“Cum panis”

Cari compagni, sì, compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo dimenticare, lasciare in disuso; deriva dal latino "cum panis" che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno, condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.

Mario Rigoni Stern   

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Passaparola: quando meno significa meglio – Maurizio Pallante

“La crescita è la causa della crisi che stiamo vivendo e quindi non può essere la soluzione, perché non si può pensare di risolvere un problema rafforzando le cause che lo producono. Se si produce sempre di più aumenta l’offerta di merci; se le persone che sono inserite nei processi produttivi sono sempre di meno diminuisce la domanda di merci, perché diminuisce il reddito con cui possono comprare le cose che vengono prodotte.” Maurizio Pallante

La crescita è la causa della crisi, non la sua soluzione.
“Un saluto a tutti gli amici di Beppe Grillo e a tutti gli attivisti del Movimento 5 Stelle, sono Maurizio Pallante, fondatore del movimento Decrescita felice. Vorrei parlare con voi delle nostre proposte per superare la crisi che stiamo vivendo, che è una crisi contemporaneamente economica, occupazionale, energetica e ambientale.
Un coro unanime che ripete che per superare questa crisi occorre rilanciare la crescita, peraltro senza riuscirci, sembra l’aspirazione di un impotente che desidera fare qualche cosa ma non riesce a farla. Noi riteniamo che la crescita sia la causa della crisi che stiamo vivendo e quindi non può essere la soluzione, perché non si può pensare di risolvere un problema rafforzando le cause che lo producono e diciamo che la crescita è la causa della crisi in entrambi gli aspetti in cui si manifesta, la stagnazione della produzione con la conseguente disoccupazione e dall’altra parte i debiti pubblici che in Italia hanno raggiunto il 120% del Pil e i debiti privati che si aggiungono ai pubblici.
La crescita è la causa della crisi che stiamo vivendo perché la crescita dell’economia comporta una crescita di offerta di merci continue, ma per fare crescere l’offerta di merci serve introdurre nei processi produttivi tecnologie sempre più performanti che riducono l’incidenza del lavoro sul valore aggiunto, cioè nell’unità di tempo queste tecnologie consentono di produrre sempre di più con sempre meno persone.
Ma se si produce sempre di più aumenta l’offerta di merci, se le persone che sono inserite nei processi produttivi sono sempre di meno diminuisce la domanda di merci, perché diminuisce il reddito con cui possono comprare le cose che vengono prodotte.
Per questo se diminuisce la domanda e aumenta l’offerta per mantenere un equilibrio nel corso degli anni si è fatto ricorso sempre di più al debito per sostenere la domanda.
Ecco, questa è una storia vecchia, non è una cosa che scopriamo adesso, il debito nasce con l’inizio dell’economia della crescita degli anni 60, quando le persone erano indotte a comprare tutti i nuovi oggetti che erano messi sul mercato dai cicli produttivi, facendo cambiali per poterli comprare.
Ora di fronte a una crisi che ha queste caratteristiche le politiche economiche tradizionali hanno dimostrato di essere impotenti, noi possiamo prendere anche tutti i più grandi professori di economia che abbiamo in circolazione, se questi professori di economia applicano le misure di politica economica tradizionali non ci aiuteranno a uscire dalla crisi, come sta dimostrando il governo Monti nonostante tutti gli annunci trionfali con cui era stato presentato.
Perché non sono in grado di risolvere la crisi le politiche economiche tradizionali? Perché se si lavora per ridurre il debito, siccome la domanda è fatta e basata in grande parte sul debito si riduce la domanda e si aggrava la crisi, se invece si vuole rilanciare l’economia bisogna aumentare la domanda e per fare questo bisogna aumentare i debiti.
Per cui c’è stato qualche genio di questi economisti, laureati nelle migliori scuole, che ha detto che bisogna premere contemporaneamente sul pedale del freno e dell’acceleratore, il pedale del freno è una diminuzione del debito e quello dell’acceleratore sarebbe il rilancio della produzione.
Ma se voi che avete quasi tutti la patente, provate ad andare in macchina, accendere il motore e premere contemporaneamente il pedale del freno e dell’acceleratore consumate benzina, rischiate di bruciare il motore e i freni, ma soprattutto restare fermi e questa è la situazione che si sta vivendo in questo momento.
Allora tutti i tentativi che sono stati fatti di rilanciare la crescita, al di là delle parole che vengono ripetute in continuazione, da una parte non hanno sbloccato la crisi economica, dall’altra hanno contribuito a aggravare la crisi ambientale, perché c’è questa cecità di fondo degli economisti, che ritengono che i problemi economici siano sostanzialmente risolvibili nel rapporto tra domanda e offerta e non si rendono conto che invece i cicli produttivi impattano con le risorse ambientali, con il mondo in cui viviamo, in tre momenti, nel momento in cui prelevano le risorse, nel momento in cui le trasformano in merci, utilizzando tecnologie che rilasciano negli ambienti sostanze inquinanti e nel momento in cui gli oggetti prodotti, le merci prodotte, giungono alla fine della loro vita o comunque non vengono più utilizzate e diventano rifiuti, che vengono scaricati nell’ambiente.
Allora noi riteniamo invece che non sia possibile risolvere la crisi economica e occupazionale se non contestualmente alla risoluzione o quanto meno alla riduzione della crisi energetica e ambientare.

