Don Paolo Farinella: Pd servo di Berlusconi, ti disprezzo. Lettera a Epifani

Sig. Segretario del fu Pd – Roma,

Chi mi conosce sa quanto mi sono impegnato per aiutare la Sinistra a governare questo sventurato Paese che come la monaca di Monza risponde sempre ai corrotti, corruttori, ladri e assassini di Costituzione e Legalità. Mi sono impegnato a fare eleggere Marco Doria a Genova, ho stimato il Prof. Prodi, ecc. ecc.

Da quando però il Pd si è votato, perinde ac cadaver, a salvare Berlusconi con scuse ignobili, ammantate di senso delle Istituzioni, ho abbandonato il Pd a se stesso e alla sua inevitabile autodistruzione. La decadenza è ormai ad un livello di non ritorno. Attorno a me, i sentimenti dei militanti sono uguali a quelli del Prof. Farina che restituisce la tessera. Ho ancora le ricevute delle primarie con Prodi, che conservo come reliquia e segno di insipienza di un partito che non sa più vedere oltre l’interesse di parte, sacrificando il bene sommo della nazione che è la Giustizia, la Legalità, il Diritto e lo Stato di Diritto.

Ancora una volta, il Pd corre a fare la crocerossina di Berlusconi che ringrazia e colpisce con la menzogna, la protervia e la delinquenza tipica dei corrotti endemici fin dalla nascita.

Il Pd e il presidente del consiglio che trascorre tre ore a discutere con il servo di B. per trovare una via istituzionale per salvare B., è un insulto alle migliaia di carcerati che vivono nei lager italiani e uno sputo in faccia agli onesti che pagano da sempre le tasse anche per chi ruba come la maggior parte dei politicanti con a capo B, capo e protettore degli evasori e dei ladri di Stato.

Continuate su questa strada che è la via larga per scomparire dalla scena politica e dal calendario degli Italiani.

Io vi disprezzo dal profondo del cuore perché mai avrei pensato che il partito di Berlinguer e di Moro, di Iotti e De Gasperi, sarebbe arrivato a questo degrado istituzionale e che per salvare un delinquente nato, il più corrotto tra i corrotti, l’avvelenatore dei pozzi della democrazia e della decenza, avrebbe impegnato tutto se stesso a salvarlo dalla galera dove merita di andare e dopo averlo rinchiuso, buttare via la chiave nel profondo oceano sconfinato.

Se voi andrete dietro a Violante, il folgorato sulla via di Arcore e della demenza senile, voi non avete più il diritto di rappresentarci per cui io e molti, molti, moltissimi altri vi espelliamo dal nostro orizzonte e dalla nostra vita.

Voi, servi aggiunti del depravato di Arcore, meritate solo di stare con lui e i suoi lanzichenecchi, predatori del Diritto e della Morale.

Togliete il mio nome dai vostri elenchi perché non voglio più ricevere alcuna comunicazione da voi sia come organizzazione partitica, succursale di Mediaset, sia come singoli. Voi non mi appartenete e rimpiango le forze, le energie, il tempo e la passione che vi ho regalato “gratis” per migliorare l’Italia e deberlusconizzarla. Invece, “a mia insaputa” ho collaborato con voi, cavallini di Troia, a raffozzarlo e a istituzionalizzarlo. Rinnegando voi, recupero la mia dignità e la mia onorabilità.

Con amarezza, ma non rassegnato

Paolo Farinella, prete                          30 agosto 2013

da MicroMega           

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Lavoro, CGIL: oltre 9 milioni di Italiani tra disagio e sofferenza.

Oltre cinque milioni di disoccupati, scoraggiati e cassa integrati, e oltre 4 milioni di precari e part time involontari. E’ un esercito quello che combatte contro le conseguenze della crisi che emerge dal periodico rapporto di ricerca dell’associazione Bruno Trentin-Isf-Ires. Fulvio Fammoni: “Interventi concreti per lo sviluppo e per un lavoro stabile e di qualità”

Ed è un esercito le cui fila si ingrossano continuamente. Tanto che per la prima volta dall’inizio della crisi sono appunto oltre 9 milioni le persone che vivono nell’area della sofferenza e del disagio occupazionale.

Una fotografia del mercato del non-lavoro in Italia che emerge dal periodico rapporto di ricerca dell’associazione Bruno Trentin-Isf-Ires (Cgil) “Gli effetti della crisi sul lavoro in Italia” (disponibile sul sito www.ires.it) che rielabora i dati relativi al primo trimestre dell’anno dai quali emerge che “l’area della sofferenza e quella del disagio occupazionale hanno complessivamente superato, per la prima volta dall’inizio della crisi, i 9 milioni di persone in età da lavoro, per la precisione 9 milioni e 117 mila”.

