Questa è fantastica: gli esodati denunciano la Fornero per mobbing

GLI ESODATI DENUNCIANO LA FORNERO PER MOBBING
La riforma delle pensioni finisce in un’aula di giustizia

E’ stata ufficialmente notificata al Ministero del Lavoro, e poi depositata in tribunale, la richiesta di risarcimento del danno morale relativo alla denuncia per mobbing sociale. Ne dà notizia il sito isoladeicassintegrati.com. La storia comunque non è nuova. Sei mesi fa gli esodati (quei lavoratori che hanno interrotto il proprio rapporto di lavoro contando di andare in pensione con le vecchie norme – vigenti al 31 dicembre 2011 – e che invece, a causa della riforma delle pensioni, rischiano di vedere la data di pensionamento slittata) avevano deciso di passare al contrattacco nei confronti della Fornero.

Dunque è arrivata la notifica della richiesta di risarcimento (la denuncia è stata firmata da 191 esodati), come spiega Francesco Flore, portavoce dei Contributori Volontari, al blog di cui sopra: “Sono serviti sei mesi per mettere assieme i documenti, tra cui i certificati medici di tanti esodati che hanno sofferto di patologie psicologiche derivanti dall’enorme stress subito”. E prosegue: “La Riforma Fornero delle pensioni, è ormai di pubblico dominio, era finalizzata a fare cassa immediata e che ha finito per stravolgere la vita di centinaia di migliaia di persone. Si tratta di un procedimento giudiziale prima di tutto di natura dichiaratamente etico-morale ed è importante sottolineare che gli attori in giudizio chiedono un simbolico risarcimento danni di 10.000 euro ciascuno, che sarà quasi totalmente devoluto ad una costituenda Associazione senza fini di lucro con il fine di sostenere le famiglie indigenti dei colpiti dalla riforma previdenziale Monti-Fornero”.

PRENDIAMO ESEMPIO !!

da  Siamo La Gente                 14 giugno 2013

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Referendum, due anni dopo: che fine ha fatto la volontà popolare? Di Matteo Marini

Sì all’acqua pubblica, no al nucleare, no al legittimo impedimento. Così gli italiani si sono espressi il 12 e 13 giugno del 2011. A due anni di distanza dal referendum, le associazioni chiedono che la volontà popolare venga recepita in leggi e atti precisi.

Il 12 giugno di due anni fa, ci recavamo alle urne per votare al Referendum per dire sì all’acqua pubblica, no al nucleare e no al legittimo impedimento

Sembra passato un secolo. Il 12 giugno di due anni fa, ci recavamo alle urne per votare al Referendum per dire sì all’acqua pubblica, no al nucleare e no al legittimo impedimento. Fu un trionfo, una grande festa di democrazia la definirono i giornali nei giorni successivi.

A 48 mesi di distanza, il Comitato “Vota SÌ per fermare il nucleare”, l’Associazione “SÌ rinnovabili NO nucleare”, Greenpeace, Legambiente e WWF chiedono giustamente a tutti i parlamentari di ripresentare e avviare la discussione sulla legge di iniziativa popolare sullo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.

Vogliono sostanzialmente che si rispetti il responso straordinario che ci fu nelle urne, come esplicitato nel comunicato congiunto, nel quale denunciano come “nonostante la stragrande maggioranza degli italiani si sia espressa chiaramente due anni fa a favore dell’acqua pubblica e per un nuovo modello energetico, la volontà popolare non è ancora stata recepita in leggi e atti precisi. Per questo le organizzazioni e i cittadini impegnati in quella battaglia sono ancora in piazza per chiedere e costruire un futuro energetico sicuro, pulito, rinnovabile”.

Le associazioni chiedono anche che si metta mano ad una moratoria sulle centrali a carbone e sulle trivellazioni, rilanciando la legge di iniziativa popolare per lo sviluppo di efficienza energetica e delle energie rinnovabili (raccolte nel 2010 ben 110.000 firme ma è rimasta chiusa in un cassetto della commissione incaricata della scorsa legislatura).

