Ciao Franca, donna di battaglia, di Chiara Valentini

La prima volta che avevo incontrato Franca Rame a colpirmi era stata la sua bellezza. Già l’avevo vista a teatro, ne “La signora è da buttare” (la “signora” era l’America..), ultimo sberleffo dai palcoscenici borghesi prima del grande salto nel teatro popolare.

In scena Franca era una straordinaria attrice comica, nella vita di tutti i giorni era uno splendore difficile da immaginare. Eppure quando moltissimo tempo dopo Dario Fo, come regalo per i suoi 80 anni ne aveva scritto la biografia, aveva raccontato di quanto Franca da ragazza era stata tormentata dai complessi, amareggiata da un occhio vagamente strabico e da un seno un po’ scarso…

Credo che nel corso della vita si fosse rassicurata, visto che anche a ottant’anni continuava ad essere molto bella, con quel sorriso fra il complice e l’ironico soprattutto quando parlava di se stessa, quando si prendeva in giro per gli acciacchi dell’età.

Una delle ultime volte che ero andata a trovarla nella mitica casa milanese di Porta Romana mi aveva fatto vedere quasi con civetteria un piccolo oggetto trasparente. «Vedi, è il mio apparecchio per l’udito. Si, sono diventata un po’ sorda, ma perché dovrei nasconderlo? Un’attrice sorda può essere un bel guaio».

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L’alleanza del pacifico: il club dei nuovi Chicago Boys, di Gennaro Carotenuto

All’America latina integrazionista e progressista, che affaccia soprattutto sull’Oceano atlantico, risponde la cosiddetta “Alleanza del Pacifico”, enucleatasi a partire dal primo vertice di Lima nel 2011 in aperta polemica con «le alleanze romantiche e poetiche» e riunita in questi giorni a Cali, in Colombia, e della quale sono membri pezzi fondamentali della regione: il Messico, il Costarica, la Colombia, il Perù, il Cile. L’obiettivo dichiarato di quest’area, che conta oltre 200 milioni di abitanti, un terzo dei cittadini latinoamericani ma la metà dell’export regionale, è quello di rilanciare l’agenda neoliberale, rimasta indietro dopo il crollo del modello che aveva imperato nella regione dagli anni ’70 a tutti gli anni ’90, l’avvento dei governi integrazionisti e lo scacco imposto all’Area di libero commercio delle Americhe (ALCA) voluta da George W Bush a Mar del Plata nel 2005.Per i paesi coinvolti, governati da partiti di destra o centro-destra, è l’occasione per mantenere una crescita sostenuta anche nel presente decennio, prescindendo da quelle mete di riduzione delle disuguaglianze e difficile ricerca di un modello sostenibile anche dal punto di vista ambientale, portato avanti dall’America latina integrazionista. Se nel Mercosur –nati anch’essi in epoca neoliberale come spazio doganale comune- si parla di una romanticheria come fondi di coesione dal pacifico, dal Pacifico si risponde col realismo un po’ d’antan dei falliti regimi neoliberali che in quest’area del Continente sono rimasti egemoni. Per gli Stati Uniti, il vicepresidente Joe Biden è in questo momento a Bogotá dove oggi vedrà Juan Manuel Santos, è l’occasione di riprendere la battaglia perduta a Mar del Plata e continuare ad utilizzare almeno una parte dell’America latina nella competizione globale contro una Cina. La superpotenza asiatica, emersa dalla fine degli anni ’90 come partner di primo piano della regione, continua a mantenere forti quote di complementarità con la regione: agroindustria per infrastrutture, semplificando, ma anche la possibilità politica di giocare su più tavoli uscendo dalla dipendenza dal «Washington Consensus».

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Krugman: grazie alla crisi passano le riforme dell’elite

Noah Smith ha recentemente espresso un interessante punto di vista sui reali motivi per cui le élite sostengono così tanto l’austerità, anche se in pratica essa non funziona. Le élite, egli sostiene, vedono le difficoltà economiche come un’opportunità per costringere a delle riforme (cioè in sostanza i cambiamenti da loro desiderati, che possano servire o meno a promuovere la crescita economica) e si oppongono a tutte le politiche che potrebbero attenuare la crisi senza rendere necessari questi cambiamenti: «Penso che gli “austerians” siano preoccupati che delle politiche macro anti-recessione consentirebbero a un Paese di cavarsela nella crisi senza migliorare le sue istituzioni. In altre parole, temono che uno stimolo di successo potrebbe sprecare le possibilità offerte da una buona crisi. Se la gente pensa realmente che il pericolo di uno stimolo non è che potrebbe fallire, ma che potrebbe avere successo, allora dovrebbe dirlo chiaramente. Solo così, credo, potremmo avere un dibattito pubblico ottimale sui costi e benefici».

