Ancora una volta, una vergogna senza fine.

Ancora una volta, abbiamo assistito all’ennesimo parto di norme sul lavoro risibili e totalmente inutili di cui avremmo fatto francamente a meno
Ancora una volta, in barba a tutti i dettami costituzionali che sanciscono il diritto universale al lavoro, si persegue la folle strategia di mettere disoccupati giovani contro maturi e precari.
In Italia la fascia con maggiori problemi di ricollocazione in quanto discriminata per età sia negli annunci che nelle selezioni è quella che va dai 35 anni in poi, che guarda caso è poi quella completamente ignorata da questo ridicolo e presuntuoso “pacchetto”.
Gli incentivi limitati alla fascia di età dei 29 anni, oltre a non portare nessun reale beneficio alla creazione di posti di lavoro, avranno l’effetto di una pietra tombale sulle già scarse possibilità di ritrovare lavoro per un Over 40.
L’unica conseguenza che si otterrà sarà quella di leggere più annunci con scritto "REQUISITO ESSENZIALE: NON AVER COMPIUTO 30 ANNI ED ESSERE DISOCCUPATO DA ALMENO 6 MESI".
Per quanto riguarda poi gli incentivi per gli over 50 a leggere il testo si tratta di agevolazioni per i soggetti con più di cinquant’anni di età, disoccupati da oltre dodici mesi(…) volte a consentire alle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo,di corrispondere le indennità per la partecipazione ai tirocini formativi"
E quale dovrebbe essere l’incentivo alle aziende che assumano un Over 50?
Ancora una volta i 40enni disoccupati e senza tutele non esistono, non hanno diritto di cittadinanza, sono invisibili.
Ancora una volta non c’è traccia né di interventi strutturali, né di azioni volte a garantire A TUTTI I DISOCCUPATI INDISCRIMINATAMENTE forme di sostegno e tutela per l’accesso al lavoro.
Ancora una volta gridiamo il nostro pensiero: sia chiaro a tutti i Ministri di questo Governo ugualmente responsabili dello sfascio sociale: COSI’ SI UCCIDE UNA GENERAZIONE DI OVER 40 FUORI DAL LAVORO E SENZA TUTELE.

Atdal Over 40

Il Presidente
Stefano Giusti

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Fermiamo l’accanimento contro la costituzione, di Raniero La Valle