Se non altro perché, continua il comunicato “i pericoli di quanto resta del ciclo nucleare in Italia non sono finiti, non esiste un efficiente sistema di messa in sicurezza delle scorie radioattive, lo smantellamento da parte della Sogin dei vecchi siti nucleari va a rilento”.
referendum 2011
A due anni di distanza dal referendum, le associazioni chiedono che la volontà popolare venga recepita in leggi e atti precisi

“La politica energetica degli ultimi governi, inoltre, ha ostacolato la diffusione delle rinnovabili, del risparmio e dell’efficienza energetica e ha rilanciato le fonti fossili: centrali a carbone ed estrazione di idrocarburi a terra e a mare. Ciò – si legge nel comunicato – è inaccettabile perché le strategie energetiche dei singoli paesi non possono essere orientate dagli interessi delle grandi lobby energetiche fossili, ma devono essere coerenti con gli orientamenti europei che puntano per il 2050 alla completa ‘decarbonizzazione’, almeno della produzione elettrica”.

Basterebbe poi, secondo i comitati, chiudere il rubinetto dei sussidi pubblici alle fonti fossili, per dirottare i soldi verso “il risparmio di materia e di energia, l’efficienza energetica nelle produzioni, la riqualificazione del patrimonio edilizio, i trasporti pubblici, l’uso diffuso delle fonti rinnovabili, gli investimenti in ricerca, la diffusione delle conoscenze”.

Oggi, a partire dalle ore 11, le associazioni illustreranno in Piazza di Montecitorio i contenuti della legge nell’ambito di un incontro con i parlamentari organizzato dal movimento per l’acqua pubblica.

L’iniziativa del movimento per l’acqua pubblica, mira invece a costruire un intergruppo dei parlamentari per l’acqua bene comune che si ponga l’obiettivo di riprendere il percorso legislativo per la ripubblicizzazione del servizio idrico. I Parlamentari verranno invitati a sottoscrivere un documento di adesione all’intergruppo.

Alle 18, appuntamento in Piazza di San Cosimato per festeggiare questo secondo anniversario dalla vittoria del referendum del 12-13 giugno 2011. Tra gli altri, saranno presenti anche Stefano Rodotà e Ascanio Celestini.

da il Cambiamento                                      12 Giugno 2013

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Per un’Europa diversa a Cagliari vanno in scena le monete complementari, di Andrea Degl’Innocenti

Il dibattito sull’euro sembra stagnare fra le posizioni degli euroscettici, contrari alla moneta e all’Europa, e gli euroentusiasti. A Cagliari il convegno "Terza via" sulle monete complementari, come il Sardex, cerca di trovare una soluzione differente per uscire dalla crisi economica – ma soprattutto sistemica – della nostra società.

“Terza via” è il titolo del Convegno internazionale sulle monete complementari che si terrà a Cagliari il 14 giugno prossimo, presso la facoltà di scienze economiche, politiche e giuridiche

È possibile essere fautori convinti dell’unità dei popoli e delle società europee ma contrari all’euro? O viceversa, è immaginabile rifiutare la moneta unica senza per forza dover passare per nazionalisti, separatisti, estremisti? Il dibattito pubblico sembra fossilizzarsi sulle due posizioni più estreme: o si accetta l’Europa così com’è oppure la si rigetta in toto. Eppure c’è anche chi prova a cercare una “terza via”, quella di un’Europa diversa.

“Terza via” è infatti il titolo del Convegno internazionale sulle monete complementari che si terrà a Cagliari il 14 giugno prossimo, presso la facoltà di scienze economiche, politiche e giuridiche, in cui si proverà ad “allargare il dibattito politico ed economico italiano ed europeo, nel tentativo – si legge sul sito dell’iniziativa – di inserirvi un altro elemento, uno strumento che affiancandosi alla moneta unica ed alle forme tradizionali di credito, possa finalmente rispondere, almeno in parte, alle necessità di un’economia reale soffocata dalla crisi di liquidità e dal Credit Crunch: la moneta complementare ed i sistemi di compensazione”.

L’idea di introdurre una moneta che abbia un raggio d’azione limitato affianco a quella nazionale (o nel caso dell’Euro sovranazionale) serve a ridare respiro ai circuiti di produzione e vendita locali, sempre più asfissiati dalla concorrenza dei colossi internazionali. Inoltre introduce un mezzo di scambio su cui non grava nessun interesse né debito.