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Lavoro, 9 milioni ti persone in sofferenza, di Rassegna.it

Un rapporto dell’Ires Cgil su disagio e sofferenza nel mercato del lavoro italiano. Disoccupati, scoraggiati, disponibili a lavorare e occupati in cassa integrazione. Lavoratori precari e part time. In un anno sono aumentati del 10,3%.

Da un lato disoccupati, scoraggiati, disponibili a lavorare e occupati in cassa integrazione (l’area della cosiddetta “sofferenza”). Dall’altro lato lavoratori a part time e precari (l’area del “disagio occupazionale”). La somma di queste due categorie statistiche e sociologiche dà una cifra impressionante e in costante aumento, nell’Italia della crisi. Si tratta infatti di 8 milioni e 750mila persone in età compresa tra 15 e 64 anni. E’ quanto emerge da uno studio dell’Ires-Cgil sugli effetti della crisi sul lavoro.

Nell’ultimo anno quest’area ha registrato un aumento del 10,3% equivalente a +818mila unità (rispetto al IV trimestre 2007 l`incremento stimato è del 47,4% pari a +2 milioni e 811mila persone).

Nell’ultimo trimestre 2012, riferisce l’istituto di ricerca, l’area della sofferenza ha riguardato 4 mln e 570mila persone (+16,6% pari a +650mila unità), mentre quella del disagio ha interessato 4 mln e 175mila persone (+4,2% pari a +168mila unità).

Le statistiche del mercato del lavoro nel quarto trimestre 2012 “tratteggiano un quadro molto allarmante”, sottolinea il rapporto dell’Ires-Cgil. A marzo il numero di disoccupati (2 milioni 950mila) è diminuito rispetto a febbraio in “misura trascurabile” (-14mila unità), mentre su base annua è cresciuto dell`11,2% (+297mila persone).

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La scuola pubblica

«C’era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita, che permetteva a uno come me di imparare. Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una società per mettere in pratica il compito. L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori».
Erri De Luca
Il giorno prima della felicità

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Boom disoccupazione: aumenta il divario tra ricchi e poveri, di Roberto Ciccarelli

