I cuentapropistas del socialismo cubano, di Roberto Livi

«Non è quello che volevamo, ma quello che possiamo». Felo cita lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano per esprimere un giudizio sui due anni trascorsi dall’inizio delle riforme volute dal presidente Raúl Castro. Il giovane, finita la scuola (Tecnico superior), si è «messo in combutta» con una cugina e gestisce un banchetto di frutta nello spiazzo di fronte a casa mia. Niente di che, una ventina di cassette di legno con frutta e verdure sotto un tetto di eternit sostenuto da quattro tubi di ferro. Fragile riparo dal sole feroce di giugno – o dalle piogge torrenziali dei giorni scorsi. Dunque il giovane è un lavoratore privato, convinto che la decisione del governo di favorire lo sviluppo dei cuentapropistas «sia la scelta giusta». Ma ora, sostiene, bisogna andare avanti decisi, «con un mercato all’ingrosso e per i contadini la possibilità di seminare e vendere liberamente i prodotti che più convengono, non quelli decisi dalla pianificazione centrale e affidati a all’ammasso statale».
Il giudizio sintetico del giovane Felo è condiviso (e argomentato) «dagli analisti più competenti, operanti a Cuba o fuori dall’isola», come asserisce un editoriale della rivista cattolica Espacio laical, i quali affermano che i Lineamenti per modernizzare il socialismo cubano approvati nel sesto congresso del partito comunista nel 2011 costituiscono un «corpo di riforme strategiche per fare in modo che l’economia, i progetti sociali e la politica socialista possano funzionare in una nuova era storica». In sostanza si tratterebbe di «un’urgenza storica» come la definisce Phil Peters, analista del Lexinton Institute. O del convincimento che solo profonde riforme economiche e sociali «possano salvare il castrismo», tesi espressa dall’economista cubano-americano Carmelo Mesa-Lago.
«La distribuzione delle terre incolte, l’ampliamento del lavoro privato (sono più di 400.000 i cuentapropistas) l’approvazione della nuova Legge tributaria, la riforma della politica migratoria, che permette il libero espatrio alla grande maggioranza dei cubani, la riforma dei rapporti contrattuali tra gli «agenti dell’economia», che prevede una maggiore autonomia delle imprese statali nei confronti del pianificatore, e soprattutto la nuova legge sulle cooperative, allo studio, e che favorirà investimenti in settori di proprietà sociale e non statale, implicheranno modifiche nella pianificazione centralizzata, nella formazione dei prezzi, oggi condizionata anche dalla doppia moneta circolante, il pesos “normale”, e il peso convertibile, Cuc», sostiene Henry Colina Hernández, giovane economista del Dipartimento sviluppo economico dell’Università dell’Avana.
Il bilancio di due anni di riforme è dunque giudicato positivamente – anche se con gradi di apprezzamento e aspettative diverse – dalla maggior parte degli «analisti più competenti». Tanto che Mesa-Lago parla – è questo il titolo del suo più recente libro – di «un’era Raúl Castro». In un’intervista al quotidiano spagnolo El País, il professore afferma che «vi sono elementi chiave (dell’era di Fidel, ndr) che persistono nel governo di Raúl, specialmente nella politica, come il partito unico, le elezioni senza candidati dell’opposizione, il controllo della libera espressione… D’altra parte, le riforme strutturali di Raúl sono le più profonde, sostenute e orientate verso il mercato e mai messe in atto durante la Rivoluzione, più avanzate di quelle messe in opera da Fidel nei periodo 1971-1991 e 1991-1996 e poi messe in cantina. Però la possibilità che per le riforme attuali si faccia marcia indietro è molto minore». Raúl, inoltre «ha cambiato quasi tutti i ministri e funzionari di alto livello nominati da suo fratello e ha iniziato a designare per i posti chiave personalità di una nuova generazione».
