Né occupato, né in pensione. Così provo a re-inventarmi di Silvia Ragusa

Il fenomeno della disoccupazione over 40 è in continua crescita. Sono laureati o diplomati, con anni di esperienza alla spalle e specializzazioni. Colletti bianchi e lavoratori poco qualificati. Almeno 1,5 milioni di persone, con famiglia a carico, accomunati da un unico problema: essere usciti dal mercato del lavoro e non riuscire più a rientrarci. Qualcuno si reinventa, qualcun altro cade nella depressione fino al suicidio. Un problema ignorato dalle istituzioni, e che nemmeno il ministro Elsa Fornero ha finora degnato di attenzione. Alberto Simonini, 63 anni, fa l’eremita in un rudere di una cascina nelle colline del piacentino. Claudio Prassino di anni ne ha 49: qualche mese fa è andato in banca a bloccare le rate del mutuo e ha chiesto un prestito alla Cei di Milano. La 57enne Mara Pantarella invece è tornata a vivere con la mamma a Frosinone. «Fortuna che sono vegetariana – dice sorridendo – così spendo meno».
Sono laureati o diplomati, con anni di esperienza alla spalle e specializzazioni. Colletti bianchi e lavoratori poco qualificati. Tutti accomunati da un unico problema: essere usciti dal mercato del lavoro e non riuscire più a rientrarci. Il fenomeno della disoccupazione over 40 è in continua crescita, «troppo giovani per andare in pensione, troppo vecchi per lavorare», spiega Armando Rinaldi, vice presidente di Atdal Over40, associazione nata nel 2002 a tutela dei diritti acquisiti dai lavoratori. «Nessun ente di ricerca ha mai fatto una campionatura esatta. I dati Istat non contemplano questa fascia e quindi i numeri che circolano sono quelli raccolti da enti locali e dalle nostre strutture territoriali. Almeno 1,5 milioni di persone. E ovviamente a cascata, ci sono i nuclei familiari». Il 69% dei disoccupati non ha nessun accesso a forme di sostegno reddituale né di ammortizzatore sociale. Secondo l’ultimo monitoraggio del ministero del Lavoro, gli ammortizzatori sociali italiani coprono solo il 27% dei disoccupati con sussidi di varia natura. Gli altri devono
arrangiarsi da soli.
Ne sa qualcosa il signor Alberto Simonini, da dieci anni senza stipendio. «Per non sballare completamente di testa e per non ricevere più porte in faccia, ho preso la zappa in mano e mi sono inventato contadino, così qualche spicciolo in tasca riesco ad averlo dall’affitto del mio appartamento di Milano e dall’impiego stagionale come operaio in una azienda conserviera». 20 anni di contributi Inps, 20 anni in Cassa Geometri. «Dovrei andare in pensione nel 2014, ma di questi tempi è meglio incrociare le dita». Anche Mara Pantarella era impiegata a Roma, per una multinazionale americana, poi acquisita dalla Microsoft. È rimasta a spasso all’età di 51 anni. «Ho provato a lavorare in uno studio medico, ma non sono durata molto. Orari massacranti, continue minacce di licenziamento, anche se era tutto in nero. Non potevo nemmeno andare in bagno». Mara, uno sfratto alle spalle, oggi vive dalla mamma pensionata ma non si è data per vinta: «Sto cercando di mettere su una casa editrice per dare voce a chi vive di disagio, ma non è facile senza finanziamenti. Così ho aperto una sottoscrizione popolare online e aspetto di raccogliere i soldi
necessari». Continue reading

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Festa della donna? Ma anche no, di Cecilia M. Calamani

Anche quest’anno il rituale dell’8 marzo sarà lo stesso. Ci sarà il collega che rispolvera per l’occasione la frase di circostanza «oggi è la loro festa, trattiamole bene», quello che si sente cavaliere e si presenta con rametti di mimosa per tutte, il barista che ti dice «Auguri!» con il sorriso delle grandi occasioni mentre prendi il caffè. E poi la sera i ristoranti pieni di donne di tutte le età finalmente “libere” che, come le colf il giovedì, festeggiano la loro ora d’aria annuale, quelle che solo quel giorno possono concedersi di andare a vedere gli spogliarelli maschili emulando il peggio del peggio dell’altra metà del cielo, quelle che il ramo di mimosa se lo comprano da sole per autogratificarsi della loro sofferta condizione di mamme, mogli, angeli del focolare.
Donne un giorno su 365.