La lotta di classe la fanno i ricchi. Lo dice l’Ocse in un’indagine sulle conseguenze dei tagli alla spesa pubblica e del rigore di bilancio. Le disuguaglianze tra i redditi – stima l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo – sono cresciute dal 2007 al 2010 più che nei 12 anni precedenti.
Considerato che le politiche di austerità sono state adottate in quasi tutti i paesi Ocse nel biennio successivo è probabile che questo gap sia nel frattempo cresciuto.
Nel 2010 il 10% più ricco della popolazione nei 34 paesi maggiormente industrializzati guadagnava 9,5 volte il reddito del 10% più povero rispetto al rapporto di 1 a 9 del 2007. Il divario è più ampio in Cile, Messico, Turchia, Stati Uniti e Israele e più basso in Islanda, Slovenia, Norvegia e Danimarca.
Stesso scenario in Italia dove, alla fine del 2010, il 10% della popolazione più ricca poteva contare su un reddito 10,2 superiore rispetto al 10% più povero. Nel 2007 questo rapporto era fermo all’8,7%.
Per l’organizzazione internazionale le politiche dell’austerità hanno un doppio effetto: da un lato allargano la frattura tra i ricchi e i poveri, dall’altro lato non permettono ai poveri di lavorare e guadagnare di più.
I soggetti più colpiti dagli effetti della crisi sono i bambini e gli adolescenti. Tra i primi la povertà è cresciuta dal 13% al 14%, tra i secondi dal 12% al 14%. Andamento opposto tra gli anziani dove l’Ocse registra un calo della povertà dal 15% al 12%.
Non solo dunque l’austerità aumenta le diseguaglianze classiche tra chi ha un patrimonio e chi non ha nulla se non il proprio reddito da lavoro, ma incide anche sulle differenze generazionali. Il prezzo della diseguaglianza è sia economico che generazionale.
Il suo principale effetto è quello di scatenare una guerra tra poveri con redditi e età diverse: disoccupati di lunga durata contro quelli congiunturali, precari contro parasubordinati garantiti ancora per poco, giovani contro anziani.
In base ai dati Ocse è possibile osservare questa situazione anche sul tasso di disoccupazione. A marzo era in lieve calo, dall’8,1% all’8% della forza lavoro complessiva: 48,3 milioni di persone. Nella zona euro la disoccupazione ha tuttavia raggiunto il record del 12,1% (19,2 milioni di persone), mentre negli Usa è scesa ad aprile al 7,5%, anche perché il settore privato ha ricominciato ad assumere. In Italia è all’11,5%, ma nel 2013 aumenterà fino a sfondare il tetto del 12%.
Tra i paesi europei il tasso di disoccupazione segue lo stesso andamento della distribuzione dei redditi. Sono i più giovani, tra i 15 e i 24 anni, a essere penalizzati. La disoccupazione giovanile resta invariata al 24%, ma aumenta nei paesi dell’Europa meridionale. In Italia è salita al 38,4% a marzo (contro il 37,8% di febbraio). Fanno peggio solo la Grecia con il 59,1% di gennaio e la Spagna con il 55,9%.
Di solito a questi ragionamenti condotti sugli indicatori del mercato del lavoro sfugge più di qualcosa, ma almeno un dato può essere considerato: in Italia la disoccupazione giovanile è il triplo di quella di chi ha una posizione lavorativa stabile.
Per il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria questi dati impongono «di proteggere la parte più vulnerabile della popolazione, specie se i governi perseguono la necessità di tenere sotto controllo la spesa pubblica».
La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è un problema strutturale pertanto l’Ocse chiede di «aumentare la crescita e l’occupazione, al fine di assicurare più equità, efficienza e inclusione». La crescita riduce il deficit e migliora l’equità tra i redditi.
Il problema resta la riduzione del debito e i tagli alla spesa che nessuno considera quando si parla di «temperare» l’austerità.
Senza una radicale messa in discussione dei suoi principi, gli unici vincitori della depressione saranno i ricchi.

Il Manifesto
16 maggio 2013

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L’Eni è ostaggio di Putin e il conto lo spedisce ai consumatori, di Gionata Picchio

La crisi abbatte la domanda di gas e fa scendere i prezzi, ma il gruppo italiano è vincolato ai contratti "take or pay" firmati con Mosca ai tempi di Silvio Berlusconi. E l’azienda tenta di scaricare il costo degli errori passati sulle bollette

Da macchina da soldi a ricettacolo di perdite operative e svalutazioni. È l’evoluzione del business gas di Eni. Colpa dei grandi contratti di importazione dai Paesi produttori come Russia e Algeria. Il crollo della domanda dovuto alla crisi ha lasciato Eni alle prese con penali e obblighi pluriennali di acquisto per cifre da capogiro. Ed è forte la tentazione di passare il conto al “parco buoi” dei consumatori.

Nel 2012 la divisione Gas&Power di Eni ha registrato una perdita operativa di 3,2 miliardi, in gran parte dovuta a svalutazioni di asset nella vendita per circa 2,5 miliardi. La revisione dei valori degli attivi è dovuta al contesto di mercato: negli ultimi quattro anni i consumi italiani sono crollati, tornando sotto i livelli del 2003. In Europa le cose non sono andate meglio. Oltre alla crisi hanno pesato l’aumento di produzione elettrica da rinnovabili e carbone, che ha tolto spazio al gas, e un parallelo incremento dell’offerta di gas via nave, effetto indiretto del boom dello shale gas negli Usa.

Una tempesta perfetta per Eni e gli altri grandi fornitori di gas, che si sono trovati a competere per una domanda asfittica mentre i prezzi sui mercati a breve (spot) crollavano per la molta offerta.

Qui entrano in gioco i contratti: costruiti su impegni di importazione pluriennali, contengono clausole dette take or pay (“prendi o paga”) che obbligano a ritirare ogni anno un quantitativo minimo di gas o a pagarlo comunque, salvo ritirarlo in seguito. Il tutto a prezzi che seguono l’andamento del petrolio e per questo sono oggi fuori mercato rispetto ai più bassi prezzi spot.

