Crisi all’italiana. Albertone Sordi e gli italiani:

Intervista inedita (doveva uscire su Fortune) e postuma (risale al 1989) in cui Sordi racconta gli italiani "incapaci di governarsi da soli". E destinati alla più dura delle prove: scivolare in un Paese più egoista (di Giorgio Meletti)

Il momento più emozionante fu quando il vecchio comico sollevò la bocca dal fiero piatto di salsicce e broccoli e piantò sul giornalista la sua espressione più celebre. Fronte aggrottata, occhi sbarrati, bocca semiaperta e leggermente digrignata. È un monumento della cultura nazionale quell’espressione sorpresa e già rassegnata, arresa di fronte alla realtà che spiazza e sconfigge, e sovrasta ogni disperata impostura, miserabile dissimulazione, arroganza da due soldi. Lo sguardo del vigile Otello Celletti quando scopre che sua sorella a Milano non fa propriamente la massaggiatrice. Lo sguardo di Nando Meniconi quando esce dalla marana e realizza che gli hanno rubato i vestiti. Con quello stupore che si era fatto icona, Alberto Sordi aveva dipinto l’autoritratto del Dopoguerra italiano. Adesso invece lo brandiva contro il giovane intervistatore che lo addolorava con una scandalosa inappetenza. “Che fai? Nun magni ’a sarciccia?”. Poi la fulminea trasfigurazione sordiana, il cambio di passo: gli occhi azzurri, che avevano appena confessato il rimpianto per il figlio mai nato, presero una piega affettuosa per accompagnare la paterna, impaziente esortazione: “E magnate ’a sarciccia!”.

“Sembra che famo a gara a chi magna de più, trattorie piene di culoni che magnano…”

Correva l’anno 1989, il Muro di Berlino stava per essere abbattuto e l’antico castello Odescalchi di Bassano Romano, vicino a Viterbo, faceva da set per una versione cinematografica de L’avaro di Molière. La storica addetta stampa Maria Ruhle, giocando sull’argomento del film per aiutarne il lancio, aveva messo a disposizione il protagonista per un’insolita intervista sul denaro con la rivista economica "Fortune".

Un fallimento totale: Sordi non aveva nessuna voglia di fingersi sociologo o economista. La sua analisi verteva su pulsioni elementari (la fame, il rispetto, l’invidia) e la sua scienza economica risultava fondata su quattro unità di conto, quella base, il supplì, e i suoi tre multipli: il piatto di bucatini, l’automobile, la casa. Infine l’esibizionismo indotto dalla tv, che avrebbe distrutto l’Italia. Una cosmogonia improponibile per gli americani della Time-Warner.

Per questo l’intervista è rimasta quasi completamente inedita per 23 anni, custodita in un nastro. Alla soglia dei 70 anni, che avrebbe compiuto il 15 giugno 1990, Sordi era ricco e venerato. Davanti al portone del castello, un’enorme Mercedes scura annunciava la sua presenza. All’interno aveva per camerino un camerone rinascimentale con uso di cucina. In pausa pranzo tutta la troupe, compresi i figli dell’avaro, Miguel Bosè e una giovanissima Anna Kanakis, restava buttata nel parco a mangiare il cestino da set, con pasta rinsecchita, fettina ingiallita di formaggio e pera di marmo.

