Trattativa: parla il pentito Mutolo. Stato e mafia da sempre a braccetto, di Silvia Truzzi

E’ stato l’autista di Riina: "Dopo l’arresto sono andati a casa sua, c’erano cose che inguaiavano i politici, hanno fatto finta di nulla. Senza di noi non ci sarebbe stata la Dc e nemmeno Berlusconi. Ingroia lo mandano in Guatemala, lui sa che è meglio così"

Il nome di un morto e la sua strada, “tutt’assieme” come direbbe lui. Gaspare Mutolo, pentito di mafia, ha una personale mappa di Palermo: è un cimitero senza pace. Oggi la città dell’odio la dipinge ad olio, ed è soprattutto mare. In mezzo vent’anni di collaborazione con le istituzioni: il salto nel vuoto, dall’altra di una barricata con pochissimi eroi e troppi farabutti (tanti travestiti da uomini dello Stato), l’ha fatta con e per Giovanni Falcone. È lui il pentito che Borsellino stava interrogando nei dintorni di Roma, quando ricevette la famosa convocazione dal ministro.

Mutolo, come succede che un mafioso si pente?

Perché vengono traditi i sentimenti e non si ha più paura. A Buscetta gli avevano ucciso due figli, il genero, il cognato. A Mannoia il fratello: se uno è rispettato, non gli toccano nessuno. Appena Mannoia si vede toccato il fratello, parla con Falcone. Ma nemmeno terminò che noi mafiosi sapevamo che stava collaborando: avevamo le nostre fonti. Ma è successo qualcosa, è la prima volta in assoluto che la mafia uccide tre donne: sorella, madre e zia. Avevamo avuto anche qualche lamentela perché era con Giovanni Bontade, il fratello di Stefano, era stata uccisa anche la moglie.

Fa una differenza?

Sì: il palermitano ha una venerazione per la donna, è diverso dal catanese o dal trapanese: noi palermitani per la donna abbiamo un sentimento diverso proprio. Quando è stato deciso l’omicidio Falcone? Falcone lo seguivamo da vicino, era temuto e ammirato dai mafiosi. Aveva il coraggio dell’intelligenza. Diverso da tutti. Dell’omicidio di Falcone noi ne parliamo già durante il maxiprocesso: avevano scoperto il suo villino vicino a Valdese, c’era uno che aveva una pizzeria che ci raccontava gli spostamenti. Volevamo ucciderlo in una strada sterrata e boscosa. Santapaola aveva mandato addirittura un lanciamissili Katyusha: era “il regalo per il giudice Falcone”. Ma era molto scortato, non se ne fece nulla.

Lei lo sapeva che Falcone sarebbe stato ucciso?

Logico. Dopo che fu confermata la sentenza del maxi processo – io ero in carcere – i mafiosi cominciano a dire: ora ci dobbiamo rompere le corna a tutti, ai politici e ai magistrati. Non avevano mantenuto le promesse. Infatti muore Lima, infatti muore Falcone.

E lei perché si pentì?

Per delusione che avevo con Riina decido di parlare con Falcone: nel dicembre del ‘91 gli mandai un messaggio attraverso un avvocato: “Dicci a Falcone che Mutolo gli vuole parlare”. Lo ammiravo e lo volevo aiutare. Venne il 15, gli dissi: “Voglio collaborare. E comincerò a parlare dal suo ufficio e dalla Cassazione, fino in Parlamento.

Lo avvisò del pericolo?

Gli dissi che i mafiosi erano preoccupati perché non c’era più Carnevale. Carnevale era la nostra roccaforte in Cassazione (il giudice Carnevale fu assolto dalle accuse in Cassazione, dove, dopo una sospensione, ancora esercita le funzioni, ndr). È incredibile che faccia ancora il giudice.

E Borsellino?

Venne il 1 luglio del ‘92 la prima volta, insieme al giudice Aliquò. L’incontro doveva essere segreto: a Mannoia, mentre collaborava gli hanno ammazzato tutta la famiglia.

Poi arrivò la telefonata.

Mi disse: “Vado dal ministro”. Finalmente, poco tempo fa, Mancino l’ha ammesso: lo poteva fare vent’anni fa che non c’erano tutte queste chiacchiere, di aver stretto la mano a Borsellino. Comunque poi Borsellino torna da me. Ed era preoccupato che già sapevano del nostro incontro, era una cosa segretissima. Per lui era stato uno choc.

Lei non aveva paura di Riina?