Risultato: secondo l’ultimo report 20-F dell’Eni alla Sec americana, da quando con la crisi i consumi hanno iniziato a calare Eni ha prepagato gas non ritirato per 2,37 miliardi. Per il prossimo quadriennio 2013-16 la società prevede di onorare i suoi obblighi, grazie a rinegoziazioni dei contratti. Intanto però sul gruppo gravano impegni colossali: per i prossimi anni ritiri minimi per 15-18 miliardi di euro l’anno, per un totale di oltre 247 miliardi da qui alla scadenza dei contratti.

Come limitare i danni? Secondo il piano industriale Eni il fattore decisivo sarà la rinegoziazione coi fornitori, per avvicinare i prezzi a quelli dei mercati spot e allentare un po’ gli obblighi di ritiro. Ma c’è una strada più semplice: traslare almeno parte del fardello sull’ultimo anello della catena, il consumatore.

Nell’energia una via per socializzare una perdita è quella amministrativa. E un possibile strumento lo ha indicato l’ad di Eni Paolo Scaroni lo scorso autunno: poiché i contratti take or pay garantiscono all’Italia forniture sicure ma attualmente fanno perdere soldi, ha detto durante un’audizione al Senato, chi paga le bollette dovrebbe contribuire a mantenerli in vita, pagando di più.

L’accoglienza per la proposta di Scaroni non è stata calorosa. Perché pagare di più proprio quando l’attuale abbondanza di offerta renderebbe possibili forti risparmi? In un primo momento l’Autorità aveva in parte accolto la richiesta, ipotizzando un “premio sicurezza” in bolletta da circa 800 milioni all’anno per i soli titolari di contratti take or pay (Eni, Enel, Edison e pochi altri). Poi ha corretto il tiro annunciando che da ottobre, quando i consumatori inizieranno a pagare prezzi interamente legati ai mercati a breve con un risparmio atteso del 6-7%, un bonus tariffario per i big ci sarà, ma ridimensionato.

Da qualche tempo iniziano finalmente a vedersi alcune concrete occasioni di risparmio per chi abbandona i prezzi regolati per quelli liberi. Tuttavia dietro ad alcune proposte possono nascondersi brutte sorprese. Si pensi alle offerte a prezzo fisso, pubblicizzate come assicurazioni contro aumenti futuri. Ha senso per il consumatore bloccare il prezzo oggi quando, come abbiamo visto, le bollette si avviano a scendere almeno da qui a fine anno? Sarebbe poi folle congelarlo a un livello superiore all’attuale. Che è invece proprio ciò che fanno molte proposte. Basta fare un giro sul Trovaofferte sul sito dell’Autorità: alcune formule “fisse”, quelle con sottoscrizione online, danno risparmi apprezzabili. Altre però, spesso proprio quelle più pubblicizzate, bloccano il prezzo a un livello uguale o anche molto superiore al regolato.

Un cliente tipo che sottoscriva oggi un’offerta Eni3 o Eni Fixa spenderebbe, a seconda della residenza, 40-60 euro in più all’anno rispetto al prezzo regolato, neutralizzando per intero il calo del 4% deciso dall’Autorità ad aprile e autoescludendosi da quelli futuri. Con Enel “Energia Sicura” il maggior esborso sale addirittura a 90 euro e arriva fino a 150 euro con “A Tutto Gas” di Sorgenia. Molte campagne promozionali sul prezzo fisso sono partite lo scorso autunno, quando alle imprese era già nota l’intenzione dell’Autorità di riformare i prezzi. Meno certo però è che lo sapessero o lo sappiano tuttora i consumatori.

Interpellata sull’argomento Eni ha sottolineato attraverso un portavoce che “oltre alle offerte bloccate, che consentono comunque di fissare i prezzi per 2 o 3 anni a seconda dell’offerta per scommettere su un risparmio nel tempo, dà anche la possibilità di un risparmio immediato, con prezzi inferiori rispetto a quelli fissati dall’Aeeg, come per esempio le offerte Young, Link e Free”.

da Il Fatto Quotidiano dell’8 maggio 2013

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Forum salviamo il paesaggio: avanti tutta!