È in corso un attacco alla Repubblica e alla Costituzione; non parlo del precipitare verso il presidenzialismo che è di tutto il PDL, degli ex fascisti e di una parte consistente anche del Partito democratico: questo si discuterà quando si entrerà nel merito delle riforme costituzionali. Parlo della legge costituzionale che detta nuove e fantasiose procedure per la modifica della Costituzione, che il governo Letta d’accordo con Napolitano ha purtroppo presentato come uno dei punti fondamentali del suo programma e che, con arbitraria procedura d’urgenza, è in questo momento in discussione al Senato. Tale legge non è una legge che direttamente modifica la Costituzione, ma la “deroga”, in quanto prescrive una procedura non costituzionale per la revisione costituzionale; è una legge di modifica che sarà la madre di tutte le modifiche e che perciò giustamente dai Comitati Dossetti è stata chiamata “legge grimaldello”.
Si tratta infatti dell’arma che mancava per le agognate riforme della Seconda parte della Costituzione, la quale, finora, grazie agli strumenti di garanzia che la presidiano, ha resistito a tutti i venti e le maree. Il grimaldello sta per l’appunto nel disegno di legge costituzionale che, accantonando l’art. 138 della Carta che la protegge, scardina le porte d’ingresso della revisione costituzionale e mette la Costituzione, resa in tal modo “flessibile” da rigida che è, alla mercé dell’attuale maggioranza parlamentare, innaturale e iconoclasta; e nello stesso tempo impedisce che si facciano, rispettando le regole, le vere e puntuali riforme che sono opportune e coerenti (a cominciare dalla differenziazione del bicameralismo, con la novità di un Senato della Repubblica e delle autonomie).
La battaglia per far fallire questa legge interrompendone l’iter parlamentare, è dunque la battaglia estiva da fare, e la più urgente. La normativa che sancisce la deroga dovrebbe essere infatti approvata in seconda lettura (trattandosi di una legge costituzionale) tra l’ottobre e il novembre prossimi, e il tempo è poco perché si tratta di convincere il Parlamento a far cadere la legge, o almeno a non approvarla con la maggioranza dei due terzi, ciò che permetterebbe il ricorso al referendum popolare per una sua conferma o bocciatura.
Il tempo è poco anche perché in questi mesi, prima che la legge grimaldello vada in vigore, bisognerebbe modificare la legge elettorale “Porcellum”; dopo non sarà più possibile perché la riforma elettorale entrerà nel pacchetto delle riforme costituzionali e quindi se ne parlerà tra due anni, e nel frattempo il “Porcellum”sarà blindato come immodificabile, sicché o non si potranno sciogliere le Camere o si dovrà votare ancora una volta con la legge vigente, che ci ha procurato i Parlamenti deformi che sappiamo.
Ma perché questo accanimento per cambiare la Costituzione, che giunge fino al tradimento dei principi e delle regole su cui essa è fondata?
Il governo, che si è autoproclamato dominus e arbitro della riforma costituzionale, ha presentato al Senato una relazione che accompagna il disegno di legge grimaldello, dicendone tutto il bene possibile.
Ma la vera relazione, negli stessi giorni, è quella che si ricava da un documento della Jp Morgan, la famosa banca d’affari americana che ha così grandi responsabilità nelle speculazioni che innescarono nel 2008 la crisi mondiale. Per quanto la si possa accusare di avventatezza, la Morgan di capitalismo se ne intende. E in un documento del 28 maggio scorso ha scritto, nero su bianco, che la colpa del dissesto economico europeo è delle Costituzioni nate dopo la caduta delle dittature, e “rimaste segnate da quell’esperienza”: insomma delle Costituzioni antifasciste. Esse mostrerebbero una forte influenza delle “idee socialiste” (l’apporto dei cattolici e dei liberali è ignorato) ragion per cui è oggi difficile applicare le misure di austerità; infatti a causa di quelle Costituzioni i Parlamenti sono troppo forti nei confronti dei governi, le regioni troppo influenti sui poteri centrali, ci sono le tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e – addirittura! – c’è “la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo”.
Già si era detto che la convinzione dominante a Bruxelles e a Francoforte (cioè nella Banca e nelle istituzioni europee e nella Banca tedesca) fosse che per affrontare la concorrenza internazionale si dovrebbero abbandonare “molte delle conquiste della civiltà europea degli ultimi cinquant’anni”, ed ecco che i banchieri americani danno il nome a queste conquiste da cancellare: sono le Costituzioni.
in Italia si sta provvedendo. Glielo lasceremo fare?

da Rifondazione comunista               28 giugno 2013

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La macchina cieca dei mercati finanziari, di Luciano Gallino

Uscito di prigione dov’era finito per aver esagerato con i suoi traffici, il finanziere Gordon Gekko dice al pubblico stipato in sala che, guardando il mondo da dietro le sbarre, ha fatto delle profonde riflessioni. E le condensa in una domanda: «Stiamo diventando tutti pazzi?» La scena fa parte di un film su Wall Street, ma la stessa domanda uno poteva porsela giovedì 20 giugno mentre gli schermi tv e tutti i notiziari online sparavano ancora una volta notizie del tipo: “I mercati prendono male le dichiarazioni del governatore della Fed”; “crollo delle borse europee”; “bruciati centinaia di miliardi”; “preoccupati per il futuro, i mercati affondano le borse”. E, manco a dirlo, “risale lo spread”.

Esistono due ordini di motivi che giustificano il chiedersi se – cominciando dai media e dai politici – non stiamo sbagliando tutto preoccupandoci dinanzi a simili notizie di superficie in cambio di ciò che realmente significano. In primo luogo ci sono dei motivi, per così dire, tecnici. Nel mondo circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati, di cui soltanto il dieci per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore. Ma anche per i titoli quotati in borsa le cose non vanno meglio. Infatti si stima che le transazioni che vanno a comporre gli indici resi pubblici riguardino appena il 40 per cento dei titoli scambiati; gli altri si negoziano su piattaforme private (soprannominate dark pools, ossia “bacini opachi” o “stagni scuri”) cui hanno accesso soltanto grandi investitori. Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine – niente a che vedere con investimenti “pazienti” a lungo termine nell’economia reale.

Non basta. Di tali transazioni a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozona, e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in Usa, si svolgono mediante computer governati da algoritmi che esplorano su quale piazza del mondo il tale titolo (o divisa, o tasso di interesse o altro) vale meno e su quale vale di più, per avviare istantaneamente una transazione. L’ultimo primato noto di velocità dei computer finanziari è di 22.000 (ventiduemila) operazioni al secondo, ma è probabile sia già stato battuto. Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. Con il relativo corredo di ingorghi informatici, processi imprevisti di retroazione, episodi d’imitazione coatta, idonei a produrre in pochi minuti aumenti o cadute eccessive dei titoli, del tutto disconnessi da fattori reali.

