Aiuti UE: da Atene a Dublino montagna di soldi alle banche. Ai cittadini sacrifici, di Mauro Del Corno

I fondi elargiti a Paesi europei in difficoltà come Irlanda, Grecia e Portogallo, un domani Spagna e poi, forse, Italia sono gravati da interessi tutt’altro che simbolici e concessi in cambio di giri di torchio sulle rispettive popolazioni. Ovunque la scusa del risanamento dei conti pubblici (spesso dissestati a causa dei soldi spesi per salvare le banche) è stata utilizzata per sdoganare l’opera di smantellamento dello Stato sociale e di mortificazione dei redditi da lavoro.

Ci vuole un certo coraggio a chiamarli aiuti. I fondi elargiti a Paesi europei in difficoltà come Irlanda, Grecia e Portogallo, un domani Spagna e poi, forse, Italia sono infatti gravati da interessi tutt’altro che simbolici e concessi in cambio di giri di torchio sulle rispettive popolazioni. Ovunque la scusa del risanamento dei conti pubblici (spesso dissestati a causa dei soldi spesi per salvare le banche) è stata utilizzata per sdoganare l’opera di smantellamento dello Stato sociale e di mortificazione dei redditi da lavoro. Un approccio che, oltre a non aver sinora sortito nessun risultato positivo per l’economia, appare ancora più stridente se confrontato con il trattamento riservato alle banche. Per loro i prestiti elargiti da Banca centrale europea e Unione europea a costi irrisori e senza nessun vincolo di utilizzo. Giusto qualche blanda raccomandazione ‘pro forma’ e via. Finanziamenti che arrivano dopo che i singoli Stati del Vecchio Continente hanno messo in campo la bellezza di 2.300 miliardi di euro per riparare le falle dei loro sistemi bancari. Questa la situazione attuale dei Paesi che hanno chiesto e ottenuto fondi di sostegno.

PORTOGALLO. Lisbona ha ricevuto dalla famigerata Troika (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Unione Europea) un prestito da circa 80 miliardi di euro a un tasso del 4% annuo. In base ai calcoli del ministero delle Finanze alla fine i portoghesi pagheranno 35 miliardi di euro in interessi, più o meno 3.500 euro a testa. Ma non finisce qui perché i fondi sono arrivati in cambio di un progressivo indebolimento del welfare e di una decisa compressione del costo del lavoro. Secondo gli accordi la spesa pubblica dovrebbe venire quasi dimezzata in quattro anni. I fondi per farmaci e assistenza ospedaliera sono già stati decurtati per quasi un miliardo di euro. Sul fronte lavoro gli stipendi sono scesa in media del 7% e i lavoratori sono stati obbligati a sottoscrivere un’assicurazione contro la disoccupazione. Mentre la popolazione è sottoposta a questa cura lacrime e sangue, le banche portoghesi hanno preso a prestito dalla Banca Centrale Europea circa 50 miliardi di euro (non esistono dati ufficiali ma solo stime) nell’ambito del programma di iniezione di liquidità (LTRO) varato da Mario Draghi tra fine 2011 e inizio 2012. Come per tutte la banche che hanno usufruito dei fondi il tasso è fissato all’ 1% e non esistono vincoli all’utilizzo.