La terza assemblea nazionale del Forum “Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori”, tenutasi a Bologna lo scorso 4 maggio, era molto attesa da tutti noi per verificare il grado di sensibilità di questa nostra importante “Rete”, a distanza di un anno e mezzo dalla sua costituzione: grande partecipazione da ogni Regione e una marea di proposte, idee, analisi sono state la migliore risposta che potevamo aspettarci…

Dalla sua nascita, nell’ottobre 2011 a Cassinetta di Lugagnano, la crescita del Forum non si è arrestata: sono oggi 151 i comitati Salviamo il Paesaggio costituiti e 911 le associazioni – nazionali e locali – aderenti.

Convegni, seminari ed assemblee hanno fatto crescere nel tempo l’importanza del Forum, che è arrivato a dialogare con parecchi ministeri ed a moltiplicare l’attenzione generale sul nevralgico tema del consumo di suolo. Un lavoro importante che, negli ultimi mesi, ha ottenuto alcuni risultati di grande rilievo: a gridare “basta sprecare territorio” sono, oggi, anche molte forze imprenditoriali come i Costruttori edili dell’ANCE/Confindustria, Confcommercio, Confcooperative, Confartigianato, il sindacato Fillea Cgil, forze politiche e molte amministrazioni comunali. Il “chiodo fisso” delle nuove edificazioni sta lasciando spazio al recupero dell’esistente: è un salto culturale enorme, di cui possiamo andare fieri. Ma che dobbiamo saper “governare” …

Durante la mattinata si è svolta l’assemblea plenaria, a cui nel pomeriggio si sono affiancati alcuni gruppi di lavoro, fra cui quello sull’obiezione di coscienza, che ha visto partecipare professionisti del settore (geometri, ingegneri, architetti, progettisti) coinvolti nel trovare risposte nei confronti di progetti che prevedano nuovo consumo di suolo anziché recupero dell’esistente.

Un altro tavolo di lavoro si è occupato delle attività di redazione del sito nazionale del Forum, che è ormai diventato il più importante riferimento sul tema presente in rete, oltre che fondamentale collante tra i gruppi e le iniziative.

Qualche rapida informazione (per ulteriori dettagli è possibile scaricare i documenti al fondo dell’articolo):

Confermata la centralità della campagna di “censimento del cemento”: i nostri Comitati locali continueranno a sollecitare tutte le (tante, troppe …) amministrazioni comunali che ancora non hanno compilato e restituito la nostra scheda censuaria.
Accelerazione della definizione del testo della nostra possibile Proposta di legge d’iniziativa Popolare, attraverso una apposita Commissione.

Creazione di una sorta di albo di “soccorso verde” che includa urbanisti, architetti, geometri, paesaggisti, agronomi, legali, amministrativisti ecc., per contribuire all’analisi e alla prima consulenza su nuovi progetti, regolamenti, norme.
Impegno più rigoroso da parte di tutte le grandi organizzazioni nostre aderenti nelle azioni quotidiane del nostro lavoro.
Intensificazione delle nostre azioni di stimolo per le future scelte di Governo e Parlamento.
Creazione di un nostro Ufficio Studi.

L’Assemblea si è conclusa con l’approvazione di un documento programmatico che sintetizza i principali temi-cardine delle nostre proposte “politiche” e con la scelta del nuovo coordinatore nazionale, essendo giunto al termine il mandato del nostro Alessandro Mortarino, che nella sua relazione introduttiva aveva suggerito una opportuna turnazione di ruoli.

L’assemblea ha però ritenuto che il positivo lavoro svolto dalla nostra segreteria nazionale in questo primo anno e mezzo dovesse trovare ancora una continuità annuale e, all’unanimità, ha chiesto ad Alessandro di accettare un secondo mandato. Il calore con cui la richiesta è stata avanzata ha ottenuto il risultato atteso: un “Mortarino bis”…

da Salviamo il Paesaggio               11 maggio 2013

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Il piccione, di M. Laura Gualerni – Ornitologa