In sostanza, i mercati finanziari presentati al pubblico come fossero divinità scese in terra, alla cui volontà e giudizio bisogna obbedire se no arrivano i guai, sono in realtà macchine cieche e irresponsabili, in gran parte opachi agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E, per di più, pateticamente inefficienti. Soltanto dal 2007 in poi la loro inefficienza è costata a Usa e Ue tra i 15 e i 30 trilioni di dollari. Emergono qui i motivi politici per guardare ai mercati in modo diverso da quello che ci chiedono. Cominciando, ad esempio, a rivolgere ai governanti e alle istituzioni Ue una domanda (un po’ diversa da quella di Gekko, ma nello stesso spirito): se in effetti sono i mercati ad essere dissennatamente indisciplinati, perché mai continuate a raccontarci che se noi cittadini non ci assoggettiamo a una severa disciplina in tema di pensioni, condizioni di lavoro, sanità, istruzione, i mercati ci puniranno?

In verità una domanda del genere governi e istituzioni Ue se la sono posta da tempo, pur senza smettere di bacchettarci perché saremmo noi gli indisciplinati. Fin dal 2007 la Ue aveva introdotto una prima Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (acronimo internazionale Mifid). Non è servita praticamente a nulla, meno che mai a temperare la crisi. Ma governi e istituzioni Ue non si sono arresi. Prendendosi non più di cinque o sei anni di tempo, intanto che i mercati finanziari contribuivano a devastare l’esistenza di milioni di persone, si sono messi alacremente al lavoro per elaborare una Mifid II. E poche settimane fa l’hanno sfornata – in ben tre versioni differenti. Esiste infatti una versione del Consiglio dell’Unione, una del Parlamento europeo e una della Commissione europea. Gli esperti assicurano che nel volgere di un anno avremo finalmente una versione definitiva, che emergerà dal “trialogo” fra le tre istituzioni. Quando entrerà pienamente in vigore, nel volgere di un biennio o due dopo l’approvazione come si usa, anche i mercati finanziari saranno finalmente assoggettati a una robusta disciplina, non soltanto i cittadini che han dovuto sopportare, a colpi di austerità, il costo delle loro sregolatezze. Saranno trascorsi non più di otto o dieci anni dall’inizio della crisi.

È tuttavia probabile che di una vera e propria azione disciplinare i mercati finanziari non ne subiranno molta, e di certo non tanto presto. In effetti, il meno che si possa dire della tripla Mifid è che le divergenze fra le tre versioni sono altrettanto numerose e consistenti delle convergenze, mentre in tutte quante sono pure numerose e vaste le lacune. Da un lato ci sono notevoli distanze nei modi proposti per regolare le piattaforme di scambio private (i dark pools), le transazioni computerizzate ad alta frequenza, l’accesso degli operatori alle stanze di compensazione. Dall’altro lato, non si prevede alcun dispositivo per regolare i mercati ombra; vietare la creazione e la diffusione di derivati pericolosi perché fanno salire i prezzi degli alimenti di base; limitare l’entità delle operazioni meramente speculative. Ovviamente, tra divergenze e assenze le potenti lobbies dell’industria finanziaria ci guazzano. Sono già riuscite a ritardare l’introduzione di qualsiasi riforma di una decina d’anni dopo gli esordi della crisi, una riforma che sia una di qualche incisività a riguardo sia dei mercati sia del sistema bancario; se insistono, magari riescono pure a raddoppiare questi tempi. I governi e le istituzioni Ue hanno dunque larghi spazi e tempi lunghi davanti, per insistere nel disciplinare i cittadini invece dei mercati finanziari.

da Repubblica           26 giugno 2013 

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JP Morgan e Stalin

Dei crimini di Stalin sono state scritte innumerevoli pagine e ormai l’ immagine tramandata ai posteri  è quella di un dittatore sanguinario, ma dei crimini che la banca JP Morgan intende perpetrare ai danni dell’umanità intera quanti sono informati?

La banca americana JP Morgan ha dettato alla politica la sua linea per il presente e il futuro: gli Stati di tutto il mondo devono essere gestiti come aziende, in cui l’unico fine da perseguire è il profitto per banchieri e finanzieri, con la cancellazione  delle Costituzioni, dei diritti per i lavoratori e dello stato sociale.

