Ogni giorno che passa è perso, di Marco Revelli

La crisi italiana si avvita, con velocità ogni giorno maggiore, trascinata dal doppio mulinello che travaglia le due principali forze di governo: la crisi giudiziaria che fa fibrillare il Pdl (diviso tra falchi e colombe ma unito nella difesa perinde ac cadaver del Capo). E la crisi morale che sta devastando il Pd, sempre più evidente da troppi segnali, eternamente oscillante tra gesuitismo e indecisione, che si tratti degli F35 o del salvataggio di Alfano, come dimostrano i fatti dell’ultima settimana e non solo.

Si pensi ad esempio al cosiddetto Appello dei 70, che personalmente considero più una conferma – se ancora ce ne fosse bisogno – del disordine mentale che si è impadronito di quel partito che non un segnale di vita interna, con quell’invito patetico allo «scatto d’orgoglio», come se ci fosse qualcosa di cui andare orgogliosi nella pratica degli ultimi mesi. Nella condivisione del lutto per l’attribuzione da parte della Cassazione alla sessione estiva del processo a Berlusconi (ridotto, con una ragionieristica gestione dell’indignazione, da tre giorni a uno solo…). Nel silenzio imbarazzato di fronte alla perentoria sentenza del processo Ruby. Nello spettacolo degradante della liquidazione, uno dopo l’altro, di tutti i possibili candidati decorosi alla Presidenza della Repubblica e (prima) alla guida del Governo, che avrebbero potuto rappresentare una discontinuità rispetto all’ibrida maggioranza che aveva sorretto l’infelice esperienza Monti.
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Acqua pubblica, l’Europa apre ma l’Italia non ascolta, di Andrea Degl’Innocenti

Per la prima volta l’Europa sembra mostrare aperture verso l’acqua pubblica, dopo il grande consenso dell’Iniziativa dei cittadini europei (Ice) Right2Water. In Italia invece continua l’ostilità del governo e dell’Autorithy verso gli esiti dei referendum. Quest’ultima in particolare ha deliberato una modalità di restituzione dei profitti di gestione ai cittadini estremamente favorevole per i gestori.

In Italia, vuole il luogo comune, ci piace arrivare in ritardo anche quando siamo all’avanguardia. I fatti, purtroppo sembrano confermare l’affermazione. Mentre l’Europa mostra i primi segnali di apertura verso l’acqua pubblica, da noi che per primi ci siamo opposti alle privatizzazioni con un referendum, lo stato sembra remare contro la ripubblicizzazione con tutte le proprie forze, calpestando apertamente la volontà popolare.

Qui Europa. Il Commissario Europeo Michel Barnier si è recentemente dichiarato contrario alla privatizzazione del servizio idrico e ha firmato una dichiarazione che va incontro all’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) Right2Water, sottoscritta da un milione e mezzo di cittadini in tutta Europa (è possibile firmarla su www.acquapubblica.eu)

Con una dichiarazione ufficiale del 21 giugno scorso, Barnier ha escluso l’acqua dalla direttiva sulle concessioni e rassicurato i cittadini dell’Unione Europea: “Capisco bene la preoccupazione che deriva da una privatizzazione dell’acqua contro la vostra volontà, anche io reagirei allo stesso modo”.

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Muos, arriva il no del TAR, di Dario Lo Scalzo

Il TAR dice no al ricorso del ministero della Difesa contro la revoca dell’autorizzazione ai lavori statunitensi per la costruzione del MUOS disposta il 29 marzo scorso dal governatore siciliano Rosario Crocetta.

Era attesa sin dallo scorso 10 maggio e finalmente, dopo un paio di rinvii, è giunta ieri nel primo pomeriggio la bocciatura del TAR che si è espresso sfavorevolmente respingendo il ricorso contro gli atti di revoca del MUOS da parte della Regione siciliana portato avanti dall’Avvocatura dello Stato per conto della Difesa.

