Grecia, le multinazionali fanno affari ma tagliano stipendi e indennità, di Francesco De Palo

La riduzione del costo del lavoro, dopo il memorandum della troika e la diminuzione di fatto dei diritti per i lavoratori, avvantaggia solo i grossi nomi che entrano o ritornano nel paese per investire, ma di fatto risparmiando sulla forza lavoro pagata con salari bulgari e con un mercato dai prezzi milanesi.

Mentre il mercato greco si restringe per la crisi, (la gente non spende più) i prodotti delle multinazionali si “allargano” e fatturano numeri significativi. La riduzione del costo del lavoro, dopo il memorandum della troika e la diminuzione di fatto dei diritti per i lavoratori, avvantaggia solo i grossi nomi che vanno in Grecia per investire, ma di fatto risparmiando su stipendi e indennità che la troika ha provveduto a tagliare. Quattro i casi più significativi. La Kraft Hellas AE è una filiale della multinazionale Mondelez internazionale (fino a poco tempo denominata Kraft Foods), che domina il mercato europeo per il cibo da spuntini. Ha recentemente annunciato, dopo gli otto milioni complessivi investiti nell’ultimo lustro, una nuova esposizione in Grecia per cinque milioni a partire dal 2013. Proprio quando entreranno in vigore i nuovi contratti di lavoro contenuti nel memorandum lacrime e sangue che il Parlamento ellenico ha approvato in una lunga notte di passione, dove di fatto sono stati falciate indennità di malattia e quantum di stipendi e scatti.

Anche l’Hellas Unilever ha annunciato che intende avviare la produzione in Grecia di trenta nuovi prodotti, e due giorni fa ha presentato il piano commerciale al mercato greco. Ancora: Procter & Gamble ha annunciato la creazione del Centro per la Ricerca e l’Innovazione di Atene, il terzo sistema operativo d’Europa. Pochi giorni fa la Johnson & Johnson ha annunciato che continuerà a investire nel mercato greco. In effetti il noto marchio ha in Grecia uno dei tre poli europei utilizzati quasi esclusivamente per l’esportazione. La società dà lavoro in Attica a duecento dipendenti, anche se non ha ancora specificato la quantità di investimenti. Il caso di Johnson & Johnson è particolarmente rilevante se si considera che il 95% della produzione è esportato in altri paesi europei e ha scelto la Grecia come base di produzione proprio perché oggi al centro dell’Egeo una multinazionale “risparmia” sui diritti dei lavoratori.

Infine il caso della Henkel uno dei più grandi gruppi tedeschi che ha deciso di ripristinare la produzione dei propri prodotti in Grecia. La società è stata “assente” dal mercato greco dal 2011 al 2012 dopo che il marchio Alapis, per via della crisi, aveva spostato la produzione in Italia. Ma dallo scorso mese di settembre i prodotti tedeschi sono stati recuperati dalle società Henkel Hellas SA e Rolco Vianyl Souroulidi. Nello specifico l’accordo di produzione di detersivi e prodotti di pulizia prevede che Henkel Hellas detenga più di 50 marche tra Dixan, Neomat e Bref, con una produzione annua di circa sette milioni di unità, che corrisponde al 75% delle vendite annuali della società nel settore. L’accordo prevede anche la produzione di ulteriori 2,5 milioni di unità degli stessi prodotti per le necessità della Henkel a Cipro e per un totale di trenta milioni di euro. 