E stride, come sempre, la “festa” con quella che invece è una ricorrenza, la Giornata internazionale della Donna. Quali siano le sue origini tra leggenda e racconti non è ancora chiaro, ma non importa. Quel che è certo è che a partire dal 1909 la Giornata è stata istituzionalizzata a poco a poco in tutto il mondo occidentale per ricordare le rivendicazioni di libertà delle donne, le discriminazioni che hanno subito per millenni, i diritti ottenuti e quelli ancora da conquistare. Al pari di quelle per i Diritti dell’infanzia, i Diritti umani, la Memoria, la Giornata della Donna ha una matrice ben precisa che nulla ha a che vedere con mimose, pizzerie e locali notturni. Ridurla a una festa di sedicente libertà ne svilisce il significato e ci offende tutte, mascherando la realtà dei fatti.

C’è qualcosa da festeggiare per le donne italiane? La risposta la troviamo nelle statistiche ufficiali e nella cronaca nera. Nel lavoro sottopagate (il 17% in meno degli uomini) e sottoimpiegate quando non disoccupate (più dei maschi), o part time e non per scelta. Ma anche licenziate grazie alla abominevole pratica delle dimissioni in bianco, sommersa clausola di assunzione che ha lasciato per strada, solo nel 2010, 800mila donne incinte. La crisi, dice l’Istat nel suo Rapporto 2011 (dati 2010), «ha ampliato i divari tra l’Italia e l’Unione europea nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione delle donne italiane, già per le donne inferiore alla media europea tra quelle senza figli, è ancora più contenuto per le madri».

Oggetto di violenza dell’italico maschio, quello che le vede come gliele presenta la tv, la pubblicità o l’immancabile mamma, le donne sono terra di conquista e articolo sessuale di proprietà. Dall’inizio del 2012 a oggi ne sono state uccise 23. E il trend è in crescita: 127 nel 2010, 137 nel 2011. Mariti o ex, compagni o amanti gli autori della strage. Ma anche “corteggiatori” ai quali la sventurata di turno ha osato dire no. Molte non muoiono, perché la furia bestiale si ferma prima dell’irreparabile, e per puro caso non vengono conteggiate nelle statistiche mortuarie femminili. Si pensi, solo per parlare dell’ultimo mese, alla ragazza aquilana abbandonata in fin di vita dopo un brutale stupro (presunto o meno fa poca differenza) in cui è stata usata una spranga di ferro che forse suppliva ad altre mancanze, o alla genovese incinta sequestrata, violentata e selvaggiamente picchiata con il guinzaglio del cane per tre giorni dal suo ex. L’80% della violenza sulle donne avviene tra le mura domestiche per mano degli uomini della loro vita. Quelli che ne tengono in scacco la vita, le scelte, la libertà. E L’Italia è uno dei pochi paesi che  ancora non hanno fissato un piano di attuazione della risoluzione Onu sulla violenza sulle donne in regime di pace, di guerra o di post conflitti.

E se questo ancora non basta a quelle che si preparano per la “festa” e sono fiere di ricevere auguri e rametti di mimosa, potremmo ricordare loro cosa cos’è l’autodeterminazione e cosa significa, dopo le grandi battaglie degli anni Settanta, lasciarsela scippare da chi da una parte le usa come oggetti da vetrina e dall’altra cerca di impedire loro di esercitare in modo responsabile quella libertà sessuale di cui la vetrina fornisce un grottesco surrogato. Paradossale? Non in Italia, dove si usa un paio di generose tette anche per vendere un detersivo ma parallelamente la battaglia contro la legge 194 sull’aborto è diventata guerra di trincea mentre aumentano i  paletti su aborto chimico e contraccezione di emergenza. Puoi – anzi devi – venderti ma non puoi gestire il tuo corpo perché non ti appartiene.