È un no senza ancora il dettaglio della sentenza, che verrà fornito non appena sarà fissata la prossima udienza, ma che boccia entrambi i ricorsi presentati dal Ministero, quello contro la revoca delle autorizzazioni ai lavori e quello relativo al risarcimento nei confronti degli Stati Uniti da parte della Regione Sicilia di una somma pari a 25 mila euro per ogni giorno di fermo dei lavori, con decorrenza dal 29 Marzo scorso.

“Uno a zero e palla a centro” dice soddisfatto il popolo No Muos, conscio però che, per l’appunto, la neverending story del MUOS, non sia ancora prossima ad una fine. Come dargli torto del resto dopo le recenti dichiarazioni del Ministro della Difesa Mario Mauro che in merito al MUOS ne ha esaltato il carattere strategico e necessario appoggiando visibilmente la causa statunitense per non parlare poi delle sue posizioni in materia di F35 con le quali sostiene con convinzione che “per amare la pace, bisogna armare la pace”.

Ma la scienza parteggia sinora per la causa no Muos se è vero come è vero che, dopo gli studi condotti dai professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu, più recentemente anche gli esperti dell’università La Sapienza di Roma hanno confermato la pericolosità del Muos per la salute ed ambiente mettendo inoltre in discussione la fondatezza e la completezza dei precedenti studi statunitensi.
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Tanto sono vecchi, di Roberto Gramiccia

Se dicessi che mi ha stupito la notizia – pur raccapricciante per i particolari a cui accennerò – del sequestro di una struttura residenziale per anziani nei pressi di Terni e dei quattro arresti disposti dal GIP, Pierluigi Panariello, nei confronti del gestore della struttura e di tre dipendenti, non sarei sincero. Purtroppo l’esperienza professionale lunghissima in questo settore mi ha reso, mio malgrado, un esperto della materia e mi ha recentemente costretto – sì, proprio moralmente costretto – a scrivere, con il contributo di Vittorio Bonanni, un libro di denuncia (“La strage degli innocenti”, Ediesse)) su questi argomenti.

Non mi conforta affatto che questa notizia rappresenti una clamorosa conferma della giustezza della denuncia che il libro viene gridando. Semmai mi fa accapponare la pelle la notizia dei maltrattamenti, pare confermata da video che non ho ancora visto, a cui erano sottoposti gli anziani ospiti. Percossi, derisi, chiusi a chiave, offesi e umiliati in una quantità di modi, che per pudore non mi viene nemmeno naturale riferire, questi cittadini senza diritti vivevano nel silenzio e nell’oblio i loro tormenti. E se non fosse stato per qualche anima buona che ha deciso di denunciare il fatto, chi sa per quanto tempo ancora avrebbero continuato ad essere torturati.

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La Costituzione non si tocca, di Furio Colombo

Sta accadendo un fatto strano e difficile da spiegare, che appare più fisiologico che politico o giuridico: la Costituzione si sta trasformando. Cambia di colpo in punti vitali. Per esempio è in atto un progetto che sta svolgendosi all’insaputa dei cittadini, ed è bene saperlo. Il progetto è di mettere mano all’art. 138 della Costituzione, o meglio di cominciare di lì.

Quell’articolo è un cardine: impedisce che la Costituzione possa essere facilmente e liberamente manomessa al di fuori della complessa procedura costituzionale. Prescrive due volte il voto di ciascuna camera, e un referendum popolare di approvazione finale. Invece la Commissione dei 40, che segue, nella stranezza e nella anomalia, quella dei dieci saggi che all’inizio di tutta questa vicenda, erano stati chiamati a consigliare il Quirinale, comincerà proprio da qui, (queste sono le istruzioni) da un ritocco che renda inutile la barriera dell’art. 138. Si può fare senza una garanzia – ovvero senza che il progetto sia previsto e concordato, fra la politica (così come essa è rappresentata nel governo) e le Istituzioni?

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I carabinieri ci dissero: “Stuprate Franca Rame” – La testimonianza

Nel 1988 Biagio Pitarresi, fascista di una certa notorietà, racconta che l’ordine di stuprare Franca Rame arrivò dai carabinieri. Bisognava "punire" quella donna che andava a ficcare il naso dappertutto, anche nelle carceri e nella strage di stato.