Nel rapporto redatto dall’associazione guidata da Fulvio Fammoni, di cui qui si fornisce una prima anticipazione, si rileva che “solo negli ultimi 12 mesi dell’anno si è registrato un incremento complessivo del 10,1% (equivalente a + 835.000 unità), mentre rispetto al primo trimestre 2007 l’aumento è del 60,9% (+ 3 milioni e 450mila persone)”. Dati che determinano come l’area della sofferenza, quel segmento costituito da disoccupati, scoraggiati e cassa integrati, “si attesti a 5 milioni e 4mila persone mentre quella del disagio, ovvero precari e part time involontari, a 4 milioni e 113mila unità”.

Ma queste sono solo alcune anticipazioni del rapporto scaricabile sul sito dell’istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil. “Questi sono solo i dati principali di una ricerca che – si legge in una nota di Fammoni – evidenzia molti altri aspetti del progressivo deterioramento del mercato del lavoro italiano, fra cui il dramma della disoccupazione giovanile, l’emergenza Mezzogiorno, l’aumento della disoccupazione di lunga durata, il permanere di una alta quota di inattività, un part time involontario in costante crescita dal 2007, l’anomalia di una precarietà non solo subita ma che non porta più occupazione nonostante sia la forma di ingresso al lavoro nettamente prevalente”. Dati che, conclude la nota dell’associazione Bruno Trentin-Isf-Ires, “sono molto gravi e confermano la drammaticità del problema occupazione e della conseguente urgenza di interventi concreti per lo sviluppo e per un lavoro stabile e di qualità”.

da il Fatto Quotidiano
28 agosto 2013

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Dagli 8 milioni di baionette di Mussolini ai 10 milioni di elettori di Berlusconi

I tempi cambiano, quando Benito Mussolini vaneggiava di otto milioni di baionette pronte a conquistare il mondo, la grande maggioranza della popolazione era con lui, entusiasta dell’ uomo (sic!).
Tutti sappiamo come poi è andata a finire…
Oggi i falchi del PdL battono la grancassa dell’ imprenditore di Arcore votato da dieci milioni di italiani alle ultime elezioni politiche, ma mentono sapendo di mentire: il partito di Berlusconi ha ottenuto soltanto 7.332.972 voti pari al 21,6% dei votanti.
E quindi la maggioranza degli italiani non è più con lui.
Rispetto alle politiche 2008 il PdL ha perso il 15,8% dei consensi e la Lega Nord il 4,2%; insieme i due principali partiti del centro-destra hanno perso oltre il 20% dei voti.
In nome di che cosa non bisognerebbe dichiarare decaduto  e ineleggibile alla carica di senatore questa tempra di “statista”, oggi  condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione per  frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita e creazione di fondi neri, gestendo i diritti tv di Mediaset ?
Per quale oscura ragione non si possono esigere le dimissioni di Calderoli, vicepresidente del Senato che insulta la ministra della Repubblica Cécile Kyenge?


Elezioni politiche 2013 Camera

IL POPOLO DELLA LIBERTA’               7.332.972          21,56 %
LEGA NORD                                          1.390.014            4,08 %

Elezioni politiche 2008 Camera

IL POPOLO DELLA LIBERTA’             13.629.464          37,38 %
LEGA NORD                                          3.024.543            8,29 %

PDL DIFFERENZA     2008/2013         – 6.296.492      – 15,82 %

LEGA NORD DIFF.     2008/2013         – 1.634.539      –   4,21 %

da www.ministerointerno.it

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Graeber, Occupy Wall Street. Debito falso dovere morale, non va sempre pagato.

L’antropologo torna sul tema del suo ultimo best seller: "In Europa i governi dipingono l’austerità e la sofferenza sociale come sacrifici necessari. Ma la situazione è esplosiva: la nostra crisi assomiglia agli episodi di ingiustizia sociale che in passato hanno portato al crollo di intere civiltà"

Il debito dei Paesi del Terzo mondo è diventato “un’ingiustizia sociale“. E l’obbligo di rimborsarlo è un falso “dovere morale“, creato da retaggi ereditati dal passato e storture tutte moderne. A sostenerlo è David Graeber, noto per la sua partecipazione al movimento di protesta Occupy Wall Street.