Se avevo paura m’impiccavo da solo. Borsellino diceva: chi ha paura muore tutti i giorni.

Che rapporti aveva con Riina, prima?

C’imparai la dama. Ce lo voglio dire perché così anche lui si può ricordare dei momenti belli. Riina mi ha dato tanto e mi ha voluto bene tanto. Mi ha fatto regalare 50mila lire a testa da tutti i mafiosi per il mio matrimonio: ho fatto a mezzo con il compare d’anello. Lo fece sia per farmi avere soldi che per informare che lui ci teneva a me. In carcere una volta lo aiutai, che a lui ci era venuta la diarrea. Tutta la notte l’ho vegliato.

La trattativa è vera?

C’è, è stato rinviato Totò. E io non me la bevo che non sono andati a casa di Riina dopo che l’hanno preso. Se mi dicono: o tu cambi opinione o ti mandiamo alla fucilazione, io vado alla fucilazione. Perché è impossibile che non abbiano perquisito. Sono andati in casa di Riina, hanno trovato cose che inguaivano i politici e hanno fatto finta di nulla.

C’erano rapporti tra la mafia e le istituzioni?

Nel ‘71 il capomafia di Bagheria, Antonino Mineo, gli disse a Franco Restivo, ministro dell’Interno: dicci al tuo compare che se vuole mandare al confino noi palermitani, il primo che ci deve andare sei tu. Se no facciamo la pelle a te e a lui. Questi erano i rapporti: convivenza e connivenza, i contatti tra mafia e forze dell’ordine, mafia e politica ci sono sempre stati. Ci sono stati personaggi cui hanno pulito i cartellini penali per fargli fare i sindaci. La Sicilia è una fonte di guadagno e di voti, senza non ci sarebbe stata la dicci, Andreotti e nemmeno Berlusconi, che tramite Dell’Utri era legato a molti mafiosi. Io a Berlusconi lo ammiro, ci sa fare. Non m’interessa del bunga bunga, perché c’era già a Palermo molti anni prima.

Cioé?

A questi uomini politici ci piace la bella vita. Nel ‘74 mi trovai in casa dell’onorevole Matta, della diccì: aveva una villa a Partanna Mondello, la mia zona. Sotto c’era un night club, con le luci, un giradischi, una distilleria di liquori con centinaia di bottiglie. E una parete intera di vestiti di lamè e di scarpe: servivano per le “signore”.

Torniamo a oggi: lei ha detto “ci vorrebbero cinque Ciancimino per ripulire Palermo”.

Massimo Ciancimino dice cose importanti. È assurdo che si sia bruciato con il pizzino che nomina Gianni de Gennaro. Quella porcata l’ha combinata o gliela hanno fatta combinare? Mentre Ciancimino si trovava a Bologna, lo so da persona fidata, hanno fermato due persone che si aggiravano attorno alla sua casa: erano due dei servizi segreti. Io credo che volevano fermarlo. Come a Ingroia.

Cioè?

Adesso a Ingroia lo mandano in Guatemala: lui dice che ha accettato e ci vuole andare. Ma secondo me lui sa che è meglio così, perché ormai è un grande conoscitore della mafia: che deve fare, deve diventare un altro Borsellino o un altro Falcone? Speriamo che le cose cambino, anche se finché ci sono uomini come Dell’Utri e Mannino (assolto per concorso esterno, di nuovo indagato per trattativa) a decidere le cose politiche, non ci sono speranze. La Sicilia è bella, io sono sicuro che mi farò uccidere là, ci voglio tornare.

Quante persone ha ucciso?

Tante. Ma c’era sempre una giustificazione.

Non è pentito?

Forse nemmeno era giusto uccidere queste persone, è una cosa che capisco ora. Ma sempre c’era una giustificazione. Non è cosa
di cui avevo colpa. Una volta ho ucciso un tale, Imperiale, a pugnalate (che è diverso da uccidere con la pistola.) Quando mi sono guardato allo specchio ero una maschera di sangue. Non lo dimenticherò mai.

Lei ora è un pittore, e una volta ha detto: “Quando dipingo mi dimentico chi sono”. È difficile avere il suo passato?

Io ho rifiutato il mio passato: per dimenticarlo che debbo fare, mi devo suicidare? Ho fatto quello che pensavo giusto. Oggi accendo la musica, dipingo il mare. A volte mi commuovo perché so che sto dipingendo Mondello. Mi sento un altro e vorrei essere quello, ma non posso cambiare il passato. Finché sarò in vita sarò sempre l’assassino che ha fatto quello che ha fatto.

