Hugo Chavez, la leggenda del liberatore del XXI secolo, di Gennaro Carotenuto

Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.

L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.

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Bankitalia: al 65% delle famiglie il reddito non basta. Consumi come in guerra, di Claudio Fabretti

ROMA – Addio, popolo di risparmiatori. E addio anche ai consumi. Per il 65% delle famiglie italiane i redditi di cui dispongono non bastano più per vivere: sono addirittura insufficienti a coprire i consumi. E naturalmente i più colpiti sono sempre gli stessi: giovani, precari, affittuari.
L’allarme, stavolta, giunge dalla Banca d’Italia, autrice di due indagini su risparmio e ricchezza. Entrambe scattano un’istantanea preoccupante della crisi italiana: «Nel 2010 è aumentata al 65% (era al di sotto del 40% nel 1990) la quota di quelli che valutano il proprio reddito inferiore a quanto ritenuto necessario» e a fronte di ciò anche «la quota di famiglie che ritengono di avere effettive possibilità di risparmio si è collocata su livelli storicamente bassi, intorno al 30% (era sul 50% all’inizio degli anni 90)».
La recente flessione del saggio di risparmio delle famiglie italiane di quasi 4 punti percentuali – spiega Bankitalia – è avvenuta a fronte di una sostanziale stazionarietà in Francia e in Germania. E «la percentuale con reddito inferiore ai consumi (risparmio negativo) è aumentata di quasi 3 punti tra il 2008 e il 2010, fino a raggiungere il 22%» spiega ancora il rapporto di Palazzo Koch.
Le associazioni dei consumatori puntano il dito contro il caro-tariffe: «Le famiglie sono state taglieggiate», accusa il presidente dell’Adusbef Elio Lannutti, secondo il quale «in 11 anni ogni famiglia ha dovuto pagare alle rendite e alla speculazione bancaria, assicurativa, del gas e dell’energia, ben 907 euro in più l’anno».
A scattare un’altra allarmante fotografia della crisi è anche la catena Conad: «Nel Sud il 27% delle famiglie non è in condizioni di avere l’apporto di proteine (carne, uova, legumi) se non ogni tre giorni – sostiene il direttore generale Francesco Pugliese, presentando il Report 2012 e Piani di sviluppo 2013 – Il carrello della spesa si è alleggerito. E in termini di consumi siamo tornati non agli anni 50, ma al periodo di guerra». A testimoniare le difficoltà, anche il fatto che «il 45% di chi lavora si porta il cibo da casa, pur avendo i buoni spesa-ticket».

da Leggo.it                               6 Marzo 2013

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Processo d’appello Thyssenkrupp: nessuna giustizia, nessuna pace

Dopo 5 anni dalla strage l’ennesima doccia fredda per i familiari delle vittime e gli ex lavoratori nel processo ThyssenKrupp: derubricato il reato più grave (per l’ad H. Espenhahn l’omicidio volontario diventa colposo), ridotte significativamente le pene per tutti gli altri imputati e concesso anche il dissequestro della Linea 5. Giustamente i familiari hanno occupato l’aula per ore e non sono mancati attacchi al ViceSindaco T. Dealessandri, contestato per il ruolo avuto dal Comune nella vicenda: ritiro dal processo d’Appello (in cambio di un lauto risarcimento) e soprattutto la ricollocazione di decine di ex lavoratori TK nelle municipalizzate del Comune che però, in cambio di un posto di lavoro, sono stati costretti a rinunciare alla costituzione di Parte Civile alimentando così la divisione tra i lavoratori. Una sentenza della giustizia padronale per salvare gli unici responsabili di quelle morti atroci, in una giornata funestata dall’ennesimo lavoratore morto nello stabilimento ILVA di Taranto.

Rinnoviamo ancora una volta la nostra solidarietà e vicinanza ai familiari dei nostri 7 compagni di lavoro e alle famiglie di tutti i morti sul lavoro in questo Paese.