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Cosa insegna il caso Breivik di Mazzetta

I giudici di Oslo hanno chiarito una questione che spesso nel nostro paese viene minimizzata.

Non è un folle Anders Behring Breivik, ma una persona che segue lucidamente un’ideologia e una scuola di pensiero ben radicata in Europa, la stessa che ha portato il continente alla Seconda Guerra Mondiale. Una guerra d’aggressione scatenata contro popoli ritenuti inferiori e che, coerentemente, condusse fino all’Olocausto. Un’ideologia razzista che prima d’allora aveva legittimato il colonialismo europeo in America, Africa, Asia e Oceania e in seguito, ancora per decenni, ha continuato a legittimare la politica dell’apartheid negli Stati Uniti come in Sudafrica.

Alle azioni e ai deliri del Breivik che rifiutavano l’essenza stessa della democrazia, il governo norvegese aveva promesso di rispondere con “ancora più democrazia” e si può ben dire che la promessa sia stata mantenuta. Non ci sono state folle di forcaioli ad accompagnare il processo, non ci sono state grida d’insoddisfazione nell’accogliere la condanna a 21 anni, la massima prevista per la legge norvegese.

Non si può che ammirare la Norvegia ed esprimere solidarietà ai norvegesi per la gestione di un caso eccezionale che ha profondamente scosso quel paese come mai era accaduto prima. Ma poi bisogna fare i conti con l’immensa differenza che separa quel paese e quella civiltà dalla nostra. Civiltà, la nostra, plasmata da tanti maestri del pensiero che subito si precipitarono a catalogare Breivik come un folle, a separarlo proprio da quell’ideologia che oggi i giudici norvegesi hanno riconosciuto come primo motore della strage. E forse, anche ad autoassolversi.