In Italia la storia delle monete locali risale al 1999, quando a Guardiagrele in provincia di Chieti un economista dissidente in pensione, Giaconto Auriti, inventa il SIMEC (Simbolo econometrico di valore indotto). Il SIMEC aveva la particolarità di avere un potere di acquisto doppio: una lira veniva scambiata per un SIMEC, con il quale successivamente si potevano fare acquisti per il valore di due lire. Con questo espediente Auriti voleva dimostrare la sua teoria secondo la quale il valore della moneta viene assegnato convenzionalemente da chi l’accetta. L’esperimento riscosse un enorme successo, al punto da penalizzare i negozi che non aderivano alla rete. Poi, un’operazione della Guardia di Finanza sequestrò tutti i SIMEC in circolazione e di fatto mise fine all’esperimento, sebbene i tagliandi vennero in seguito dissequestrati.

Recentemente, vuoi per la crisi, vuoi per una diffusa volontà di cambiare questo sistema economico, in Italia c’è stato un fiorire di monete complementari. A Napoli la giunta De Magistris ha introdotto il Napo: il comune ne consegnerà 250 ad ogni famiglia virtuosa, in regola con il pagamento delle tasse e conta di metterne in circolazione circa 70 milioni entro l’anno. In Val di Susa è nato il Susino, ideato da Etinomia, l’associazione che riunisce gli imprenditori valsusini che hanno aderito al manifesto etico in difesa dei beni comuni locali e contro la Tav. La Val di Non e l’adiacente Val di Sole, in Trentino, sono la patria del Nauno; Pordenone quella del Toc; a Rieti sta nascendo il Marrucinuum. Nel 2007 a Napoli è nato dalla fusione di altre realtà simili Arcipelago SCEC.

Ancor più recente è la nascita del Sardex, circuito di credito commerciale sardo basato sull’assenza di interessi e sul credito reciproco concesso dalle imprese aderenti al circuito. Sardex che ovviamente sarà presente all’iniziativa cagliaritana, con i suoi fondatori che racconteranno la propria esperienza.

Oltre al Sardex, durante il convegno saranno presentati alcuni dei più importanti ed innovativi sistemi di moneta complementare operanti al mondo e interverranno importanti personalità del mondo accademico nazionale ed internazionale come Chris Cook, Massimo Amato, Luca Fantacci ed Henk Van Arkel.

L’incontro si prospetta come un’occasione da non perdere per chi voglia farsi un’idea su cosa sono e a cosa servono le monete complemetari. Ma potrebbe rappresentare anche un punto di partenza per lo sviluppo di un dibattito collettivo sul ruolo che vogliamo assegnare all’euro all’interno della nostra economia e delle nostre vite.

da Il cambiamento                               11 Giugno 2013

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Le 15 aziende della moda che non hanno firmato per migliorare la sicurezza sul lavoro in Bangladesh, di Marta Albè

Il Bangladesh è una delle zone del mondo dove l’industria della moda basa gran parte della propria produzione ed in cui i diritti dei lavoratori, con particolare riferimento alla sicurezza sul luogo di lavoro, vengono scarsamente rispettati. E’ stato presentato un accordo per il miglioramento della sicurezza sul luogo di lavoro, denominato Accord on Fire & Building Safety in Bangladesh, che numerosi marchi e distributori del mondo della moda non hanno ancora deciso di sottoscrivere.

Numerose aziende, non sottoscrivendo l’accordo, starebbero rifuggendo dal dichiararsi tenute a rispondere legalmente delle condizioni di lavoro nelle fabbriche del Bangladesh di cui si servirebbero. Lo scorso 24 aprile, 1127 operai impiegati in una fabbrica di abbigliamento sono morti a seguito del crollo dell’edificio Rama Plaza. Sono in totale 15 le aziende che spiccano per la propria opposizione all’adesione all’accordo, secondo quanto riportato da parte di Ecouterre.

1) Gap ha al momento deciso di non sottoscrivere l’accordo. Pare che l’azienda aderirebbe all’accordo soltanto se esso risultasse non vincolante. Il comportamento di Gap si discosta da quanto posto in campo da marchi rivali, come Zara, H&M e Mango, i quali hanno deciso di impegnarsi economicamente per la realizzazione di opere per il miglioramento della sicurezza sul lavoro in Bangladesh.

2) Walmart, tra i maggiori distributori di abbigliamento, avrebbe bloccato una proposta di coinvolgimento globale dei rivenditori nell’offrire aiuto al fine di migliorare la sicurezza elettrica e rispetto agli incendi nelle fabbriche del Bangladesh, continuando ad opporsi alla firma di qualsiasi accordo di responsabilità.

3) Fast Retailing, il maggior rivenditore d’abbigliamento asiatico, ha dichiarato di non aver ancora deciso se aderire all’accordo per migliorare la sicurezza sul lavoro in Bangladesh. La compagnia preferirebbe agire da sé in merito, rimanendo al di fuori dell’accordo.