IRLANDA. Le cifre sono simili a quelle del Portogallo e il gioco è sempre lo stesso, alle banche viene dato tanto in cambio di quasi niente, alla popolazione poco in cambio di quasi tutto. Dublino fu costretta a chiedere aiuto perché il Governo decise di farsi garante di tutte le perdite del sistema bancario nazionale, i cui conti apparivano devastati dopo lo scoppio della bolla immobiliare, portando così il suo debito dal 25 all’80% del Pil in soli tre anni. Arrivò così un assegno di 85 miliardi di euro a firma Fmi ed Unione europea. Come per i portoghesi gli interesse che gli irlandesi dovranno pagare attraverso le tasse è di circa il 4% (varia a seconda delle scadenze delle diverse tranches) e come accompagnamento c’è da trangugiare il solito cocktail indigesto di misure su welfare e lavoro. Da qui al 2014 la spesa per sanità, scuole, assistenza verrà ridimensionata del 13%, gli stipendi pubblici sono già stati ridotti del 20% mentre sul salario minimo, che riguarda tutti, è arrivata una sforbiciata dell’11 per cento. E ancora aumento dell’Iva, delle imposte sui redditi, delle tasse universitarie con l’obiettivo finale di garantirsi un maggior gettito fiscale di 5 mld di euro l’anno. Vengono invece risparmiate le aziende che conservano la tassazione super favorevole del 12,5% sui loro profitti. E le banche? Anche quelle irlandesi hanno approfittato ampiamente della maxi offerta Bce. Nei loro forzieri sono arrivati quasi 80 miliardi di euro con il solito tasso dell’1% e assoluta libertà di impiego.

GRECIA. Per il malato più grave il ‘successo’ della cura dell’austerità a firma Bce, Fmi, Ue è sotto gli occhi di tutti: Pil a meno 5%, conti pubblici che continuano a deteriorarsi, disoccupazione passata dal 17 al 25% in un anno. Finora a favore di Atene sono stati stanziati prestiti per un valore che si avvicina ai 240 miliardi di euro, in parte già corrisposti in parte programmati per il prossimo anno con tassi di interesse che oscillano tra il 3,5 e il 4% (solo dalla prima tranches la Germania ha già incassato 400 milioni di euro in interessi). La lista dei sacrifici imposti alla popolazione si allunga di giorno in giorno e comprende misure che ormai sfiorano il grottesco. Anche qui gli ingredienti base sono tagli a sanità, assistenza, spesa sociale e ghigliottina sugli stipendi: – 25% quelli pubblici, – 15% quelli privati e salario minimo ridotto del 22%. Più complessa la situazione del settore bancario che non partecipa all’abbuffata di fondi LTRO ma che prende ossigeno dal programma Emergency liquidity assistance sempre made in Francoforte, ma con condizioni un po’ più severe.

SPAGNA. Alle banche iberiche non sono bastati i circa 300 miliardi presi in prestito dalla Bce all’1 per cento. Hanno avuto bisogno di altri 100 miliardi di euro elargiti a condizioni un poco più onerose attraverso il fondo “Salva Stati”(il virgolettato è d’obbligo) per rafforzare il loro capitale. Visti i precedenti è comprensibile che il governo Rajoy stia facendo di tutto per evitare un intervento a sostegno del sistema paese che arriverebbe sotto forma di acquisti di titoli pubblici da parte della Bce subordinato all’accettazione di una serie di impegni. Come accaduto per Grecia, Irlanda e Portogallo il ricorso al soccorso esterno vorrebbe dire sottoporsi definitivamente ai diktat di Bruxelles e Francoforte. Madrid ha comunque già una mano legata essendosi impegnata con l’Unione Europea a ridurre il deficit pubblico esploso negli ultimi anni. E così negli ultimi due anni sono arrivate nuove tasse, tagli alla spesa pubblica per quasi 30 miliardi di euro, riduzione del numero dei dipendenti pubblici e dei loro stipendi, riforma del mercato del lavoro nell’ottica di una maggiore flessibilità. E pensare che potrebbe essere solo un antipasto e che un destino non molto diverso potrebbe riguardare anche noi.
Le avvisaglie non mancano.

da il Fatto Quotidiano      15 ottobre 2012

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Celeste impero: la giunta fa schifo pure alla ‘ndrangheta, di Alessandro Robecchi

Dove andremo a finire, signora mia. Che un’istituzione come la ‘ndrangheta fosse infiltrata nientemeno che dalla Regione Lombardia, chi l’avrebbe mai detto? Forse serviva una penna illuminata come quella di Alessandro Sallusti, che scrisse le immortali parole (il Giornale, 23 marzo 2011): “Detto che la mafia, per definizione, va dove ci sono i soldi, il fatto è che a Milano, a differenza di quanto avviene al Sud, non attacca. Non nel tessuto sociale, non nelle istituzioni”. Meno male che non c’è il Nobel per la lungimiranza. E nel frattempo, così, en passant, dava del “drogato” a Nichi Vendola.

