Crisi, Fitoussi: non se ne esce abbassando i redditi, in UE risorse ci sono. Fiscal-compact? Il contrario di quello che serve.

«Non si risolve il problema del debito abbassando il reddito con programmi di austerità». Lo ha affermato l’economista Jean-Paul Fitoussi in una intervista all’Unità aggiungendo che se «l’obiettivo è di ridurre il debito in misura più forte di quanto non si riduca il Pil tutto questo ammazza il popolo e non risponde alla crisi». Inoltre, il fiscal compact «è il contrario di quello che serve all’Europa. Si è fatto il fiscal compact per dire che in Europa i soldi non ci sono. Qualcuno ha deciso che l’Europa non ha risorse. Ma questo non è vero perchè il debito europeo è più basso di quello americano e di quello della Gran Bretagna. La cosa buffa è che prima della crisi dicevano di non avere soldi: poi li hanno trovati all’istante per la crisi finanziaria. Ma per i disoccupati non ci sono più».

da www.controlacrisi.org            28 aprile 2012

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Firme false: indagato il presidente della Provincia di Milano Podestà Pdl, di Giovanna Trinchella

All’esponente politico viene contestato dalla Procura di Milano il reato di falso ideologico. Per gli inquirenti l’allora coordinatore regionale del partito sarebbe stato il "promotore" del taroccamento delle firme necessarie alla presentazione delle liste alle amministrative 2010

Nuovi guai per il Popolo delle Libertà in Lombardia. Guido Podestà, attuale presidente della Provincia di Milano, è indagato per il pasticcio della presentazione delle liste elettorali del partito alle amministrativo del 2010. Ad annunciare di aver ricevuto questa mattina un avviso di garanzia e di chiusura delle indagini è stato lo lo stesso Podestà,  che all’epoca era il coordinatore regionale, con una nota sul suo sito, precisando che quanto agli atti “non ha nulla a che fare con l’attività istituzionale e di amministrazione della Provincia”. Gli inquirenti considerano Podestà il “promotore” del reato: ovvero falso ideologico continuato e pluriaggravato.

Quello delle firme false è il secondo capitolo della vicenda su cui stava indagando la Procura di Milano sulle liste per le elezioni amministrative del 28 e 29 marzo 2010. Nel fascicolo erano già indagati, a vario titolo, quindici rappresentanti del PdL, per lo più consiglieri provinciali e comunali, che avevano certificato l’autenticità delle firme consegnatigli da Clotide Strada, vice responsabile del settore elettorale del PdL in Lombardia, nonché collaboratrice della consigliera regionale lombarda Nicole Minetti. In questo stralcio è finito il nome di Podestà che secondo l’accusa che avrebbero quindi ordinato l’operazione di falsificazione delle firme. Non perché il partito non fosse in grado di raccogliere le firme, avendo un bacino di elettori amplissimo in Lombardia, ma solo per sciatteria e forse per la necessità di aggiungere nello listino bloccato nomi dell’ultima ora.

La chiusura indagini della prima parte dell’indagine del procuratore aggiunto Alfredo Robledo porta la data del 17 ottobre e l’ipotesi  accusatoria è che che siano state falsificate molte firme e precisamente 608 per le elezioni regionali, per cui era candidato alla poltrona di governatore Roberto Formigoni, e 308 per le provinciali, per cui era candidato proprio Podestà. Le firme erano necessarie per la presentare la lista regionale “Per la Lombardia ” e quella provinciale “Il popolo della Libertà – Berlusconi per Formigoni”. La maggior parte dei presunti sottoscrittori, che sono stati ascoltati dagli investigatori dell’Arma dei Carabinieri, non hanno riconosciuto le loro firme oppure hanno dichiarato di averle apposte, ma per altre liste elettorali. A dicembre infine il procuratore aggiunto Alfredo Robledo aveva interrogato alcuni degli indagati, ma quei verbali erano stati segretati. In uno di questi ci sono le dichiarazioni che hanno messo nei guai anche Podestà, in particolare proprio quelle di Clotilde Strada, responsabile della campagna raccolta firme. 

da il Fatto Quotidiano              27 aprile 2012

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L’economia dello schock

Qualche sera fa la 7 ha mandato in onda per film-evento l’ ottimo lavoro di Sabina Guzzanti "Draquila" (2010).
Non è che in questi tre anni dal terremoto del 6 aprile 2009 siamo rimasti digiuni di notizie al riguardo, tuttavia la capacità di scavare di Sabina per trovare le informazioni, pur in un ambiente ostile e militarizzato, e la sua analisi dei fatti ci hanno restituito una quadro degli avvenimenti e dei personaggi, che ci inducono ad ulteriori riflessioni.
Perché L’Aquila tre anni dopo è nelle stesse condizioni della notte del terremoto, new town a parte?
Perché L’Aquila è in Italia, e l’ Italia è in questo mondo neoliberista e globalizzato, in cui le catastrofi come un terremoto, sono un’opportunità enorme per i corvi del capitalismo sfrenato e selvaggio, una grande occasione per stravolgere il territorio e la vita degli abitanti e imporre loro un ‘altra città, senza ricostruire nulla della città storica, in cui erano vissuti fino alle 3.32 di quel 6 aprile e cui erano affezionati.
Per questi corvi i sentimenti della popolazione non contano nulla, le sofferenze nemmeno e la depressione di quanti vivono ora nei nuovi quartieri fantasma neppure.
Ciò che conta sono gli affari e l’ Aquila è stata un grande affare: 19 new town, migliaia di appartamenti costosissimi costruiti su terreni agricoli sottratti alle coltivazioni.
Le cricche dei costruttori, dei faccendieri, dei banchieri e dei politici si sono riempiti le tasche: che importa se L’Aquila muore!