4) Target ha deciso di rinunciare alla firma dell’accordo di sicurezza, a favore di un proprio insieme di proposte per il miglioramento degli standard, proseguendo lungo la strada già intrapresa in precedenza.

5) Sears avrebbe dichiarato il proprio rifiuto alla firma dell’accordo, rivolgendosi in sostituzione di esso ad una discussione preliminare per l’individuazione di una alternativa insieme ad associazioni di distribuzione commerciale situate in Nord America.

6) Macy’s si aggiunge ai distributori che hanno deciso di seguire la propria strada, sostenendo che meno del 5% dei capi d’abbigliamento che portano il proprio marchio siano prodotti in Bangladesh, con l’intento di proseguire ad assicurare elevati standard di sicurezza per i lavoratori.

7) Koll’s, pur non apparendo intenzionata a firmare l’accordo, sostiene come si stia già impegnando per assicurare che i prodotti venduti vengano realizzati secondo condizioni etiche. Starebbe inoltre partecipando ad un differente accordo proposto da parte della National Retail Federation.

8) Forever 21 probabilmente non firmerà alcun accordo relativo alla sicurezza dei lavoratori del Bangladesh, secondo quanto ipotizzato da parte di Ecouterre, né altri accordi che possano favorire la tutela dei lavoratori.

9) American Eagle è membro della Fair Labor Association, un’agenzia di monitoraggio indipendente che conduce valutazioni esterne rispetto alle condizioni dei lavoratori nelle aziende. Nonostante American Eagle dichiari che i propri operai debbano essere trattati con dignità e rispetto, non appare al momento tra i firmatari dell’accordo.

10) Carter’s è tra i distributori d’abbigliamento che non firmerà l’accordo per il Bangladesh. In precedenza Carter’s sarebbe già stata coinvolta in episodi di sfruttamento dei lavoratori e nell’incendio in uno stablimento del Bangladesh che ha provocato la morte di 29 operai, ai quali era stato impossibile fuggire per via della chiusura a chiave delle porte di accesso alle scale.

11) The Children’s Place nega che i propri prodotti fossero in corso di fabbricazione all’interno dello stablimento Rana Plaza al momento del crollo. Eppure, tra le macerie sono stati ritrovati documenti ed etichette che riconducono alla catena di distribuzione, che vanta oltre 1000 punti vendita.

12) Foot Locker, nonostante la propria presenza significativa in Bangladesh per la produzione di abbigliamento sportivo, distribuito in oltre 1900 negozi in 21 Paesi del mondo, ha negato la propria partecipazione all’accordo.

13) JCPenney è una delle catene di negozi i cui prodotti venivano fabbricato all’interno di That’s It Sportswear, la fabbrica che prese fuoco in Bangladesh nel dicembre 2010, ed è allo stesso tempo partner di Joe Fresh, i cui prodotti erano in corso di realizzazione presso Rana Plaza al momento del crollo. Si occuperà di effettuare personalmente ispezioni di sicurezza, ma al momento non si trova tra i firmatari dell’accordo.

14) Aéropostale non ha rilasciato alcuna dichiarazione riguardante la firma dell’accordo o il rifiuto dello stesso. La produzione dei capi di abbigliamento del marchio avviene in un insieme di Paesi in via di sviluppo, compreso il Bangladesh.

15) VF Corp, che possiede The North Face, Timberland e Wrangler, sta attualmente ancora utilizzando una fabbrica del Bangladesh, in cui gli ispettori di Walmart e Inditex (che comprende, tra gli altri, il marchio Zara) avevano evidenziato nel corso di questo mese crepe nelle pareti.

Fonte:Ecouterre.com
http://www.greenme.it/consumare/mode-e-abbigliamento/10604-aziende-non-hanno-firmato-petizione-bangladesh
da Informare per resistere                                     11 giugno 2013

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Eolico e nucleare: i 230 euro nascosti nelle bollette: di Sergio Rizzo

Salta fuori la verità sull’assurdità delle tariffe italiane, le più alte in Europa. "Guardate con attenzione, quelle bollette, perchè scoprirete cose che mai avreste immaginato".

ROMA (WSI) – Non sarà certo per questo motivo che il costo dell’energia elettrica è il più alto d’Europa. Ma se proprio vogliamo fare la classifica delle assurdità che hanno fatto conquistare alle tariffe italiane il primato continentale, in cima a tutte ci sono le tasse sulle tasse.