Si ricorda lo sguardo di qualcuno degli uomini che ha ucciso?

Gaspare Mutolo, che ha parlato per tre ore senza fermarsi, sorride amaramente per un tempo lungo. E poi dice: “lo sguardo di chi muore sempre quello è. Pensi: è arrivato il mio momento. Quello sguardo l’ho avuto tante volte anch’io.

da Il Fatto Quotidiano del 29 luglio 2012

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Dedicata a tutti i precari, gli esodati, i mobilitati e i disoccupati

“MALARAZZA”
Domenico Modugno (1976)

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastuni e tira fori li denti…
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastuni e tira fori li denti…
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastuni e tira fori li denti…
Un servo tempu fa dintra ‘na piazza,
prigava Cristu in crucI e ci dicia:
“Cristu, lu me patruni mi trapazza,
mi tratta comu un cani pi la via,
si pigghia tuttu cu la sua manazza,
mancu la vita mia dici ch’ é mia…
Distruggila, Gesù, sta Malarazza!
Distruggila, Gesù, fallu pi mmia! Fallu pi mmia!”
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastuni e tira fori li denti…
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastuni e tira fori li denti…
E Cristo ma rispunni dalla cruci:
“Picchì si so spezzati li to vrazza?
Chi voli la giustizia si la fazza!
Nisciun’ ormai ‘cchiù la farrà pi ttia!
Si tu si ‘n’uomo e nun si testa pazza,
ascolta beni sta sintenzia mia,
ca iu ‘nchiudatu in cruci nun saria
s’avissi fattu ciò ca dico a ttia…
ca iu ‘nchiudatu in cruci nun saria!
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?
Pigghia nu bastuni e tira fori li denti…
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?
Pigghia nu bastuni e tira fori li denti…
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?
Pigghia nu bastuni e tira fori li denti…
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?
Pigghia nu bastuni e tira fori li denti…

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Furto d’informazione di Alberto Burgio, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Guido Rossi, Valentino Parlato

La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia.
Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate, non soltanto dalle forze politiche che le condividono (e ciò è comprensibile), ma anche dai maggiori mezzi d’informazione (ivi compreso il servizio pubblico), come comportamenti obbligati ("non-scelte"), immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare.

Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberista), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori.
Così, una teoria controversa, da molti ritenuta corresponsabile della crisi (perché concausa degli eccessi speculativi e degli squilibri strutturali nella divisione internazionale del lavoro e nella distribuzione della ricchezza sociale), è assunta e presentata come autoevidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica.
Non possiamo sottacere che, a nostro giudizio, a rendere particolarmente grave tale stato di cose è il fatto che la sottrazione di informazione che riteniamo necessario denunciare coinvolge l’operato delle stesse più alte cariche dello Stato, alle quali la Costituzione attribuisce precise funzioni di garanzia e vincoli d’imparzialità. Tutto ciò costituisce ai nostri occhi un attacco alla democrazia repubblicana di inaudita gravità, che ai pesantissimi effetti materiali della crisi e di una sua gestione politica volta a determinare una redistribuzione del potere e della ricchezza a beneficio della speculazione finanziaria e dei ceti più abbienti assomma un furto di informazione e di conoscenza gravido di devastanti conseguenze per la democrazia.

il manifesto                24 luglio 2012

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La globalizzazione e la causa della crisi, di M. Gallegati e J. Stiglitz

"L’economia non si riprenderà da sola, almeno non in un lasso di tempo che conta per la gente comune. La politica monetaria non sta aiutandoci ad uscire da questo pasticcio. La FED ha svolto un ruolo importante nel creare le condizioni attuali, incoraggiando la bolla che ha portato alla insostenibile consumo: chi crede che la politica monetaria sta per resuscitare l’economia sarà assai deluso" M. Gallegati, PhD e J. Stiglitz, premio Nobel Economia 2001.

Le ragioni della crisi, secondo le teorie economiche tradizionali
"Le interpretazioni della crisi che è iniziata nella seconda metà del 2007 si basano su teorie economiche tradizionali. Secondo tale lettura, un ottimismo ingiustificato sui titoli e sul rischio, accompagnato da una troppo flebile regolazione, credito accordato senza adeguate garanzie, una politica monetaria troppo accomodante, ha condotto a livelli di indebitamento insostenibili per famiglie, imprese e banche. Il collasso inevitabile delle borse ha provocato diffuse bancarotte, effetti domino e bilanci in rosso.Tutto ciò ha provocato un aumento del rischio di credito e di investimento e, di conseguenza, un forte declino dei consumi da parte delle famiglie, della produzione e degli investimenti delle imprese e dei prestiti bancari. Così i bilanci delle imprese e delle famiglie si sono ripresi solo gradualmente nel tempo attraverso il ricorso ai risparmi precedentemente accumulati e una riduzione del debito che si è manifestata principalmente come declino degli investimenti, mentre le banche hanno goduto di massicce immissioni di liquidità da parte delle Banche Centrali.
Ci sono delle valide ragioni per credere che la crisi sia differente rispetto alle precedenti, sebbene non sia unica, visto il precedente della Grande Depressione.