Ricordo il rantolo di Magdi (ormai) Cristiano Allam che, per nulla pentito di avere in passato sostenuto alcune delle tesi sbandierate da Breivik, si scagliò come il terrorista norvegese contro il “multiculturalismo”. Non era colpa di Breivik, che è un folle, si disse, ma del “Multiculturalismo che l’ha spinto alla follia turbando la sua quiete. Sul Foglio Giuliano Ferrara scrisse che “Non voleva scatenare una guerra etnico-religiosa“, Camillo Langone che lui è un fondamentalista diverso perché Breivik e luterano e mette le bombe, non come lui che tutti i giorni scrive le stesse cose di Breivik e che anche il quel pezzo non mancò di prendersela con l’immigrazione. Un servizio del TG1 attribuì la colpa della strage ai videogame, Pierluigi Battista sulle pagine del Corriere della sera si affrettò a dire che non era colpa di chi, come il suo giornale, aveva diffuso le stesse idee di Breivik facendo delle razzistate della senescente Oriana Fallaci un successo editoriale, disse Pigi che legare Breivik a quelle idee era “un’ipotesi complottista”.  Vittorio Feltri arrivò persino ad accusare le giovani vittime di essere mollaccioni di sinistra, perché non si erano lanciati a decine sul killer. Decine di esercizi di terzismo ridicolo e insopportabile, con buona parte della destra di questo paese che cercò di smarcarsi da Breivik mentre ne ripeteva gli slogan, quegli stessi che ha diffuso nell’ultimo decennio ossessivamente, anche dalle tribuna del governo. PDL, Lega Nord, AN, i politici di questi partiti giocarono in difesa, negando che ogni legame con un’ideologia che hanno cavalcato platealmente per anni e continuano a cavalcare.

Oggi questi dovrebbero fare i conti con la sentenza norvegese, che li espone nel ruolo di complici, di cattivi maestri, di brodo di cultura di un’ideologia suprematista e razzista che non si è mai sopita nonostante sia stata sconfitta e nonostante si sia resa responsabile di uno dei periodi più bui dell’umanità. La stessa ideologia che ha prodotto le carceri infami nelle quali deteniamo i migranti, privandoli della libertà personale senza che abbiano compiuto alcun reato, la stessa ideologia che spinge a dimenticare le condizioni disumane nelle quali costringiamo i nostri carcerati. La distanza dalla civiltà della Norvegia si può misurare visivamente anche accostando il carcere che ospiterà Breivik con i nostri istituti di pena, dove secondo i cialtroni della destra i nostri detenuti vivono “come in albergo” e “a spese nostre”. E sono conti che devono fare ancora di più in quanto sono gli stessi che in prima fila sono pronti ad accusare gli avversari di essere “cattivi maestri” quando qualche giovane sfascia una vetrina.

La sentenza con la quale i giudici norvegesi hanno condannato Breivik illumina il negazionismo criminale di questi commentatori che hanno plaudito ai rantoli razzisti di Fallaci e che ogni volta che nel nostro paese si scatena un pogrom contro gli zingari o una strage motivata dall’ideologia d’estrema destra ci raccontano che gli assassini sono stati provocati o che sono matti, mentre sui siti dei loro giornali scatta l’orgia di commenti a confronto dei quali Breivik appare un elegante ufficiale nazista che si staglia sulle truppe che accompagnano gli ebrei, gli zingari e gli omosessuali ai forni.

Con questa sentenza il nostro paese dovrebbe fare i suoi conti, li dovrebbero fare i suoi media e quei giornalisti che passano il tempo a soffiare sul fuoco dell’odio e poi a giocare ai negazionisti quando le follia razzista divampa. La battaglia contro il nazifascimo non potrà dirsi vinta fino a quando comportamenti del genere avranno cittadinanza nel nostro paese.
 
da Giornalettismo     24 agosto 2012

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Crisi: duemila chiamate al servizio antisuicidi

In pochi mesi boom di telefonate ai progetti di ascolto e supporto psicologico. Chiamano soprattutto imprenditori e lavoratori: impiego perso, peso del fisco, difficoltà di bilancio. Anche famigliari preoccupati per i parenti. Oltre 30 suicidi nel 2012
Crisi, 2mila chiamate al servizio anti suicidi
(Labitalia) – Imprenditori sempre più sull’orlo della crisi, e non solo economica. La lista di chi, nel 2012, si è tolto la vita dopo aver perso il lavoro conta più di 30 vittime e le associazioni che si occupano del fenomeno lanciano l’allarme sul pericolo di altri gesti estremi. Dai dati risulta che sono oltre 2mila le persone che, negli ultimi mesi, si sono rivolte a progetti di ascolto e supporto psicologico nati a livello regionale o nazionale.