In un’intervista al settimanale francese L’Express, l’antropologo e attivista anarchico statunitense si scaglia contro il meccanismo del debito, che asfissia decine di Paesi in via di sviluppo. E ormai, con la crisi economica degli ultimi anni, non più solo quelli. Graeber ha pubblicato un’opera monumentale a riguardo (oltre 100mila copie già vendute), dal titolo "Debito: 5.000 anni di storia". Tutta centrata su una sola domanda: “Cos’è che rende il rimborso del debito un dovere morale così imperativo?”.

Lo studioso ritorna sulle ragioni, sulle pagine dello storico settimanale francese:  ”Il potere morale del debito proviene dal fatto che si tratta di una promessa contratta liberamente, un atto di civiltà iscritto nel codice dei nostri rapporti sociali. Ma questa promessa può essere corrotta e invalidata da un misto di violenza e truffe finanziarie“. “Tutto va bene – prosegue Graeber – finché il debito è contratto fra essere umani posti ad un livello paritario. Ma il problema è il preesistente rapporto di disuguaglianza fra creditori e debitori nella nostra società”. Per spiegarlo, l’antropologo risale fino all’origine dell’ideologia capitalista: “Nel pensiero di Adam Smith, icona del neoliberismo, il denaro era inteso come strumento per liberarsi dal baratto, e dar vita ad una società ideale in cui nessuno deve niente a nessuno”. La realtà, però, è ben diversa: a causa delle logiche del mercato finanziario e del capitalismo più spinto, “l’uomo moderno ha finito per ridursi in schiavitù“. E “quando si trasforma in uno strumento d’asservimento il prestito diventa deprecabile“.

Quanto alle cause che hanno originato il convincimento che un debito vada sempre e per forza restituito, bisogna spingersi ancora più indietro nella storia.  Al pensiero cristiano o dell’antica Grecia: “Fin dall’inizio della specie umana, si parla di uomini che sono per natura debitori. Nei confronti della divinità, ad esempio, a cui devono fare sacrifici o penitenze come prezzo della loro vita sulla terra”. A radicarlo, poi, hanno contribuito anche dei falsi miti: “A lungo si è raccontato che l’economia primitiva era fondata sul baratto. Balle. Non era il commercio, ma il dono che animava le relazioni sociali e generava delle obbligazioni reciproche”.

Un valore che pare essersi perso col passare dei secoli e l’affermarsi della legge del più forte. Persino la nostra lingua – sottolinea Graber – è profondamente segnata da questo erroneo senso dell’obbligazione. “Ringraziare in inglese si dice ‘Thank you’, dal verbo ‘think’ (‘pensare’). Ovvero: ‘Mi ricorderò in futuro di questo tuo gesto’””. E quindi sarò ‘costretto‘ a ricambiarlo. E ancora: “In francese ‘merci’ viene da ‘essere alla mercé di qualcuno’, in posizione di subordinazione, dunque”.

Graeber tiene poi a precisare di non essere un ‘estremista‘: “Io non sono per la cancellazione di tutti i debiti. Dico solo che bisogna combattere l’ingiustizia“. Un’ingiustizia che si mostra trasversale a tutto il mondo occidentale:  ”L’America, intransigente nei confronti del Terzo Mondo, ha a sua volta accumulato un debito uguale a quello del resto del pianeta, solo in ragione delle sue ‘avventure’ militari. Ed è proprio la potenza della sua armata che le permette di mantenere la sua posizione egemonica sul mondo”. Mentre in Europa in governi ormai “dipingono l’austerità e la sofferenza sociale come un sacrificio necessario, dettato dalla morale”.

Per l’antropologo tutto ciò è profondamente sbagliato. E pericoloso. “La situazione è esplosiva: l’indebitamento è la principale causa di disordini e rivolte, ancora più della volontà di cambiare la società. Lo dimostra la storia. E la nostra crisi – conclude lo studioso – assomiglia tanto ai grandi episodi di ingiustizia sociale che in passato hanno portato al crollo di intere civiltà“.

da Il Fatto Quotidiano          21 agosto 2013

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Il femminismo italiano

Il moderno femminismo italiano nasce con la contestazione studentesca: a Trento si costituisce il circolo Lotta femminista e un collettivo di cinque donne pubblica nel 1972 un libro, La coscienza di sfruttata, che analizza la «questione femminile» da un punto di vista marxista: nella società capitalistica la donna è sfruttata due volte, sia come lavoratrice sia nel suo rapporto con l’uomo.

Nel 1969 si costituiscono il Fronte italiano di liberazione femminile (FILF) e il Movimento per la liberazione della donna (MLD), espressione del Partito radicale, che avanza richieste concrete: istituzione del divorzio, informazione sui metodi anticoncezionali, legalizzazione dell’aborto, creazione di asili nido.