Così se da un lato si iniziano a vedere i primi frutti del riservatissimo briefing che la cancelliera Angela Merkel tenne in occasione della sua visita ad Atene lo scorso ottobre con i grandi gruppi tedeschi seduti allo stesso tavolo con banchieri e imprenditori ellenici, dall’altro non si può non osservare come dal memorandum in poi, quegli investimenti delle multinazionali non si traducano in benefici per il territorio, ma esclusivamente per i grandi gruppi che incassano di più perché tagliano alla voce diritti. Il memorandum, prestando dei soldi allo stato, ha aperto delle falle nei diritti, perché oggi le aziende (oltre che il pubblico impiego) possono assumere personale a 500 euro al mese (un insegnante universitario al primo incarico nel prende 650, un dipendente di banca 550) , tagliando tranquillamente le indennità sia di malattia che di straordinari. Quindi chi ci guadagna non è il cittadino greco che se assunto ha uno stipendio misero, ma proprio le multinazionali che investono in Grecia senza ricadute sul territorio. E il tutto col cappello del grande salvataggio greco che non ha salvato un bel niente (se non la ricapitalizzazione bancaria), perché di quei soldi che le aziende straniere fatturano in Grecia, lì non rimane nulla. E quando manca appena un mese dalla prima tranches di licenziamenti, 15mila impiegati pubblici a casa dal primo marzo. Si attraggono investimenti stranieri? Certo, ma perché invogliati dai salari bulgari di gente che poi si confronta sul mercato con “prezzi milanesi”.

Il tutto accade nei giorni  in cui il maxiemendamento fiscale a medio termine 2013-2016, presentato in Parlamento dal Ministro delle Finanze Stournaras, lascia aperta la possibilità di intervenire con nuove misure, e mentre un nuovo scandalo sembra passare inosservato tra i media ellenici. Il canale televisivo francese France2 documenta la svendita a una società canadese di trecentomila ettari di foresta nella regione settentrionale della Calcidica per la simbolica cifra di un euro: dove in quel sottosuolo abbonderebbero oro e minerali di vario genere. Per questo, ma non solo, Antonis Karakousis, primo editorialista del popolare quotidiano To Vima si chiede : “C’è un rischio Weimar per la Grecia post memorandum? Dove l’instabile equilibrio tra politica ed economia è minacciato dal declino della classe media e dalla miscela di estremismo e populismo”. E dove i neonazisti di Alba dorata, nell’ultimo sondaggio, hanno ufficialmente sfondato per la prima volta quota 11%.

da il Fatto Quotidiano                         13 febbraio 2013

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La Camera del Lavoro di Milano vicina a chi, con il lavoro, perde anche la dignità. Iniziative per i disoccupati over 40

Giuseppe Burgarella, disoccupato sessantenne di Trapani, è l’ultimo dei tanti (quanti non ha importanza, perché ne basterebbe uno solo) che si sono suicidati perché disoccupati.
Non sappiamo se Giuseppe avrebbe potuto andare in pensione, ma non ha potuto a causa dell’ultima riforma.
Sappiamo però che, anche a Milano, sono moltissimi coloro che alla soglia dei sessantanni si ritrovano ad essere disoccupati da alcuni anni e ormai senza reddito né pensione, licenziati da aziende sotto i 15 dipendenti che si sono riorganizzate o hanno chiuso a causa della crisi, ormai al 5° anno dal suo inizio.
Troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per la pensione.
La dignità, che viene a mancare a coloro che si trovano in questa situazione, non fa notizia, ma il dramma che queste persone vivono insieme alle loro famiglie li rende soli e non sempre chi sta loro vicino è in grado di comprendere i sentimenti di fallimento personale e delusione nei confronti di uno stato che non ha saputo e voluto trovare soluzioni adeguate a questa piaga sociale, altrettanto drammatica quanto quella della disoccupazione giovanile.
Una vita rubata ai giovani, una vecchiaia rubata a chi ha lavorato una vita.
La Camera del Lavoro di Milano, pur con tutti i limiti, ha cercato di dare una risposta al bisogno di sentirsi meno soli, in questa situazione di difficoltà, sia per quanto riguarda i cosiddetti esodati, sia per i disoccupati over40.
Il protocollo siglato il 30 novembre scorso, con l’associazione Atdal disoccupati over40, ha predisposto azioni di sinergia che metteremo a punto entro la fine di febbraio, per dare a queste persone un aiuto per orientarsi su dove rivolgere le proprie richieste di lavoro, attraverso chi potersi riqualificare professionalmente, o come richiedere sconti su bollette e altro.
Unitamente a diversi protocolli siglati con le istituzioni, per la ricollocazione di lavoratori svantaggiati, abbiamo fatto alcuni passi importanti verso la tutela di lavoratori e lavoratrici, cui ridare la dignità.