Il peso del fisco, la perdita del lavoro, la difficoltà di far quadrare bilanci e di ottenere credito tolgono il sonno a centinaia di migliaia di persone e contro i gesti estremi è boom di telefonate alle associazioni di sostegno come ‘Speranzaallavoro’, voluta da Adiconsum e Filca Cisl per rompere il silenzio e la solitudine dei piccoli imprenditori e delle loro famiglie.

L’iniziativa, nata il 16 aprile scorso, continua a registrare numeri preoccupanti. "Sono oltre un migliaio le persone – spiega Pietro Giordano, segretario generale di Adiconsum – che gia’ hanno chiamato per chiederci aiuto". Cifre da aggiungere a realtà come il progetto ‘Terraferma’, nato per volere dell’imprenditore Massimo Mazzucchelli, che dallo scorso marzo ha risposto agli ‘sos’ di oltre 550 lavoratori in difficoltà.

O ancora: iniziative a livello locale (quasi ogni regione dispone di un servizio ad hoc) come ‘InOltre’ finanziato dalla Regione Veneto. Dallo scorso 11 giugno, il numero verde ha raccolto l’appello disperato di circa 80 imprenditori di una delle zone piu’ colpite dalla crisi.

Per difetto, a livello nazionale, la somma supera la cifra di 2 mila messaggi di aiuto. Il telefono diventa il mezzo per raccontare, al di là delle statistiche, storie di disperazione e fallimenti.

E’ il Nord Italia a rivolgersi maggiormente a ‘Speranzaallavoro’, mentre sono "le figlie soprattutto a chiedere aiuto, spezzando quel senso di fallimento che pesa sui padri. Per loro – svela il segretario generale di Adiconsum, Giordano – e’ piu’ dura ammettere la fine di un progetto imprenditoriale". Piu’ diversificato, invece, l’identikit di chi contatta lo spazio di ascolto e di supporto ‘Terraferma’ che offre sostegno, 24 ore su 24, grazie al contributo di 30 tra psicologi e psicoterapeuti.

"In prevalenza si rivolgono a noi gli imprenditori – spiega Mazzucchelli -, ma chiamano anche lavoratori disoccupati di tutte le età. Telefonano soprattutto da Veneto, Lombardia e Piemonte, anche se non mancano richieste di aiuto da Lazio e Campania".

da rassegna.it          21 agosto 2012

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L’attacco alla Repubblica dell’Ecuador, ecco il perché di Londra, di Sergio Di Cori Modigliani