Di questi collettivi fanno parte anche uomini. Il gruppo Rivolta Femminile, nato nel 1970 a Milano e a Roma, vuole invece essere esclusivamente femminile e accoglie tra le sue fila, tra le altre, Elvira Banotti, che nel 1971 scrive sul problema dell’aborto Sfida femminile, la nota pittrice Carla Accardi, che scrive Superiore e inferiore, e Carla Lonzi (1931-1982), che redige con Accardi e Banotti il Manifesto di Rivolta femminile e alla quale si devono i primi, più importanti testi femministi scritti in Italia, Sputiamo su Hegel, del 1970, e La donna clitoridea e la donna vaginale, del 1971.

Hegel, nella Fenomenologia dello spirito, teorizzava l’inferiorità della donna, giustificata dalle superiori esigenze della realizzazione dello Spirito. Nella famiglia, fratello e sorella sono differenti ma eguali, e però dalla famiglia il fratello esce per realizzarsi come «individualità che si volge verso altro e passa nella coscienza dell’universalità». Il destino della sorella è invece di divenire moglie e madre, restando dunque nell’ambito della famiglia, vincolata al particolare ed esclusa dall’universalità della comunità sociale. Non a caso le donne, sosteneva ancora Hegel nelle Lezioni di filosofia del diritto, «non sono fatte per le attività che richiedono una capacità universale, come le scienze più avanzate, la filosofia e certe forme di produzione artistica», né sanno agire «secondo esigenze di universalità, ma secondo inclinazioni e opinioni arbitrarie».

Si capisce allora come Carla Lonzi invitasse nel Manifesto a «sputare» sul filosofo tedesco, uno di coloro che avevano «mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione della umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale; sfera privata e pietas», giustificando «nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna».

Oggi la donna è definita giuridicamente eguale all’uomo, ma si tratta, secondo la Lonzi, di un tentativo ideologico per asservirla a più alti livelli, perché «la donna è l’altro rispetto all’uomo e l’uomo è l’altro rispetto alla donna» e liberarsi non vuole dire accettare la stessa vita dell’uomo, che «è invivibile», ma esprimere il suo senso dell’esistenza: «il mondo dell’eguaglianza è il mondo della sopraffazione legalizzata, dell’unidimensionale; il mondo della differenza è il mondo dove […] la sopraffazione cede al rispetto della varietà e della molteplicità della vita. L’uguaglianza tra i sessi è la veste in cui si maschera oggi l’inferiorità della donna».

Anche nel rapporto più diretto e intimo con la donna, quello sessuale, l’uomo ha imposto alla donna il proprio piacere: «il piacere vaginale non è per la donna il piacere più profondo e completo, ma è il piacere ufficiale della cultura sessuale patriarcale».[87] Come Anne Koedt, Carla Lonzi definisce «mito» l’orgasmo vaginale cui contrappone l’autentico piacere clitorideo e rileva come esistano due vere e proprie condizioni femminili, la «donna clitoridea» e la «donna vaginale». Quest’ultima ha accettato la sessualità che l’uomo le ha imposto, ma occorre liberarsi anche da questa primitiva oppressione patriarcale: «la donna clitoridea non ha da offrire all’uomo niente di essenziale, e non si aspetta niente di essenziale da lui. Non soffre della dualità, e non vuole diventare uno».

Le femministe manifestano a Roma l’8 marzo del 1972 in occasione della Giornata Internazionale della Donna e vengono caricate dalla polizia: Alma Sabatini – colei che nel 1987 pubblicherà le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana – «finisce all’ospedale. Sembrò di essere tornati indietro di cento anni, quando le suffragette inglesi venivano percosse dai poliziotti perché chiedevano il voto».

Nel 1974 gli italiani respinsero il referendum abrogativo della legge sul divorzio promosso da Gabrio Lombardi, professore della Pontificia Università Gregoriana, e appoggiato dalla Democrazia Cristiana e dal Movimento Sociale. Le femministe iniziarono a mobilitarsi per il riconoscimento del diritto all’aborto, che venne approvato dal Parlamento il 6 giugno 1978 e confermato nel 1981 respingendo il referendum abrogativo.

Negli anni settanta e ottanta si costituiscono altri gruppi femministi in diverse città, nascono iniziative editoriali – «L’Edizione delle donne» e «La Tartaruga» a Milano – e si pubblicano riviste esclusivamente dedicate alle tematiche femministe, come la «DWF» a Roma. Nel gennaio del 1983 esce nella rivista Sottosopra, espressione del gruppo milanese della Libreria delle Donne, l’articolo Più donne che uomini che, rielaborato e ampliato, produce nel 1987 il libro Non credere di avere dei diritti.

