli venne condannato a cinque anni di confino che scontò a Lampedusa e a Lipari, dopo sette mesi di carcere a Siracusa e Milazzo. In tali condizioni il 10 marzo 1927 sposò la sua compagna, Paolina Rocchetti.

In Belgio e in Unione Sovietica.

Nel marzo 1932 fuggì dall’Italia, aiutato da Soccorso Rosso, un’organizzazione di stampo comunista. La moglie Paolina Rocchetti lo raggiunse in Francia. Qui tenne infuocati comizi tra gli esuli italiani, parlando più volte della resistenza di Parma. Nel luglio 1932 fu arrestato ed espulso dalla Francia.

Si rifugiò prima in Belgio e, successivamente, in Unione Sovietica.
    «  L’odissea di Guido Picelli a Mosca, rimasta segreta fino a oggi, è emersa da una serie di documenti riservati che abbiamo trovato nell’Archivio del Comintern (Rgaspi) e in altri due archivi moscoviti. Sono carte che testimoniano dall’interno i meccanismi segreti dello stalinismo e mettono a fuoco il ruolo di Togliatti.»

In Russia fu incaricato di insegnare "strategia militare" alla scuola Lenista Internazionale, l’università per i rivoluzionari di tutto il mondo. Svolse attività politica per il Comintern, tenne i contatti tra gli esuli italiani e collaborò a riviste politiche. Scrisse anche tre lavori teatrali che vennero rappresentati a Mosca tra i fuoriusciti e nelle fabbriche: "Le barricate di Parma", "Gramsci in carcere" e "La rivolta delle Asturie".
Fu deluso dal "comunismo" applicato da Stalin, tra le cui vittime erano anche molti antifascisti italiani, tra i quali Dante Corneli, suo compagno di emigrazione, accusato di trotzkismo e come tale rinchiuso nei campi di lavoro siberiani.
    « Coinvolto nelle lotte intestine con l’opposizione trotzkista, Picelli è presto un uomo avvilito e deluso. Il 9 gennaio 1935, a pochi giorni dall’arresto di Emilio Guarnaschelli, viene ‘verificato’ dall’Nkvd, la polizia segreta di Stalin. Il suo destino è segnato e gli costerà la vita due anni dopo: licenziato, gli negano i ‘talon’ (i buoni) per acquistare alimentari e i soldi per pagare l’affitto. Il 9 marzo scrive a Togliatti una lettera coraggiosa e durissima: "Dopo il licenziamento dalla Scuola leninista avvenuto in modo singolare e quello più recente dal Comintern, sono indotto a pensare che taluno mi ritenga incapace e che l’esperienza di guerra e quella della guerra civile non mi sia servita a nulla".»

Stava vivendo il periodo dell’anticamera al gulag:

Nella fabbrica Kaganovic dove è stato relegato subisce un processo-purga ma reagisce con dignità e orgoglio
    « Sa di essere nell’anticamera del gulag.Chiama a raccolta i suoi Arditi del popolo, inviando ai compagni parmensi in esilio a Parigi un articolo sulla battaglia di Parma del 1922 che viene pubblicato da un giornale francese. La strategia riesce: altri giornali francesi sono disposti a pubblicare i suoi scritti. Togliatti capisce che la vicenda Picelli può essere un danno per il partito.»

Allo scoppio della guerra civile spagnola (1936), Picelli lasciò fortunosamente la Russia, per recarsi a combattere contro i ribelli franchisti e i nazifascisti che li appoggiavano. Raggiunta Barcellona con l’aiuto di Julian Gorkin del POUM. il partito comunista antistalinista spagnolo, si arruolò dopo qualche giorno nelle file dei volontari delle Brigate Internazionali.