Il capocomico si ritirava nel camerone-camerino, si metteva una giacca da camera coi pomelli e aspettava che la governante cucinasse per lui come a casa. Salsicce e broccoli, quel giorno. Mangiava e parlava, e per spiegare l’economia italiana raccontava la sua vita, non per egocentrismo, semplicemente l’autoritratto dell’italiano normotipo non distingueva la patria da se stesso. Descrivendo l’Italia attraverso Roma e Roma attraverso i suoi occhi, Sordi formulò la sua profezia sulla globalizzazione, la scomparsa del ceto medio, il declino italiano: “Sembra che famo a gara a chi magna de più, ci bombardano di pubblicità televisiva, che io la vieterei, e tutti a consumà, vedi ’ste trattorie piene di culoni che magnano…Ma che te magni? Io magno un supplì e me basta. No, dice, siccome tu sei ricco di supplì ne magni dieci. Ah, sì? Allora guarda, io so’ ricco davero, ma non è che quando entro in trattoria, siccome c’ho i soldi, magno tutto quello che c’è. Vedi ‘sto goccetto de vino? Mi basta per essere felice. E invece no, dice, siccome sei ricco te bevi tutta ’a botte. Anzi no, te compri la vigna”.

Ecco il consumismo che negli anni ’80 ci trascinava verso il gorgo della globalizzazione: “Importiamo un sacco di carne anche se sappiamo che ci fa male. Prima la mangiavamo la domenica, ce se faceva il sugo. Adesso il pupo non mangia lo spezzatino, vuole il filetto, e importiamo il filetto. E tutti a spendere. Ma state attenti, non c’è niente di peggio che diventare poveri dopo essere stati ricchi”.

“Agli italiani vorrei dire questo: stiamo attenti, non diamoci alla pazza gioia, che se domani si mette male… Quando andai a prendere la cittadinanza onoraria a Kansas City poi arrivai fino a Hollywood e vidi Ramon Novarro che per campare faceva la comparsa. Ahò, e Oliver Hardy e Stan Laurel, lo sai? So’ morti in un ospizio per poveri. Tornare poveri è orribile. State attenti, può succedere”.

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Rese inferiori per le coltivazioni OGM, la conferma della scienza, di Marta Albè

A parere della Biotechnology Industry Organization e di numerosi sostenitori degli OGM, essi rappresenterebbero una vera e propria arma di salvezza per l’umanità, permettendo di aumentare le rese dei raccolti agricoli. Secondo un nuovo documento, finanziato da parte del US Department of Agriculture ed a cura dei ricercatori della University of Wisconsin, sostenere che le coltivazioni OGM permettano sempre e comunque una resa maggiore dei raccolti non rappresenti un’affermazione veritiera.

I ricercatori si sono occupati di analizzare i dati che comparano le rese dei capi coltivati con diverse varietà di mais, tra cui vi era mais geneticamente modificato (compreso il mais OGM della varietà RoundUp Ready di Monsanto), tra il 1990 ed il 2010. Gran parte delle rese relative al mais OGM sono state dichiarate inferiori rispetto alle varietà di mais non geneticamente modificate. I ricercatori si sono detti sorpresi di non aver riscontrato significativi miglioramenti delle rese grazie all’impiego di OGM.

In particolare, nel caso del mais Monsanto denominato "Smart Stax", che è stato modificato attraverso l’inserimento di geni in grado di interagire reciprocamente, le rese effettive dei raccolti sarebbero state giudicate come ostacolate negativamente proprio a causa degli interventi di manipolazione genetica effettuati su di esso. Le modificazioni genetiche hanno condotto ad effetti negativi sulle coltivazioni, il più evidente dei quali è costituito da una riduzione delle rese.

Il documento espone dati e prove scientifiche relativi a come le manipolazioni genetiche siano in grado di provocare cambiamenti tali nel corso della crescita di una pianta da renderle meno produttiva, proprio per via dell’avvenuta manipolazione del relativo genoma.

Inoltre, secondo un articolo pubblicato tra le pagine della rivista Nature lo scorso anno, riguardante il confronto tra le rese di coltivazioni OGM e da agricoltura biologica, i terreni coltivati secondo metodi biologici hanno dimostrato di possedere una maggiore capacità di assorbire e trattenere acqua ed hanno potuto garantire rese maggiori per quanto concerne i raccolti, sia in condizioni di siccità che di precipitazioni eccessive.