Il movimento femminile in questi anni ha indubbiamente ottenuto dei successi, sia nel campo sociale, sia in quello personale, attraverso «la pratica politica dei rapporti tra donne», ma manca ancora «il modo di tradurre in realtà sociale l’esperienza, il sapere e il valore di essere donne». Nei rapporti sociali le donne si trovano in difficoltà, «perché l’essere donna, con la sua esperienza e i suoi desideri, non ha luogo in questa società, modellata dal desiderio maschile e dall’essere corpo di uomo». Una donna si può affermare nella società a condizione di modellarsi sull’uomo, a costo di una mutilazione di sé, dell’isolamento dalle proprie simili, in definitiva, a costo del «disprezzo per il proprio sesso. Questo rinnegamento della parte perdente, dentro e fuori di sé, fa sì che tra le poche donne affermate socialmente molte siano in sostanza delle conservatrici o delle reazionarie».

Per superare questa condizione di scacco e di inadeguatezza che la donna deve subire, occorre «sessualizzare i rapporti sociali», che vuol dire «toglierli dalla loro apparente neutralità e mostrare che nei modi socialmente correnti di rapportarsi ai propri simili una donna non si trovava integralmente né con il proprio piacere né con le proprie capacità».

Un programma che punti alla parità dei diritti tra i due sessi rappresenta una politica subordinata e della subordinazione, e «non tocca la sostanza del problema, e cioè che in questa società così com’è le donne non trovano né forti incentivi ad inserirsi né vera possibilità di affermarsi al meglio di sé. Una donna ci sta, ammesso che voglia starci, a disagio».[91] Le politiche delle rivendicazioni sono forme politiche maschili, che portano all’omologazione della donna nell’universalità del modello maschile e negano la significazione della differenza sessuale.

Dal disagio dell’esistenza sociale la donna può uscire contrastando
la cancellazione delle proprie «emozioni, desideri, motivazioni, comportamenti, criteri di giudizio, che non siano quelli rispondenti alla mascolinità, quelli cioè che ancora prevalgono nella società governandola fin nelle sue più libere espressioni», dunque «sessualizzando i rapporti sociali», mettendo cioè in rilievo la differenza sessuale e dandole voce e visibilità. Le donne non sono tutte eguali, esistono disparità che occorre valorizzare affidando ciascuna «a una propria simile – alla sua voglia di vincere, alla sua estraneità – per il proprio interesse, e stabilire così un legame materiale che mette in comunicazione cose che erano tacitate o distorte nel confronto individuale con la società maschile».[91] Questo rapporto sociale di affidamento tra donne è contenuto e strumento della più generale politica di liberazione femminile.

da wikipedia.it

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Cambiare si può

Siamo a Ferragosto. Il sole brilla, ma il cielo ci appare plumbeo, grigio, spento come nei pomeriggi di smog d’inverno in città. Cosa sono quelle facce? Quelle smorfie da depressi? Non fate così. Non buttatevi giù. Cambiare si può. Siamo dentro un incubo, ma dagli incubi ci si sveglia al mattino. Dopo la notte arriva sempre l’alba, Queste maschere di cartone che popolano la nostra vita sono destinate a sbiadirsi, a scomparire persino nel ricordo. “Berlusconi chi? Letta chi? Finocchiaro chi? Brunetta chi?” ci chiederemo tra pochi anni. Cambiare si può. Costruire una nuova Italia solidale, una comunità di persone senza privilegi si può. Un luogo dove i diritti civili valgono per tutti, indistintamente. Nessuno rimarrà indietro. Un reddito di cittadinanza e il diritto a un tetto saranno garantiti per legge. Utopie? Cosa sarebbe la nostra vita senza utopie che possono realizzarsi? Un luogo miserabile dove passare la nostra esistenza. Il dopoguerra ci ha lasciato solo macerie e distruzione, ma ci siamo risollevati. E ora dovremmo temere per quattro cialtroni che hanno occupato lo Stato? Li cacceremo a calci nel culo. Ogni voto un calcio alle prossime elezioni.
L’Italia ha bisogno di rinnovamento, di aria fresca, di nuove idee, di giovinezza. Cambiare si può. Partecipare si può. Siamo stati esclusi dalla gestione dello Stato, come ospiti mal sopportati a casa nostra, da un’oligarchia supponente e arrogante. E’ tempo di riprenderci le nostre vite, la nostra Patria, di cercare di essere felici. Strano sentire queste parole “Patria, Felicità”. Sono riusciti, questi osceni rappresentanti vestiti a festa, a farle diventare impronunciabili, come le parole “Popolo”, “Onestà”, “Dovere”, “Futuro”.
Nel film “Ricomincio da capo” il protagonista era condannato a rivivere sempre la stessa giornata, così succede agli italiani. Sempre gli stessi nomi, le stesse “emergenze nazionali”, gli stessi problemi irrisolti da vent’anni. Ci hanno fatto credere che non esistono alternative., ma cambiare si può. Questa lunga agonia non è più tollerabile. Napolitano, il garante dello status quo, si dimetta, si elegga un nuovo presidente della Repubblica e si vada alle elezioni. Cambiare si può. Sorrideremo, rideremo come bambini quando ci sarà la nuova liberazione, come i nostri nonni in un lontano 25 aprile, alla fine della guerra. Presto sui nostri schermi.

