Ciao Franca, donna di battaglia, di Chiara Valentini

La prima volta che avevo incontrato Franca Rame a colpirmi era stata la sua bellezza. Già l’avevo vista a teatro, ne “La signora è da buttare” (la “signora” era l’America..), ultimo sberleffo dai palcoscenici borghesi prima del grande salto nel teatro popolare.

In scena Franca era una straordinaria attrice comica, nella vita di tutti i giorni era uno splendore difficile da immaginare. Eppure quando moltissimo tempo dopo Dario Fo, come regalo per i suoi 80 anni ne aveva scritto la biografia, aveva raccontato di quanto Franca da ragazza era stata tormentata dai complessi, amareggiata da un occhio vagamente strabico e da un seno un po’ scarso…

Credo che nel corso della vita si fosse rassicurata, visto che anche a ottant’anni continuava ad essere molto bella, con quel sorriso fra il complice e l’ironico soprattutto quando parlava di se stessa, quando si prendeva in giro per gli acciacchi dell’età.

Una delle ultime volte che ero andata a trovarla nella mitica casa milanese di Porta Romana mi aveva fatto vedere quasi con civetteria un piccolo oggetto trasparente. «Vedi, è il mio apparecchio per l’udito. Si, sono diventata un po’ sorda, ma perché dovrei nasconderlo? Un’attrice sorda può essere un bel guaio».


Lei in realtà nella vita aveva sempre badato a tamponare i guai degli altri, a cominciare da quelli di suo marito Dario, quel Nobel distrattissimo e sempre occupato a fare almeno tre cose nello stesso tempo («e poi tocca a me rimediare i disastri»).

Anche i testi teatrali di Fo, lo posso testimoniare, non sarebbero stati pubblicati senza Franca a rimettere insieme i copioni, a correggerli con pazienza certosina, persino a rivederli in bozze. «Se avessi impiegato per me il tempo e le energie che ho dedicato a Dario sarei presidente della Repubblica», ripeteva con un certo compiacimento. Glielo avevano riconosciuto anche i giurati di Stoccolma, che l’avevano citata nelle motivazioni del Nobel, rendendola felice come una ragazzina.

Da un certo momento della sua vita, Franca aveva cominciato a camminare da sola, a distaccarsi sul piano teatrale da quel marito così geniale ma anche ingombrante.

Erano state le donne il suo terreno, le loro condizioni e i loro drammi: anche quelli che aveva vissuto lei. Mi riferisco allo stupro e alle sevizie subite nel ’73 da una banda di neofascisti. Dopo tre anni di depressione aveva avuto la forza di portarlo in scena in un lungo monologo, senza dire che stava raccontando la sua storia. Ma il pubblico aveva capito. «Alla fine della prima avevo ricevuto l’applauso più lungo della mia carriera», mi ha detto una volta con semplicità.

Poco a poco Franca era diventata una bandiera per le donne. Non solo per i suoi monologhi, quasi versioni al femminile dei ‘Misteri buffi’ di Dario, ma anche per la passione con cui partecipava a quel che capitava via via, dal sostegno agli scioperi delle operaie alla denuncia degli stupri delle donne in Bosnia. Voglio ricordare che mi aveva consegnato ben 200 mila firme raccolte in tempo brevissimo fra gli spettatori, perché le inoltrassi all’Onu, come molti stavano facendo in tutta Europa, perché lo stupro etnico diventasse un reato contro l’umanità. Cosa che è successa qualche anno dopo.

C’era un’esperienza di cui non parlava volentieri, quella di senatrice nel partito di Di Pietro. Quel periodo a Roma per Franca era stato duro, con dirigenti inafferrabili a cominciare dal segretario, compiti fumosi, parecchia solitudine. La colpiva, come mi aveva raccontato in un’intervista, l’indifferenza dei suoi colleghi senatori, sempre in corsa dietro qualcosa, indifferenti a tutto e a tutti.

Lei una mattina aveva provato a fare un po’ di teatro. Ne aveva fermato uno, dicendogli con aria drammatica di avere nella borsetta un coltello insanguinato con cui aveva appena accoltellato una sua nipotina. Ma non era servito. «Ma davvero cara?», le aveva risposto quello sfrecciando via.

In compenso Fo aveva apprezzato, come quasi tutto quel che Franca faceva. «Che cosa ti piace di più di tua moglie?», gli avevo chiesto una volta. «Franca riesce a sdrammatizzare qualsiasi disastro, a trovarci qualcosa di positivo.’”E’ sempre e solo teatro’ è la battuta della sua vita». E poi aveva aggiunto che «anche per questo è impossibile fare a meno di lei».

Non riesco a pensare a come sarà difficile per Dario, per il figlio Jacopo, per i tantissimi che hanno voluto bene magari da lontano a questa coppia straordinaria abituarsi all’idea che Franca Rame in una mattina di maggio se n’è andata.

da L’Espresso
30 magggio 2013

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