Francesco Guccini. “Su in collina”

Pedro, Cassio ed anche me, quella mattina
Sotto una neve che imbiancava tutto
Dovevamo incontrare su in collina
L’altro compagno, Figl’ del Biondo, il Brutto

Il vento era ghiacciato e per la schiena
Sentivamo un gran gelo da tremare
C’era un freddo compagni su in collina
Che non riuscivi neanche a respirare

Andavamo via piano, “E te cammina!”
Perché veloci non potevamo andare
Ma in mano tenevam la carabina
Ci fossero dei “toni” a cui sparare

Era della brigata Il Brutto su in collina
Ad un incrocio forse c’era già
E insieme all’altra stampa clandestina
Doveva consegnarci “l’Unità”

Ma Pedro si è fermato e stralunato
Gridò “Compagni mi si gela il cuore
Legato a tutto quel filo spinato
Guardate là che c’è il Brutto, è la che muore”

Non capimmo più niente e di volata
Tutti corremmo su per la stradina
Là c’era il Brutto tutto sfigurato
Dai pugni e i calci di quegl’assassini

Era scalzo, né giacca né camicia
Lungo un filo alla vita e tra le mani
Teneva un’asse di legno e con la scritta
“Questa è la fine di tutti i partigiani”

Dopo avere maledetto e avere pianto
L’abbiamo tolto dal filo spinato
Sotto la neve, compagni, abbiam giurato,
Che avrebbero pagato tutto quanto.

L’abbiam sepolto là sulla collina
E sulla fossa ci ho messo un bastone
Cassio ha sparato con la carabina
Un saluto da tutto il battaglione

Col cuore stretto siam tornati indietro
Sotto la neve andando, piano piano
Piano sul ghiaccio che sembrava vetro
Piano tenendo stretta l’asse in mano

Quando siamo arrivati su al comando
Ci hanno chiesto: “La stampa clandestina!”
Cassio mostra il cartello in una mano
E Pedro indica un punto su in collina

Il cartello passò di mano in mano
Sotto la neve che cadeva fina
In gran silenzio ogni partigiano
Guardava quel bastone su in collina

259 Visite totali, nessuna visita odierna

Il debito è pubblico, l’affare è per le banche, di Salvatore Cannavò

E’ un documento da conservare con cura il rapporto “Moneta e banche” redatto dalla Banca d’Italia. Perché se si vuole vuole sapere per che cosa facciamo i sacrifici, subiamo le stangate, gli aumenti, il blocco dei servizi e dei diritti, parte della risposta è data dai numeri, un po’ complessi e fitti, che la banca centrale italiana pubblica sul proprio sito.
Al 31 ottobre 2012, infatti, la proprietà di Titoli di Stato da parte delle banche italiane ammontava a 340 miliardi di euro, in aumento del 63% rispetto all’anno precedente (208 miliardi ma, nel 2009 a ridosso dell’esplosione della crisi, erano solo 147 miliardi). Una fetta importante del debito pubblico, quindi, si trova nella pancia delle banche: i Bot, nell’ultimo anno (ottobre 2011-ottobre 2012) sono passati da 32 miliardi a 54, i Btp da 106 a 182 miliardi ma anche Cct e Ctz sono cresciuti sia pure in misura minore.
Ma perché questo aumento così significativo, nonostante lo “spread“? Semplice, le banche in quest’ultimo anno hanno visto aprirsi sopra di loro il paracadute della Bce che ha assicurato una liquidità pressoché illimitata consentendo così di disporre di una dote miliardaria a un tasso di interesse dell’1% appena. Con questi soldi cosa hanno fatto i nostri istituti di credito, prestato a famiglie e imprese? Neanche per sogno.
Nello stesso arco di tempo i prestiti alle famiglie sono scesi da 616 a 610 miliardi di euro, soprattutto nel credito al consumo mentre i prestiti alle imprese sono calati di oltre 35 miliardi, da 905 a 870 miliardi di euro. Solo il settore “pubblica amministrazione“, in linea con il dato del debito pubblico, ha sostanzialmente retto perdendo circa due miliardi di finanziamento nei circa 1900 miliardi di prestiti.
La realtà, dunque, è che le banche si sono finanziate presso la Bce e con quei soldi hanno acquistato i ben più redditizi titoli di Stato che quest’anno hanno assicurato rendimenti tra il 4 e il 6%. Le banche spiegano questa situazione appellandosi all’aumento consistente delle sofferenze (i crediti difficili da riscuotere) passate nell’arco dell’anno da 102 a 119 miliardi, una crescita del 16%. Un rischio che, almeno in parte, è stato coperto investendo sui titoli di Stato. 
Acquistando titoli per oltre 130 miliardi (la differenza positiva dell’ultimo anno) le banche hanno potuto guadagnare circa 5-6 miliardi in più di interessi. Chi ci rimette? La spesa per interessi sul debito pubblico, nello stesso periodo, è passata da 78 a 86 miliardi di euro secondo i dati della Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (redatto lo scorso 20 settembre). Quella stessa spesa è destinata ad aumentare a 89 miliardi nel 2013, a 96 nel 2014 e a 105 miliardi nel 2015. Per pagare la crescita degli interessi il governo Monti ha stabilito importanti tagli alla Sanità, alle pensioni e così via.
Il trasferimento di risorse è quindi visibile a occhio nudo, basta leggere i numeri.