L’Iva viene infatti applicata sull’importo lordo comprensivo dell’accisa: il risultato è che le famiglie pagano ogni anno sulle bollette elettriche almeno 130 milioni di imposte su una imposta.

Senza contare le imprese. Guardatele con attenzione, quelle bollette, perché scoprirete cose che mai avreste immaginato.

Quest’anno, per esempio, i cosiddetti «oneri generali di sistema» arriveranno a pesare sul totale per quasi il 20 per cento.

Cosa sono? Voci senza alcun rapporto con il prezzo dell’energia, il costo della trasmissione o dei servizi di rete. Lì dentro ci sono, per esempio, gli incentivi per le rinnovabili: i pannelli solari, le pale eoliche, le centrali a biomasse, ma anche le fonti cosiddette «assimilate», come gli scarti (inquinanti) delle raffinerie che tuttora godono dei contributi ecologici.

Quest’anno si toccherà il record assoluto di 13 miliardi di euro, facendo salire il conto di questi «oneri generali di sistema» a ben 14 miliardi.

Ovvero, 230 euro per ogni cittadino italiano. Con una progressione inarrestabile rispetto ai 93 euro del 2010, ai 125 del 2011 e ai 192 del 2012. Su questi incentivi, naturalmente, si pagano le imposte.

Ma sono tassati pure gli oneri per il nucleare: 149 milioni lo scorso anno, 255 nel 2011 e ben 410 nel 2010. Si tratta dei soldi destinati allo smantellamento delle centrali atomiche chiuse con il referendum del novembre 1987, più di venticinque anni fa. Se ne deve occupare la Sogin, società pubblica con quasi 900 dipendenti. Continueremo a pagare fino al 2021, e dobbiamo augurarci che basti.

Calcolando anche gli indennizzi profumatamente pagati ai fornitori, agli appaltatori e all’Enel, l’uscita dall’avventura atomica ci sarà costata per quell’epoca 15 miliardi 692 milioni di euro attuali. Sempre che tutto, naturalmente, vada per il verso giusto. Il che non è affatto sicuro.

Soprattutto, c’è il rischio di lasciare aperto un problemino qual è il deposito nazionale delle scorie radioattive. Il sindacato elettrici Flaei Cisl ha proposto di creare intorno alla Sogin un parco tecnologico per affrontare tutte le questioni legate a quella faccenda. Ma per ora restano parole al vento, mentre i soldi corrono e correranno ancora.

Chi ha interesse a smuovere le acque? Certo non l’azionista della Sogin, cioè lo Stato. E si capisce perché. Bisogna sapere infatti che ben 100 milioni l’anno degli oneri nucleari non vengono impiegati per il decommissioning atomico, ma finiscono direttamente dalle bollette alle casse dell’Erario per una disposizione spuntata nella Legge finanziaria del 2005. Per assurdo che sia, tassati anch’essi.

Al pari di un’altra voce: i 250 milioni di euro destinati alle Ferrovie sotto forma di sconti tariffari. Li paghiamo da cinquant’anni, quando l’energia elettrica fu nazionalizzata e alcune piccole centrali delle Fs finirono anch’esse all’Enel.

In mezzo secolo il conto è stato certo saldato con gli interessi: imperscrutabile il motivo per cui non si è ancora chiuso. Un altro mistero italiano. Fra gli «oneri di sistema» c’è anche il finanziamento della ricerca. Quanto? In tutto 41 milioni, meno di un sesto degli sconti garantiti alla rete ferroviaria. E sono ovviamente tassati.

Ma le tasse, crudelmente, vengono appioppate anche a un’altra voce degli «oneri generali di sistema»: il bonus per le famiglie povere. E’ la voce più piccola, per giunta ridotta nel 2012 a un terzo, da 54 a 17 milioni di euro.