Una posizione simile è quella manifestata dal più noto scrittore cubano (collaboratore del manifesto), Leonardo Padura Fuentes: «L’essenza del sistema (socialista) non è cambiato. Ma si stanno producendo, a livello economico e sociale, piccoli cambiamenti che vanno crescendo e alla fine modificheranno la struttura politica».
Un moderato ottimismo, almeno a livello economico e sociale, sembra condiviso dalla popolazione. Lo sostiene addirittura un’inchiesta promossa dall’Istituto repubblicano internazionale di Washington: alla domanda su come prevedevano la situazione economica famigliare nei prossimi 12 mesi, il 45% dei cubani intervistati si è detto convinto che la situazione migliorerà, mentre il 35% ha sostenuto che tutto sarebbe rimasto uguale e sarebbero continuate le gravi difficoltà economiche familiari (un quarto della popolazione dell’Avana vive in condizioni di povertà). La stessa domanda, nel 2012, aveva riscontrato il 28% di ottimisti contro il 58% di pessimisti. La sensazione che Cuba attraversi una fase delicata ma importante della sua storia è generalizzata anche nei contatti quotidiani, dai venditori di strada fino ai conoscenti accademici. Come generalizzata è la richiesta di maggiori aperture, aumenti di salari, lotta alla corruzione. Il linguaggio è differente. Alcuni giovani universitari, animatori di La joven Cuba, un blog “ufficialista” ma «spazio di polemica franca e rispettosa», tra i più apprezzati per le posizioni indipendenti degli interventi, parlano della necessità di un «cambio di mentalità» della politica verticistica del partito comunista (secondo il viceministro della cultura Fernando Rojas sarebbe un residuo di «burocratismo stalinista») e della burocrazia statale in (buona) parte corrotta e parassitaria. Il cambio di mentalità, peraltro più volte auspicato dallo stesso presidente Raúl, secondo il blog è richiesto «dall’urgenza della situazione cubana» e deve coinvolgere massicciamente anche i mezzi di informazione cubani.
La Joven Cuba è stato messo in silenzio per alcuni mesi e di recente ha ripreso vita in rete dopo un incontro tra gli studenti e Miguel Díaz-Canel, il giovane (52 anni) primo vicepresidente e astro nascente del governo Raúl. Proprio in quell’occasione, Díaz-Canel aveva preso posizione in favore di una informazione più aperta alle aspettative della popolazione e meno dipendente dal vertice del partito comunista. Non solo, il vicepresidente aveva incitato i giovani a partecipare più attivamente al processo di rinnovamento economico e sociale perché «la fase più complessa e decisiva delle riforme è ancora davanti a noi».
Secondo i dati forniti la settimana scorsa dall’Ufficio nazionale di statistica e informazione e ripresi dal quotidiano Granma, nel 2012 l’economia cubana è cresciuta del 3%. Pur inferiore (di un punto) alle previsioni, il risultato è stato considerato soddisfacente, vista la crisi mondiale e i danni subiti a causa del ciclone Sandy. Se si guarda però ai settori chiave, i dati non sono così confortanti: nel settore agricolo – giudicato strategico: l’anno scorso il governo ha pagato circa i,5 miliardi di dollari per importare generi alimentari – si prevedeva una crescita del 2% e invece l’incremento si è fermato all’ 1,2%, il settore manifatturiero è cresciuto del 2,3%, sotto le previsioni del 4,4%. Inoltre le notizie che giungono dal Venezuela non sono certo confortanti: in uno stato (Zulia) si sta sperimentando un piano
di razionamento alimentare contro «gli speculatori». Le relazioni economiche con Caracas sono vitali per Cuba, dal Paese alleato giunge il 62% del petrolio che l’isola consuma, sostanzialmente pagato dalle missioni in Venezuela di medici e personale sanitario cubano (circa 40.000 persone) che rendono 4 miliardi di euro l’anno. Secondo le stime fornite dal professor Mesa-Lago, «in totale queste relazioni equivalgono al 21% del Pil cubano, più o meno quanto (nel secolo scorso) valevano le relazioni economiche con l’Urss nei momenti migliori».

Il Manifesto                          20 giugno 2013

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