da il Fatto Quotidiano > blog di Salvatore Cannavò       28 dicembre 2012

245 Visite totali, nessuna visita odierna

Acqua pubblica: da tutta Italia alla manifestazione di Reggio Emilia

Si è svolta sabato 15 dicembre a Reggio Emilia la manifestazione nazionale per l’Acqua e i Beni Comuni. L’iniziativa si è aperta la mattina con il convegno “Ri_Pubblica – Percorsi di ripubbliciazzione in Italia e in Europa” a cui hanno partecipato amministratori locali, comitati, lavoratori, rappresentati di sindacati provenienti da tutta Italia.

Nel pomeriggio un corteo organizzato dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha sfilato per le vie del centro per per ribadire l’esito del voto popolare del giugno 2011 e riaffermare così la richiesta di una gestione dell’acqua interamente pubblica e partecipata a Reggio Emilia e in tutta Italia.

Il corteo composto da circa mille persone ha sfilato in città, fino al flash mob, la protesta lampo in piazza Prampolini: l’albero di Natale è stato riempito di strisce di stoffa di color azzurro. Il flash mob ha lasciato anche una lettera con la richiesta di un regalo di Natale: l’acqua pubblica a Reggio prima di Natale.

A livello nazionale, malgrado la volontà espressa dai cittadini con il voto referendario del giugno 2011, l’esito del referendum è rimasto sinora lettera morta.

Alla manifestazione di sabato scorso ha aderito anche Legambiente. “A un anno e mezzo dalla vittoria del referendum sull’acqua bene comune, nessun passo avanti è stato fatto per rispettare la volontà dei cittadini italiani e per la gestione sostenibile della risorsa”, ha affermato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza.

“È necessario mettere in pratica da subito il concetto di acqua bene comune, fondamentale per ogni forma di vita sul pianeta, con un utilizzo che risponda a criteri di pubblica utilità e di solidarietà e che non risponda in nessun modo a logiche di profitto”. “Il risultato referendario – prosegue Cogliati Dezza – ha dimostrato che sul tema dell’acqua e in particolare della gestione delle risorse idriche, esiste un vasto movimento popolare trasversale e una grande attenzione da parte dei singoli cittadini, di cui occorre tener conto nelle politiche di gestione a livello locale, oltre che nazionale”.

“Inoltre, per avviare a soluzione i problemi del ciclo delle acque più rilevanti e ancora irrisolti occorre tener conto seriamente degli aspetti ambientali: il deficit di depurazione, le perdite delle reti di trasporto e distribuzione dell’acqua potabile, l’assenza di politiche di riduzione dei consumi, il mancato decollo del riutilizzo per scopi produttivi delle acque reflue depurate e il raggiungimento degli obiettivi di qualità previsti dalla direttiva comunitaria 2000/60”.

da il Cambiamento     17 Dicembre 2012

250 Visite totali, nessuna visita odierna

Macelleria carceraria

Amami quando lo merito di meno, perché sarà quando ne ho più bisogno.
(Catullo)

Dall’inizio dell’anno i suicidi in carcere sono 55 … e nessuno ne parla.
Molte persone aldilà del muro di cinta si domandano perché molti detenuti si tolgano la vita.
Invece molti detenuti al di qua del muro si domandano quale motivo hanno per non  togliersi la vita.
La verità è che la morte in carcere è l’unica cosa che può portare un po’di speranza, amore sociale e felicità,  perché quando ti togli la vita hai il vantaggio di smettere di soffrire.
Una volta il carcere era solo una discarica sociale,  ora è diventato anche un cimitero sociale.
E da un po’ di anni a queste parte la cosa più difficile in carcere non è più morire, ma vivere.
I detenuti in carcere vengono controllati, osservati, contati, ogni momento del giorno e della notte, eppure riescono facilmente a togliersi la vita.
Diciamo la verità: i detenuti non sono amati e non importa a nessuno se si tolgono la vita.
Ormai le persone perbene si voltano dall’altra parte,  mentre altri fanno finta di non vedere quello che vedono.
Diciamoci la verità: questo accade perché la grandissima maggioranza della popolazione detenuta è costituita da individui disperati, poveri cristi, immigrati, tossicodipendenti, disoccupati e analfabeti.
Persone di cui non importa a nessuno.
Eppure di questa “gentaglia”, di questa “spazzatura umana”  non andrebbe buttato via nulla,  perché con lo slogan “Tutti dentro” e “Certezza della pena” i partiti  più forcaioli vinceranno le prossime elezioni.
Nella stragrande maggioranza dei casi la morte in carcere è la conseguenza di un  comportamento passivo e omissivo dello Stato, che scaraventa una persona  in una cella, la chiude a chiave e se ne va. Eppure l’eutanasia in Italia è proibita.
Lo Stato non fa nulla per evitare la morte in carcere, non per niente l’Italia è il Paese più condannato della Corte Europea dei Diritti Umani.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, ottobre 2010