Ci fermiamo qui, sorvolando su altre quisquilie del tipo contributi per l’efficienza energetica (40 milioni) e le misure di «compensazione territoriale» (9 milioni). Non prima però di aver rivelato l’ultima sorpresa. Il governo di Mario Monti ha deciso di sgravare un po’ le imprese, spostando per qualcosa come 780 milioni il peso degli «oneri generali di sistema» dalle loro bollette a quelle delle famiglie. Che perciò vedranno presto rincarare le tariffe di oltre il 2 per cento.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Corriere della Sera – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Copyright © Corriere della Sera. All rights reserved       06 giugno 2013

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Velletri, aggrediti i 99 Posse: noi picchiati dai neofascisti, di Viola Giannoli

Velletri. Ore 22.30. Pub “Il passo carrabile”. Sta per iniziare il concerto di Luca Persico, “O’ Zulù”, il cantante dei 99 Posse. Un gruppo di persone però si avvicina e scatta la violenza. “Siamo stati aggrediti dai neofascisti” raccontano la voce e un fonico della band in un comunicato stampa pubblicato questa mattina sulla pagina Facebook del gruppo.

“Subito dopo aver parcheggiato nella piazza antistante il pub, sono stati aggrediti con cinture e altri oggetti atti a offendere da un gruppo di una ventina di persone che esponevano simboli di estrema destra. La pronta reazione e l’intervento della sicurezza del locale hanno fatto sì che gli aggressori si dessero rapidamente alla fuga, impedendo che l’episodio avesse conseguenze più gravi delle contusioni, dei tagli e delle abrasioni superficiali riportate dai nostri compagni, che hanno rifiutato di essere trasportati in ospedale” scrivono i 99 Posse che comunque non sporgeranno denuncia alle forze dell’ordine.

“Erano venti contro due – spiegano ancora – Sono vigliacchi, capaci di farsi forza solo in branco e in schiacciante superiorità numerica. Purtroppo la serata non ha potuto avere luogo e ci scusiamo con i presenti che erano venuti ad assistere allo spettacolo” dicono.

“E’ un fatto grave – commenta la band militante che ha composto canzoni come “Rigurgito antifascista” – che si inserisce in una sempre più preoccupante recrudescenza dell’estremismo fascista in Europa e in Italia.
Il 5 Giugno a Parigi, nei pressi della centralissima Saint-Lazare – ricordano – è morto in seguito alle percosse ricevute da tre naziskin Clément Méric, studente della facoltà di Scienze Politiche di appena 18 anni. Nella notte dello stesso 5 giugno una molotov è stata lanciata contro il portone del centro sociale Astra 19 nel cuore del Tufello a Roma, al piano terra di una casa popolare abitata da decine di persone (nel giorno in cui ricorreva un anno dalla morte di Carla Verbano, mamma di Valerio, il militante comunista ucciso il 22 febbraio del 1980 da un commando di tre neofascisti, ndr). Anche in questo caso, chiara la matrice fascista, nel clima avvelenato della campagna elettorale per le Comunali a Roma” concludono Zulù e i suoi che hanno ricevuto già la solidarietà virtuale di centinaia di fan.

da Repubblica.it          7 giugno 2013

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Giappone: quelle morti in solitudine per la crisi dell’economia e della famiglia, di pio Demilia

A Osaka una mamma di 30 anni si lascia morire di stenti con la sua bambina di tre: “Non sono riuscita a nutrirla”. Il fenomeno del “kodokushi” prima toccava solo gli anziani, sempre più spesso abbandonati dai figli, ora si allarga a chi non ce la fa più a pagare la spesa e le bollette. A Tokyo 2.718 casi in un anno.
La settimana scorsa una donna di circa 30 anni è stata trovata morta, con accanto la sua bambina di 3 anni, in un appartamento di Osaka. Accanto ai corpi in avanzato stato di decomposizione  (“c’erano solo ossa e vestiti, e un’enorme macchia sui tatami, che evidentemente avevano assorbito gli umori”, ha riportato la Fuji Tv, l’unico media nazionale a riportare la notizia) un biglietto: “Non sono riuscita a nutrirla”. La polizia, chiamata dai vicini per via degli odori divenuti oramai insopportabili, ha trovato un appartamento in condizioni di assoluto degrado, privo di frigorifero, utenze staccate da mesi.

Impossibile, in queste condizioni, stabilire una data certa per la morte: ma secondo la polizia potrebbe risalire addirittura allo scorso febbraio. Da quando cioè la donna aveva pagato l’ultima bolletta. E’ l’ultimo caso, almeno l’ultimo affiorato, di kodokushi: la “morte in solitudine”. Un fenomeno in preoccupante aumento in una società sempre più “polverizzata”, dove le relazioni non solo sociali ma anche familiari sono sempre meno solide, creando stress, disagio, depressione.  Ma è anche  la prima volta che la kodokushi  non riguarda persone anziane e spesso malate, ma una govane donna e la sua bambina.