In Spagna

Guido Picelli lasciò l’URSS nell’ottobre del 1936 e raggiunse Parigi, dove prese contatto con Julian Gorkin del POUM e Julian Gorkin invitò Guido Picelli a recarsi in Spagna per prendere il comando di un battaglione di miliziani del POUM, ma, d’altro canto, anche molti volontari antifascisti italiani sul fronte di Madrid lo avrebbero voluto fra di loro. Sul finir
e dell’estate 1936 Picelli giunse a Barcellona. Il carisma di Picelli poteva però essere pericoloso per i dirigenti antifascisti di indirizzo stalinista per cui venne inviato a Barcellona un suo amico, Ottavio Pastore, con l’incarico di farlo desistere dall’assumere il comando del battaglione del POUM che gli era stata promesso e di rifiutare pertanto l’offerta di Julian Gorkin. Picelli vide nei volontari internazionali antifascisti la realizzazione del sogno di vedere finalmente combattere un fronte unico antifascista, così invece di accettare l’offerta di Julian Gorkin, pur consapevole dei rischi che correva con gli stalinisti, preferì assumere il comando di un battaglione dei volontari internazionali che poi fu inquadrato come IX battaglione delle Brigate Internazionali, aumentato numericamente fino ad avere in forza 500 miliziani.
 Ad Albacete Picelli addestrò i volontari per il fronte madrileno, ma il 13 dicembre 1936 il Battaglione "Picelli" per "ordini superiori" fu inglobato nel Battaglione Garibaldi. Picelli fu nominato vicecomandante del battaglione e della prima compagnia della formazione italiana. Il 1º gennaio 1937 al comando dell’intero Battaglione Garibaldi, Picelli conquistò Mirabueno, villaggio strategico sul fronte di Guadalajara, suscitando l’ammirazione del comandante in capo della 12ª Brigata il generale Lukacs (l’ungherese Mate Zalka)

Quattro giorni dopo, il 5 gennaio 1937, a 47 anni, Picelli, secondo la versione ufficiale, fu colpito a morte da una raffica di mitragliatrice in combattimento sul fronte di Guadalajara. In realtà, come scrisse nelle sue memorie Giorgio Braccialarghe (il comandante degli Arditi della Brigata Garibaldi che recuperò la salma di Picelli in prima linea), indiscutibile testimone oculare dei fatti, "La pallottola che l’ha fulminato, l’ha colpito alle spalle, all’altezza del cuore". La tesi "ufficiale" della raffica di mitragliatrice fu per altro smentita da versioni dei fatti contenute in alcuni documenti segreti del Comintern stesso. Al leggendario comandante antifascista furono celebrati imponenti funerali di stato a Barcellona, Madrid, Valencia.

È stata avanzata da taluni l’ipotesi che attribuisce la morte di Guido Picelli al procedimento di "pulizia" staliniana che poi colpirà sia molti anarchici che comunisti non stalinisti durante la guerra di Spagna.

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Brescia in duemila contro Green Hill, di Alessio Pisan

Manifestazione contro l’allevamento di cani destinati alla sperimentazione. Di proprietà di una multinazionale americana, diventerà il centro più grande d’Europa. In corteo anche l’ex ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla, che si dichiara “animalista convinta”, ma è stata accusata di essere solo “in cerca di voti”
In duemila hanno manifestato per oltre cinque ore a Montichiari, in provincia di Brescia, per chiedere la chiusura di Green Hill, il centro che alleva e vende cani destinati alla sperimentazione in laboratorio. Persone venute da tutto il Nord Italia e oltre, per chiedere che il centro chiuda per sempre. Si tratta dell’ultimo capitolo di una battaglia che nel bresciano va avanti ormai da anni. Non sono mancati i momenti di tensione durante la manifestazione. Anche perché nel corteo c’era l’ex ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla, non nuova a iniziative animaliste, ma accusata da qualche manifestante di “essere titolare di un salumificio” e di “adottare la causa animalista solo per raccogliere voti”.

Il centro di Green Hill alleva cani di razza “beagle” per i laboratori di vivisezione di tutto il mondo. Si stima che dentro i cinque capannoni del centro siano rinchiusi circa 2500 cani adulti più varie cucciolate. Dopo il tracollo dell’altro allevamento italiano, la Stefano Morini di San Polo d’Enza, Green Hill è diventato il principale fornitore di cani sul mercato europeo, con circa 250 esemplari venduti ogni mese. Tra i suoi clienti figurano laboratori universitari, aziende farmaceutiche e centri di sperimentazione come l’Huntingdon Life Sciences in Inghilterra, il più grande laboratorio europeo. Da alcuni anni Green Hill è stata acquisita da un’azienda americana, la Marshall Farm Inc. la più grande “fabbrica di cani” da laboratorio al mondo.