Secondo gli studi condotti dai ricercatori della Wisconsin University, le rese per ettaro delle coltivazioni OGM sarebbero inferiori alle rese dei terreni coltivati impiegando sementi non geneticamente modificate. La riduzione delle rese sarebbe strettamente legata all’atto della manipolazione genetica stessa.

Nel 2009 la Union of Concerned Scientist aveva pubblicato un documento dalle conclusioni simili, ma lo studio della University of Wisconsin si aggiudica al momento il riconoscimento del tentativo più rigoroso di confrontare le rese delle coltivazioni OGM e non OGM. Se gli OGM non possono garantire le rese sperate e sbandierate dalle multinazionali delle sementi e dai loro sostenitori nel mondo scientifico, e non solo, come risolvere il problema della necessità di avere a disposizione risorse alimentari sufficienti per una popolazione mondiale in crescita? Si potrebbe iniziare, ad esempio, da una ridistribuzione maggiormente equa delle stesse e da une vara e propria campagna internazionale contro gli sprechi alimentari.

da www.greenMe.it                               18 febbraio 2013       

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Caso Green Hill, l’azienda rinuncia al ricorso: liberi per sempre 2500 cani beagle (di Davide Turrini)

Lo ha reso noto la Lega Antivivisezione che ora chiede ”il processo per punire i responsabili e chiudere l’allevamento della morte” che ospitava i cuccioli destinati alla sperimentazione animale

Nel futuro dei 2500 beagle di Green Hill ci saranno solo le morbide cucce delle loro famiglie affidatarie. L’azienda Green Hill di Montichiari, infatti, ha rinunciato al ricorso in Corte di Cassazione contro il sequestro probatorio disposto dalla magistratura bresciana. Lo ha reso noto la Lav (Lega Antivivisezione) che ora chiede ”il processo per punire i responsabili e chiudere l’allevamento della morte” che ospitava cani beagle destinati alla sperimentazione animale. ”Siamo felici – spiega l’associazione animalista – Questa nuova tappa della vicenda giudiziaria conferma la validità del sequestro probatorio dei beagle di Green Hill disposto dalla Procura della Repubblica di Brescia. Ora si faccia il processo per punire i responsabili e chiudere definitivamente l’allevamento della morte”. Secondo la Lav, ”questa ritirata fa supporre che ad una nuova valutazione del caso, la ditta abbia finalmente capito che non aveva alcuna possibilità di vincere e fa ben sperare per il buon esito della vicenda giudiziaria”.

Gli oltre 2.600 beagle sequestrati nel luglio scorso a Montichiari (Brescia) e affidati a famiglie sotto custodia giudiziaria possono quindi continuare a dormire sonni tranquilli. Una vicenda, quella di Montichiari che ha avuto il suo apice il 28 aprile 2012, quando durante il pomeriggio circa un migliaio di manifestanti ha sfondato le recinzioni dello stabilimento bresciano  ”liberando” una cinquantina di cuccioli e fattrici dell’allevamento, tenuti in gabbia e pronti per essere venduti ai laboratori di sperimentazione animale. Il 28 aprile, 13 manifestanti sono stati comunque arrestati in flagranza di reato. Il loro iter giudiziario è ancora in corso. L’udienza preliminare per gli attivisti si sarebbe dovuta tenere proprio il 19 febbraio, ma per un vizio di forma (errata comunicazione a tutti gli imputati) verranno disposte nuove notifiche e verrà fissata una nuova udienza.

Il 18 luglio 2012 il corpo forestale dello Stato aveva eseguito il sequestro della Marshall di Montichiari. Alle operazioni di ispezione e sequestro della struttura, disposte dal pm Cassani della Repubblica di Brescia, avevano partecipato circa 30 forestali appartenenti ai Comandi provinciali di Brescia, Bergamo e al Nucleo Investigativo per i Reati in danno agli Animali (Nirda), assieme al personale della Questura di Brescia. Pochi giorni dopo sono iniziate le operazioni di affido coordinate da Legambiente e Lav che hanno permesso di adottare tutti gli oltre 2500 beagle.