Informazioni generali:
I piccioni son creature molto comuni. Vivono in gruppi e si i ha conoscenza di loro già dall’antico Egitto, dai Romani e Greci. Sono uccelli forti, robusti, capaci di sopportare condizioni climatiche estreme. Amati o odiati da molte persone, sanno affezionarsi ed amare in modo commovente chi li apprezza.
Mangiano di tutto: cereali, pane, biscotti, larve, semi vari e grazie a ciò son capaci di adattarsi e sopravvivere in ogni situazione.
Il piccione viaggiatore è docile, leale, affettuoso, coraggioso, fedele, molto intelligente e forte. Ha struttura corporea robusta, petto e ali ben sviluppate, grande potenza nel volo. Usati nelle gare possono percorrere distanze anche di 1000 km in volo e velocità che raggiungono i 60-80 km orari.
Sono noti per essere fedelissimi alle loro compagne e capaci di ritrovar sempre il loro nido e la loro femmina.
Chi li vuole allevare a scopo vendita o gare deve seguire precise regole ed autorizzazioni e deve essere iscritto alla federazione colombofila italiana. Ogni esemplare deve avere un anello con data nascita, origine e numero d’ordine.
Depongono due uova bianche. I piccoli nascono con piumino giallo e succhiano dal gozzo dei genitori un latte che questi producono, usando il becco come una cannuccia.
Non vanno quindi imboccati come gli altri uccelli, bevono da soli succhiando. Aprirgli il becco a forza per infilarci del cibo per questi piccoli è contro natura!

Un nido di fiori gialli.
E’ stato in un bel giorno di primavera, di quelli in cui l’aria è tiepida e il cielo è azzurro e limpido, che i miei due ragazzi, un bellissimo piccione viaggiatore e la sua compagna, una splendida colomba bianca, avevano deposto le loro prime uova nella loro voliera circondata dalla forsizia in fiore, dal melograno e giacinti colorati. Nell’aria il profumo dei narcisi e crocchi, violette e sugli alberi tenere foglioline verdi e boccioli di pesco, ciliegio e nespolo.
Si! Era davvero finito l’inverno!
Le uova le avevano deposte a terra, sopra uno strato di rametti, foglie secche e paglia. In quel pomeriggio di tiepido sole stavo potando dei rami dalla gialla forsizia vicino alla loro voliera, perchè troppo alta.
Fu in quel momento che mi accorsi che il maschio mi stava vicino, con quel suo bel musetto e quegli occhi arancioni e dolcissimi, e mi guardava…tentava di prendere con il becco i rametti fioriti che avevo reciso e gettato per terra. Incuriosita, gliene porsi uno.
Lui lo prese con il becco e vidi che lo portava dalla sua compagna, che era ferma, sdraiata in cova sopra le due uova bianche.
Delicatamente lui posò il rametto vicino a lei, e sempre con dolcezza e cura per non disturbarla, lo spostava e riposizionava con più precisione. Lo guardavo sorridendo e lui, camminando, tornò da me ancora con quel suo bellissimo sguardo.
Incuriosita (anch’io volevo capire cosa stesse cercando di fare), gli porsi altri rametti con fiori gialli e foglioline verdi.
Lui, uno alla volta, li prese dalle mie mani con il becco e li portò dalla sua compagna. Con infinita tenerezza li appoggiò a terra, intorno a lei, intrecciandoli, spostandoli, riposizionandoli tutti delicatamente… senza disturbare lei, che lo aiutava pur restando sdraiata a tener calde le uova.
Ed io, stupita, guardavo in silenzio tutto questo suo impegno, fino all’ultimo rametto fiorito. Aveva costruito, tutto intorno a lei, uno splendido nido di fiori!
Lei, bianca e bellissima, circondata di fiori gialli e foglioline verdi, in quello sfondo di perfetta primavera, di profumi e nuovi colori.
E la tenerezza, la delicatezza di una magnifica creatura innamorata e dalla promessa di un dolcissimo papà.
Un nido di fiori per lei!
Quelle furono le loro prime uova. Aveva aspettato che lei si innamorasse di lui per più di un lungo anno.
L’aveva vista nascere, crescere, figlia di un nostro colombo bianco, e poi farsi bellissima, elegante, fiera e riservata.
Lei non aveva mai accettato nessun maschio per tutto quell’anno e lui, sempre attento e discreto, l’aveva delicatamente corteggiata.
Senza mai infastidirla o forzarla, solo qualche tenerezza con il becco, uno strusciar di piume, qualche dono di cibo o un prostrarsi davanti a lei con degli inchini che lei, nella sua eleganza, osservava senza però mai dargli confidenza.
E lui non aveva mai voluto nessun’altra compagna.
Bello, forte, leale e coraggioso aveva avuto occhi e cuore soltanto per lei.
L’aveva aspettata finchè il suo amore, pazienza e dedizione non l’avevano completamente ed inesorabilmente conquistata. Per più di un lunghissimo anno! Quelle furono le loro prime uova, il loro primo nido, e sono rimasti insieme, fedelissimi entrambi, per tutta la vita.
E ad ogni nuova primavera, quando la forsizia si riempie di fiorellini gialli, lui, il mio magnifico piccione viaggiatore, dona ancora un tenero nido di fiori a colei che ama…
per sempre.