Dal centro della piccola Montichiari partono stock di animali verso i laboratori di tutto il mondo, dall’America alla Cina. Ma il grosso delle spedizioni resta in Europa, ad esempio in Francia. Nel febbraio 2011, un cagnolino di un anno di età è stato acquistato dalla Cea, il Commissariato per l’energia atomica e le energie alternative francesi. Ma non mancano i compratori italiani, tra cui il Research Toxicology Centre di Pomezia che si trova nel cosiddetto ‘Campus Menarini’ insieme alle due divisioni del colosso farmaceutico italiano, Menarini Ricerche Spa e Menarini Biotech Spa. Sempre a Pomezia figura la Sigma Tau, una società per azioni che dichiara, oltre alla produzione di prodotti farmacologici, anche cosmetici e dietetici. Poi un paio di divisioni, ad Aprilia in provincia di Latina e a Catania, della Wyeth Lederle, multinazionale americana con sede nel New Jersey specializzata in prodotti per la zootecnia e cura di animali domestici e di allevamento. Infine l’Aptuit con sede a Verona, una multinazionale americana con sede nel Connecticut.

“File e file di gabbie con luci artificiali e un sistema di areazione sono l’ambiente in cui crescono questi cani, prima di essere caricati su un furgone e spediti nell’inferno dei laboratori”. Così descrivono quel luogo i membri del coordinamento Fermare Green Hill attivi da anni ed organizzatori di numerose azioni dimostrative contro il canile-lager. Gli animalisti, oltre a contestare la vivisezione in sé, denunciano maltrattamenti e violenze ai cani allevati nel centro, che tiene rigorosamente chiuse le porte al pubblico. Recentemente l’Organizzazione internazionale protezione animali (Oipa) ha denunciato anche una serie di inadempienze di natura amministrativa per il basso numero di microchip inoculati ai cani e obbligatori per legge.

Ma l’allevamento di cani da laboratorio rappresenta un ottimo business economico, tanto che la Marshall ha previsto un allargamento del centro di Montichiari con l’obiettivo di arrivare a “produrre” 5.000 cani e farne così il più grande allevamento di cani beagle d’Europa. Per un prezzo compreso dai 450 ai 900 euro si possono infatti comprare cani di tutte le età, e aggiungendo qualcosa in più si può comprare una femmina gravida. Green Hill e Marshall Farm inoltre “offrono” ai propri clienti trattamenti chirurgici su richiesta, tra cui il taglio delle corde vocali o l’asportazione di alcune ghiandole.

La manifestazione di ieri è stato l’ennesimo tentativo degli animalisti di chiudere quello che viene chiamato “lager dei cani”. “Vogliamo salvare i cani rinchiusi dentro Green Hill e quelli prigionieri di tutti i laboratori e i lager del mondo, ma non vogliamo certamente salvare solo loro”, recita il manifesto.

In Europa però la vivisezione è una pratica permessa. Nel settembre 2010 è stata approvata in via definitiva dal Parlamento europeo la nuova direttiva Ue sulla vivisezione in mezzo a non poche critiche da parte delle associazioni animaliste internazionali. In quell’occasione gli animalisti accusarono la direttiva di livellare gli standard di tutela al ribasso. Sotto accusa erano finiti proprio gli scarsi incentivi a quei “metodi alternativi” di sperimentazione che non prevedono l’utilizzo di cavie da laboratorio.

da il Fatto Quotidiano
20 novembre 2011

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Una sentenza ammazzaprecari di cui nessuno parla e la nascita del governo Monti

La Corte Costituzionale inaugura la stagione del dispotismo occidentale di GIOVANNI GIOVANNELLI

Sui giornali non c’è traccia della notizia, ma il 9 novembre la Corte Costituzionale ha pubblicato una sentenza che suona come violenta aggressione ai diritti e alle aspettative dei precari.
La questione riguarda la legittimità costituzionale dell’art. 32 Legge n. 183/2010, meglio nota come Collegato Lavoro o, con linguaggio più colorito, Ammazzaprecari.

