In arrivo dal governo oltre 23 mld di regalo alle banche

Il colpo è meno grosso di quello che avrebbe voluto Renato Brunetta, ma è senz’altro notevole.
 
Niente da fare, ancora una volta il nostro governo volta le spalle al popolo e porge la mano alle banche.
E mentre si cerca l’ennesima tassa da far pagare agli italiani, il ministro Saccomanni ha annunciato ieri alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato la rivalutazione delle quote Bankitalia.
In teoria la suddetta rivalutazione porterebbe nelle casse dello stato 800milioni: attenzione però, con la rivalutazione proposta dal comitato il valore della quota potrà lievitare fino a 250-350 milioni di euro, e a beneficiarne sarebbero soprattutto le banche,  Intesa Sanpaolo e Unicredit in primis. La banca di Giovanni Bazoli ha scritto il suo 42,51% nell’ultimo bilancio a 624 milioni di euro e, se la rivalutazione andrà in porto in tempi brevi come sembra, a fine anno potrà quadruplicare il valore della posta a 2,125-2,975 miliardi e registrare la relativa plusvalenza. Va ancora meglio, in proporzione, all’istituto di Federico Ghizzoni che vedrà volare il suo 22,11% da 284,5 milioni fino a un valore compreso tra 1,105 e 1,5 miliardi di euro.
Gli 800milioni per lo stato poi si ricaverebbero da una eventuale tassa su tutte le plusvalenze dei soci di Bankitalia, anche se non tutti avranno plusvalenze da questa manovra: attenzione ai "soliti noti" come Carige, il Monte dei Paschi di Siena e Fondiaria Sai: l’istituto genovese ad esempio valutava il suo 4,03% 892,2 milioni di euro e dovrà tagliarlo fino a una somma compresa tra 201 e 280 milioni.
In poche parole il governo avrà un’entrata di circa 800milioni dalla ricapitalizzazione che comunque non utilizzerà per ammorbidire la devastante pressioni fiscale italiana, ma per il pagamento dei debiti conto capitale, come già annunciato da Saccomanni, e nel frattempo le banche guadagnagneranno miliardi e miliardi… e il governo intanto che fà? Aumenta le tasse agli italiani attraverso la legge di stabilità, è ovvio.

da Press News                                                      30 ottobre 2013

247 Visite totali, nessuna visita odierna

Catastrofe consumo di suolo in Italia, inghiottiti dal cemento 70 ettari al giorno.

Presentato a Roma il IX Rapporto Ispra sulla “Qualità dell’Ambiente Urbano”. Il Paese perde quotidianamente 70 ettari di suoli. Milano e Napoli hanno cementificato il 60% del proprio territorio. A Roma cancellati 35 mila ettari.

L’Italia sta sparendo, e non in senso metaforico. Non c’entra niente lo spread, qui parliamo di cose reali. Speculazione e cemento si stanno mangiando il Paese come un cancro. Hanno creato un deserto e lo chiamano economia.
I dati che emergono dal IX Rapporto Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale, sulla Qualità dell’Ambiente Urbano, presentato lo scorso 11 ottobre a Roma, costituiscono la cronaca di una lenta e dolorosa agonia, quella dell’ex Belpaese.

“Crescono le superfici artificiali e impermeabili”, si legge nel comunicato stampa ufficiale, “nel complesso le 51 aree comunali soggette a monitoraggio hanno cementificato un territorio pari a quasi 220.000 ettari (quasi 35.000 solo a Roma) , con un consumo di suolo giornaliero pari a quasi 5 ettari di nuovo territorio perso ogni giorno (sono circa 70 a livello nazionale). Il 7% del consumo giornaliero in Italia è concentrato nelle 51 città analizzate. In testa Napoli e Milano che hanno ormai consumato più del 60% del proprio territorio comunale”.
Numeri che assomigliano ad un epitaffio più che a un grido d’allarme, e che fotografano plasticamente la tragedia di una Nazione che ha deciso di non avere un futuro.

“La maggior parte dei Comuni indagati”, prosegue la nota, “ha destinato a verde pubblico meno del 5% della propria superficie; a Messina, Cagliari e Venezia le più alte quote di aree naturali protette, fondamentali per la conservazione della biodiversità urbana”. Gli esempi positivi, che pur esistono, contribuiscono tuttavia, se possibile, ad aumentare l’amarezza per ciò che non è stato fatto, e soprattutto per ciò che è stato realizzato di devastante, in tutto il territorio italiano.