Se nonostante ciò, care signore, volete ancora festeggiare, sappiate che andate solo a rafforzare questo perverso modello. Se pensate che basti un minigonna e una serata fuori dalle righe per essere libere, vi hanno fregato. E con voi tutte noi.

da  Informare per Resistere
http://www.informarexresistere.fr/2012/03/05

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Val Susa, Mercalli: basta con il dogma dell’opera strategica

Luca Mercalli, presidente della Società di meteorologia, a pieno titolo rappresentante della comunità scientifica, chiede al governo Monti di confrontarsi sul piano della logica e non del dogma.

«Il governo usi il metodo scientifico e si confronti con i nostri dati. Cosa aspetta il governo a riportare la questione della Tav Torino-Lione su un piano strettamente tecnico?» I Professori però non hanno mai risposto ai loro colleghi professori.

Luca Mercalli, climatologo presidente della Società di meteorologia italiana, è tra i 360 ricercatori e docenti universitari di tutta Italia che il 9 febbraio scorso hanno inviato al premier Mario Monti una petizione per chiedere di confrontarsi su dati scientifici, numeri e bilanci in modo da valutare la necessità dell’opera da realizzare in Valsusa. Mercalli e gli studiosi (diventati ormai oltre un migliaio) chiedono una sola cosa: che i ministri “tecnici” prendano in mano questi numeri, questi studi, e dimostrino con i loro – se ne hanno – di avere ragione. Un confronto sul piano della logica, nulla di più. «Sarebbe l’unico modo razionale e corretto per capire cosa è vero, dirimere le varie posizioni, e disinnescare questa terribile contrapposizione, uscendo dal piano ideologico».
Professor Mercalli, come cittadino che vive nella Val di Susa da molto tempo, come si sente in questo momento?
Quando vivevo a Torino, fino a quindici anni fa, ero del tutto indifferente alla costruzione della linea ad alta velocità nella valle. Poi ho cominciato, come tutti da queste parti, a documentarmi e ho maturato una posizione critica. Ora, mai come prima, sento un avvilimento totale come cittadino, come docente, come ricercatore e giornalista. Avvilito dalle dichiarazioni come quelle del ministro Cancellieri che vedo chiudersi nella critica esclusiva sulla questione di ordine pubblico, invece di confrontarsi sui fatti. Come ricercatori seguiamo un metodo scientifico che potrebbe non essere rifiutato a priori, basato su dati verificabili e trasparenti di cui dovremmo discuterne come si fa in un paese democratico, con una commissione ad hoc.
C’è già stato un osservatorio, come ha ricordato il governo.
Sì, ma era un osservatorio per la realizzazione della linea, una struttura che non contemplava il se ma solo il come. E invece le motivazioni non sono affatto chiare, rimangono ignote ai più, almeno sul piano della logica. Per esempio: la linea ferroviaria c’è già in Valdisusa ma è utilizzata solo per il 25% delle sue potenzialità.

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Storia di Mika, la capitada della Revolution, di Valeria Gandus

Nel libro "La miliziana", edito da Guanda, la scrittrice argentina Elsa Osorio ricostruisce la figura di Micaela Etchebéhère, unica donna che durante la guerra civile spagnola comandò una milizia antifranchista…

Che storia, quella di Mika. E l’abbiamo ignorata per 70 anni. Ci voleva una donna determinata come la scrittrice argentina Elsa Osorio per raccontarcela in un libro prezioso: “La miliziana”, edito da Guanda.

Mika era il soprannome di Micaela Etchebéhère, ebrea argentina di origini russe con due passioni nel cuore: suo marito Hipòlito e la rivoluzione. Fu l’unica donna che durante la guerra civile spagnola comandò una milizia antifranchista: una “capitana” – così la chiamavano – che sapeva unire al coraggio del soldato la capacità di cura della donna, distribuendo con la stessa dedizione armi e cucchiai di sciroppo, portando all’assalto i suoi soldati e allestendo per loro cucine da campo.