È la soluzione finale, il “redde rationem” del neoliberismo selvaggio, propugnato fin dal 1957 da Milton Friedman, fondatore della scuola di economia di Chicago e portato avanti poi da Jeffrey Sachs, che tanti frutti avvelenati ha sparso sul pianeta a partire dal golpe cileno di Pinochet nel 1973.

Dopo quell’ esperimento  coronato dal successo (sic!), in America latina e  nel Sud-est asiatico è stato un "escalation" di golpe militari seguiti da golpe economici, che hanno messo in ginocchio le economie di quei paesi e spinto nella miseria e nella disperazione i popoli.

Dai primi anni ’90, dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’ Unione sovietica, per gli strateghi americani non è stato più necessario realizzare golpe militari, sono passati direttamente a quelli economici, condottiti dagli speculatori finanziari: dall’Asia ai paesi dell’ Est europeo, tutto il pianeta è diventato terra di conquista per i pescecani del turbocapitalismo.

Ora tocca all’ Europa occidentale essere spogliata della della sua ricchezza e della democrazia, dei diritti e dello stato sociale: era il programma di Milton Friedman, oggi è diventato il diktat della banca JP Morgan.

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La riconciliazione possibile tra reddito minimo e di cittadinanza, di Elena Gramaglia

Come opportunamente richiamato da Pennacchi e Saraceno, reddito di cittadinanza e reddito minimo hanno configurazioni diverse e rispondono, quanto meno in parte, a valori diversi. Il primo è universale, a stampo individuale e incondizionato. Il valore etico principale è l’accesso, da parte di tutti, alle risorse (o più precisamente) ai frutti delle risorse comuni. Il secondo è selettivo (solo i soggetti al di sotto di una determinata soglia di risorse lo ricevono) e, tipicamente, a base familiare e condizionato alla disponibilità a lavorare, come nella prospettiva del reddito minimo di inserimento. Il valore etico principale è il contrasto alla povertà. Reddito di cittadinanza e reddito minimo sono, poi, diversi dal salario minimo, o dal cosiddetto living wage, nonché dai cosiddetti in work benefits, ossia, trasferimenti riservati ai soli lavoratori poveri, variamente utilizzati in Europa e negli Stati Uniti.

Al di là delle divergenze, a me sembra che reddito di cittadinanza e reddito minimo possano, tuttavia, presentare non poche convergenze. Riconoscere ciò è importante anche ai fini del rafforzamento dell’azione politica a favore di un reddito di base.
Penso, innanzitutto, a convergenze valoriali, nel senso che entrambe le giustificazioni fanno leva su valori importanti per una prospettiva di sinistra basata sull’uguaglianza morale fra tutti i cittadini. Da un lato, come sopra richiamato, il reddito di cittadinanza riflette il diritto di ciascuno alla propria parte di risorse comuni, così mettendo in discussione la liceità di un’appropriazione interamente privata. Il sinonimo usato da Meade di dividendo sociale è emblematico: come i titolari di risorse private hanno diritto ai dividendi delle azioni, così noi cittadini abbiamo diritto ai frutti delle nostre risorse comuni. Si può poi discutere di quali risorse considerare comuni. Paine e George pensavano soprattutto alla tassazione e redistribuzione universale della rendita fondiaria. Rawls ha esteso alle rendite derivanti dai frutti del proprio talento (naturale) e van Parijs alle rendite associate ai buoni lavori scarsi. Van Parijs, poi, in un interessante scambio con White ha riconosciuto che il valore delle rendite deriva dalla cooperazione sociale, così accettando una doppia configurazione di dividendo sociale, una parte da dare a tutti in modo uguale e un’altra da dare a tutti i lavoratori o comunque a tutti coloro che partecipano alla creazione di valore.

Il punto è, tuttavia, cruciale. Esistono rendite derivanti da risorse comuni e queste vanno distribuite in modo ugualitario. Dunque, il reddito di cittadinanza non ha necessariamente a che fare con mere finalità di compensazione ex post. Peraltro, anche così fosse, una qualche compensazione ex post potrebbe essere perfettamente giustificata in tanto in quanto/fino a quando non si sia in grado di rimuovere il complesso delle disuguaglianze inaccettabili.

