Prossima crociera? Co-sta minchia!

E ora che Schettino, comandante di Costa Concordia, è stato crocifisso dall’ opinione pubblica e sospeso da Costa Crociere, si comincia a capire qualcosa di più dei motivi del suo strano e sconsiderato comportamento dopo l’urto  della nave contro gli scogli dell’isola del Giglio. Del suo rifiuto di prendere atto che ormai si trattava di un naufragio, e di allertare con la massima rapidità ed energia le comunicazioni e i soccorsi ai passeggeri, come suo dovere. Il motivo è che la Compagnia di navigazione è obbligata ad un risarcimento di 10.000 Euro per ognni naufrago sbarcato sulla terra ferma, i passeggeri erano almeno 3.000, per un risarcimento complessivo di trenta milioni di Euro…

Ecco perché Schettino la sera del 13 gennaio tergiversava, mentre la Costa Concordia si piegava su un fianco come una balena spiaggiata e più di trenta persone morivano!

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Mai dire capitalismo! Le 10 bugie della politica americana, di Iside Gjergji

Il capitalismo è brutto, vecchio come un abito logorato che ormai ha fatto il suo tempo e deve essere abbandonato e dimenticato in un armadio.

E’ questo il pensiero dei giovani americani – specie di coloro che in questi mesi hanno partecipato al movimento “Occupy Wall Street” – registrato dal sondaggio realizzato dal Pew Research Center e pubblicato mercoledì scorso.

Il risultato del sondaggio, che viene effettuato ogni anno e che mira a conoscere gli orientamenti politici dei cittadini americani, ha sorpreso molti analisti politici. In tanti si aspettavano, infatti, un atteggiamento critico nei confronti dell’attuale amministrazione, ma quasi nessuno era pronto a scommettere sulla diffusione degli ideali socialisti tra gli americani. Eppure, i dati della ricerca ci rivelano che il 49% dei giovani americani, tra i 18 e i 29 anni, è “fan” del socialismo, mentre soltanto il 43% si dichiara contrario. Il risultato è ancor più sorprendente se si considera che soltanto venti mesi fa la situazione era completamente rovesciata, vale a dire che soltanto il 43% dei giovani americani era favorevole al socialismo e il 46% era contrario.

Il Pew Research Center classifica inoltre i suoi risultati dividendo la popolazione per età, razza, reddito e appartenenza politica. E così si scopre che la maggior parte dei “fan” del socialismo si trovano tra la popolazione nera e i simpatizzanti del partito democratico: cioè il 55% dei neri e il 59% dei democratici si dichiarano a favore del socialismo.

I risultati di questa ricerca giustificano bene le paure di Frank Luntz, il guru della comunicazione politica del partito repubblicano, il quale soltanto poche settimane fa si dichiarava terrorizzato dalla crescita della popolarità del movimento “Occupy Wall Street”: “Sono spaventato a morte dall’impatto che il movimento “Occupy Wall Street” sta avendo sul modo in cui gli americani vedono il capitalismo”. Luntz sta ora girando in lungo e in largo gli Stati Uniti per insegnare ai membri del partito repubblicano la nuova strategia comunicativa, che egli stesso sintetizza in 10 raccomandazioni:

1. Mai usare la parola “capitalismo”. Al suo posto Luntz consiglia l’uso di altre espressioni: “libertà economica” o “libero mercato”;

2. Mai dire che il governo “tassa i ricchi”. Secondo Luntz, infatti, occorre affermare che il governo “prende dai ricchi”;

3. Mai dire “classe media”. Il termine adatto da utilizzare sarebbe “lavoratori contribuenti”;

4. Mai dire “lavoro”. La parola giusta per la sostituzione sarebbe “carriera”;

5. Mai dire “spesa pubblica”. Al suo posto Luntz consiglia la parola “spreco”;

6. Mai dire che si desidera raggiungere un “compromesso”. Sarebbe un chiaro segno di debolezza, secondo Luntz, perciò egli ordina la sua sostituzione con il termine “cooperazione”;