da www.beppegrillo.it

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Fare il disoccupato è diventato un mestiere a tempo pieno

"La scuola dei disoccupati", quando rimanere senza lavoro è come avere una malattia da curare. Il romanzo di Joachim Zelter scritto nel 2006 e spaventosamente attuale.

Tassi di disoccupazione inchiodati sulla doppia cifra, milioni di persone espulse dal mercato del lavoro per sempre, intere aree industriali in rovina e un orizzonte di crisi che si espande all’infinito.
È uno scenario fin troppo familiare a chiunque viva in un Paese del sud Europa, una situazione drammatica scandita dai dati apocalittici rilanciati dai vari istituti di statistica nazionali; in Grecia, ad esempio, la disoccupazione generale è arrivata al 27.6% e quella giovanile ad un incredibile 64.5%.
Ma è anche lo scenario descritto da Joachim Zelter ne "La scuola dei disoccupati", romanzo distopico-satirico del 2006 (pubblicato nel 2008 in Italia) che conserva ancora oggi una spaventosa attualità. Il libro è ambientato in una Germania del futuro (2016) travolta dalla catastrofe economica e flagellata da una disoccupazione di massa, la cui reale entità è sconosciuta («da tempo ormai non circolano più cifre ufficiali»).
Per cercare di reintegrare i disoccupati, il governo tedesco ha istituito SPHERICON, un centro di riabilitazione (o «convitto per disoccupati adulti») che ha un motto sinistro («Work is freedom») ed è a tutti gli effetti una specie di lager: SPHERICON produce opportunità – le ultime – per quegli uomini che credono, o vogliono credere, di essersi giocati o di aver bruciato tutte le loro chance.
SPHERICON è un centro decisionale. Mette in atto i provvedimenti presi dai Job Center dell’Agenzia federale per il lavoro, misure per formare i disoccupati. La scuola colleziona ogni possibile strumento per la loro completa istruzione. Molto più di una scuola professionale. Piuttosto, una scuola di vita. Così sta scritto in testa alla lettera, in inglese e in tedesco.
L’obiettivo degli istruttori del centro – tutti giovani, sorridenti e fissati con l’inglese – è quello di presentare il programma come una «terapia innovativa» mirata a rendere consapevoli i trainees (così vengono definiti i disoccupati) «del proprio stato, dell’inammissibilità di speranze e desideri mal nutriti, dell’impercorribilità della strada finora battuta, […] di un’esistenza condotta in modo sbagliato».
Insomma, i disoccupati devono ravvedersi come i detenuti e i tossicodipendenti: «abbiamo sbagliato tutto». Nulla deve restare com’è. I legami esistenti devono essere rimescolati. Le combinazioni nascenti nuovamente consolidate. In continuazione. Mobilità, elasticità, imprevedibilità.
SPHERICON significa cambiamento continuo. Lo sbandierato «cambiamento continuo», tuttavia, consiste semplicemente nello stare barricati in una fabbrica dismessa, ritagliare i giornali per cercare offerte di lavoro, consultare i necrologi e chiamare la famiglia del defunto per farsi dire dove lavorava e aggiornare i curricula in maniera compulsiva, ovviamente inventandosi più dettagli possibili per rendere più appetibile la propria candidatura.
Naturalmente, i disoccupati non acquisiscono alcuna competenza, né aggiornano la propria formazione; al massimo possono «provare l’emozione di un’assicurazione di lavoro», cioè «la semplice emozione di una promessa», durante le ridicole sessioni telefoniche. L’unica vera «competenza» che si può acquisire è quella della falsificazione dei curricula – un’ossessione che annienta la persona e schiaccia il suo vissuto personale (e le sue aspirazioni future) in un eterno presente:
Né prima né dopo, né futuro né passato, solo il qui e ora, la coerenza interna di un curriculum vitae. […] I curricula non sono mai rappresentazioni della vita, al contrario: la vita è solo stoffa, materia grezza per curricula che già vivono in sé. Niente di più e niente di meno.
 Il riferimento satirico di Zelter all’inutilità di una certa concezione della «formazione professionale» (nel libro, infatti, l’unica offerta di lavoro concreta è quella di fare l’istruttore di SPHERICON) si accompagna alla critica radicale della concezione neoliberista della disoccupazione, esplosa in tutta la sua violenza durante la crisi che stiamo attraversando.