Oltre ad introdurre la tagliola temporale di soli 60 giorni per impugnare i contratti di lavoro instabili (a progetto, somministrati, a termine, partite iva e chi più ne ha più ne metta) l’art. 32 limita il risarcimento del danno, pone un tetto, così che i tempi lunghi del processo vengano posti a carico non delle imprese, ma dei soggetti deboli. Se occorrono tre anni per spuntarla l’impresa comunque non rischia mai più di un anno (precisamente da 2,5 a 12 mensilità, ridotte a sei in presenza dell’immancabile accordo sindacale. La sentenza rischia di essere uno tsunami per centinaia di precari stabilizzati delle Poste, della telecomunicazione, del trasporto, della logistica. Le sentenze precedenti infatti avevano riconosciuto tutte le retribuzioni perse e i precari stabilizzati, nel frattempo, hanno già incassato e speso i quattrini del risarcimento, pagandoci anche le imposte. Abbattendo i principi del vecchio stato liberale ora la Corte Costituzionale introduce il principio di retroattività per cui questi disgraziati si ritrovano, dopo anni, a vincere la causa ma a dover restituire venti, trenta, quarantamila euro (di cui un terzo già mangiati dalle imposte trattenute alla fonte); e sono migliaia di soggetti deboli in tutta Italia.

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione aveva subito rilevato il contrasto di questa ignobile disposizione con i principi basilari di uno stato di diritto, con i vincolanti precetti dell’unione e perfino con la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Di conseguenza la Corte di Cassazione si era rifiutata di dare applicazione all’art 32 (e di rovinare l’intero nucleo familiare di un operaio pisano) investendo la Corte Costituzionale perché si provvedesse a cancellare dall’ordinamento italiano un simile sconcio. E la Corte Costituzionale ha preso tempo, fino al 9 novembre 2011. Nel frattempo si sono svolte grandi manovre intorno alla composizione della Corte, l’intervento della cosiddetta P4, fino al compromesso che ha portato alla presidenza di Alfonso Quaranta. Marta Cartabia, docente della Bicocca, una delle nuove nomine del presidente Napolitano si è subito segnalata con questo brillante esordio antiprecario.

Un altro personaggio che si segnala in questa occasione è il dottor Luigi Mazzella, ex ministro della funzione pubblica nel governo Berlusconi dal novembre 2002 al dicembre 2004. Come se non bastasse un precedente già inquietante bisogna ricordare che si tratta di quello stesso Luigi Mazzella che organizzò, nel maggio del 2009, a casa propria, la celebre cena cui parteciparono Letta e Berlusconi, proprio quando (ma la composizione e la presidenza erano diverse) era alle porte la discussione della legge speciale che impediva il processo al premier. Il dottor Mazzella, scoperto, non solo non si era dimesso, ma aveva anche rivendicato con orgoglio il suo diritto ad invitare chi voleva a casa sua (anche se era lo stesso che doveva giudicare a distanza di pochi giorni!). Ora nessuno sembra accorgersi del fatto che mentre il dottor Mazzella si distingue in un’azione di violenza giuridica contro i lavoratori precari, compare sulla stampa come possibile ministro nel nuovo governo Monti.

Per effetto di questa infame sentenza le imprese che hanno lealmente accettato le sentenze sono fregate, quelle che invece hanno tenuto duro vengono premiate. Proprio un sano principio liberale! Ma la sentenza diviene pittoresca quando sostiene che manca il conflitto con le disposizioni internazionali perché il divieto di cambiare le regole del gioco opererebbe (a dire del Mazzella) solo quando nel processo a regole cambiate una parte è lo Stato in prima persona; e poiché l’art. 32 si limita ad aiutare le Poste, le Autostrade, le concessionarie telefoniche, le società di capitale (peraltro finanziarizzato) allora il problema non si pone e il precario (a vantaggio della società privata) si può liberamente danneggiare.