Questa sentenza infanga la loro memoria, quella dei loro familiari, la dignità stessa del lavoro e li uccide nuovamente, aprendo pericolosamente la strada dell’impunità per i loro assassini. Anche il responsabile della sicurezza C. Cafueri, che non dimentichiamo ha indotto (e per questo è indagato in un processo a parte) alla falsa testimonianza numerosi testimoni della difesa, ha visto ridotta la sua pena dopo aver piagnucolato ignobilmente dinnanzi alla Corte. Ci chiediamo con quali considerazioni gli siano state riconosciute le attenuanti!? Probabilmente per i servigi ben svolti per il suo padrone…

Come era prevedibile le richieste di pena “esemplari”, il processo “storico”, “una nuova pagina della giurisprudenza del lavoro”, sono serviti solo a contenere in parte la rabbia e lo sdegno dei familiari, degli operai e della società civile. Questa vicenda ci insegna che la giustizia italiana adotta due pesi e due misure e che la vita dei lavoratori vale meno di zero. Per questo non bisogna accordare nessuna fiducia alla legalità borghese!

Le “condanne” inflitte in primo grado sono arrivate non per la lungimiranza della giustizia ma per la puntuale e sollecita mobilitazione popolare che ha spinto in tal senso il pronunciamento della Corte. Per gli operai é difficile oggi organizzarsi e rispondere in maniera adeguata agli attacchi dei padroni e dei loro lacchè. Vengono infatti promosse a piene mani rassegnazione e sfiducia nei propri mezzi e nelle proprie risorse.

Oggi più che mai, all’indomani di questa vergognosa sentenza, sentiamo la responsabilità di chi ha affrontato una vera e propria “guerra” contro l’ingiustizia e forse non ha combattuto con tutte le armi a propria disposizione. Ma sappiamo di possederne una formidabile: la solidarietà.

Questa vicenda ci insegna che dobbiamo organizzarci meglio e con maggiore determinazione, senza abbassare mai la guardia. Continuare oggi a combattere per i nostri 7 compagni di lavoro della TK, per i morti all’ILVA, per i morti da amianto all’Eternit, per avere giustizia e sapere la verità per la strage di Viareggio e per tutti i morti nei cantieri, sulle strade e nelle fabbriche nel Nord e nel Sud d’Italia significa pretendere che venga riconosciuta la dignità del lavoro (sancita dalla Costituzione) per noi stessi e per le generazioni future, per i nostri figli.

Non ci siamo costituiti nel processo per un tornaconto personale ma per pretendere verità e giustizia in una delle peggiori vicende riguardanti i morti sul lavoro nel nostro Paese degli ultimi trent’anni.

Il Comune ha perpetrato nei confronti di alcuni lavoratori costituiti Parte Civile un atteggiamento vergognoso e discriminatorio, promettendo una ricollocazione mai avvenuta. Fassino ha promesso di sanare questa ingiustizia incontrando gli ultimi lavoratori in mobilità il 30 giugno 2011 e garantendo il proprio impegno nella ricollocazione. Ovviamente solo promesse, come quella ai tempi della campagna elettorale della Gran Torino Capitale del Lavoro…

Vigileremo su cosa verrà fatto dei soldi ottenuti come risarcimento dagli Enti locali, sulle modalità di riqualificazione delle ex aree Thyssen e su chi graveranno gli oneri della bonifica: alla TK o ai cittadini torinesi? Conoscendo Fassino e la sua politica prepariamoci! Non dobbiamo aprire noi lavoratori di nuovo le tasche come abbiamo già fatto con il suo degno predecessore Chiamparino in occasione delle Olimpiadi 2006 e per l’ostensione della sindone (per i quali il Comune di Torino è il più indebitato d’Italia e oggi si tagliano e privatizzano i servizi), o per le spese di militarizzazione della Val Susa per la costruzione della Tav.