Segreteria Camera del lavoro Metropolitana Milano

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Email del vicepresidente di Atdal Over40

Ciao a tutti,
ho appena letto l’articolo su Repubblica che riferisce del suicidio di Giuseppe Burgarella, operaio disoccupato, iscritto alla CGIL e quindi persona con una coscienza dei propri diritti e partecipe della vita sociale del paese. Si è suicidato lasciando una lista di nomi di lavoratori che hanno fatto la stessa drammatica scelta inserita all’interno di una copia della Costituzione.
Claudio con il quale ho parlato al telefono ieri sera ritiene che sia importante una mobilitazione su questo caso che è solo l’ultimo di una lunga drammatica lista. Io sono convinto che si debba fare qualche cosa ma penso che al di là di una nostra più che doverosa partecipazione sia la CGIL in prima fila a doversi muovere per ricordare e dare voce ad un messaggio preciso che un suo militante ha voluto lasciare a tutti i lavoratori di questo paese.
Mi pare però importante spendere due parole su come i media affrontano con una scandalosa sottovalutazione questi drammatici eventi.
L’aspetto scandaloso riguarda la diversa attenzione, il diverso peso che le cronache attribuiscono a casi di suicidio per mancanza di lavoro rispetto ad altri casi drammatici di persone che nella varie parti del mondo decidono di togliersi la vita per richiamare l’attenzione sui diritti fondamentali dell’essere umano ed in particolare sulla negazione della libertà.
Mi spiego meglio: il monaco tibetano,  il bonzo birmano, il giovane tunisino o egiziano che si danno fuoco per esprimere il massimo livello umano di protesta contro la negazione della libertà NON sono per nulla diversi dal disoccupato italiano che sceglie un’analoga forma di martirio.
La negazione del diritto ad una vita dignitosa, conseguenza della mancanza di lavoro e di sostegno da parte del tuo paese, è essa stessa negazione di libertà e non può essere vista in modo diverso e discriminatorio quasi che chi si immola in un paese piuttosto che in un altro abbia diritto a una maggiore considerazione e attenzione.
Chi riferisce di questi drammatici eventi nel nostro  paese parte dal presupposto che l’Italia è ben lontana dalla condizione di paesi come l’Egitto, la Libia o la Tunisia e, in questa ottica, il caso del disoccupato che si suicida finisce per essere sminuito e relegato a caso individuale, spesso catalogato come gesto di una persona che era senza lavoro e senza reddito ma, lo si da quasi per scontato, aveva di certo anche  “suoi” problemi personali.
Esiste una PRECISA logica dietro questo modo di trattare gli omicidi di Stato per mancanza di lavoro ed è la stessa logica che tende a patologizzare, a trasformare il dramma di chi è depresso e scoraggiato per mancanza di lavoro e di reddito in un caso clinico e, come tale da trattare.
La trasformazione di quello che è un problema sociale in una serie di casistiche umane individuali altro non è che un modo subdolo di assolvere le responsabilità che stanno in capo alla politica e alle Istituzioni.
Ciò è ancor più vero in un paese che pretende di collocarsi nel contesto dei paesi civili e democratici, un paese che si vanta di avere una delle Costituzioni più evolute del mondo che però disattende nella maggior parte dei suoi contenuti.
Il messaggio estremo di Giuseppe ha la forza di volerci  indicare come quella Costituzione che ha lasciato come una sorta di testamento sia quotidianamente ignorata e calpestata da politici che se ne appropriano ad ogni occasione ma non avrebbero neppure il diritto di nominarla.