La sentenza Mazzella, concreto atto di macelleria sociale contro il precariato e contro i soggetti deboli, costituisce una sorta di atto costitutivo del governo affidato al neosenatore a vita Monti. La rappresentazione di un esecutivo definito tecnico e in realtà esclusivamente politico appare necessaria per imporre la volontà del potere finanziario, ristabilire nella nostra penisola la governance. Prima lo spettacolo del governo Monti; poi la cruda realtà di un esecutivo che usare il bastone piuttosto che la carota. La sentenza antiprecaria della Consulta mette il sigillo e sigla il decesso della democrazia rappresentativa costituzionale italiana; e il rituale delle esequie lo conferma.

Mentre la Corte Costituzionale pubblica la sentenza, un nuovo metodo di creazione dell’esecutivo si va imponendo. La sequenza dell’insediamento è invertita rispetto alla forma costituzionale. Prima si ha la decisione delle società finanziarie di intervenire sui titoli nazionali, poi la scelta di mutare l’assetto di governo inserendo un uomo delle banche, Monti. A questo punto il presidente lo nomina senatore a vita, sottraendolo all’arena elettorale. La nomina della finanza precede la nomina presidenziale a senatore. E mentre registriamo una larghissima intesa nel manganellare il precariato e nell’introdurre (con l’astensione attiva del partito democratico) sanzioni a carico delle popolazioni riottose in Val di Susa dentro la legge di stabilità assistiamo a grottesche inutili consultazioni che ricordano i congressi del partito comunista rumeno.

da Uninomade 2.0           14 / 11 / 2011

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Raccontare l’economia per difendere i cittadini, di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio

Nel libro "Siamo in guerra"Grillo e Casaleggio spiegano le notizie su intrecci tra banche, affari e politica. Notizia che molto spesso restano blindate. Ma per fortuna c’è la Rete.

L’8 luglio 2008 a Roma, in piazza Navona, si tenne il “No Cav Day”, una manifestazione di protesta contro il governo Berlusconi che vide la partecipazione di numerose personalità della cultura e della politica. […] Beppe era presente in videoconferenza: dopo aver denunciato per primo, nel 2002, lo scandalo Parmalat, in questa occasione avvertì che entro pochi mesi le forze dell’ordine di guardia alle discariche campane avrebbero potuto trasferirsi di fronte alle banche, prima fra tutte l’Unicredit.
In autunno fallì la Lehman Brothers, rischiando di trascinare con sé il sistema bancario mondiale. Per qualche giorno si temette una catastrofe peggiore di quella del 1929 e il titolo dell’Unicredit crollò. […] La sera, per par condicio, Beppe fu attaccato dai giornalisti del centrodestra.
Beppe mise in guardia anche sul default che attendeva l’Italia a causa del suo enorme debito pubblico, senza che nessuno riprendesse quell’allarme fino a tre anni dopo, nel luglio del 2011, quando in tre giorni fu approvata una manovra, comunque largamente insufficiente, per salvare la collocazione dei Btp e la tenuta economica del paese, definita “un miracolo” da Napolitano per il tempismo.
In agosto seguì un’altra manovra che però non fece nessun miracolo, esattamente come la prima, e a ottobre il debito sovrano dell’Italia, l’affidabilità dei nostri titoli pubblici, è stato declassato dall’agenzia di rating Moody’s dal livello AA2 ad A2.
L’Italia è considerata inferiore a paesi come la Slovacchia e l’Estonia in termini di affidabilità verso i creditori.
Alla fine del 2008, con il mondo finanziario in preda a un’isteria collettiva, i governi per salvare le banche si indebitarono ulteriormente rimanendo con il cerino in mano. E uno dopo l’altro stanno prendendo fuoco. La Grecia è sull’orlo del default nonostante il prestito accordato dalla Ue nel luglio del 2011 a seguito della manovra di tagli e privatizzazioni fatta approvare dal primo ministro George Papandreou.

