Fare il disoccupato è diventato un mestiere a tempo pieno

"La scuola dei disoccupati", quando rimanere senza lavoro è come avere una malattia da curare. Il romanzo di Joachim Zelter scritto nel 2006 e spaventosamente attuale.

Tassi di disoccupazione inchiodati sulla doppia cifra, milioni di persone espulse dal mercato del lavoro per sempre, intere aree industriali in rovina e un orizzonte di crisi che si espande all’infinito.
È uno scenario fin troppo familiare a chiunque viva in un Paese del sud Europa, una situazione drammatica scandita dai dati apocalittici rilanciati dai vari istituti di statistica nazionali; in Grecia, ad esempio, la disoccupazione generale è arrivata al 27.6% e quella giovanile ad un incredibile 64.5%.
Ma è anche lo scenario descritto da Joachim Zelter ne "La scuola dei disoccupati", romanzo distopico-satirico del 2006 (pubblicato nel 2008 in Italia) che conserva ancora oggi una spaventosa attualità. Il libro è ambientato in una Germania del futuro (2016) travolta dalla catastrofe economica e flagellata da una disoccupazione di massa, la cui reale entità è sconosciuta («da tempo ormai non circolano più cifre ufficiali»).
Per cercare di reintegrare i disoccupati, il governo tedesco ha istituito SPHERICON, un centro di riabilitazione (o «convitto per disoccupati adulti») che ha un motto sinistro («Work is freedom») ed è a tutti gli effetti una specie di lager: SPHERICON produce opportunità – le ultime – per quegli uomini che credono, o vogliono credere, di essersi giocati o di aver bruciato tutte le loro chance.
SPHERICON è un centro decisionale. Mette in atto i provvedimenti presi dai Job Center dell’Agenzia federale per il lavoro, misure per formare i disoccupati. La scuola colleziona ogni possibile strumento per la loro completa istruzione. Molto più di una scuola professionale. Piuttosto, una scuola di vita. Così sta scritto in testa alla lettera, in inglese e in tedesco.
L’obiettivo degli istruttori del centro – tutti giovani, sorridenti e fissati con l’inglese – è quello di presentare il programma come una «terapia innovativa» mirata a rendere consapevoli i trainees (così vengono definiti i disoccupati) «del proprio stato, dell’inammissibilità di speranze e desideri mal nutriti, dell’impercorribilità della strada finora battuta, […] di un’esistenza condotta in modo sbagliato».
Insomma, i disoccupati devono ravvedersi come i detenuti e i tossicodipendenti: «abbiamo sbagliato tutto». Nulla deve restare com’è. I legami esistenti devono essere rimescolati. Le combinazioni nascenti nuovamente consolidate. In continuazione. Mobilità, elasticità, imprevedibilità.
SPHERICON significa cambiamento continuo. Lo sbandierato «cambiamento continuo», tuttavia, consiste semplicemente nello stare barricati in una fabbrica dismessa, ritagliare i giornali per cercare offerte di lavoro, consultare i necrologi e chiamare la famiglia del defunto per farsi dire dove lavorava e aggiornare i curricula in maniera compulsiva, ovviamente inventandosi più dettagli possibili per rendere più appetibile la propria candidatura.
Naturalmente, i disoccupati non acquisiscono alcuna competenza, né aggiornano la propria formazione; al massimo possono «provare l’emozione di un’assicurazione di lavoro», cioè «la semplice emozione di una promessa», durante le ridicole sessioni telefoniche. L’unica vera «competenza» che si può acquisire è quella della falsificazione dei curricula – un’ossessione che annienta la persona e schiaccia il suo vissuto personale (e le sue aspirazioni future) in un eterno presente:
Né prima né dopo, né futuro né passato, solo il qui e ora, la coerenza interna di un curriculum vitae. […] I curricula non sono mai rappresentazioni della vita, al contrario: la vita è solo stoffa, materia grezza per curricula che già vivono in sé. Niente di più e niente di meno.
 Il riferimento satirico di Zelter all’inutilità di una certa concezione della «formazione professionale» (nel libro, infatti, l’unica offerta di lavoro concreta è quella di fare l’istruttore di SPHERICON) si accompagna alla critica radicale della concezione neoliberista della disoccupazione, esplosa in tutta la sua violenza durante la crisi che stiamo attraversando.