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Crisi: Italia ferita dall’austerity, più poveri, meno welfare, ma il PIL non sale, di Luigi Franco

Il "Rapporto sui diritti globali": 3.315.000 atipici, paga media 836 euro. Ore di cassa integrazione decuplicate in cinque anni, 160 vertenze industriali aperte. "Un quarto della popolazione a rischio esclusione". Ma il Fondo politiche sociali è quasi azzerato: meno 90% in tre anni

L’Italia? E’ un Paese ferito in profondità. E’ questa l’impietosa analisi del report “Il mondo al tempo dell’austerity – rapporto sui diritti globali 2013?, curato dall’Associazione Società Informazione Onlus e dalla Cgil in collaborazione con diverse organizzazioni del Terzo settore. Calano i consumi, le famiglie non riescono più a far fronte ai costi delle cure del medico e degli esami, non ce la fanno a pagare le bollette e il riscaldamento di casa. Cresce la povertà, mentre il rischio di esclusione riguarda ormai un quarto della popolazione. Tra il 2012 e i primi tre mesi del 2013, 121 persone si sono tolte la vita per cause direttamente legate al peggioramento delle loro condizioni economiche.

Tale situazione è la conseguenza della crisi della finanza mondiale. Ma non solo. Perché dove i governi hanno cercato di metterci una pezza all’insegna dell’austerity hanno fallito e hanno finito per aggravare la situazione. Secondo il rapporto questo è successo nell’Unione Europea, come in Italia, dove i tagli del governo Berlusconi prima e del governo Monti poi hanno avuto una vittima sacrificale: il welfare. Mentre la situazione economica non ha visto alcuna conseguenza positiva: oggi un terzo dei giovani non ha lavoro, sono in atto oltre 160 crisi industriali, tra cui quelle di Ilva e Fiat, il potere d’acquisto è tornato ai valori di dieci anni fa e oltre cinquanta comuni di media grandezza si trovano sull’orlo del dissesto finanziario. Intanto la variazione del Pil (diminuito nel 2012 del 2,4%), secondo le previsioni manterrà il segno negativo anche nel 2013.

Il lungo declino italiano
Secondo il rapporto le radici del declino italiano risalgono a prima della crisi globale, che sei anni fa si è inserita in un contesto il cui modello produttivo è da sempre caratterizzato da limiti e carenze. Il report individua almeno tre fattori che hanno contribuito a rendere la situazione economica più grave. Innanzitutto la struttura produttiva italiana è centrata su settori tradizionali come alimentare e tessile, anziché su quelli avanzati. Le dimensioni delle imprese, troppo piccole, non favoriscono la creazione di economie di scala e l’ingresso in settori avanzati: solo 1.400 aziende in Italia hanno più di 250 addetti (in Germania sono 1.400). In terzo luogo, in Italia coesistono alti profitti e bassi investimenti, soprattutto in ricerca e sviluppo (1,26% del Pil contro una media Ue a 27 dell’1,9%, dato riferito al 2009).

La ripercussione sul mercato del lavoro e la piaga del precariato
A fare le spese della situazione italiana è soprattutto il mercato del lavoro, in un orizzonte di precarietà e incertezza che la recente riforma Fornero non ha per nulla contribuito a correggere. Il tasso di occupazione, che misura il numero di lavoratori occupati sul totale della popolazione fra i 15 e i 64 anni, è uno dei più bassi d’Europa (56,9% nel terzo trimestre 2012), di poco superiore alla Spagna (55,6%) e ben al di sotto di Germania (73,2%) e Francia (64,4%). Altrettanto critici, peraltro, sono i dati sulla disoccupazione, il cui tasso, a dicembre 2012, si è attestato all’11,2%, con un aumento dell’1,8% in un anno: in valori assoluti si tratta di 2 milioni 875 mila persone, 474 mila in più rispetto a dicembre 2011. A pagare il conto della crisi sono soprattutto i giovani (tasso di disoccupazione del 35,5% nel 2012) e le donne (tasso di occupazione del 47,1%, contro il 66,1% degli uomini). Come se non bastasse, la cassaintegrazione lo scorso anno ha sfondato nuovamente – dopo il picco del 2010 – il tetto del miliardo di ore, passando da 183,7 milioni di ore nel 2007 (alla vigilia della crisi) a 227,7 milioni nel 2008, 913,6 milioni nel 2009, 1.197,8 milioni nel 2010, 973,2 milioni nel 2011 e, infine, 1.090,7 milioni nel 2012.