Una teoria alternativa per una crisi senza precedenti
La profondità e la durata dell’attuale crisi è al di fuori del range normale delle crisi succedutesi dopo la seconda guerra mondiale (nonostante il fatto che gli interventi in materia di politica fiscale e monetaria siano stati senza precedenti nella storia del capitalismo), e non si intravede ancora la fine della crisi.
Un lavoro [Delli Gatti, Gallegati, Greenwald, Russo e Stiglitz, Mobility Constraints, Productivity Trends, and Extended Crises, Journal of Economic Behavior and Organization, luglio 2012] propone invece una lettura diversa che enfatizza le relazioni tra fattori ciclici e strutturali, e spiega perché il sistema capitalistico genera, inevitabilmente, una grande crisi. La causa causante della crisi attuale è stato un cambiamento strutturale dell’economia reale: il declino dei redditi nell’industria si deve a ciò che di solito è un bene (l’aumento della produttività) e alla globalizzazione che ha prodotto una forte moderazione salariale. In altri termini: il settore industriale è vittima del suo proprio successo.Il trauma che stiamo vivendo in questo momento assomiglia al trauma che abbiamo vissuto 80 anni fa, durante la Grande Depressione, ed è stato causato da una serie di circostanze analoghe. Allora, come oggi, abbiamo affrontato un crollo del sistema bancario. Ma allora, come oggi, il crollo del sistema bancario era in parte una conseguenza di problemi più profondi. Anche se risponde correttamente al trauma (i fallimenti del settore finanziario) ci vorrà un decennio o più per raggiungere il pieno recupero. Se noi rispondessimo in modo inappropriato o con gli stessi strumenti neoliberisti che hanno favorito la crisi, questa durerà ancora a lungo e il parallelo con la Grande Depressione assumerà una nuova dimensione tragica. [ I macro-economisti mainstream sostengono che il vero spauracchio in una recessione non è caduta dei salari, ma la loro rigidità: se i salari fossero più flessibili (cioè bassi), la disoccupazione si sarebbe ridotta, auto- correggendo il problema! Ma questo non è stato vero durante la Depressione, e non è vero oggi. Al contrario, bassi salari e redditi portano semplicemente a una riduzione della domanda, indebolendo ulteriormente l’economia.]
Secondo la vulgata tradizionale, la politica restrittiva della FED ha causato la crisi del 1929, oppure il crollo (autunnale) di Wall Street ha provocato la recessione (che inizia in estate!!!) dell’economia americana. Il problema oggi, come allora, è un’altra cosa: la cosiddetta economia reale.
I paralleli tra la storia delle origini della Grande Depressione e quella della nostra crisi sono forti. Allora ci stavamo muovendo dall’agricoltura alla industria. Oggi ci stiamo muovendo dalla manifattura ad un’economia di servizi. Negli USA si calcola che il calo dei posti di lavoro nel settore industriale è stato drammatico, da circa un terzo della forza lavoro 60 anni fa a meno di un decimo di oggi. Il ritmo si è accelerato notevolmente nell’ultimo decennio. Ci sono due ragioni per il declino. Uno è una maggiore produttività, la stessa dinamica che ha rivoluzionato l’industria e costretto la maggioranza degli operai americani a cercare lavoro altrove. L’altro è la globalizzazione, che ha inviato milioni di posti di lavoro all’estero, a paesi a basso salario o quelli che hanno investito di più nelle infrastrutture o nella tecnologia. Qualunque sia la causa specifica, il risultato inevitabile è esattamente lo stesso di 80 anni fa: un calo del reddito e posti di lavoro. Per un certo tempo, la bolla immobiliare ha nascosto il problema creando una domanda artificiale, che a sua volta ha creato posti di lavoro nel settore finanziario e nella costruzione e altrove.