Dall’altro lato, diversamente da quanto talvolta assunto dagli oppositori, il reddito minimo non necessariamente poggia su giustificazioni caritative o di contrasto dei costi sociali della povertà, patentemente inaccettabili per chiunque creda nell’uguaglianza morale dei cittadini. Al contrario, è perfettamente compatibile con una prospettiva equitativa. L’idea di fondo, al riguardo, è che redditi uniformi, quali il reddito di cittadinanza, possano rivelarsi insufficienti in presenza di determinate condizioni di svantaggio (sebbene la base individuale del reddito di cittadinanza possa ovviare a molte delle situazioni odierne di povertà dovuta a carichi familiari). Il che giustifica trasferimenti addizionali a chi sta peggio. Nulla obbliga poi a redditi minimi di mera sussistenza e/o vincolati all’accettazione di qualsiasi lavoro. Al contrario, l’equità milita a favore di redditi di esistenza e attenti alla natura delle richieste effettuate ai beneficiari.

Infine, entrambi, reddito di cittadinanza e reddito minimo, sono compatibili sia con politiche tese all’incremento della “buona” occupazione sia con trasferimenti di servizi. Lo stesso van Parijs riconosce che una parte del reddito di cittadinanza può essere distribuito sotto forma di servizi. Nel condivisibile riconoscimento dei limiti del reddito ai fini del benessere personale, non si dimentichi, tuttavia, il contributo del reddito alla libertà effettiva: anche fruire di un reddito è una capacitazione.

Convergenze sono, altresì, possibili nel disegno delle misure. Anziché tassare di più i più ricchi per poi redistribuire a tutti un reddito di cittadinanza, si potrebbe lasciare ai più ricchi la quota di reddito di cittadinanza, limitandosi ad una redistribuzione esplicita nei confronti di chi sta peggio. Aggiungo che lo stesso salario minimo potrebbe riflettere, quanto meno in parte, la titolarità di risorse comuni, allentando l’altrimenti rigida separazione fra distribuzione primaria e secondaria. Al contempo, nulla obbliga il reddito minimo all’adozione di una base rigidamente familiare. Al contrario, abbandonando quanto meno in parte il riferimento alle risorse familiari, il trasferimento potrebbe essere esteso a soggetti senza risorse proprie (in primis, giovani), pur essendo parte di famiglie non povere. Un esempio potrebbe essere costituito dalla generalizzazione della norma presente in Francia nella Prime pour l’emploie, sul doppio rimando ad una soglia di reddito familiare ed una individuale. E, comunque, è la base familiare ad aumentare il rischio di trappole dei trasferimenti selettivi (se un altro soggetto della famiglia lavora, il rischio è, infatti, quello di perdere il sussidio). Ancora, le caratteristiche attuali del mercato favoriscano la definizione di redditi minimi relativamente estesi, dati i costi di selezione degli aventi diritto .

Si tratta di spunti certamente da approfondire. Pur riconoscendo le distinzioni fra reddito di cittadinanza e redditi minimi (nonché altre configurazioni di reddito di base), mi sembra, tuttavia, importante riconoscere le possibili aree di comunanza.

da www.sbilanciamoci.info             21 giugno 2013

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I cuentapropistas del socialismo cubano, di Roberto Livi