Elsa Osorio, autrice fra gli altri del bel romanzo “I vent’anni di Luz”, sul dramma dei figli dei desaparecidos argentini, ha inseguito per venticinque anni la storia di Mika, della quale aveva sentito parlare a “Sur”, la storica rivista letteraria argentina, dallo scrittore Juan José Hernandéz. “Non ero la sola, allora, a ignorare l’esistenza di un personaggio così unico e importante, e oggi quasi niente è cambiato: sia in Argentina sia in Spagna quasi nessuno sa chi sia stata”.

Una lacuna ora colmata da quella che non si può definire una biografia romanzata, piuttosto un dialogo a distanza fra le due donne, l’autrice e la protagonista, reso possibile dalla consultazione di manoscritti, lettere, testimonianze. E dalla fantasia di Osorio, la cui immaginazione, come scrive nella postfazione, “ha ingaggiato un arduo duello per imporsi sulle soffocanti esigenze della storia”, nella consapevolezza che “senza immaginazione non c’è memoria possibile”.

Ecco allora la storia d’amore di Mika con Hipòlito, come lei ebreo argentino, conosciuto nel 1920 a Buenos Aires, a una riunione della rivista “Insurrexit”. È lui che, a soli 19 anni (lei ne aveva 17) le spiega che “la rivoluzione è ovunque ci sia una miccia pronta, da accendere”.

E la inseguiranno, la rivoluzione, ovunque intravederanno quella miccia. A costo di cocenti delusioni, come quando andranno a Berlino, nel 1932, convinti di entrare nel laboratorio nel socialismo europeo e assisteranno invece all’ascesa del nazismo, testimoni dell’incendio del Reichstag e delle violenze delle camice brune.

A Berlino Mika conosce anche l’altra faccia dell’oppressione, quella del comunismo sovietico: ha il volto di Jan Well, come si faceva chiamare in Germania, agente del Pcus invaghito di Mika e da lei respinto con rabbia. Lo stesso uomo che ritroverà in Spagna cinque anni dopo, durante la guerra civile. Questa volta si chiama Andrei Kozlov ed è il consigliere sovietico dei miliziani, ma il suo vero compito è stroncare le formazioni politiche non ortodosse, come il Poum, il Partito operaio di unificazione marxista nel quale milita Mika. La “capitana” è già l’eroina che ha guidato la fuga rocambolesca della sua milizia dalla cattedrale assediata di Siguenza, ricongiungendola al resto della truppa, e che ha resistito con i suoi uomini settimane in trincea alle porte di Madrid, nel fango e fra i proiettili dei falangisti. Ma per Well-Kozlov è l’eterna ossessione. E un nemico politico. Non l’ha mai dimenticata, e poiché non può averla, la perseguita, la incarcera, tenta di violentarla. Non ci riuscirà, ma l’avventura di Mika in Spagna finisce lì.

Avrebbe preferito morire combattendo, Mika, raggiungere il suo amato Hipòlito, caduto in battaglia nel luglio del 1936. Invece vivrà a lungo fra l’Argentina e Parigi, dove morirà ultranovantenne.

Fedele al monito di Hipòlito, non cesserà di rincorrere la miccia della rivoluzione. Lo farà anche a Parigi, nel 1968, scendendo in piazza accanto ai ragazzi del maggio. A modo suo, con eleganza e consumata esperienza: alla ragazza che raccoglie sanpietrini a mani nude per scagliarli contro la polizia, insegna a indossare i guanti, prima di staccarli dal terreno: in caso di fermo, non avrà colpevoli unghie sporche di terra ma mani immacolate di brava ragazza. Come quelle di Mika quando imbracciava il fucile e comandava i suoi miliziani.

da il Fatto Quotidiano              3 marzo 2012

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