La nostra non è solo una lotta per la sicurezza nei luoghi di lavoro, per un lavoro sicuro e dignitoso. E’ la lotta per affermare il nuovo che avanza, la costruzione di una nuova società.

Il nuovo assetto politico in Piemonte e in tutto il Paese vede un notevole avanzamento di consensi del M5S. I denigratori lo definiscono un non-voto, un voto antipolitico.

Noi guardiamo il risultato di queste elezioni come un segnale del cambiamento sentito e voluto da una buona parte degli italiani: rompere quel meccanismo di concertazione tipico di una classe politica vecchia e corrotta che ha fatto di inciuci, corruzione, clientelismo e promesse mai mantenute il solo e unico modo di intendere la politica. Il M5S, pur con le proprie contraddizioni, ha la possibilità di cambiare da “dentro”, ma anche fuori dai palazzi del potere, nelle piazze, questo sistema ormai in sfacelo che ci ha condotti sin qui, nella peggiore crisi economica, sociale e culturale dal Dopoguerra ad oggi. Ma soprattutto ha l’occasione di mettere al centro della propria agenda politica l’unica misura necessaria per ricostruire il Paese: il lavoro, utile e dignitoso per tutti.

Non saranno certo i Bersani, i Fassino, i Monti, la BCE o la Goldman Sachs a risolvere questa crisi! Dicono di volerlo fare ma non sanno come e nemmeno vogliono. Solo noi cittadini e lavoratori possiamo e dobbiamo essere protagonisti del cambiamento già in atto, che trasformerà questa società gestita da pochi a scapito di molti in una società nuova in cui sia riconosciuta la dignità del lavoro ed ognuno lavori secondo le proprie possibilità ed abbia secondo le proprie necessità. Una società che stiamo già costruendo sulle macerie di questo sistema economico, basato sul profitto e sullo sfruttamento, ormai in declino.

"…il capitale non ha riguardo per la salute
e per la durata della vita dell’operaio,
quando non sia costretto a tali riguardi dalla società"

(Karl Marx)

Torino, 1 marzo 2013                                                          Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino
                   

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Alpi, quale futuro? di Martino Danielli

Trasporto merci, inquinamento atmosferico e acustico, turismo di massa, scomparsa delle nevi. La bellezza incontaminata della catena alpina è ormai un ricordo lontano. Eppure esistono soluzioni per evitare la distruzione delle Alpi e tutti noi possiamo contribuire a preservare le nostre montagne.

Il futuro della catena montuosa più importante d’Europa dipenderà in gran parte dalle nostre scelte e dal nostro coraggio e determinazione.

La catena alpina è da secoli dimora di popoli dalle tradizioni più diverse. Si tratta di montagne che da sempre hanno affascinato i viaggiatori per la bellezza e l’imponenza dei paesaggi. Un tempo erano considerate ostacolo insormontabile o quasi per gli eserciti e per i viaggiatori, e tuttavia fin dalla preistoria sono state colonizzate valle dopo valle da popolazioni di varia provenienza come i Camuni risalenti al primo millennio avanti cristo, e più tardi i Celti o i Walser.

Nel corso del diciannovesimo secolo furono la meta prediletta di escursionisti e scalatori che dettero vita ad una vera e propria competizione nel ‘conquistare’, a prezzo anche di enormi sacrifici ed innumerevoli perdite, le più imponenti cime della catena. Oggi le Alpi sono una pallida cartolina della loro passata bellezza incontaminata.

Secondo il rapporto del WWF e secondo vari studi, ogni anno le nostre montagne sono percorse da 6 milioni di mezzi pesanti per il trasporto merci. Particolarmente colpita è l’area austriaca che, da dati risalenti al 2002, risulterebbe attraversata da circa il 60% del trasporto merci su gomma. Vanno aggiunti poi i milioni di autovetture di vacanzieri e lavoratori che transitano lungo i corridoi autostradali come la Torino-Aosta –Monte Bianco.