Armando

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Dalla sostenibilità alla resilienza: imparare a riprendersi in fretta (di Andrew Zolli)

Degrado, povertà, eventi meteorologici estremi. Nell’ambito del dibattito sulla lotta ai cambiamenti climatici e la crisi ambientale sta emergendo il concetto di resilienza, ossia come aiutare la popolazione, le organizzazioni e i sistemi vulnerabili a resistere e persino a prosperare in seguito ad imprevedibili eventi distruttivi.

Laddove la sostenibilità vuole rimettere il mondo in equilibrio, la resilienza esplora i modi in cui gestire un mondo che non è in equilibrio.Per molti anni, le persone che si occupano dei grandi problemi del mondo, argomenti legati tra loro come il degrado ambientale, la povertà, la sicurezza del cibo e i cambiamenti climatici hanno sostenuto tutti insieme la bandiera della ‘sostenibilità’ ossia l’idea che con il giusto mix d’incentivi, sostituzioni di tecnologie e cambiamenti sociali, l’umanità potesse finalmente raggiungere un duraturo equilibrio con il pianeta e tra gli uomini stessi.

È un punto di vista molto attraente ed etico, e in un anno in cui si è avuto il mese più caldo mai registrato nella storia degli Stati Uniti (luglio), la siccità nel Midwest che ha fatto precipitare più di metà del Paese in uno stato di emergenza, un’ondata di caldo nella parte est del Paese così potente da sciogliere l’asfalto sotto i jet in partenza all’aeroporto e infine la devastazione portata dall’uragano Sandy, sembrerebbe anche molto pressante e attuale.

Eppure oggi, proprio perché il mondo è sempre più lontano dall’equilibrio, il concetto di sostenibilità è silenziosamente messo in discussione, non da fuori ma da dentro. Tra un crescente numero di scienziati, innovatori sociali, leaders locali, organizzazioni non governative, benefattori, governi e grandi aziende, sta emergendo una nuova discussione che verte su una nuova idea: la resilienza, ossia come aiutare la popolazione, le organizzazioni e i sistemi vulnerabili a resistere e persino a prosperare in seguito a imprevedibili eventi distruttivi.

Laddove la sostenibilità vuole rimettere il mondo in equilibrio, la resilienza esplora i modi in cui gestire un mondo che non è in equilibrio.

È un programma molto ampio che da una parte cerca di costruire dentro le nostre comunità, istituzioni e infrastrutture una maggiore flessibilità, intelligenza e capacità di rispondere prontamente a eventi estremi, dall’altra si basa sul sostenere e accentuare le capacità dei singoli di gestire psicologicamente e fisiologicamente circostanze molto stressanti.

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Addio Tav, non servi più. Carri grandi dal Frejus, ma è un segreto (di Alessandra Fava)

Ecco il documento di Rete ferroviaria italiana, Rfi, che spiega che anche i carri merci più grandi, quelli alti più di 4 metri, passano già dal Frejus. Perciò ”la Torino-Lione non serve più”, come dice Tino Balduzzi militante No Tav. ”In sostanza – spiega – francesi e italiani hanno limato nell’ultimo anno il vecchio Frejus e da alcuni mesi passano anche i treni più alti. Quindi un’altra galleria non serve più”.

Come fa a dirlo con tanta sicurezza?
“La certezza viene da un documento di Rfi scoperto durante una ricerca di dati sui carri Modalohr, (visibile su http://site.rfi.it/quadroriferimento/files/1462-29-5-12.pdf) e contenente disegno e misure della nuova sagoma della linea del Frejus registrata dal 29 maggio 2012. Esso testimonia che le limitazioni che impedivano di caricare su treno i camion standard, alti 4 metri, non ci sono più. In base a ciò la classificazione della linea riportata sulla carta UIRR del 2011 dovrebbe passare da C30/P341 a C58/P385, ovvero 44 centimetri in più per il trasporto di mezzi stradali.