dalla Newsletter OIPA del 9 maggio 2013

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I colombi: 8 miti da sfatare

Lipu, a cura del Dott. Fabio Dall’Osso, Medico Veterinario

1) I COLOMBI PORTANO MALATTIE
Falso! I colombi possono veicolare malattie, alcune delle quali pericolose anche per l’uomo, come ogni altra specie animale; la tendenza ad essere portatori di malattie è fortemente influenzata dalle condizioni in cui vivono, situazioni di forte concentrazione di soggetti in spazi limitati ed alimentazioni non sane ed equilibrate elevano notevolmente il rischio.

2) I COLOMBI SONO ANIMALI SPORCHI
Falso! Un piumaggio pulito e in ordine è condizione essenziale per ogni uccello per mantenere la temperatura corporea e per poter volare; ogni colombo dedica giornalmente parte del suo tempo alla cura della propria pulizia compiendo bagni accurati e riordinando meticolosamente col becco il proprio piumaggio.

3) I COLOMBI SONO ANIMALI INUTILI
Falso! Nell’ecologia degli ambienti urbani i colombi svolgono molte importanti funzioni: limitano l’aumento dei piccoli molluschi terrestri (chiocciole e lumache) che popolano le aree verdi, eliminano molti scarti e rifiuti lasciati sul territorio dall’uomo limitando così la crescita di topi e ratti, costituiscono un decoro tradizionale dei nostri centri storici.

4) I COLOMBI SONO ANIMALI STUPIDI
Falso! I colombi dimostrano grande intelligenza nel saper cogliere tutte le opportunità offerte dalla convivenza con l’uomo (disponibilità di cibo e di siti di nidificazione) e nell’adattarsi ai veloci cambiamenti dell’ambiente urbano.

5) IL MIGLIOR MODO PER CONTROLLARE I COLOMBI ED EVITARE CHE DIVENTINO TROPPI E’ CATTURARLI E SOPPRIMERLI
Falso! Le esperienze effettuate in numerose città italiane ed estere hanno dimostrato molto chiaramente che le catture seguite da soppressioni di massa non solo non riducono le popolazioni di colombi ma anzi spesso portano ad un loro costrante aumento.

6) E’ GIUSTO ALIMENTARE I COLOMBI PERCHE’ ALTRIMENTI MORIREBBERO DI FAME
Falso! I colombi hanno notevoli capacità di reperire cibo in ambiente urbano sfruttando sia alimenti naturali che alimenti offerti involontariamente dall’uomo, fornire cibo aggiuntivo ai colombi non è solo inutile ma addirittura nocivo per i colombi che iniziano a riprodursi a dismisura creando aumenti indesiderati delle popolazioni.

7) IL PANE E’ IL MIGLIOR CIBO PER I COLOMBI
Falso! Il pane, specialmente quello bianco, è un cibo particolarmente povero di vitamine e sali minerali ed è quindi poco indicato come alimento prevalente da somministrare sia ai colombi che agli altri uccelli; sono decisamente da preferire i misti di granaglie.

8) I RESPINGENTI PER COLOMBI SERVONO AD INFILZARLI
Falso! I respingenti per colombi sono costituiti da asticelle metalliche flessibili prive di punta, tali strumenti servono per rendere meno agevole ai colombi l’atterraggio su cornicioni ed altre parti di edifici; l’assenza di punte acuminate impedisce che i colombi si possano ferire seriamente.

dalla Newsletter OIPA del 9 maggio 2013

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