Più che essere una condizione dettata da diversi fattori – soprattutto sistemici – la disoccupazione si è trasformata in una scelta individuale (quasi volontaria) o addirittura in un «fenomeno genetico-fisiologico», come spiega lo psicologo del campo a uno dei protagonisti del romanzo. Uno dei portati più grotteschi di questo mutamento è che ormai fare il disoccupato è diventato un mestiere a tempo pieno:
Durante l’intero corso dell’umanità, il lavoro è sempre stato dato a priori. Ha accompagnato, assediato, braccato gli uomini per millenni. Negli ultimi anni, tutto ciò è cambiato. Non è più il lavoro a inseguire gli uomini. Noi inseguiamo lui. Lo ricerchiamo. Con ogni mezzo. Così come si cerca una preziosa materia prima.
Come i cacciatori cercano la preda. Il vero lavoro di oggi non è più il lavoro in sé, ma cercare lavoro. Un disoccupato non è un uomo senza lavoro. Al contrario. È un uomo con un lavoro impareggiabilmente difficile, quello di cercare lavoro. Ma non sempre la ricerca può andare a buon fine, nonostante le continue rassicurazioni delle autorità tedesche del 2016 sulla vicinissima ripresa economica (ricorda qualcosa?).
Nel passaggio (a mio avviso) più duro del libro, un istruttore spiega a Karla, una trainee che si rifiuta di compilare un curriculum falso ed è per questo isolata dal resto del gruppo, che la disoccupazione «è intollerabile, contro natura, antisociale e disumana»: Il senza lavoro resta un senza lavoro. Non è ammessa altra parola che disoccupato!
Non leggere, non sognare o parlare: disoccupato! Non passeggiare, guardare gli alberi o raccogliere fiori: disoccupato! Ma quale altra vita o nuova vita, disoccupato: cioè un uomo privato dell’essenziale. Come se non avesse né piedi, né occhi, né testa. Senza amici, senza cuore e intelletto. E anche se non ci crede o non lo sa, glielo ricorderemmo noi: disoccupato.
L’istruttore dunque si scaglia contro il welfare attuale (che in alcune parte d’Europa è stato letteralmente smantellato dalle misure d’austerità), confidando alla protagonista il suo sogno recondito: la fine «di ogni sostegno», e quindi la sparizione totale di milioni di disoccupati. Il tutto «senza falsa pietà», «compassione» o «autocommiserazione»; solo così «potremmo persino vivere bene, nel nostro paese… In uno stato di benessere, se non di lusso… Più o meno incuranti…».
Zelter lascia poco spazio alla speranza. SPHERICON è a tutti gli effetti un centro per smaltire i disoccupati, più che per riassorbirli nel mercato del lavoro. Gli allievi escono dal lager come inutili «professionisti delle candidatura» – cioè rimangono dei disoccupati cronici – ma al contempo vengono «stabilizzati, resi euforici e flessibili. Qualsiasi cosa accada».
Sebbene siano passati diversi anni dalla prima pubblicazione, le dinamiche esasperate e feroci narrat
e in "La scuola dei disoccupati" non sono assolutamente lontane dalla realtà. Anzi. Proprio l’altro giorno è apparso sul Corriere delle Sera un articolo intitolato Vacanze e lavoro, la formula dei campi internazionali. Il pezzo parla appunto dei «Campi di lavoro internazionale» (con immancabile dicitura inglese: international work camps) grazie ai quali «è possibile formarsi, viaggiare e investire valore aggiunto nel territorio di destinazione».
Le organizzazioni che «si occupano di scremare le candidature e preparare le offerte di “lavoro” [notare le virgolette su lavoro, nda]» sono moltissime. Tutte offrono l’opportunità di aggiungere «una sezione al curriculum dei candidati» e di sottoporsi alla necessaria «terapia linguistica», senza il fastidio di dover rinchiudersi «in un’aula universitaria».
L’unico inghippo è che gli international work camps (naturalmente non si tratta di lager modello SPHERICON) sono a pagamento: Si paga solo il viaggio e l’assicurazione. Quasi sempre chi si candida per un campo di lavoro, oltre alla quota di iscrizione (che in media si aggira tra i 150 e i 250 euro a persona) dovrà pagarsi di tasca propria il viaggio di andata e ritorno. Insomma, alla fine dell’esperienza dei «campi di lavoro» i candidati (che possono anche non essere under 35, come dice l’articolo) avranno pagato per “lavorare”, aggiornato il proprio curriculum e soprattutto, similmente ai candidati della Scuola dei disoccupati, saranno «euforici», «flessibili» e pronti a dare la caccia a offerte di lavoro. Qualunque cosa accada.