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Siamo il 99% e siamo in credito, di Checchino Antonini

Ventimila persone al corteo "Occupyamo piazza affari". E’ il rifiuto del ricatto del debito e l’opposizione al Governo Monti-Napolitano che tiene insieme una pluralità di soggetti politici e sociali.

C’è vita a sinistra del centrosinistra. E piazza Affari, meta del corteo, non basta a contenerla tutta. Una forma di vita che mescola e ostenta i tratti del vecchio e del nuovo, che deve ancora – probabilmente – assumere una forma più matura. Ma guardandosi sfilare nel centro di Milano in ventimila, forse anche di più, in un sabato pomeriggio primaverile, quello spazio politico comprende di aver vinto la prima sfida, quella di esistere dopo essere restato, come anche altri soggetti, quasi senza voce dopo il disastro politico del 15 ottobre scorso.
E’ il rifiuto del ricatto del debito, leva costituente per il neoliberismo, che tiene insieme una pluralità di soggetti politici e sociali, dalla Rete 28 aprile di Giorgio Cremaschi, dai sindacati USB, Cub e Orsa, da San Precario ai collettivi di Atenei in rivolta e mille altre sigle studentesche più l’Unione inquilini e buona parte della lotta per la casa di città come Roma, Napoli, Firenze, Milano. Franco Turigliatto, tanto per citare i nomi più noti della politica, Paolo Ferrero, Vittorio Agnoletto o Luciano Muhlbauer. In mezzo, o più spesso in coda, i partiti con la falce e martello, o quello che di loro resta. Ma l’anima a questo corteo gliela forniscono le pratiche di resistenza e di conflitto, dalla Valsusa ai GAP, esperienza di partito sociale ispirata da Rifondazione, fino a Rivolta il debito, Rid, che prima di sfilare mette in scena, alle spalle di Piazza Duomo, una rapina agli sportelli di Mediobanca con finti banditi camuffati da Monti. "Mediobanca figura tra quelle banche che hanno preso soldi dalla Bce all’1 per cento e stanno speculando sulla crisi", spiega Piero Maestri, uno dei portavoce di Sinistra critica che ha aperto la campagna Rid "a chiunque voglia attraversarla", precisa Paola De Nigris, studentessa di Atenei in rivolta della Sapienza. La "rapina è un pezzo di Sbanca la banca, idea per colpire davvero gli istituti di credito. Paola e i suoi compagni suggeriscono, ad esempio, di sanzionare le banche spostando i propri risparmi verso casseforti meno sanguisughe, come le Poste o la stessa Banca Etica. Altra idea portante della Rid è quella dell’audit, un percorso partecipato che riveli la reale composizione del debito pubblico. "Anche quello dei comuni o delle università", conclude la studentessa.
Un drappo arancione, che vuole alludere ai colori dei nuovi sindaci, dice così, pendendo da un camion: "Meteomilano: nessun cambiamento di vento rilevato". La partecipazione milanese, infatti, è espressione della delusione nei confronti della giunta Pisapia. Quando la banda di suonatori imparruccati si rimescola al corteo, poco dopo Piazza Vetra, ci si accorge che un muretto di foratini è spuntato sul portone di una filiale Paribas. Velocità d’esecuzione, creatività, parole d’ordine senza ambiguità contro il governo Monti.
Preannunciata dal lugubre tam tam del mainstream come la calata dei black-bloc sulla città, OccupyPiazzAffari é stata invece una forma ibrida di street parate e di corteo politico sindacale, un anticipo di Mayday, il primo maggio degli atipici, e uno scampolo di autunno caldo. Tra le bandiere di Usb e Cub erano riconoscibili quasi tutte le vertenze in corso: Alcoa, Esselunga, Alitalia, i lavoratori dei treni notturni che da 117 giorni occupano tetti di Roma e Milano. In realtà altro non sono che l’altra faccia della battaglia dei No Tav arrivati in massa dal Piemonte. Il debito che ha tagliato il posto ai ferrovieri servirà a pagare l’alta velocità e da questa sarà aumentato in una spirale perversa che solo un’altra politica potrà interrompere. A questo serve lo spazio politico NoDebito dentro il quale ci si interroga su cosa fare da grandi. La polarizzazione potrebbe condensarsi tra chi punterebbe a formare una confederazione di soggetti, un coordinamento permanente, e chi vorrebbe l’espansione del movimento e del conflitto tale da produrre nuove connessioni e magari coinvolgere gli assenti di Piazzaffari (il grosso della Fiom e i Cobas, solo per citare). Next stop, Firenze, alla fine del mese, probabilmente, per una due giorni seminariale. Ma l’agenda dei movimenti è piuttosto articolata. Il clou sarà a Francoforte per la chiamata tedesca nella città simbolo della Bundesbank e della Bce. Accadrà il 17 maggio. 

da www.ilmegafonoquotidiano.it       1 aprile 2012

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