Già da tempo l’Ispra denuncia la situazione drammatica sul fronte della perdita di terreni liberi nel nostro Paese, come avvenuto lo scorso febbraio in occasione del convegno dal titolo “Il consumo di suolo: lo stato, le cause e gli impatti”: “negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di 8 metri quadrati al secondo”, si leggeva nel comunicato stampa dell’incontro, ripreso anche da Salviamo il Paesaggio, “e la serie storica dimostra che si tratta di un processo che dal 1956 non conosce battute d’arresto. Si è passati dal 2,8% del 1956 al 6,9% del 2010. In altre parole, sono stati consumati, in media, più di 7 metri quadrati al secondo per oltre 50 anni. Questo vuol dire che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze. In termini assoluti, l’Italia è passata da poco più di 8.000 km2 di consumo di suolo del 1956 ad oltre 20.500 km2 nel 2010, un aumento che non si può spiegare solo con la crescita demografica: se nel 1956 erano irreversibilmente persi 170 m2 per ogni italiano, nel 2010 il valore raddoppia, passando a più di 340 m2”.

Grida d’aiuto, queste, cadute nel vuoto, purtroppo, almeno fino a questo momento. Una vera legge che contrasti il consumo di suolo infatti è ancora di là da venire, e gli strumenti che già ora potrebbero risparmiare al territorio ulteriori scempi, come la VAS, Valutazione Ambientale Strategica, non sono adottati come dovrebbero. “La valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente naturale”, spiegano ancora dall’Ispra, “è stata introdotta nella Comunità europea dalla Direttiva 2001/42/CE, detta Direttiva VAS, entrata in vigore il 21 luglio 2001, che rappresenta un importante contributo all’attuazione delle strategie comunitarie per lo sviluppo sostenibile rendendo operativa l’integrazione della dimensione ambientale nei processi decisionali strategici. La valutazione ambientale di piani e programmi che possono avere un impatto significativo sull’ambiente, secondo quanto stabilito nell’art. 4 del D. Lgs. 152/2006 e s.m.i. (successive modifiche e integrazioni), ha la finalità di garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente e contribuire all’integrazione di considerazioni ambientali all’atto dell’elaborazione, dell’adozione e approvazione di detti piani e programmi assicurando che siano coerenti e contribuiscano alle condizioni per uno sviluppo sostenibile”.

La Vas, quindi, è stata introdotta per tutelare i territori da progetti e piani urbanistici sbagliati. Se venisse anche applicata sarebbe meraviglioso. Sempre i dati del IX Rapporto “Qualità dell’Ambiente Urbano” infatti, ci dicono che delle 60 principali città italiane oggetto del monitoraggio solo 20 hanno adottato piani urbanistici (PRG: Piano Regolatore Generale, PUC: Piano Urbanistico Comunale, PAT: Piano di Assetto del Territorio, PSC: Piano Strutturale Comunale, PGT: Piano di Governo del Territorio) preventivamente sottoposti a Vas. In 9 casi la procedura di valutazione è in corso mentre per i restanti 31 grandi centri, oltre il 50%, sono stati adottati piani senza Vas. Con la Valutazione Ambientale Strategica a supporto dei provvedimenti urbanistici, per chiarire ciò di cui stiamo parlando e capire a cosa hanno rinunciato decine di Comuni italiani, “si punta alla valorizzazione dell’esistente”, aggiungono dall’Ispra, “senza l’utilizzo di nuove superfici per l’edificazione, in una filosofia non di espansione, ma di recupero”. E questo perché tale strumento “contribuisce alla definizione di piani che concorrono al perseguimento degli obiettivi di sostenibilità e che sono attenti agli effetti sull’ambiente, sull’uomo, sul patrimonio culturale e paesaggistico”.

Evidentemente la situazione non è ancora così grave da scomodare i pochi dispositivi legislativi attualmente disponibili, in attesa di un provvedimento decente a tutela del suolo, per impedire che l’Italia divenga un’uniforme colata di cemento. Ma è solo una questione di tempo: alla velocità di 70 ettari al giorno non dovremo attendere troppo per vedere la “grande” opera completata.

A questo punto, o siamo in grado di fare qualcosa, come cittadini, per salvare ciò che resta del Paese celebrato dagli artisti d’ogni epoca, o tanto vale optare serenamente per l’eutanasia. Tertium non datur. Che l’Italia, non avendo mai trovato il coraggio di difendersi da illegalità, insipienza e cialtroneria, riesca quantomeno ad avere la forza di spegnersi con dignità.

www.salviamoilpaesaggio.roma.it                             19 ottobre 2013

181 Visite totali, nessuna visita odierna

Nelle terre avvelenate di Lazio e Campania: nei prossimi anni 5 milioni di morti.