da www.campoantimperialista.it

258 Visite totali, nessuna visita odierna

Le morti rosse

Chi mi conosce sa che ho uno spirito gandhiano. Sono un agnellino in mezzo ai lupi. Ma qualche volta anche gli agnellini si incazzano. In questi giorni di diluvi nel Veneto, che sembra un nuovo disastro del Polesine con l’unica differenza che non lo dice nessuno, e di rifiuti tossici e manganellate nocive in Campania, sono stato a Milano. In Piazza del Duomo uno schermo gigante avvertiva i passanti: "Qualunque lavoro tu faccia, tornare a casa da chi ti ama è un diritto. E la cultura della sicurezza è la migliore prevenzione dagli infortuni. Segui le regole che tutelano il bene più importante per te e i tuoi cari: la tua vita". Scorrevano immagini di mariti che rientravano in casa la sera (ce l’hanno fatta anche oggi!) con l’elmetto giallo bene in vista e le mogli che correvano ansiose ad abbracciarli. Non è un messaggio subliminale, è un messaggio chiaro, diretto, un messaggio del cazzo: "Lavoratore, se muori sono solo cazzi tuoi". Sei come Ambrosoli per Andreotti: "Te la sei cercata tu!". È  la Campagna per la sicurezza sul lavoro del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. La pubblicità da 9 milioni di euro fatta da un governo che ha dimezzato le sanzioni ai datori di lavoro e ai dirigenti preposti e, in alcuni casi, ha sostituito l’arresto sostituito con l’ammenda attraverso il decreto Dlgs 106/09. Oltre 1000 morti all’anno per infortuni sul lavoro. Un massacro. Anna Di Vitale è una delle mille vedove di un assassinio di massa. Ti ammazzano, ti fanno le leggi contro e per finire ti prendono per il culo con gli spot. Cosa è peggio che uccidere un padre di famiglia per profitto, per risparmiare sulla sicurezza? Lo slogan della campagna recita: "La sicurezza sul lavoro la pretende chi si vuole bene". Ma non deve essere lo Stato a pretenderla?

"Mi chiamo Anna Di Vitale, ero sposata con Giovanni Di Lorenzo,un ragazzo dolcissimo di 31 anni, sempre pronto ad aiutare tutti. Era il 26 luglio in piena estate, mio marito uscì di casa prima delle sette, mi diede due baci quella mattina uno in più per farmi gli auguri per il mio onomastico, ci saremmo dovuti vedere per l’ora di pranzo. Mi chiamò poi verso le dieci dicendomi che non sarebbe tornato a pranzo perchè mangiava un panino lì con i colleghi, mi spiegò più o meno il posto dove stava lavorando, ma non mi disse che stava alla guida di una ruspa, mio marito era autista di camion. Verso mezzogiorno mi chiamò mio padre dicendomi che aveva ricevuto una telefonata il cui contenuto era vago parlavano di un incidente; la prima cosa che ho fatto è stata quella di telefonare a mio marito, ma niente era spento. Mi misi in macchina e da subito ho pensato al peggio, dopo un quarto d’ora arrivai sul posto (Baiano-AV) . Era una strada di montagna, vidi la ruspa capovolta e tanti carabinieri, nessuno mi fece passare io volevo vedere Giovanni, ma dissero che non potevo e non dovevo. In quel momento pensai a Carmen la nostra bambina di due anni, pensai ai nostri progetti, ai suoi sogni e vidi solo il nulla intorno a noi.
Sono passati tre anni, fino a poco tempo fa non ne volevo parlare con nessuno, il dolore era ed è ancora tanto. Ora ne voglio parlare per storie del genere non accadano più, voglio che un padre di famiglia dopo una giornata di duro lavoro torni a casa dalla sua famiglia. Non possiamo più farci scivolare questi morti addosso come se fossero dei banali incidenti, non sono morti bianche sono morti rosse, come il sangue che ho visto il giorno dopo, dove è morto mio marito. Dopo tre anni ci sono quattro indagati per omicidio colposo, e non capisco perchè bisogna aspettare tanto per avere un po’ di giustizia, e perchè mi devo sentir dire dall’avvocato di non aspettarmi che paghino con la galera, mi disse: "Signora qui in Italia ammazzano le persone e non fanno nemmeno un giorno". Sono molto scoraggiata anche perchè le udienze vengono sempre rimandate, e intanto quella ditta continua a lavorare ed è brutto incontrarli per strada, mi fa molto male sapere che sono loro i colpevoli e non poter fare nulla."

Anna Vitale Di Lorenzo

da www.beppegrillo.it  4 novembre 2010

265 Visite totali, 1 visite odierne