Oggi parliamo di geo-politica e di libera informazione in rete.
Tutto ciò che sta accadendo oggi, tecnicamente (nel senso di “politicamente”) è iniziato il 12 dicembre del 2008. Secondo altri, invece, sarebbe iniziato nel settembre di quell’anno. Ma ci volevano almeno quattro anni prima che l’onda d’urto arrivasse in Europa e in Usa.
Forse è meglio cominciare dall’inizio per spiegare gli accadimenti.
Anzi, è meglio cominciare dalla fine.
Con qualche specifica domanda, che –è molto probabile- pochi in Europa si sono posti.
Mi riferisco qui alla questione di Jules Assange, wikileaks, e la Repubblica di Ecuador.
Perché il caso esplode, oggi?
Perché, Jules Assange, ha scelto un minuscolo, nonché pacifico, staterello del Sudamerica che conta poco o nulla?
Come mai la corona dell’impero britannico perde la testa e si fa prendere a schiaffi davanti al mondo intero da un certo signor Patino, ministro degli esteri ecuadoregno, per gli euro-atlantici un vero e proprio Signor Nessuno, il quale ha dato una risposta alla super elite planetaria (cioè il Foreign Office di Sua Maestà) tale per cui, cinque anni fa avrebbe prodotto soltanto omeriche risate di pena e disprezzo, mentre oggi li costringe ad abbozzare, ritrattare, scusarsi davanti al mondo intero?
Perché l’Ecuador? Perché, adesso?
Tutto era più che prevedibile, nonché scontato.
Intendiamoci: era scontato in tutto il continente americano, in Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, paesi scandinavi. In Europa e a Washington pensavano che il mondo fosse lo stesso di dieci anni fa. Perché l’Europa –e soprattutto l’Italia- è al 100% eurocentrica, vive sotto un costante bombardamento mediatico semi-dittatoriale, non ha la minima idea di ciò che accade nel resto del mondo, ma (quel che più conta) pensa ancora come nel 1812, ovvero: “se crolla l’Europa crolla il mondo intero; se crolla l’euro e l’Europa si disintegra scompare la civiltà nel mondo” e ragiona ancora in termini coloniali. Ma il mondo non funziona più così. In Italia, ad esempio, nessuno è informato sulla zuffa (che sta già diventando rissa) tra il Brasile e l’Onu, malamente gestita da Christine Lagarde, la persona che presiede il Fondo Monetario Internazionale, e che ruota intorno all’applicazione base di un concetto formale, banale, quasi sciocco, ma che potrebbe avere ripercussioni psico-simboliche immense: l’Italia è stata ufficialmente retrocessa. Non è più l’ottava potenza al mondo, bensì la nona. E’ stata superata dal Brasile. Quindi al prossimo G8 l’Italia non verrà invitata, ma ci andrà il Brasile. Da cui la scelta di abolire il G8 trasformandolo in G10 standard. Si stanno scannando.
La prima notizia Vera (per chi vuole ricavare informazioni reali dal mondo reale) è questa: “L’Europa, con l’Inghilterra e Germania in testa, non possono (non vogliono) accettare il trionfo keynesiano del Sudamerica e la loro irruzione nel teatro della Storia come soggetti politici autonomi. Per loro vale il principio per cui “che se ne stiano a casa loro, non rompano, e ringrazino il cielo che li facciamo anche sopravvivere, come facciamo con gli africani. Altrimenti, da quelle parti, uno per uno faranno la fine di Gheddafi”. Il messaggio in sintesi è questo.
Dal Sudamerica negli ultimi quaranta giorni sono arrivati tre potentissimi messaggi in risposta: niente è stato pubblicizzato in Europa. Tanto meno l’ultimo (il più importante) in data 3 agosto, se non altro per il fatto che era in diretta televisiva dalla sede di New York del Fondo Monetario Internazionale. Nessuno lo ha trasmesso in Europa, ad esclusione del Regno di Danimarca. E così, preso atto che esiste una compattezza mediatica planetaria di censura, e avendo preso atto che se non se ne parla la televisione, non c’è in rete e non si trovano notizie su wikipedia, allora vuol dire che non esiste, il Sudamerica ha scelto il palcoscenico mediatico globale più intelligente in assoluto: il cuore della finanza oligarchica planetaria, la city di Londra.

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La lettura sbagliata della crisi, di Luciano Gallino

Il 20 luglio la Camera ha approvato il “Patto fiscale”, trattato Ue che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent’anni. Comporterà per l’Italia una riduzione del debito di una cinquantina di miliardi l’anno, dal 2013 al 2032.
Una cifra mostruosa che lascia aperte due sole possibilità: o il patto non viene rispettato, o condanna il Paese a una generazione di povertà.

Approvando senza un minimo di discussione il testo la maggioranza parlamentare ha però fatto anche di peggio. Ha impresso il sigillo della massima istituzione della democrazia a una interpretazione del tutto errata della crisi iniziata nel 2007. Quella della vulgata che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. In realtà le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario, cosa di cui nessuno dubitava sino agli inizi del 2010. Da quel momento in poi ha avuto inizio l’operazione che un analista tedesco ha definito il più grande successo di relazioni pubbliche di tutti i tempi: la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.