Con due interviste a Sky (e ad un paio di tivù casertane) Carmine Schiavone, cugino del più noto Francesco, alias Sandokan, tra una cifra e l’altra di morti ammazzati come noccioline nelle faide tra clan, si fa uscire una cifra rotonda: nei prossimi anni ci saranno 5 milioni di morti nelle terre avvelenate di Campania e Lazio.

Anche stavolta: strilli e titoloni su carta stampata? Altre tivù a cercare di capirci meglio? Aule parlamentari in seduta permanente per far luce? Inquirenti, forze dell’ordine e autorità di controllo a sirene spiegate? Sempre lo stesso, tombale silenzio. Un’omertà di Stato che più compatta non si può. Come se una colata di cemento – in perfetto stile mafioso – avesse cucito bocche, occhi e orecchie.

Eppure Schiavone – in modo terribilmente crudo, fino a scivolare per certe parti nel grottesco – ne ha raccontate di tutti i colori. L’avvelenamento è cominciato più di vent’anni fa, ora la situazione è irrecuperabile – questo il tono delle sue frasi – ogni bonifica non serve ormai a niente, la gente muore, i tumori crescono ogni giorno, arriveremo a 5 milioni di cadaveri. Una guerra, un’ecatombe. E altre cifre dello scempio: a metà anni ’90 servivano 26 mila miliardi di lire, figurarsi oggi quanti, e per di più adesso inutili. La camorra ha comprato tutti, ha fatto affari con tutti, ha pagato perchè i controllori non controllassero e divenissero complici. Ha fatto i nomi di politici di prima e seconda repubblica, parlato di servizi deviati (come nel caso di Carmine Mensorio, il dc gavianeo atteso dai pm per una verbalizzazione bomba e “tuffatosi” dal traghetto che dalla Grecia lo avrebbe riportato in Italia: caso archiviato in un baleno dalla procura di Ancona come “suicidio”). Ha descritto (scivolando in una parodia alla Totò e Peppino) la sua passione per la facoltà di medicina e la sua abitudine a esaminare i “suoi” picciotti a caccia di esame facile, indossando il camice bianco con la complicità di baroni e accademici dell’epoca (ha fatto addirittura nomi, cognomi e cattedre interessate).

Continue reading

221 Visite totali, nessuna visita odierna

Moretto, il boxeur che uccideva le SS a mani nude, di Maurizio Molinari

Quando il 16 ottobre 1943 i tedeschi imprigionarono gli ebrei di Roma ne sfuggì loro uno, che continuerà a braccarli fino all’arrivo degli alleati. Questa è la storia di Pacifico Di Consiglio, detto Moretto, l’ebreo romano che di fronte alle persecuzioni scelse di battersi. Nasce nel 1921 in una famiglia povera, cresce senza il padre e quando a 17 anni viene discriminato dalle Leggi razziali reagisce iscrivendosi ad una palestra di pugilato, assieme all’amico Angelo Di Porto. Battersi sul ring lo aiuta a sfogare la rabbia e anche ad allenarsi perché davanti ai fascisti non abbassa gli occhi.
A via Arenula lo conoscono tutti. Nel luglio del 1943 sfilano i gagliardetti, impongono il saluto e lui lo rifiuta. Una camicia nera lo affronta, tenta di colpirlo ma lui è più veloce. La seconda volta finisce nella stessa maniera. Lo inseguono e lui si dilegua a Trastevere, che è casa sua. Quando il Gran Consiglio rovescia Mussolini, va a cercare i fascisti nella sede di piazza Mastai.
All’arrivo dei tedeschi l’8 settembre parte verso le Marche, assieme a cinque amici, e quando vengono a sapere della razzia del 16 ottobre torna indietro. Arriva a Roma a piedi, si finge sfollato andando ad abitare in una vecchia casa in via Sant’Angelo in Pescheria. Gira per Portico d’Ottavia trasformato in deserto, guarda le case vuote dove prima vivevano parenti, amici, compagni di scuola. E decide di restare.
Sfida la sorte andando ad abitare nella sua vera casa. Vive sotto il naso di tedeschi e bande fasciste che mangiano al ristorante «Il fantino». Ne studia i movimenti e quando può, anche da solo, li aggredisce. Usa le armi da fuoco, che sa usare e smontare.
La polizia fascista gli dà la caccia e l’1 aprile lo cattura, grazie ad una spiata. Lo portano al comando di piazza Farnese assieme ad altri quattro ebrei. Sa cosa lo aspetta. Finge un malore, si fa portare in una stanza con la finestra e salta dal secondo piano. Lo seguono Salvatore Pavoncello, Angelo Di Porto e Angelo Terracina. Non lo fanno Angelo Sed ed un altro, entrambi moriranno ad Auschwitz. La caduta è pesante, si rompe un polso, arriva a Monteverde con un amico sulle spalle e si nasconde in un garage. Cammina per la città a piacimento, pur sapendo di essere braccato.
I tedeschi lo prendono a corso Vittorio e lo portano alla Magliana. Sa che vogliono ucciderlo ma sul retro dell’auto militare c’è un tubo di ferro. Quando aprono le porte per farlo scendere, è lui che li sorprende, colpendoli a sangue, per fuggire ancora.
I tedeschi gli attribuiscono l’uccisione, con armi e a mani nude, di più militari ed SS. Davanti al bar Grandicelli lo bloccano e finisce a via Tasso. L’interrogatorio è brutale. Vogliono sapere dove si trovano altri ebrei, ma lui non parla. «Finì che avevo le ossa rotte, ero coperto di sangue» ricorderà.
Trasferito a Regina Coeli il 4 maggio 1944, vi resta fino al 20, quando lo fanno salire con altri ebrei su camion diretti al Nord. E’ l’inizio della deportazione. Appena in aperta campagna, Moretto non ci pensa due volte. Si getta sfruttando una curva ampia. Lo segue il cugino Leone, 20 anni, che viene falciato dalle mitragliate.
Moretto non va a Sud, dove ci sono gli alleati, ma torna a Roma. E’ un amico non ebreo di Testaccio che gli dà rifugio. Si unisce ai partigiani e su ordine del Comitato di liberazione presidia Ponte Sublicio per evitare che i tedeschi possano minarlo. Fino all’arrivo degli alleati. Moretto va loro incontro il 3 giugno, aiutandoli a eliminare i cecchini tedeschi. Da quando Roma diventa libera ha bisogno di un anno per venire a sapere dei lager, della fine di familiari e amici. Sceglie di trasmettere alle nuove generazioni la determinazione a battersi a viso aperto. «Per dimostrare che la nostra comunità è fatta non solo di lacrime e sangue ma di coraggio e orgoglio» come riassume la moglie Ada, detta «Anita» in omaggio al carattere garibaldino di Moretto, scomparso nel 2006.