«Non è quello che volevamo, ma quello che possiamo». Felo cita lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano per esprimere un giudizio sui due anni trascorsi dall’inizio delle riforme volute dal presidente Raúl Castro. Il giovane, finita la scuola (Tecnico superior), si è «messo in combutta» con una cugina e gestisce un banchetto di frutta nello spiazzo di fronte a casa mia. Niente di che, una ventina di cassette di legno con frutta e verdure sotto un tetto di eternit sostenuto da quattro tubi di ferro. Fragile riparo dal sole feroce di giugno – o dalle piogge torrenziali dei giorni scorsi. Dunque il giovane è un lavoratore privato, convinto che la decisione del governo di favorire lo sviluppo dei cuentapropistas «sia la scelta giusta». Ma ora, sostiene, bisogna andare avanti decisi, «con un mercato all’ingrosso e per i contadini la possibilità di seminare e vendere liberamente i prodotti che più convengono, non quelli decisi dalla pianificazione centrale e affidati a all’ammasso statale».
Il giudizio sintetico del giovane Felo è condiviso (e argomentato) «dagli analisti più competenti, operanti a Cuba o fuori dall’isola», come asserisce un editoriale della rivista cattolica Espacio laical, i quali affermano che i Lineamenti per modernizzare il socialismo cubano approvati nel sesto congresso del partito comunista nel 2011 costituiscono un «corpo di riforme strategiche per fare in modo che l’economia, i progetti sociali e la politica socialista possano funzionare in una nuova era storica». In sostanza si tratterebbe di «un’urgenza storica» come la definisce Phil Peters, analista del Lexinton Institute. O del convincimento che solo profonde riforme economiche e sociali «possano salvare il castrismo», tesi espressa dall’economista cubano-americano Carmelo Mesa-Lago.
«La distribuzione delle terre incolte, l’ampliamento del lavoro privato (sono più di 400.000 i cuentapropistas) l’approvazione della nuova Legge tributaria, la riforma della politica migratoria, che permette il libero espatrio alla grande maggioranza dei cubani, la riforma dei rapporti contrattuali tra gli «agenti dell’economia», che prevede una maggiore autonomia delle imprese statali nei confronti del pianificatore, e soprattutto la nuova legge sulle cooperative, allo studio, e che favorirà investimenti in settori di proprietà sociale e non statale, implicheranno modifiche nella pianificazione centralizzata, nella formazione dei prezzi, oggi condizionata anche dalla doppia moneta circolante, il pesos “normale”, e il peso convertibile, Cuc», sostiene Henry Colina Hernández, giovane economista del Dipartimento sviluppo economico dell’Università dell’Avana.
Il bilancio di due anni di riforme è dunque giudicato positivamente – anche se con gradi di apprezzamento e aspettative diverse – dalla maggior parte degli «analisti più competenti». Tanto che Mesa-Lago parla – è questo il titolo del suo più recente libro – di «un’era Raúl Castro». In un’intervista al quotidiano spagnolo El País, il professore afferma che «vi sono elementi chiave (dell’era di Fidel, ndr) che persistono nel governo di Raúl, specialmente nella politica, come il partito unico, le elezioni senza candidati dell’opposizione, il controllo della libera espressione… D’altra parte, le riforme strutturali di Raúl sono le più profonde, sostenute e orientate verso il mercato e mai messe in atto durante la Rivoluzione, più avanzate di quelle messe in opera da Fidel nei periodo 1971-1991 e 1991-1996 e poi messe in cantina. Però la possibilità che per le riforme attuali si faccia marcia indietro è molto minore». Raúl, inoltre «ha cambiato quasi tutti i ministri e funzionari di alto livello nominati da suo fratello e ha iniziato a designare per i posti chiave personalità di una nuova generazione».
Una posizione simile è quella manifestata dal più noto scrittore cubano (collaboratore del manifesto), Leonardo Padura Fuentes: «L’essenza del sistema (socialista) non è cambiato. Ma si stanno producendo, a livello economico e sociale, piccoli cambiamenti che vanno crescendo e alla fine modificheranno la struttura politica».
Un moderato ottimismo, almeno a livello economico e sociale, sembra condiviso dalla popolazione. Lo sostiene addirittura un’inchiesta promossa dall’Istituto repubblicano internazionale di Washington: alla domanda su come prevedevano la situazione economica famigliare nei prossimi 12 mesi, il 45% dei cubani intervistati si è detto convinto che la situazione migliorerà, mentre il 35% ha sostenuto che tutto sarebbe rimasto uguale e sarebbero continuate le gravi difficoltà economiche familiari (un quarto della popolazione dell’Avana vive in condizioni di povertà). La stessa domanda, nel 2012, aveva riscontrato il 28% di ottimisti contro il 58% di pessimisti. La sensazione che Cuba attraversi una fase delicata ma importante della sua storia è generalizzata anche nei contatti quotidiani, dai venditori di strada fino ai conoscenti accademici. Come generalizzata è la richiesta di maggiori aperture, aumenti di salari, lotta alla corruzione. Il linguaggio è differente. Alcuni giovani universitari, animatori di La joven Cuba, un blog “ufficialista” ma «spazio di polemica franca e rispettosa», tra i più apprezzati per le posizioni indipendenti degli interventi, parlano della necessità di un «cambio di mentalità» della politica verticistica del partito comunista (secondo il viceministro della cultura Fernando Rojas sarebbe un residuo di «burocratismo stalinista») e della burocrazia statale in (buona) parte corrotta e parassitaria. Il cambio di mentalità, peraltro più volte auspicato dallo stesso presidente Raúl, secondo il blog è richiesto «dall’urgenza della situazione cubana» e deve coinvolgere massicciamente anche i mezzi di informazione cubani.
La Joven Cuba è stato messo in silenzio per alcuni mesi e di recente ha ripreso vita in rete dopo un incontro tra gli studenti e Miguel Díaz-Canel, il giovane (52 anni) primo vicepresidente e astro nascente del governo Raúl. Proprio in quell’occasione, Díaz-Canel aveva preso posizione in favore di una informazione più aperta alle aspettative della popolazione e meno dipendente dal vertice del partito comunista. Non solo, il vicepresidente aveva incitato i giovani a partecipare più attivamente al processo di rinnovamento economico e sociale perché «la fase più complessa e decisiva delle riforme è ancora davanti a noi».
Secondo i dati forniti la settimana scorsa dall’Ufficio nazionale di statistica e informazione e ripresi dal quotidiano Granma, nel 2012 l’economia cubana è cresciuta del 3%. Pur inferiore (di un punto) alle previsioni, il risultato è stato considerato soddisfacente, vista la crisi mondiale e i danni subiti a causa del ciclone Sandy. Se si guarda però ai settori chiave, i dati non sono così confortanti: nel settore agricolo – giudicato strategico: l’anno scorso il governo ha pagato circa i,5 miliardi di dollari per importare generi alimentari – si prevedeva una crescita del 2% e invece l’incremento si è fermato all’ 1,2%, il settore manifatturiero è cresciuto del 2,3%, sotto le previsioni del 4,4%. Inoltre le notizie che giungono dal Venezuela non sono certo confortanti: in uno stato (Zulia) si sta sperimentando un piano
di razionamento alimentare contro «gli speculatori». Le relazioni economiche con Caracas sono vitali per Cuba, dal Paese alleato giunge il 62% del petrolio che l’isola consuma, sostanzialmente pagato dalle missioni in Venezuela di medici e personale sanitario cubano (circa 40.000 persone) che rendono 4 miliardi di euro l’anno. Secondo le stime fornite dal professor Mesa-Lago, «in totale queste relazioni equivalgono al 21% del Pil cubano, più o meno quanto (nel secolo scorso) valevano le relazioni economiche con l’Urss nei momenti migliori».

