Greenpeace vince la causa contro Enel. Libertà e critica battono l’industria, di Thomas Mackinson

I giudici hanno rigettato le richieste della società stabilendo che tutte le onlus e associazioni impegnate in campagne di sensibilizzazione non possono essere “silenziate” con il presupposto dell’uso improprio di un marchio commerciale, soprattutto se hanno ad oggetto interessi collettivi “di rango costituzionale”, come la salute pubblicaLa libertà di critica in Italia prevale ancora sul diritto industriale e gli interessi che tutela, a maggior ragione se è funzionale alla tutela di interessi collettivi. Lo ha stabilito la sentenza del Tribunale di Milano (leggi) che ha rigettato il ricorso di Enel contro Greenpeace per la sua campagna “bolletta sporca”, un’operazione massiccia di controinformazione avviata un anno fa dall’associazione ambientalista per informare cittadini e consumatori sui danni ambientali e alla salute prodotti dalle centrali a carbone. Enel aveva trascinato in tribunale la onlus verde assumendo come lesive le iniziative intraprese dagli attivisti, in particolare una campagna con fac-simile della bolletta che riportava in bella vista i dati sulla mortalità causata dalle centrali dell’ex monopolio. Un anno dopo i giudici del Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, hanno rigettato le pretese dell’Enel che aveva già perso una causa in sede civile, a Roma, relativa ai contenuti dell’iniziativa che riteneva lesivi e diffamatori. Per bloccare la campagna, Enel ha poi tentato la strada del diritto industriale e commerciale, impugnando in particolare l’uso e la riproduzione non autorizzata del suo marchio sulle finte bollette e su una finta edizione di Metro che annunciava l’abbandono di Enel del carbone, con una pubblicità commerciale ovviamente fittizia.

La causa si muove dunque sulle linee del diritto industriale, lamentando l’uso non autorizzato dei marchi registrati. Non certo per un vezzo sulla proprietà intellettuale: rivendicarne l’abuso può comportare richieste di danno a sei zeri. Enel, in particolare, chiedeva al giudice di sanzionare Greenpeace al pagamento di 10mila euro per ogni giorno di inesecuzione delle eventuali disposizioni inibitorie e mille euro per ciascuno militante che dovesse proseguire sulla via della contestazione. In altre parole, qualche milione di euro. Che per un colosso da 70 miliardi di budget sono una puntura, per una piccola associazione con 58mila sostenitori l’iniezione letale. I giudici hanno rigettato però le richieste stabilendo un principio importante per tutte le onlus e associazioni impegnate in campagne di sensibilizzazione: non possono essere “silenziate” con il presupposto dell’uso improprio di un marchio commerciale, soprattutto se hanno ad oggetto interessi collettivi “di rango costituzionale”, come la salute pubblica. I giudici milanesi, per rafforzare il principio, citano l’art. 21 della Costituzione e il primato della libertà di manifestazione del pensiero.

“Gli argomenti usati da Enel non stavano in piedi da nessun punto di vista – dichiara Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia – Questa sentenza ribadisce che il diritto di critica è inalienabile e che l’uso di loghi aziendali in campagne di critica con motivazioni fondate è legittimo”. Greenpeace, in effetti, ha condotto molte campagne utilizzando loghi aziendali, sia in Italia che all’estero, con l’obiettivo di cambiare le politiche ambientali e industriali di grandi aziende. “In molti casi queste campagne si trasformano in collaborazioni con le stesse aziende per rendere più verdi i loro cicli produttivi. Lo abbiamo fatto con grandi case editrici, aziende agroalimentari, multinazionali della moda e automobilistiche. Ma è più difficile che questo accada con giganti energetici e delle fonti fossili per la più lunga inerzia degli investimenti in questo campo. Noi continueremo a provarci”, conclude Onufrio.

Enel, infine, contestava a Greenpeace di aver utilizzato la “sua” bolletta per fare proseliti e ottenere iscritti, in pratica di aver utilizzato il marchio per un’attività di tipo commerciale. Circostanza che il giudice ha rigettato totalmente ravvisando una impossibile equiparazione tra gli scopi statutari di un’associazione a ragioni economiche, per riflesso le sue campagne non possono essere ricondotte a una finalità commerciale. Chiusa questa partita restano in piedi le altre. Sono infatti una decina le cause aperte dal colosso elettrico contro le azioni dell’associazione ambientalista per sensibilizzare sui cambiamenti climatici causati dagli impianti più inquinanti. Da Brindisi ad Adria, dove 30 attivisti sono finiti processo per una manifestazione del 2006 a Porto Tolle.