In un momento simile, dunque, ci si consola con le cronache, alcune esilaranti. Per esempio i due picciotti di ‘ndrangheta che parlano di Ambrogio Crespi e si dicono, loro, criminali come sono: “Ué, quello è un bandito!”. Ecco, per dire la società civile. Oppure almanaccare sui famosi costi della democrazia: un voto 80 euro, ma in presenza di appalti da distribuire il prezzo scende a 50 (e vi diamo anche un set di pentole e una bilancia da cucina). E poi, per soprammercato, si potrebbe constatare come la politica sia in ribasso anche presso le aziende che funzionano, tipo la ‘ndrangheta, appunto, che nelle conversazioni registrate si lascia sfuggire un po’ di antipolitica da manuale: “’sti politici fanno schifo”. Insomma, la merda che si rivolta al badile.

Divertente. Se non ci fosse, al fondo, una questione politica non indifferente. E cioè la strenua resistenza, al di là di ogni logica, di un governatore come Roberto Formigoni, deciso a mantenere le posizioni oltre ogni limite, come un giapponese nella giungla, o un fante a Caporetto. Ma esiste, al di là delle faccende giudiziarie e delle carte processuali, un legame, diciamo così, ideologico, tra queste due superpotenze economiche che sono la criminalità organizzata e la regione più ricca d’Italia nella sua più alta espressione politico-affaristica? Forse la risposta sta nel metodo. I picciotti che prima agganciano, poi gratificano e infine “tengono” l’assessore alla casa Zambetti (e coimputati), fanno il loro sporco mestiere, che è quello del ricatto. Il celeste governatore invece che fa? Richiama garbatamente l’attenzione sul fatto che il patto con la Lega prevede la Lombardia al Pdl e Veneto e Piemonte alla Lega. Ergo, se salta la Lombardia, saltano anche Piemonte e Veneto. Come dire: c’è Formigoni asserragliato nel suo grattacielo con due regioni in ostaggio, e le rilascerà solo in cambio di un lasciapassare. Mutatis mutandis, il metodo non è poi così differente.

Sulla famosa Lega antimafia dell’ex ministro dell’interno Maroni pesa dunque questo ricatto, si suppone che le trattative siano in corso, che le telefonate si facciano frenetiche, e nella vita reale in questi casi si tenta l’irruzione. Di sicuro c’è che la metastasi è conclamata ed evidente: un intero sistema di potere, quello della destra efficientista (la famosa eccellenza lombarda), sostenuto dalla stampella delle forze separatiste e xenofobe (quelli del no agli asili per i figli degli stranieri, quelli delle carrozze del metrò separate per milanesi e stranieri, tipo Matteo Salvini), si sfalda malamente, vergognosamente, nel modo peggiore, tra miasmi irrespirabili. Cosa manca? Ah, sì, che sbadato. I famosi cattolici, fortissimi in Lombardia. Da quelli che “rinnoviamo la politica”, da quelli che “riportiamo al centro l’etica”, per ora nemmeno un sospiro. Aspettiamo, sai mai… a volte persino la Provvidenza arriva in ritardo.

da Il Manifesto
12 ottobre 2012

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9.10.1967 – Il Che è morto! Viva il Che! EL CHE VIVE!!!

Lettera d’addio ai figli :

09.10.1967

« Cara Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto, se un giorno dovrete leggere questa lettera, sarà perchè io non sarò più tra voi. Quasi non vi ricorderete di me e i più piccolini non mi ricorderanno affatto. Vostro padre è stato uno di quegli uomini che agiscono come pensano e, di sicuro, è stato coerente con le sue convinzioni. Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per poter dominare la tecnica che permette di dominare la natura. Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale nulla. Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario. Addio figlioli, spero di rivedervi ancora. Un bacione e un abbraccio da Papà. »

(Ernesto Guevara nella lettera d’addio ai figli)

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