La sera del 9 marzo del 1973 Franca Rame – attivista politica della sinistra radicale e femminista, oltre che attrice – viene rapita da una banda di esponenti dell’estrema destra. Venne affiancata da un furgone con 5 uomini a bordo, e costretta a salire. La violentarono a turno, gridandole “Muoviti puttana, devi farmi godere”, spegnendole le sigarette sui seni e tagliandole la pelle con delle lamette. Subì violenza fisica e sessuale, ma il reato cadde in prescrizione 25 anni dopo. Ebbene, “rovistando” tra gli articoli dell’epoca se ne trova uno molto interessante, del 1998, pubblicato sul quotidiano la Repubblica. Nel pezzo si rivela come furono alcuni ufficiali dell’arma dei Carabinieri a ordinare lo stupro di Franca Rame.

A rivelarlo furono, nel 1988, l’ex neofascista Angelo Izzo e l’altro esponente di spicco della destra eversiva milanese Biagio Pitarresi. La testimonianza è agli atti, venne confermata al giudice istruttore Guido Salvini ed occupa 2 delle 450 pagine della sentenza. “Pitarresi – si legge – ha fatto il nome dei camerati stupratori: Angelo Angeli e, con lui, ‘un certo Muller’ e ‘un certo Patrizio’. Neofascisti coinvolti in traffici d’ armi, doppiogiochisti che agivano come agenti provocatori negli ambienti di sinistra e informavano i carabinieri, balordi in contatto con la mala. Fu proprio in quella terra di nessuno dove negli Anni 70 s’ incontravano apparati dello Stato e terroristi che nacque la decisione di colpire la compagna di Dario Fo. Ha detto Pitarresi: ‘L’ azione contro Franca Rame fu ispirata da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo. Angeli ed io eravamo da tempo in contatto col comando dell’ Arma’.

L’affermazione di Pitarresi venne confermata dal giudice Salvini, che commentò:  ”Il probabile coinvolgimento come suggeritori di alcuni ufficiali della divisione Pastrengo non deve stupire… il comando della Pastrengo era stato pesantemente coinvolto, negli Anni 70, in attività di collusione con strutture eversive e di depistaggio delle indagini in corso, quali la copertura di traffici d’armi, la soppressione di fonti informative che avrebbero potuto portare a scoprire le responsabilità nelle stragi dei neofascisti Freda e Ventura”.

All’epoca Izzo era in carcere per l’omicidio del Circeo e i suoi racconti sul coinvolgimento dei carabinieri non venne considerato sufficientemente attendibile. Poi, durante le indagini sulla strage della stazione di Bologna gli inquirenti si imbatterono in un appunto dell’ ex dirigente dei Servizi Gianadelio Maletti: riferiva di una violenta discussione tra due generali Giovanni Battista Palumbo (un iscritto alla loggia P2 che poi sarebbe andato a comandare proprio la “Pastrengo”) e Vito Miceli (futuro capo del servizio segreto). Palumbo, durante l’alterco, aveva rinfacciato a Miceli “l’azione contro Franca Rame”. Insomma, l’ordine di violentare Franca Rame sarebbe arrivato da molto in alto.

A confermarlo, in un’intervista a La Nostra Storia del 13 febbraio 1998, fu l’ex generale dei carabinieri  Nicolò Bozzo, che disse che in occasione del sequestro e stupro di Franca Rame ci fu “una volontà molto superiore” a quella del generale Palumbo. Bozzo concluse:  ”A parte le sue convinzioni politiche io ricordo che Palumbo riceveva spesso telefonate dal ministero, dal ministro. So che parlava con il ministro della Difesa e degli Interni. E’ norma – proseguì l’ufficiale nel suo intervento – che un ministro della Difesa chiami un comandante di divisione. Ma secondo me un crimine del genere non nasce a livello locale. E’ vero che alla notizia dello stupro ci furono manifestazioni di contentezza nella caserma”.

da www.fanpage.it                                   30 maggio 2013
  

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