In sintesi la crisi è nata dal fatto che le banche Ue (come si continuano a chiamare, benché molte siano conglomerati finanziari formati da centinaia di società, tra le quali vi sono anche delle banche) sono gravate da una montagna di debiti e di crediti, di cui nessuno riesce a stabilire l’esatto ammontare né il rischio di insolvenza. Ciò avviene perché al pari delle consorelle Usa esse hanno creato, con l’aiuto dei governi e della legislazione, una gigantesca “finanza ombra”, un sistema finanziario parallelo i cui attivi e passivi non sono registrati in bilancio, per cui nessuno riesce a capire dove esattamente siano collocati né a misurarne il valore.

La finanza ombra è formata da varie entità che operano come banche senza esserlo. Molti sono fondi: monetari, speculativi, di investimento, immobiliari. Il maggior pilastro di essa sono però le società di scopo create dalle banche stesse, chiamate Veicoli di investimento strutturato (acronimo Siv) o Veicoli per scopi speciali (Spv) e simili. Il nome di veicoli è quanto mai appropriato, perché essi servono anzitutto a trasportare fuori bilancio i crediti concessi da una banca, in modo che essa possa immediatamente concederne altri per ricavarne un utile. Infatti, quando una banca concede un prestito, deve versare una quota a titolo di riserva alla banca centrale (la Bce per i paesi Ue). Accade però che se continua a concedere prestiti, ad un certo punto le mancano i capitali da versare come riserva. Ecco allora la grande trovata: i crediti vengono trasformati in un titolo commerciale, venduti in tale forma a un Siv creato dalla stessa banca, e tolti dal bilancio.

Con ciò la banca può ricominciare a concedere prestiti, oltre a incassare subito l’ammontare dei prestiti concessi, invece di aspettare anni come avviene ad esempio con un mutuo. Mediante tale dispositivo, riprodotto in centinaia di esemplari dalle maggiori banche Usa e Ue, spesso collocati in paradisi fiscali, esse hanno concesso a famiglie, imprese ed enti finanziari trilioni di dollari e di euro che le loro riserve, o il loro capitale proprio, non avrebbero mai permesso loro di concedere. Creando così rischi gravi per l’intero sistema finanziario.

I Siv o Spv presentano infatti vari inconvenienti. Anzitutto, mentre gestiscono decine di miliardi, comprando crediti dalle banche e rivendendoli in forma strutturata a investitori istituzionali, hanno una consistenza economica ed organizzativa irrisoria. Come notavano già nel 2006 due economisti americani, G. B. Gorton e N. S. Souleles, «i Spv sono essenzialmente società robot che non hanno dipendenti, non prendono decisioni economiche di rilievo, né hanno una collocazione fisica». Uno dei casi esemplari citati nella letteratura sulla finanza ombra è il Rhineland Funding, un Spv creato dalla banca tedesca IKB, che nel 2007 aveva un capitale proprio di 500 (cinquecento) dollari e gestiva un portafoglio di crediti cartolarizzati di 13 miliardi di euro.

L’esilità strutturale dei Siv o Spv comporta che la separazione categorica tra responsabilità della banca sponsor, che dovrebbe essere totale, sia in realtà insostenibile. A ciò si aggiunge il problema della disparità dei periodi di scadenza dei titoli comprati dalla banca sponsor e di quelli emessi dal veicolo per finanziare l’acquisto. Se i primi, per dire, hanno una scadenza media di 5 anni, ed i secondi una di 60 giorni, il veicolo interessato deve infallibilmente rinnovare i prestiti contratti, cioè i titoli emessi, per trenta volte di seguito. In gran numero di casi, dal 2007 in poi, tale acrobazia non è riuscita, ed i debiti di miliardi dei Siv sono risaliti con estrema rapidità alle banche sponsor.