Il 3 agosto 2013 il tribunale del Riesame aveva dissequestrato l’azienda, ma mantenuto il vincolo sugli animali: per questo la Marshall era ricorsa in Cassazione. L’udienza prevista per giovedì 21 febbraio 2013 a Roma ora sarà quindi solo una formalità. Non più di tre giorni fa, infine, proprio davanti ai cancelli di Green Hill si è svolta una fiaccolata di protesta con oltre 2000 partecipanti, per la maggior parte proprietari dei beagle in affido, che hanno ricordato a gran voce che “i loro cani non sarebbero mai più rientrati nel lager di Montichiari”. E come in una favola Disney, l’happy end è arrivato.

da il Fatto Quotidiano    19 febbraio 2013

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Quel pasticciaccio di Amazon in Germania (di Marco Viviani)

Amazon ha licenziato l’appaltatrice accusata di aver maltrattato il personale temporaneo in Germania con addetti alla sicurezza di simpatie neonaziste.

Amazon ha chiuso in fretta una vicenda potenzialmente esplosiva, raccontata dal primo canale televisivo pubblico, la ARD, in Germania. Le telecamere erano entrate nel centro operativo a Bad-Hersfeld, nell’Assia (un po’ come fecero qualche tempo fa quelle di Report a Castel San Giovanni nel piacentino), riprendendo le difficili condizioni degli operai temporanei, tutti di origine straniera, sorvegliati e intimoriti da addetti alla sicurezza che non si facevano scrupolo a mostrare aperte simpatie neonaziste. La trasmissione del servizio ha destato uno scalpore mondiale e proteste e minacce di boicottaggio dei clienti. L’azienda di Jeff Bezos ha atteso soltanto pochi giorni prima di licenziare in tronco la H.e.s.s. security, nome che è tutto un programma, che aveva fornito i suoi “servizi”.

Difficile trovare un episodio tanto imbarazzante, sgradevole e scandaloso nella storia recente delle multinazionali della Rete. Pareva che le brutte vicende della Apple e alcune fabbriche cinesi fossero determinate dalle particolari condizioni politico-culturali di quell’area del mondo molto lontana, ma sapere di casi di schiavitù 2.0 in piena Europa è davvero impressionante.

Nel gigantesco magazzino della società in Germania cinquemila stranieri, spesso provenienti da altri paesi in crisi economica come la Spagna, sono stati vessati, umiliati, impauriti da guardie abbigliate come hooligans neonaziste che nello stesso paese con quell’aspetto non potrebbero neppure entrare in uno stadio. Costretti a cedere il 12 per cento del loro stipendio, a dormire in capannoni in condizioni inadeguate, a subire le minacce di queste guardie che si divertivano a giocare al gatto col topo, questi operai erano in una posizione troppo debole per difendersi né tantomeno reagire.

Grande merito va ai giornalisti della ARD che sono riusciti a documentare questa realtà a tratti impensabile in un’azienda come la Amazon. La quale, tramite il portavoce Ulrike Stoecker ha emanato un comunicato senza fronzoli spiegando di aver «licenziato la società con effetto immediato; Amazon ha una tolleranza zero sulla discriminazione e l’intimidazione e si aspetta lo stesso dalle altre società con cui lavora». La Hess ha negato qualsiasi legame con movimenti di estrema destra, ma non è servito.

Finisce qui? Non proprio. Amazon non è nuova a questo tipo di polemiche, soprattutto quando si parla di ritmi di lavoro pressanti a ridosso delle feste natalizie che sovraccaricano i magazzini. Nella sola Germania Amazon conta 7.700 dipendenti a tempo indeterminato, ma ha bisogno di altre migliaia di braccia nel periodo di Natale. Problema che hanno anche molti altri nomi importanti della grande distribuzione dell’e-commerce, come Zalando, altro grande successo globale, che sempre in Germania venne pizzicata a sfruttare eccessivamente gli operai provenienti dalla Polonia.