Questa continua crescita parossistica del traffico ha prodotto gravi problemi di inquinamento atmosferico ed acustico, che nelle vallate viene notevolmente amplificato per il tipo di orografia del territorio, tanto che a Courmayeur si sono registrati tassi di pm10 ( polveri sottili ) molto maggiori rispetto a quelli registrati a Milano.

Ma, se la rete stradale è in continua espansione, lo sono anche i dati sul turismo di massa con i problemi che questo comporta. Se infatti gli operatori del turismo invernale sembrano preoccupati dalle sempre più scarse nevicate dovute all’effetto serra, non sembrano però considerare che l’effetto serra stesso lo provocano anche loro. Nella catena alpina si contano infatti 10.000 impianti di risalita sciistici, i quali scarrozzano decine di migliaia di sciatori su dislivelli chilometrici.

Ogni anno più di 200 chilometri quadrati di piste sono innevate artificialmente, con 52 milioni di metri cubi d’acqua e 600 GWh di elettricità, equivalenti all’energia per illuminare una città di un milione di abitanti per 8 anni.

Ma le piste da sci non sono solo un enorme spreco di energia e di acqua, sono anche un problema per la biodiversità ( è stato osservato in studi scientifici che solo l’11% delle piante normalmente presenti nell’ambiente montano riesce a sopravvivere sulle piste) e producono un notevole incremento dell’erosione, in un ambiente già particolarmente a rischio.

Il turismo sull’arco alpino, che sempre più risulta concentrato nel periodo estivo e invernale, assume ormai l’aspetto di un esodo biblico, con annesso inquinamento, pressione demografica su territori ristretti e incentivo all’edilizia selvaggia.

Nella catena alpina, secondo i dati del WWF, si concentra il 4% del turismo a livello mondiale con 475 milioni di pernottamenti annui. Si tratta di cifre impressionanti, evidentemente insostenibili per un ambiente fragile ed unico, già estremamente provato dai cambiamenti climatici.

E proprio il clima preoccupa molto gli stessi abitanti delle nostre montagne. Il riscaldamento planetario, al quale i milioni di turisti sicuramente contribuiscono con i loro SUV e berline, con gli impianti di risalita e la neve artificiale, con gli alberghi di lusso dotati di piscine riscaldate, sta riducendo drasticamente le precipitazioni nevose ( -18 % in media) e la durata della copertura del manto di neve; inoltre i ghiacciai si ritirano a velocità sorprendenti e nell’ultimo secolo si sono letteralmente dimezzati.

La progressiva scomparsa delle nevi perenni con molta probabilità provocherà un collasso ecologico, economico e umano, ma come al solito, pur essendo vicini al baratro, non osiamo indietreggiare.

Le soluzioni per invertire la distruzione delle Alpi ci sono e tutti noi possiamo contribuirvi:

1) privilegiare il trasporto pubblico rigorosamente lento

2) porre un limite preciso ai permessi edilizi.

3) bloccare tempestivamente la costruzione di nuove piste di sci e privilegiare l’utilizzo di ciaspole e lo sci di fondo.

4) incrementare nell’economia locale l’attività agricola e pastorale a conduzione familiare.

5)visitare le Alpi possibilmente fuori stagione, in modo da non creare sovraffollamento ed inquinamento.

6)sensibilizzare le nuove generazioni sull’importanza naturale e umana delle nostre montagne.

Il futuro della catena montuosa più importante d’Europa dipenderà in gran parte dalle nostre scelte e dal nostro coraggio e determinazione. Chiunque abbia a cuore l’ambiente e il futuro delle prossime generazioni non dovrà fare altro che prodigarsi nella salvaguardia di questi ambienti così delicati e diffondere il rispetto e la conoscenza del valore che questi rappresentano, con la speranza di poter vedere ancora a lungo nevi, foreste e cime naturali e selvagge.

da Il Cambiamento – 25 Febbraio 2013

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