La Grecia è in numerosa compagnia. Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia, i cosiddetti Piigs, sono in lista d’attesa. Gli stessi Stati Uniti, che hanno uno dei debiti pubblici più imponenti del mondo, sono stati a rischio default per aver superato il massimo indebitamento previsto per legge e declassati dalla tripla A dopo settant’anni. L’Islanda è l’unica nazione che si è rifiutata di salvare le banche. In un primo momento, nel 2008, il suo governo nazionalizzò le banche fallite. Il debito creato da istituti privati sarebbe quindi finito sulle spalle dei cittadini, che si opposero. Venne allora indetto un referendum che bloccò la nazionalizzazione, riproposta però alcuni mesi più tardi dal ministro dell’Economia Steingrimur Sigfusson.
Gli islandesi non salvarono le banche, pur sapendo di dover affrontare pesanti ritorsioni da parte dei paesi Ue che avrebbero perso i loro depositi, ma evitarono di svendere il loro paese e di metterlo sotto tutela del Fmi. […] In Italia il debito pubblico fila come un treno ad alta velocità francese. Viaggiamo al ritmo di 100 miliardi di nuovo buco all’anno, con punte da 22 miliardi nel mese di aprile del 2011. Siamo vicini ai 2000 miliardi, che raggiungeremo nel 2012. […]
Un cittadino milanese per conoscere a quanto ammonta il debito personale pubblico deve sommare la sua quota di debito pubblico, pari a 31mila euro, a quelle pro quota della Lombardia, della Provincia di Milano e del Comune di Milano. Dopo tale somma si sentirebbe un miserabile.
I governatori si sono trasformati in investitori dilettanti, croupier che giocano alla roulette con le casse pubbliche. Formigoni è riuscito nell’impresa, veramente fuori dall’ordinario, di acquistare 115 milioni di euro di titoli di stato greci , i peggiori titoli pubblici dell’intero Occidente. […] Il buco nero c’è sempre, ma lo scopre solo il sindaco o il governatore successivo (ma solo se di un’altra coalizione); il responsabile del buco non sospetta mai nulla, come è avvenuto a Milano, dove il neosindaco Giuliano Pisapia si è ritrovato dopo le elezioni 2011 con un disavanzo di 186 milioni nei conti del Comune lasciati da Moratti.

Il cittadino non sa chi lo indebita, di quanto e perché ma, cosa strana, non si preoccupa. Pensa che il problema riguardi qualcun altro. Trova normale l’imposizione continua di nuove tasse e i tagli alla spesa sociale per pagare gli 80 miliardi di interessi annui sui titoli di stato per un debito fatto a sua insaputa. […]
D’altra parte, i giornalisti economici indipendenti in Italia sono più rari dell’ailuropoda melanoleuca, il panda gigante a rischio estinzione simbolo del Wwf. Se un giornale ha tra i suoi azionisti, solo per citare alcune società, Telecom Italia, la Cir di Carlo De Benedetti o l’Eni di Paolo Scaroni, il giornalista di economia deve barcamenarsi come un equilibrista su un trapezio in un esercizio quotidiano di prudenza per non far trapelare nomi, cognomi e analisi di bilanci.
Il lettore, come è naturale, non riesce a capire quindi in banca e compra fiducioso obbligazioni Cirio e Parmalat e Tango bond, come fu consigliato a suo tempo.
Il padrone non si critica ma si loda, se non si vuole perdere il posto. […]
La Rete permette all’ignaro investitore di comprendere i misteri della Borsa e i suoi oscuri collegamenti attraverso la teoria di “piccolo mondo” e i sei gradi di separazione su cui sono basati tutti i più popolari social network, da LinkedIn a Facebook.
«Piccolo mondo» si riferisce al fatto che le distanze tra le persone sono in realtà minime grazie alle relazioni che intercorrono tra di loro. Attraverso sei passaggi tra persone che si conoscono si può, in teoria, comunicare con ogni abitante del pianeta.

da Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2011

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ParcoSud: torna l’allarme cemento: tutto il potere nelle mani di Potestà, di D. Carlucci e I. Carra