da il Fatto Quotidiano
8 maggio 2013

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Atdal Over40

Giovedì 11 aprile, nell’incontro a Roma avvenuto tra noi di ATDAL Over40 e la Commissione Lavoro M5S al completo, dopo circa quattro ore di approfondita e piacevolissima discussione con scambio di opinioni ed esperienze, la Commissione Lavoro M5S ha condiviso questi nostri quattro indispensabili punti:

1. ABROGAZIONE della Riforma Previdenziale Monti-Fornero e revisione totale del sistema previdenziale italiano garantendo il diritto alla pensione di tutti coloro che non sono più in grado di poter decidere se lavorare ancora e fino ai 62, 67, 70… anni di età in quanto già disoccupati da tempo e ripristinando la scelta tra “pensione di vecchiaia” a 60 anni, senza alcuna “punizione” e 40 anni di contributi.

2. SEPARAZIONE tra Previdenza e Assistenza che deve essere finanziata dalla fiscalità generale.

3. Introduzione immediata del REDDITO MINIMO GARANTITO per tutte e per tutti, un RMG finanziato dalla fiscalità generale, che recepisca finalmente la raccomandazione 92/441 CEE che recita: “… Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.” e in applicazione degli Art. 2, 3, 4 e 38, della Costituzione Italiana.
Devono essere istituite tutele universali, come in ogni paese europeo tranne in Grecia, in Ungheria e per l’appunto, in Italia.

4. SÌ alla flessibilità e NO al precariato con l’eliminazione delle 46 tipologie di contratti, esistenti solo in Italia.
NO alla riduzione di salari, stipendi e pensioni fissando, per tutto, un tetto minimo obbligatorio da indicizzare con il costo della vita.

Ci sono degli sviluppi in corso- non mancheremo di tenervi informati – stefania

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I silenzi assordanti di Giuliano Pisapia. A margine della manifestazione fascista del 29 aprile a Milano

 
Abbiamo sperato fino all’ultimo, ma nessuna presa di posizione è arrivata dal sindaco. «La giunta Pisapia fa sapere che rispetterà le decisioni della questura», si è solo letto, il giorno prima, in uno scarno comunicato stampa. Peccato che la stessa giunta nulla abbia fatto per modificarle. Eppure si erano mossi in tanti per chiedere il divieto di una manifestazione apologetica del fascismo e per sollecitare il sindaco a pronunciarsi. Lettere e richieste di un incontro erano state recapitate. I suoi collaboratori erano stati più volte contattati. L’unico risultato è stato il silenzio. Un comportamento, nel migliore dei casi, scortese. Ma il punto non sta qui. Lunedì scorso a Milano sono sfilati quasi 700 camerati, in fila per cinque, con passo militare, saluti romani, e innumerevoli bandiere con la croce celtica. Un simbolo che è vietato in Italia dalla legge Mancino del 1993, che sanziona l’utilizzo di vessilli di organizzazioni e movimenti che istigano all’odio razziale. Un caso quasi unico in Europa dove, a oggi, nei principali paesi simili eventi non vengono tollerati.
Ma per Giuliano Pisapia è come se non fosse successo nulla. Sui blog e nei forum dell’estrema destra milanese viene ormai considerato come il sindaco che in questi anni ha garantito loro più spazi, con banchetti e gazebo in pieno centro. L’ultimo quello del 10 aprile scorso di Lealtà e azione, ovvero gli Hammerskins, in piazza San Babila. Peggio della Moratti? Sembrerebbe, stando ai fatti. Proviamo invidia per città come Colonia, in Germania, dove solo qualche anno fa il sindaco Fritz Schramma della Cdu (!) chiamò i propri cittadini alla mobilitazione contro un raduno europeo di estrema destra o, per rimanere in Italia, per Napoli dove Luigi de Magistris ha chiesto e ottenuto il divieto di una manifestazione nazionale di Casa Pound, ribadendo che la sua amministrazione non consentirà mai avvenimenti del genere. Con tutta evidenza altri sindaci.
Sono passati solo due anni dall’elezione di Pisapia e indubitabilmente si è sgonfiato l’entusiasmo che lo aveva portato a Palazzo Marino. Dei suoi “comitati arancione” si sono perse le tracce. Dovevano affiancarlo con proposte, interventi e una sistematica mobilitazione a partire dalle periferie. Anche da loro nulla sull’antifascismo. Scommettiamo che si rifaranno vivi alla vigilia delle prossime elezioni. Possiamo solo dire che ce ne ricorderemo.

Redazione  –  Osservatorio democratico   –  02/05/2013

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