da www.valigiablu.it            13 agosto 2013

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Bloccato account Imposimato: non smetterò di comunicare.

(AGENPARL) – Roma, 07 ago – Riceviamo e pubblichiamo la lettera del giudice Fernando Imposimato nella quale denuncia alla nostra agenzia il blocco del suo account Facebook definendolo un "sabotaggio" da parte di chi vorrebbe che tacesse.

Il Magistrato si è occupato nel corso della sua carriera della lotta alla mafia, alla camorra e al terrorismo: è stato il giudice istruttore dei più importanti casi di terrorismo, tra cui il rapimento di Aldo Moro del 1978, l’attentato al papa Giovanni Paolo II del 1981, l’omicidio del vicepresidente delConsiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet e dei giudici Riccardo Palmae Girolamo Tartaglione. Attualmente si occupa della difesa dei diritti umani.

[LETTERA]

Gentile Direttore,

La informo che  "ignoti" hanno da tre giorni, bloccato il mio account Facebook e quello dell’ingegnere Niccolò Disperati , mio amministratore su facebook . Credo si tratti di un attacco doloso  da parte  di chi vuole  farmi tacere.  Ma io continuerò a  parlare  e a  dialogare  con i giovani e i lavoratori, ai quali va il mio pensiero solidale e amichevole.
Per questo mi scuso  con i miei amici di facebook – oltre 22.000,- poichè  sono nella impossibilità  di comunicare con  loro,    e di formulare le mie valutazioni sull’azione del Governo , sulle priorità  da rispettare e sul pericolo gravissimo di stravolgimento della Costituzione, che sta avvenendo nella  indifferenza  generale, come oggi ha ricordato il costituzionalista Alessandro Pace . Ricordo che Aristotele  scrisse, nel 450 AC,   che "occorre difendere la Costituzione, standole vicino".  E   aggiunse "quelli che si danno pensiero della Costituzione  devono procurare motivi di timore in modo che i cittadini siano in guardia e non allentino la  vigilanza  intorno alla Costituzione". Questo pensiero è di una attualità impressinante. Avevo cominciato a creare allarme, ma è quello che mi è stato impedito di fare.

Avrei anche voluto esprimere il mio consenso alla iniziativa di istituire  una commissione di inchiesta sul caso Moro , che ha come primi firmatari gli onorevoli Giuseppe Fioroni e Gero Grassi, e porta anche la firma dei capigruppo del Pd Speranza, Pdl Brunetta, Sel Migliore, Scelta Civica Dellai, Fratelli d’Italia Meloni, Centro Democratico Pisicchio, del vicecapogruppo della Lega nord Pini, e poi di Bersani, Bindi, Fitto, Cesa, Tabacci, Cecconi e da altri novanta deputati in rappresentanza di tutti i gruppi.. Si tratta di indagare sulle gravi omissioni denunziate  da parte di militari  che avrebbero dovuto partecipare all’intervento in via Montalcini previsto per il giorno 8 maggio 1978, alla  presenza nell’appartamento sovrastante la prigione di uomini di Gladio e dei servizi segreti inglesi (SAS) e tedeschi. sull’ordine che sarebbe stato dato per annulare il blitz, fortemente voluto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sul comitato di crisi di cui faceva parte anche un uomo del dipartimento di Stato USA, Steve Pieczenik , sul ruolo della P2  e dei generali Santovito, Maletti e Musumeci che ne facevano parte, tutte circostanze tenute nascoste ai magistrati che indagavano sulla strage di via Fani , che vide il sacrificio dei Carabinieri  Oreste Leonardi e Domenico Ricci e degli agenti Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, sulla scoperta, da parte di agenti dell’UCIGOS, della prigione di Moro in via Montalcini, tenuta segreta ai magistrati che indagavano, come vennero tenuto nascosti anche i documenti dei commponenti del comitato di crisi.
Grazie per la ospitalità Ferdinando Imposimato
 
da www. AgenParl.it

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