La finanza ombra è stata una delle cause determinanti della crisi finanziaria esplosa nel 2007. In Usa essa è discussa e studiata fin dall’estate di quell’anno. Nella Ue sembrano essersi svegliati pochi mesi fa. Un rapporto del Financial Stability Board dell’ottobre 2011 stimava la sua consistenza nel 2010 in 60 trilioni di dollari, di cui circa 25 in Usa e altrettanti in cinque paesi europei: Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. La cifra si suppone corrisponda alla metà di tutti gli
attivi dell’eurozona. Il rapporto, arditamente, raccomandava di mappare i differenti tipi di intermediari finanziari che non sono banche. Un green paper della Commissione europea del marzo 2012 precisa che si stanno esaminando regole di consolidamento delle entità della finanza ombra in modo da assoggettarle alle regole dell’accordo interbancario Basilea 3 (portare in bilancio i capitali delle banche che ora non vi figurano).

A metà giugno il ministro italiano dell’Economia – cioè Mario Monti – commentava il green paper: «È importante condurre una riflessione sugli effetti generali dei vari tipi di regolazione attraverso settori e mercati e delle loro potenziali conseguenze inattese». Sono passati cinque anni dallo scoppio della crisi. Nella sua genesi le banche europee hanno avuto un ruolo di primissimo piano a causa delle acrobazie finanziarie in cui si sono impegnate, emulando e in certi casi superando quelle americane. Ogni tanto qualche acrobata cade rovinosamente a terra; tra gli ultimi, come noto, vi sono state grandi banche spagnole.

Frattanto in pochi mesi i governi europei hanno tagliato pensioni, salari, fondi per l’istruzione e la sanità, personale della PA, adducendo a motivo l’inaridimento dei bilanci pubblici. Che è reale, ma è dovuto principalmente ai 4 trilioni di euro spesi o impegnati nella Ue al fine di salvare gli enti finanziari: parola di José Manuel Barroso. Per contro, in tema di riforma del sistema finanziario essi si limitano a raccomandare, esaminare e riflettere. Tra l’errore della diagnosi, i rimedi peggiori del male e l’inanità della politica, l’uscita dalla crisi rimane lontana.

da La Repubblica             30 luglio 2012

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Argentina: nelle confessioni di Videla anche le connivenze della chiesa, di Horacio Verbitsky

La valanga di dichiarazioni dell’ex dittatore ha fatto emergere anche le connivenze con la dittatura sui desaparecidos. Il nunzio apostolico e l’ex presidente della Conferenza episcopale fornirono consigli al regime su come gestire la situazione, ma offrirono anche i loro "buoni uffici" per tenere in silenzio i parenti delle vittime

La valanga di dichiarazioni dell’ex dittatore Jorge Videla ha messo fine a un lungo dibattito sui modelli di transizione. Quanti criticavano la riapertura dei processi per crimini contro l’umanità sostenevano che l’obiettivo di giungere a una condanna penale rischiava di ostacolare il raggiungimento della verità ed esaltavano, invece, il modello sudafricano consistente nell’ottenere informazioni in cambio dell’impunità. Durante una visita in Sudafrica nel 2005, i familiari delle vittime della violenza razzista mi parlarono del senso di frustrazione provato nel vedere i loro aguzzini raccontare con particolari sadici come avevano massacrato i loro figli o coniugi per poi andarsene liberi.