Più che essere una condizione dettata da diversi fattori – soprattutto sistemici – la disoccupazione si è trasformata in una scelta individuale (quasi volontaria) o addirittura in un «fenomeno genetico-fisiologico», come spiega lo psicologo del campo a uno dei protagonisti del romanzo. Uno dei portati più grotteschi di questo mutamento è che ormai fare il disoccupato è diventato un mestiere a tempo pieno:
Durante l’intero corso dell’umanità, il lavoro è sempre stato dato a priori. Ha accompagnato, assediato, braccato gli uomini per millenni. Negli ultimi anni, tutto ciò è cambiato. Non è più il lavoro a inseguire gli uomini. Noi inseguiamo lui. Lo ricerchiamo. Con ogni mezzo. Così come si cerca una preziosa materia prima.
Come i cacciatori cercano la preda. Il vero lavoro di oggi non è più il lavoro in sé, ma cercare lavoro. Un disoccupato non è un uomo senza lavoro. Al contrario. È un uomo con un lavoro impareggiabilmente difficile, quello di cercare lavoro. Ma non sempre la ricerca può andare a buon fine, nonostante le continue rassicurazioni delle autorità tedesche del 2016 sulla vicinissima ripresa economica (ricorda qualcosa?).
Nel passaggio (a mio avviso) più duro del libro, un istruttore spiega a Karla, una trainee che si rifiuta di compilare un curriculum falso ed è per questo isolata dal resto del gruppo, che la disoccupazione «è intollerabile, contro natura, antisociale e disumana»: Il senza lavoro resta un senza lavoro. Non è ammessa altra parola che disoccupato!
Non leggere, non sognare o parlare: disoccupato! Non passeggiare, guardare gli alberi o raccogliere fiori: disoccupato! Ma quale altra vita o nuova vita, disoccupato: cioè un uomo privato dell’essenziale. Come se non avesse né piedi, né occhi, né testa. Senza amici, senza cuore e intelletto. E anche se non ci crede o non lo sa, glielo ricorderemmo noi: disoccupato.
L’istruttore dunque si scaglia contro il welfare attuale (che in alcune parte d’Europa è stato letteralmente smantellato dalle misure d’austerità), confidando alla protagonista il suo sogno recondito: la fine «di ogni sostegno», e quindi la sparizione totale di milioni di disoccupati. Il tutto «senza falsa pietà», «compassione» o «autocommiserazione»; solo così «potremmo persino vivere bene, nel nostro paese… In uno stato di benessere, se non di lusso… Più o meno incuranti…».
Zelter lascia poco spazio alla speranza. SPHERICON è a tutti gli effetti un centro per smaltire i disoccupati, più che per riassorbirli nel mercato del lavoro. Gli allievi escono dal lager come inutili «professionisti delle candidatura» – cioè rimangono dei disoccupati cronici – ma al contempo vengono «stabilizzati, resi euforici e flessibili. Qualsiasi cosa accada».
Sebbene siano passati diversi anni dalla prima pubblicazione, le dinamiche esasperate e feroci narrat
e in "La scuola dei disoccupati" non sono assolutamente lontane dalla realtà. Anzi. Proprio l’altro giorno è apparso sul Corriere delle Sera un articolo intitolato Vacanze e lavoro, la formula dei campi internazionali. Il pezzo parla appunto dei «Campi di lavoro internazionale» (con immancabile dicitura inglese: international work camps) grazie ai quali «è possibile formarsi, viaggiare e investire valore aggiunto nel territorio di destinazione».
Le organizzazioni che «si occupano di scremare le candidature e preparare le offerte di “lavoro” [notare le virgolette su lavoro, nda]» sono moltissime. Tutte offrono l’opportunità di aggiungere «una sezione al curriculum dei candidati» e di sottoporsi alla necessaria «terapia linguistica», senza il fastidio di dover rinchiudersi «in un’aula universitaria».
L’unico inghippo è che gli international work camps (naturalmente non si tratta di lager modello SPHERICON) sono a pagamento: Si paga solo il viaggio e l’assicurazione. Quasi sempre chi si candida per un campo di lavoro, oltre alla quota di iscrizione (che in media si aggira tra i 150 e i 250 euro a persona) dovrà pagarsi di tasca propria il viaggio di andata e ritorno. Insomma, alla fine dell’esperienza dei «campi di lavoro» i candidati (che possono anche non essere under 35, come dice l’articolo) avranno pagato per “lavorare”, aggiornato il proprio curriculum e soprattutto, similmente ai candidati della Scuola dei disoccupati, saranno «euforici», «flessibili» e pronti a dare la caccia a offerte di lavoro. Qualunque cosa accada.

da www.valigiablu.it            13 agosto 2013

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