La notizia sui media è passata in sordina o non è passata affatto, ma ora l’AFA, la società che effettua il servizio di “autostrada viaggiante” tra Orbassano ed Aiton, fornisce un servizio simile a quello disponibile nei tratti Novara-Sempione-Loetschberg-Freiburg e Trento-Brennero-Regensburg, fino ad ora sbandierato dai si-tav come l’obiettivo da raggiungere. Il risultato è frutto anche di un progresso tecnologico: l’utilizzo dei recenti carri francesi Modalohr, che sfruttano meglio lo spazio in altezza guadagnando circa 16 centimetri rispetto ai carri utilizzati da svizzeri ed austriaci per effettuare lo stesso tipo di servizio.

Un’ulteriore dimostrazione che investire in tecnologia paga, sicuramente di più che fare dei buchi nelle montagne.”

Ci spieghi un po’ meglio questa storia di treni alti e treni bassi…

“Si potrebbe dire che è una questione di pneumatici. La stessa merce può essere caricata in un Tir alto 4 metri oppure in un container (o una cassa mobile che è quasi la stessa cosa) alto meno di 3 metri. Ma per trasportare un camion su un treno servono gallerie alte (e quindi i tunnel della cosiddetta Tav), mentre per trasportare container e casse mobili su treno vanno bene le linee esistenti, compresi i 1500 chilometri di gallerie ferroviarie basse che ci sono in Italia, utilizzando eventualmente, in certi casi, carri ferroviari leggermente ribassati. In sostanza i treni “bassi”, più corti e più leggeri, fanno lo stesso servizio dei treni “alti”, e lo fanno con costi minori.”

Per di più ci sono gli esempi virtuosi della Svizzera e dell’Austria…
“Virtuosi a casa loro ma dannosi a casa d’altri. Svizzera ed Austria sono piccoli paesi di transito che risolvono un loro problema complicando la vita ai paesi confinanti. Mi spiego meglio. Volendo diminuire la pressione del trasporto merci sulle loro strade, svizzeri ed austriaci caricano su treni speciali i camion che arrivano ad un loro confine, ad esempio quello tedesco, e li trasportano fino al confine opposto, nell’esempio quello italiano. Ma alla fine del viaggio, a Novara o a Trento, quei camion vengono rimessi sull’asfalto, andando ad intasare le autostrade italiane. Quella che l’Europa considera una prassi virtuosa fa sì che un camion che va da Amburgo a Bari percorra su ferrovia meno di 500 chilometri su un totale di 2000. Per contro una cassa mobile caricata ad Amburgo arriva fino a Bari percorrendo l’intero tragitto su treno, sulle ferrovie che ci sono, senza dover costruire nuovi tunnel e risolvendo con minor impatto ambientale il problema di svizzeri ed austriaci. Questo semplice confronto è sufficiente a ribaltare l’accusa di favorire il trasporto stradale che i si-tav fanno ai no-tav.”

Perchè da noi non se ne parla chiaramente, secondo Lei?

“La lobby degli autotrasportatori in Europa è fortissima, in grado di bloccare un continente con una serrata. La Tav conviene a loro, alla lobby dei costruttori e a chi si occupa di movimento terra. Preoccupa il fatto che importanti politici italiani favorevoli alla cosiddetta Tav siano in qualche modo legati, ad esempio, al gruppo Gavio che si occupa di autotrasporto e, attraverso Impregilo, di costruzioni. Preoccupa ancora di più il fatto che il deposito in cave di pianura di molti milioni di metri cubi di terra da scavo provenienti dai tunnel della Tav rappresentino un’occasione d’oro per chi ha dei rifiuti da smaltire illegalmente. Preoccupa infine che politica e media non dicano nulla al riguardo.”

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