La politica monetaria non ci salverà
Due conclusioni si possono trarre dal lavoro. La prima è che l’economia non si riprenderà da sola, almeno non in un lasso di tempo che conta per la gente comune. La seconda è che la politica monetaria non sta aiutandoci ad uscire da questo pasticcio. La Fed ha svolto un ruolo importante nel creare le condizioni attuali, incoraggiando la bolla che ha portato alla insostenibile consumo: chi crede che la politica monetaria sta per resuscitare l’economia sarà assai deluso.
In breve. Questa analisi ha la sua visione di fondo in una argomentazione non tradizionale, che identifica l’origine della crisi in una non equilibrata dinamica tra i vari settori dell’economia. In ultima analisi, problemi strutturali persistenti, possono sorgere quando un forte e largo settore conosce un forte declino dal punto di vista economico. (così avvenne per l’agricoltura nel 1929 e per l’industria oggi). Molto spesso questo declino di un settore si accompagna ad un rapido aumento della produttività, bassi salari ed una forte caduta della domanda di prodotti di quel settore, e dell’economia in generale.
Secondo la teoria neoliberista, una crescita della produttività in un dato settore dovrebbe provocare l’aumento della disoccupazione (in quel settore) ed una migrazione di lavoro verso altri settori. In realtà, se i lavoratori non sono abbastanza qualificati per passare da un settore ad un altro, si verificherà un blocco della nuova occupazione. L’aumento della produttività provocherà quindi un abbassamento dei salari e dell’occupazione nel settore interessato, ma anche una diminuzione della domanda di beni negli altri settori."

da www.beppegrillo.it        20 luglio 2012

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Green Hill sotto sequestro

Il Corpo Forestale dello Stato sta eseguendo in queste ore il sequestro di Green Hill su disposizione della Procura della Repubblica di Brescia, la stessa che aveva autorizzato le guardie zoofile OIPA ad eseguire un’ispezione della struttura il 30 settembre 2011. Le irregolarità riscontrate erano state riportate alla Procura ed era stata depositata un’istanza di chiusura, finora inascoltata.

Durante la perquisizione le guardie zoofile OIPA avevano eseguito accertamenti sullo stato di detenzione dei 2500 cani, documentazione, registri e verbali, segnalando alla Procura violazioni penali e violazioni al Decreto Legislativo n.116/92 e alla Circolare del Ministero della Sanità n.8 del 22 aprile 1994.

Nello specifico erano stati contestati:

• box di circa 5 metri quadrati all’interno dei quali vengono detenuti fino a 5 cani
• assenza del registro di carico e scarico degli animali presenti nell’allevamento
• assenza di aggiornamento della banca dati dell’anagrafe canina regionale, per un totale di circa 400 cani non registrati

Erano inoltre state evidenziate situazioni critiche e che avrebbero potuto configurare il reato di maltrattamento, come:

• la presenza di un solo medico veterinario a garantire il benessere di 2500 cani e l’elevato inquinamento acustico causato dall’incessante abbaiare di centinaia di animali rinchiusi all’interno dei singoli capannoni, così intenso da obbligare il personale ad utilizzare le cuffie insonorizzate.
• il ritrovamento di 35 cani deceduti e sprovvisti sia del relativo certificato di morte sia di un certificato veterinario che ne attestasse la causa.

Oltre agli aspetti che sono regolamentati dalla legge, era inoltre da considerarsi anche l’aspetto psicologico ed emotivo che non può essere misurato o sanzionato, ma che determina l’enorme disagio di questi animali. I cani allevati in attesa di essere venduti vivono in condizioni incompatibili con la natura di animali sociali ed esplorativi che li contraddistingue. Sono infatti rinchiusi in box asettici, privi di qualsiasi interazione sociale ed emotiva, esposti costantemente alla luce artificiale, oltre che costretti a sopportare l’incredibile frastuono dovuto agli abbai e ai latrati dei migliaia di cani compagni di prigionia all’interno dei capannoni.

Ora finalmente i nodi sono venuti al pettine è una vittoria in cui abbiamo sperato dal giorno in cui le guardie zoofile OIPA hanno messo piede in quella fabbrica di morte. Gli estremi per chiudere la struttura erano presenti anche nove mesi fa, tuttavia siamo comunque soddisfatti di aver aperto la strada che ha portato al sequestro.

Il sequestro anticipa l’emendamento 14 della proposta di legge comunitaria, ora al vaglio del Senato, che di fatto vieterebbe l’allevamento di cani gatti e primati non umani destinati alla vivisezione.