Il Manifesto                          20 giugno 2013

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Marina, Alberto e Gimmy siamo noi, di Luciano Muhlbauer

Con la sentenza definitiva su Bolzaneto si è concluso anche l’ultimo dei grandi processi simbolo sul G8 del 2001. Sarebbe dunque tempo di bilanci e di qualche ragionamento ma in giro sembra esserci poca voglia di farlo. Anzi, paragonato al clamore mediatico che un anno fa aveva accompagnato la sentenza Diaz, quella su Bolzaneto è passata praticamente inosservata.
Nulla di sorprendente, in fondo, perché tutti sapevamo che quella sentenza non avrebbe aggiunto nulla di nuovo. E poi, sono passati parecchi anni, quel movimento non c’è più e i tempi sono cambiati. Tutto comprensibile, per carità, eppure c’è qualcosa che non quadra, che stona terribilmente.
Già, perché alla fine della fiera, dopo tante sentenze e l’accertamento di un numero impressionante di gravi reati contro la persona, gli unici che stanno in galera, peraltro con pene allucinanti fino a 14 anni, sono alcuni manifestanti di allora, presi a casaccio e colpevoli esclusivamente di aver danneggiato delle cose. Si chiamano Marina, Alberto e Gimmy.
Peraltro, il numero degli ex manifestanti incarcerati potrebbe pure crescere, visto che i condannati in via definitiva per «devastazione e saccheggio» sono dieci. Degli altri, uno è ancora irreperibile, Ines è agli arresti domiciliari e per cinque è necessario un nuovo passaggio in appello, ma limitatamente a una singola attenuante.
Penso che abbandonare quelle persone al loro destino sia inammissibile. Umanamente, moralmente e politicamente. L’esito complessivo dei processi genovesi, con la sua manifesta disparità di trattamento, è infatti destinato a fare da precedente, a rafforzare la sensazione di impunità tra il personale degli apparati di sicurezza e a legittimare l’uso di pene sproporzionate ed esemplari contro manifestanti.
Il reato di «devastazione e saccheggio», risalente al periodo fascista, non è certo l’unico strumento giuridico a disposizione per fini repressivi ma è senz’altro quello più estremo e discrezionale, poiché non ti punisce per quello che hai fatto ma per averlo fatto in determinate circostanze. Ed è così che una bagatella, come una vetrina rotta, può trasformarsi in un reato paragonabile all’omicidio. Ebbene sì, perché la pena prevista per devastazione e saccheggio è tra 8 e 15 anni, mentre quella per omicidio preterintenzionale è tra 10 e 18 anni e quella per omicidio colposo non supera i 5 anni.
Quando giustamente ci indigniamo per la brutalità della repressione in Turchia dovremmo ricordarci anche di questo, specie ora, visto che quel tipo di accusa viene utilizzato in maniera sempre più disinvolta, come sembrano indicare i processi per i fatti di Roma del 15 ottobre 2011.
L’altra faccia della medaglia, altrettanto grave, è l’impunità degli apparati repressivi. Nessuno pagherà per le violenze della Diaz e di Bolzaneto mentre per l’omicidio di Carlo Giuliani non c’è stato nemmeno il processo. Beninteso, la questione non è invocare la galera per i poliziotti ma comprendere che l’impunità genera mostri. Siamo sicuri che i casi Aldrovandi, Cucchi, Uva, Ferrulli eccetera non c’entrino nulla con tutto questo? O che non c’entri il fatto che i reparti antisommossa italiani riescano a resistere al numero identificativo sul casco, quando persino i loro colleghi turchi ce l’hanno?
Insomma, qui non si tratta di dibattere sul passato, bensì di costruire ora e qui una battaglia politica per l’abrogazione del reato di «devastazione e saccheggio», per l’introduzione di norme cogenti che pongano fine all’impunità, a partire da una legge sulla tortura, e per un’amnistia per i reati sociali, che possa restituire la libertà anche a Marina, Alberto e Gimmy.