Il premio di consolazione per gli alfieri dell’ ambiente è l’ accantonamento del progetto della Tangenziale ovest esterna. La bretella che dovrebbe collegare Melegnano a Magenta era stata annunciata nel 2009 dal presidente della Provincia, Guido Podestà, dopo che il premier Berlusconi, rimanendo imbottigliato nel traffico mentre andava in Fiera, aveva invocato una nuova tangenziale: «Dobbiamo farne un’ altra».
Ma la lama d’ asfalto destinata a tagliare due parchi protetti è stata così tanto contestata dai 26 sindaci dei comuni interessati che la Provincia, almeno per il momento, ha deciso di rinunciarvi.
Per gli ambientalisti è l’ unica buona notizia del Piano provinciale di coordinamento del territorio approvato dalla giunta martedì scorso e che sarà presentato ufficialmente oggi. Tra le notizie negative, c’ è soprattutto che Palazzo Isimbardi abdica al compito, decisivo, di fissare paletti fermi sulle aree agricole milanesi: i vincoli anti-ruspe, i cosiddetti ambiti agricoli strategici, previsti inizialmente dalla giunta Penati, ora non compaiono più. «Le tutele sono già affidate ai parchi, con i loro piani», spiega Fabio Altitonante, assessore al Territorio. Ma nel caso del Parco agricolo Sud, questo significa concentrare tutti i poteri nelle mani di Podestà, che presiede l’ ente che dovrebbe proteggere i 47mila ettari di terreno nell’ area che va da Rho a Gorgonzola, toccando anche Milano e altri 58 comuni.
E così, sebbene il nuovo piano preveda un tetto alla possibilità di costruire nei comuni a urbanizzazione ormai satura, è allarme cementificazione.
A lanciarlo è l’ opposizione. «Se le attuali aree agricole dei parchi fossero vincolate -attacca Pietro Mezzi, oggi capogruppo Sel in consiglio, ma padre della versione ecologista del piano concepita dal centrosinistra -non ci si potrebbe costruire sopra. Invece così sono libere.
Ma il piano è furbesco anche perché utilizza il consumo di suolo zero come “foglia di fico” sapendo che non ha carattere vincolante». I dettagli si sapranno soltanto oggi. Ma secondo ambientalisti e coltivatori marcite, corsi d’ acqua, storiche cascine, fauna e flora uniche sono a rischio. E sono in pericolo soprattutto le 900 aziende agricole che lavorano dentro i confini del parco. Per Paola Santeramo, direttore Cia di Milano, Lodi e Monza e Brianza, la mancata definizione degli ambiti agricoli strategici è allarmante: «Era la parte qualificante del piano, l’ unica arma per mettere vincoli ai Pgt dei Comuni che se non sono vincolati possono costruire: il piano è una pura illusione, una dichiarazione d’ intenti che nasconde un rischio di cementificazione violenta».
E dire che nel piano sarebbero contenuti anche punti salienti, stando agli annunci, che riguardano il potenziamento della rete ecologica e la promozione dell’ housing sociale. Ma gli ambientalisti ci vedono del maquillage che cela forti rischi: «In realtà anche le riduzioni al consumo di suolo sono mascherate -attacca Damiano Di Simine, presidente lombardo di Legambiente -il confine è troppo allentato, ci sono casi in cui si può costruire senza che ciò che viene edificato venga considerato consumo di suolo».
Il problema riguarderebbe anche tutte le altre zone protette nella provincia di Milano, dal parco del Ticino a quello delle Groane, dall’ Adda nord al parco Nord. E interesserebbe anche le aree agricole della provincia che non sono all’ interno di zone tutelate, come ad esempio quella di Lacchiarella, un tempo della Edilnord di Paolo Berlusconi.
Queste zone sarebbero in balia totale dell’ arbitrio dei singoli Comuni che da tempo scalpitano per costruire. «È un piano troppo liberista e piegato alle richieste dei comuni», dice Matteo Mauri, capogruppo Pd. Per Massimo Gatti, consigliere di Prc-Pdci: «Si è perso un sacco di tempo, e ora, mano libera per tutti». Nei prossimi tre mesi i sindaci dovranno esprimere il loro parere, non vincolante. Quindi toccherà ai consiglio provinciale prima e regionale poi ratificare il nuovo piano.

La Repubblica
28 ottobre 2011

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