In Argentina, al contrario, sono già state pronunciate oltre 250 sentenze di condanna al termine di processi che hanno garantito tutti i diritti alla difesa tanto che vi sono state anche due dozzine di sentenze di assoluzione. E il flusso di informazioni non solo non si è arrestato, ma è aumentato. Il presunto contrasto insanabile tra Verità e Giustizia si è rivelato falso. Le successive confessioni del condannato Videla a diversi giornalisti che lo hanno intervistato in carcere hanno fatto luce sulla complicità con il regime dei grandi imprenditori, dei principali partiti politici e della Chiesa cattolica. Nell’ultima intervista ha detto che il nunzio apostolico Pio Laghi, l’ex presidente della Conferenza episcopale Raul Primatesta e altri vescovi hanno fornito al suo governo consigli su come gestire la situazione dei detenuti-desaparecidos.

Secondo Videla la Chiesa si spinse addirittura a “offrire i suoi buoni uffici” affinché il governo informasse della morte dei figli tutte le famiglie che si fossero impegnate a non rendere pubblica la notizia e a smettere di protestare. È la prova che la Chiesa era a conoscenza dei crimini della dittatura militare, come risulta dai documenti segreti pubblicati in libri e articoli e la cui autenticità l’Episcopato è stato costretto a riconoscere dinanzi alla giustizia. Ma è altresì la prova di un coinvolgimento attivo dell’Episcopato per garantire il silenzio dei familiari delle vittime, silenzio di cui la Chiesa era garante. Videla ha detto che non fornirono informazioni sui desaparecidos affinché nessuna madre chiedesse “dove è sepolto mio figlio per portargli un fiore? Chi l’ha ucciso? Perché? Come l’hanno ucciso? A nessuna di queste domande fu data risposta”.

Il ragionamento è il medesimo che Videla fece il 10 aprile 1978 nel corso di un cordiale pranzo alla presenza della commissione esecutiva dell’Episcopato. Secondo la nota informativa inviata dai vescovi al Vaticano, Videla aveva detto loro che “sarebbe ovvio” affermare che nessuno è desaparecido, che “sono morti”, ma che una tale affermazione avrebbe “alimentato una serie di domande sul luogo della sepoltura. Era forse una fossa comune? E in tal caso: chi li ha messi in questa fossa? Insomma una serie di domande alle quali il governo non poteva rispondere sinceramente per le conseguenze a carico di alcune persone”, vale a dire per proteggere i sequestratori e gli assassini.

I consigli delle autorità ecclesiastiche ammessi da Videla confermano altresì i dati frammentati che già erano noti. Il primo ufficiale che ha confessato la partecipazione personale al massacro, il capitano della Marina Adolfo Scilingo, mi raccontò che quando il comandante delle Operazioni Navali lo aveva informato che i prigionieri sarebbero stati gettati in mare dagli aerei, gli aveva anche detto che si erano consultati con le autorità ecclesiastiche per trovare la soluzione “più cristiana e meno violenta”. Quando tornò turbato dal primo volo e si rivolse al cappellano della sua unità militare, il sacerdote lo tranquillizzò raccontandogli alcune parabole bibliche. Disse che era una morte cristiana perché non avevano sofferto.

Nel corso del primo processo contro esponenti della giunta militare, il giornalista Jacobo Timerman raccontò che quando aveva chiesto per quale ragione non avevano applicato apertamente la pena di morte, uno degli ufficiali più alti in grado della Marina gli aveva risposto: “In questo caso sarebbe intervenuto il Papa e sarebbe stato difficile fucilare i detenuti se il Pontefice avesse fatto pressione”. Il generale Ramon Diaz Bessone diede la medesima spiegazione alla giornalista francese Marie-Monique Robin: “Pensate alle pesanti critiche rivolte dal Papa a Franco nel 1975 per la fucilazione di appena tre persone. A noi ci sarebbe saltato addosso tutto il mondo. Non sarebbe stato possibile fucilare 7000 persone”. Questo spiega perché, fino a oggi, la Chiesa non ha scomunicato Videla e nessuno degli altri condannati, tra i quali il sacerdote cattolico Christian von Wernich. Ha deciso invece di essere complice, da qui all’eternità.

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto     

da il Fatto Quotidiano     2 agosto 2012

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