Organizzazione Internazionale Protezione Animali               18 luglio 2012                                                                        

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La nostra Cassinetta

Un video sulla fantastica avventura ed esperienza di Cassinetta di Lugagnano.
Forse il più bello. Ce l’ha regalato Basilio Santoro, Radio Libera.
C’è tutto. La poesia, la musica e la politica. L’anima del nostro passare a Cassinetta di Lugagnano.
Lo condivido con tutti. Con i miei compagni di strada. Con chi ha guardato con curiosità al piccolo paese adagiato sulle sponde del Naviglio Grande. Con chi ha partecipato e pratica tutt’ora centinaia di battaglie a tutela ed in difesa del nostro territorio, in ogni angolo del paese. Con chi non vuole rassegnarsi allo sprofondamento e alla deriva del nostro paese, l’Italia.
L’Italia baciata da millenni di storia e violentata in pochi anni dal partito del cemento.

da www.domenicofiniguerra.it

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Gli impuniti del G8 – Vittorio Agnoletto

"La sentenza (della Cassazione sulle violenze del G8 a Genova) è estremamente importante perché sancisce anche sul piano giudiziario quello che ormai è ampiamente documentato sul piano storico e se il lavoro svolto dai pubblici ministeri, in particolare dal dottor Enrico Zucca è servito per appurare la verità, questa sentenza anche se parzialmente costituisce giustizia. Perché parzialmente? Perché da un lato abbiamo che tutti i responsabili individuati devono immediatamente essere allontanati dalla Polizia, dalle Forze dell’ ordine. Parzialmente perché nessuno di costoro passerà neanche solo un giorno in carcere.
E’ una sentenza importante perché i magistrati si sono trovati a dover decidere in una condizione che non era assolutamente naturale. I magistrati devono applicare la legge, attenersi unicamente alla legge, mentre invece in questi giorni c’è stata una pressione fortissima sui magistrati dicendo: "Attenzione se li condannate decapitate alcune istituzioni dello Stato". Perché? Perché la politica, e questa è la maggiore responsabilità, non solo non è intervenuta in questi anni, ma è intervenuta continuando a promuovere tutti coloro che erano stati condannati e ponendo così i magistrati di fronte anche a una responsabilità che non gli compete perché i magistrati devono rispondere unicamente alla legge. E’ la politica che non doveva mettere nelle condizioni di far sì che i colpevoli fossero al vertice delle istituzioni, ritengo che i magistrati abbiano semplicemente bonificato almeno parzialmente quelle istituzioni.
Rimane aperta anche un’altra questione, a picchiare, a produrre violenza nella Diaz sono state centinaia e centinaia di poliziotti, la stragrande maggioranza di costoro, cioè di manovali della violenza non sono stati individuati perché avevano il volto coperto con il casco e con un bavaglio, nessuno di costoro è stato quindi condannato e qui si apre anche la questione di qual è la formazione che avviene dentro la Polizia? Come viene sviluppato l’arruolamento, quali sono le forme di educazione che vengono proposte dentro la Polizia? Che ruolo svolge, direi non svolge più, quello che una volta era il sindacato di Polizia conquistato negli anni 80. Dopodichè rimangono invece completamente intatte le responsabilità della politica e io da questo punto di vista credo che bisogna essere molto chiari senza guardare in faccia a nessuno e dire le cose come stanno.
C’è una gravissima responsabilità del centro-destra, c’è la responsabilità di Fini, di cui nessuno oggi discute, che non dimentichiamo. Mentre avvenivano quei fatti a Genova era nella caserma centrale dei Carabinieri e non si capisce perché. Lì non doveva essere, non gli competeva come ruolo istituzionale. C’è la responsabilità di tutta la destra che ha gestito quei fatti durante e dopo, ma non solo, una parte del centro-sinistra fino all’ultimo istante ha cercato di salvare i massimi dirigenti della Polizia. Leggete l’articolo di oggi di Bonini sulla Repubblica cosa sostiene? Che i condannati, personaggi più importanti sono persone che hanno svolto importantissimi ruoli sulla lotta alla mafia etc. e che quindi bisognava avere un occhio di riguardo con loro che, come dire, la giustizia non è uguale per tutti. Uno acquisisce dei bonus nella vita, dopodichè può fare quello che vuole, questo è qualcosa di assolutamente esterno a quanto prevede la legge e quanto prevede il diritto e quanto prevede soprattutto la Costituzione." Vittorio Agnoletto, medico, portavoce "Genoa Social Forum" al G8 di Genova 2001

da www.beppegrillo.it      6 luglio 2012

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