7. La parola chiave da dire a un membro del movimento “Occupy Wall Street”, secondo Luntz, è: “Capisco” (“Capisco che sei arrabbiato. Capisco che hai visto l’ineguaglianza. Capisco che vuoi migliorare il sistema”);

8. Mai dire “imprenditore”. Meglio usare le espressioni: “datore di lavoro” o “creatore di lavoro”.

9. Mai chiedere a qualcuno di “sacrificarsi”. Meglio dire che “siamo tutti sulla stessa barca. Possiamo avere successo o possiamo fallire insieme”.

10. Attribuire sempre la colpa a Washington.

Luntz la sa lunga e sa fiutare il pericolo prima di tanti altri, ma egli appare poco più che una “giovane marmotta” se paragonato ai “guru comunicativi” di casa nostra. Il riferimento è a quelli che definiscono “assoluzione” una semplice prescrizione, a quelli che parlano di “patto tra generazioni” per nascondere il più grande allargamento dello sfruttamento e della precarietà per tutti, padri e figli, a coloro che si riempiono la bocca con espressioni tipo “progetto fabbrica Italia” soltanto per cancellare il fatto che le fabbriche le stanno pian piano chiudendo tutte, che usano la parola “riforma” per promuovere le più feroci controriforme… e così via. Dinanzi a tale generale tendenza al rovesciamento di senso vengono in mente le parole di Guy Debord che, non molto tempo fa, affermava lungimirante: “Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale“. Cioè ora “non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo“.

da www.ilfattoquotidiano.it               02/01/2012

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Nessuna donna può essere ostaggio di un uomo, di uno stato, di una religione. Ciao Stefania

Questa mattina, a Licodia Eubea, è stata uccisa Stefania Noce, 24 anni, accoltellata presso la sua abitazione. Stefania era una studentessa della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania, attivista nel movimento studentesco e femminista. Molti di noi avevano conosciuto Stefania proprio nelle strade e nelle piazze invase dalle mobilitazioni di questi anni.
Oggi vogliamo mantenere vivo il ricordo di Stefania proprio tramite le sue parole e la sua eterna voglia di lottare.

“Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare.

A coloro i quali pensano ancora che il “femminismo” sia l’estremo opposto del “maschilismo”: non risulta da nessuna parte che quest’ultimo sia mai stato un movimento culturale, nè, tantomeno, una forma di emancipazione! Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni ’60 e ’70, epoca dei “femminismi”, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizionedi eterne “minorenni” sotto “tutela” a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come “lavoratrici madri” e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di “lavori morali” e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.

Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.

Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.

Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.

Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicchè le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera.

Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perchè legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne.

Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato.

Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l’effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perchè di un’eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.

Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO.

Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.

Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione.”

Sen (Stefania Noce)

da Ateneinrivolta

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Acqua Pubblica: la politica non rispetta gli esiti del referendum, di A.D.

Il ministro Passera s’ingegna per inserire nel disegno di legge di gennaio nuove norme per la privatizzazione del servizio idrico ed il mantenimento in bolletta del 7 per cento di rendimento del capitale investito;

a Cremona viene riconfermato il Piano d’Ambito della società gestrice Aem, che prevede tappe serrate per la privatizzazione; persino in Puglia la giunta Vendola annuncia aumenti in bolletta e dichiara di non voler rinunciare al 7 per cento. Cosa sta succedendo? Eppure appena 7 mesi fa due referendum sancivano, con il 96 per cento di sì, che l’acqua è un bene comune, e pertanto deve essere pubblica, fuori dal mercato e su di essa non si devono fare profitti.

Sembrano passati anni, se è vero che giusto tre giorni fa l’antitrust è tornato a chiedere al governo – come se ce ne fosse bisogno, poi – ulteriori liberalizzazioni che coinvolgano i servizi pubblici locali. E, a quanto riporta Paolo Viana sul quotidiano l’Avvenire, un gruppo di funzionari del Ministero dell’Economia starebbe da giorni studiando come aggirare l’ostacolo del voto referendario e procedere alla privatizzazione del servizio idrico.