Il Manifesto
20 giugno 2013

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Anche i Bocconi-Boys nel loro piccolo s’incazzano, di Alfonso Gianni

Da un po’ di tempo a questa parte il pensiero economico dominante in Europa, il cosiddetto mainstream, riceve schiaffi un po’ da tutte le parti.
Prima era stato messo in dubbio il moltiplicatore usato per calcolare gli effetti sul Pil dei tagli di spesa e si era visto che lo 0,5% usato per gestire le politiche di austerità in Europa era del tutto sbagliato per sottostima. Bisognava moltiplicare come minimo per due se non per quattro. Ovvero a ogni milione di euro in meno di spesa corrispondeva da 2 a 4 milioni di contrazione di Pil e non solo 500mila euro.

Poi è saltato fuori un brillantissimo studente under trenta che ha messo in crisi due tra i più prestigiosi economisti mondiali, quali Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, dimostrando dati alla mano che la loro teoria che la recessione era inevitabile se il rapporto fra debito e Pil superava il 90% era addirittura dovuta a un banalissimo errore contabile.

I due da allora non si sono più ripresi, anche se il secondo continua a prendersela con i keynesiani ma in modo sempre meno convincente. Infine di nuovo il Fondo monetario internazionale, dopo avere sbugiardato le autorità europee sulla questione del moltiplicatore, è tornato ad affondare il coltello nella piaga dicendo che gli europei hanno sbagliato tutto nei confronti della Grecia, aggravando la situazione anziché risolverla. Il che, dati alla mano, è una verità inconfutabile e molti di noi non hanno aspettato Olivier Blanchard per dirlo.

Giustamente Guido Rossi non si è lasciato scappare l’occasione e nei suoi articoli domenicali sul Sole 24 Ore ha messo in luce l’ottusità dei governanti europei e dell’Accademia di fronte allo sfarinarsi dei mantra del neoliberismo.

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Grecia, Spagna e Italia: sempre più scoprono l’emigrazione, di Articolotre.com

La crisi li schiaccia e, di conseguenza, l’emigrazione aumenta. Non c’è certo da stupirsi: se in Italia si parla tanto di fuga di cervelli e di speranza di lavoro all’estero, in Grecia e in Spagna la situazione non è molto diversa. Probabilmente peggiore e a dare l’allarme è l’Ocse.

Nella sua relazione annuale sull’immigrazione, infatti, l’Organizzazione ha illustrato come nel corso del 2012, i due paesi più vessati dalla crisi abbiano perso migliaia e migliaia di cittadini, i quali hanno deciso di abbandonare la propria vita e cercare fortuna altrove. Se gli ellenici diretti verso la Germania sono aumentati del 70%, infatti, gli spagnoli che hanno fatto le valigie sono aumentati del 50%.

Ciò che allarma maggiormente gli esperti è come, nella stragrande maggioranza, gli emigrati siano individui altamente qualificati e professionisti: una loro assenza dal panorama economico dei paesi natali implica pertanto una complicazione nella ripresa finanziaria. Era però immaginabile: la Spagna e la Grecia, d’altronde, hanno il più alto tasso di disoccupazione in tutta l’Unione Europea, con il 50% dei giovani in cerca di lavoro.

Non che vada molto meglio per l’Italia: secondo recenti stime, gli italiani stanno seguendo l’esempio e, nel 2012, l’emigrazione dei nostri connazionali è aumentata del 30%, con quasi 80.000 cittadini che hanno preferito andarsene. Anche in questo caso, la meta prediletta è la Germania, dove tutto sembra splendere e la crisi non esistere.

da Rifondazione comunista.                                   17 giu 2013

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