Il business dell’e-commerce e la crisi europea rischiano di produrre migrazioni interne di lavoratori solo formalmente protetti dalle leggi sul lavoro della UE, ma il caso Amazon racconta come ci sono due elementi di contrasto molto efficaci: l’informazione e la reazione consapevole dei consumatori, che sono in grado di imporre rapidi cambiamenti.

da www.webnews.it                     18 febbraio 2013
 

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Autosufficienza e autoproduzione per evitare il collasso greco, di Paolo Ermani

“La drammaticità della situazione in Grecia è il risultato della svendita a dottrine economiche che niente hanno a che vedere con la vita, le specificità e le vere risorse del paese. E noi in Italia ci stiamo avviando verso la stessa tragica strada”. Come evitare il collasso? Costruendo noi, direttamente, l’alternativa.

I media italiani non ne parlano per non impaurire l’elettorato ma dalla Grecia arrivano notizie allarmanti sulla situazione che si sta facendo disperata con sempre più persone che non hanno i mezzi basilari per il sostentamento alimentare ed energetico. C’è chi profila addirittura una prossima guerra civile o l’avvento di una dittatura che storicamente dal caos trae sempre vantaggio.

Che siano l’esaurimento delle risorse, i cambiamenti climatici o una situazione politica ed economica che precipita, è sempre più chiaro e urgente che bisogna auto organizzarsi per rispondere efficacemente ai grandi problemi in arrivo. La drammaticità della situazione in Grecia è il risultato della svendita a dottrine economiche che niente hanno a che vedere con la vita, le specificità e le vere risorse del paese. E noi in Italia ci stiamo avviando verso la stessa tragica strada.

Il sistema vigente si preoccupa di arricchire politici, banchieri e imprenditori senza scrupoli, di certo non di strutturare la società in maniera saggia ed equa. In questo quadro ovviamente nulla interessa del destino della popolazione, l’unico obiettivo è arricchirsi e avere sempre più potere. Come abbiamo già evidenziato in passato, questo sistema è così fragile e impreparato che basta un inverno un po’ più rigido, uno sciopero degli autotrasportatori e l’Italia va in ginocchio. Di certo in situazioni estreme lo Stato sarebbe l’ultimo in grado di reagire efficacemente.

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Amnesty International denuncia il governo e la polizia greca: la Grecia è collassata ma a noi non lo dicono perché siamo in campagna elettorale.

ALLARME BILANCIO PER LA GRECIA IN RECESSIONE

È sempre critica la situazione economica della Grecia per l’aggravarsi dei conti pubblici, mentre proseguono le manifestazioni di tutte le categorie per opporsi alle manovre lacrime e sangue decise dal governo ellenico e imposte dalla troika dell’usura internazionale (Ue-Bce-Fmi).
L’allarme sui conti del Paese è partito direttamente dal ministero delle Finanze greco che ha rivelato una decisa diminuzione degli introiti nel mese di gennaio. Secondo informazioni infatti dello stesso dicastero, le entrate si sono ridotte del 7% rispetto all’obiettivo fissato e del 16% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’ammanco, secondo le fonti, ha raggiunto quota 305 milioni di euro ed è dovuto soprattutto alla diminuzione delle entrate dell’Iva, ridottesi del 15% per effetto del calo del giro degli affari e del consumo del gasolio da riscaldamento. Un segnale molto chiaro del livello raggiunto dalla crisi economica frutto dell’austerità e della conseguente recessione che strozza famiglie e imprese elleniche. A questo si aggiunge la difficile situazione sociale che rappresenta una vera e propria polveriera a causa della disoccupazione record in aumento crescente, pari al 26,8%, mentre quella giovanile tocca addirittura il 56,6%.

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