Un metodo condiviso anche dal ministro allo Sviluppo Corrado Passera, che ha lasciato intendere più volte la volontà di inserire norme per la privatizzazione dell’acqua nel maxidisegno di legge che verrà presentato a fine gennaio. Per implementare, a suo dire, le leggi europee sulla liberalizzazione dell’acqua, la stessa cui il Decreto Ronchi si proponeva di dare attuazione.

Peccato che non esista nessuna legge europea che imponga la privatizzazione dell’acqua. “L’Europa – ricorda l’avvocato Ugo Mattei, membro del cda di Arin, la società pubblica che gestisce l’acqua a Napoli – non impone la privatizzazione ma esige che laddove il pubblico gestisce un servizio non utilizzi la propria posizione di monopolio per intervenire in altri campi violando il principio di concorrenza. Questo può avvenire con una società per azioni, non con un’azienda speciale partecipata”. Insomma, secondo Mattei la forma di società pubblica rispetterebbe alla perfezione i criteri dettati dalla Ue per la gestione dell’acqua.

Ma se lo stato sembra muoversi a passi spediti in direzione contraria ai referendum, le amministrazioni locali non sono da meno. A Cremona era stato indetto per il 14 dicembre un Consiglio di Amministrazione dell’Ufficio d’Ambito, per revocare il Piano d’Ambito di Aem, la società che gestisce l’acqua nella provincia. Il Piano in questione infatti, prevede una serie di tappe serrate per la cessione a privati di quote sempre maggiori della società, ed il mantenimento della remunerazione del capitale investito.

Il 12 dicembre i sindaci riuniti avevano votato a favore della revoca. Solo due giorni più tardi, il Piano è stato invece riconfermato. La sentenza definitiva deve ancora arrivare, ma sulla decisione pesa la pressione del presidente della Provincia Massimiliano Salini, convinto fautore delle privatizzazioni.

Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha espresso la sua preoccupazione sulla vicenda: “Ci pare che il progetto di privatizzazione disegnato dal Presidente della Provincia Salini – si legge in un comunicato – stia subendo una drammatica accelerazione, nonostante la resistenza di moltissimi sindaci che si sono apertamente schierati contro questo esproprio del bene comune per eccellenza, in spregio ad ogni regola democratica”.

E che dire della “rossa” Puglia? Neanche la giunta Vendola sembra intenzionata a rispettare quanto emerso dai referendum. La società gestrice, Acquedotto Pugliese s.p.a. è rimasta, come si evince dal nome, una società per azioni, dunque un ente di diritto privato, seppur a totale capitale pubblico. La remunerazione del capitale investito non è stata eliminata dalla bolletta, ma anzi è stata confermata la volontà di mantenerla. Inoltre da qualche giorno l’acqua costa più cara del 3,9 per cento.

Tutto ciò, nonostante il risultato di bilancio “straordinario” ottenuto dalla società nel 2011, con un attivo di 37 milioni di euro. L’apparente contraddizione è stata spiegata da Fabiano Amati, assessore regionale alle Opere Pubbliche, in virtù della necessità di effettuare gli investimenti infrastrutturali previsti dal Piano d’Ambito. “Il piano prevede un miliardo e 500 milioni. Un miliardo va in tariffa e i 500 milioni sono contributi della Regione. Quel miliardo di investimenti prevede l’ampliamento delle reti idriche e si ottiene con mutui presso le banche.”

Giustificazioni a parte, resta il fatto che l’applicazione dei risultati di un referendum non dovrebbe certo essere discrezionale. Al pari di una legge un referendum deve sancire una decisione del popolo sovrano che va rispettata in quanto tale. Al governo e alle amministrazioni spetta il compito di trovare il modo di applicare correttamente questa decisione, non certo quello di decidere se e in quali circostanze applicarla.

da www.ilCambiamento.it           10 gennaio 2012

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