La piaga rimane poi il precariato. In numero assoluto i precari italiani sono 3.315.580 unità: lo stipendio è mediamente di 836 euro netti al mese (927 euro mensili per i maschi e 759 euro per le donne). Solo il 15% di loro è laureato, il che smentisce un luogo comune che identifica il precario in un giovane con un elevato livello di studio.

I tagli al welfare e la macelleria sociale
Secondo il rapporto, le politiche di austerity imposte a livello europeo hanno innescato un dispositivo recessivo che ha una vittima sacrificale per eccellenza, il welfare. “È così nell’Unione – si legge nel report – ed è così in Italia, dove emblema di questo passaggio, insieme alla falcidia dei Fondi sociali e alla lenta, ma costante privatizzazione della sanità, è il passaggio del fiscal compact in Costituzione: la legge fondamentale della Repubblica relegata a ragioneria. Che costerà 45 miliardi di debito pubblico da far rientrare all’anno per 20 anni. Dunque, si sancisce un taglio di 45 miliardi di debito pubblico all’anno per 20 anni, un’ipoteca che peserà su qualsiasi governo futuro di qualsiasi colore”. I tagli compiuti dai governi Berlusconi e Monti hanno portato a una vera e propria “macelleria sociale”, sostiene il report.

Il Fondo nazionale per le politiche sociali, per esempio, ha perso in un triennio il 90% delle risorse, passando dallo stanziamento di 435 milioni di euro nel 2010 a quello di soli 43 milioni nel 2012. Nel complesso, i finanziamenti per tutti i fondi dell’area sociale (oltre al Fnps, si tratta dei fondi infanzia, immigrazione, famiglia, non autosufficienza) sono stati ridotti nel 2011 rispetto al 2010 del 30% e di un ulteriore 20% nel 2012 rispetto al 2011, e da 2,5 miliardi di euro complessivi nel 2008 sono precipitati a 230 milioni nel 2012. Colpiti i fondi per il settore sociale e colpita la sanità pubblica. “I tagli al Servizio sanitario nazionale – si legge – continuano all’insegna della spending review, e intanto sale la percentuale di denaro che gli italiani devono sborsare dalle proprie tasche: nel 2011 raggiunge i 2,8 miliardi, l’1,76% del Pil e il 17,8% di tutta la spesa sanitaria, l’84,6% degli italiani ha pagato per la salute in media 1.156 euro in un anno, e si capisce come mai aumentino coloro che rinunciano alle cure e ai farmaci a causa del loro costo”.

L’emergenza casa
Tra i fattori che più danno la percezione dell’aumento della povertà degli italiani, c’è la casa: “Un diritto negato – sostiene il report – Ne fanno le spese homeless di lunga data, nuovi poveri, famiglie sotto sfratto, lavoratori poveri. Con tante sfaccettature, la casa è una emergenza nazionale”. In forte aumento è il numero delle persone che subiscono uno sfratto: “Si può capire come un Paese che investe in diritto alla casa lo 0,1% della spesa sociale (media dell’Ue a 27 del 2%) e abbia tagliato in 10 anni del 95% il fondo che sostiene l’affitto (passato da 360 milioni di euro a 9,8 milioni) non sia in grado di garantire alcunché anche a persone che lavorano e hanno un reddito ma non ce la fanno”. Così dei 290mila sfratti emessi negli ultimi cinque anni, ben 240mila sono per morosità, con la previsione di un incremento di 150mila nel prossimo triennio. Per il 21% gli sfrattati sono giovani precari under 35, che nell’ultimo biennio non hanno lavorato, per il 26% sono famiglie numerose migranti a reddito basso e per i
l 38% anziani, per lo più che vivono da soli. Ma anche chi la casa ce l’ha, deve affrontare diverse difficoltà. Secondo l’Istat, infatti, le famiglie in condizioni di disagio abitativo in Italia sono molto numerose: il 52,7% considera le spese per l’abitazione un carico eccessivo, il 20,3% vive in abitazioni degradate o danneggiate, l’11,5% non può riscaldare la casa in modo sufficiente e l’11% si è trovata almeno una volta in ritardo sul pagamento di affitto o mutuo, e l’8,9% delle bollette.

Twitter: @gigi_gno            4 giugno 2013

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Lentamente muore…

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

Pablo Neruda

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