da  “La Stampa”                                 16 ottobre  2013

221 Visite totali, nessuna visita odierna

Grazie allo spread le imprese tedesce risparmiano 70 mld di euro, di Mauro Meggiolaro

In Germania indebitarsi non è mai stato così conveniente e così le imprese possono investire in ricerca e sviluppo, mentre il sud Europa resta al palo

Mentre in Italia i rubinetti del credito sono chiusi e le imprese soffrono l’aumento dei tassi, in Germania indebitarsi non è mai stato così conveniente. Le aziende tedesche corrono a rifinanziare i debiti con le banche ed emettono bond con tassi dimezzati rispetto al periodo pre-crisi. Lo conferma uno studio di Barkow Consulting (BC) riportato in esclusiva dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt. “E’ un caso unico nella storia”, spiega Peter Barkow, partner di BC. “Dal 2007 ad oggi il tasso medio di un credito bancario a cinque anni per le imprese è sceso dal 5,2% al 2,7%”.

Già nel 2013 il risparmio delle imprese tedesche, che nel 2012 hanno pagato interessi per 37 miliardi di euro, è stato di 8 miliardi. Entro il 2016 si prevede un alleggerimento delle spese per interessi pari a 14,6 miliardi solo per i crediti bancari. Se si contano anche le obbligazioni e i crediti in valuta estera si potrebbe arrivare a più di 70 miliardi di euro.

Un’enorme boccata d’ossigeno, che porterà benefici soprattutto alle grandi imprese fortemente indebitate, come le case automobilistiche Volkswagen, Daimler e Bmw. Secondo le stime del Centrum für Bilanzierung und Prüfung (Centro per la Contabilità e la Revisione) dell’Università della Saar, grazie al bassissimo livello dei tassi, le sette più grandi imprese quotate in Germania risparmieranno ogni anno 580 milioni di euro di interessi e non solo sui crediti bancari. Le emissioni di bond a condizioni eccezionalmente favorevoli sono infatti in continua espansione. La Deutsche Post (privata e quotata in borsa) ha appena emesso un’obbligazione al tasso dell’1,5 per cento. Prima della crisi Deutsche Post si indebitava a tassi ben più alti, fino al 5 per cento. In generale i tassi sulle obbligazioni societarie sono scesi da una media pre-crisi del 4,45% al 2,37% di oggi.

Le imprese risparmiano e i risparmi sono impiegati soprattutto in ricerca e sviluppo: secondo i calcoli della società di revisione Ernst & Young le 30 società più capitalizzate della borsa tedesca hanno speso 9,1 miliardi di euro in ricerca e sviluppo solo nel secondo trimestre del 2013: un record storico. Ai primi posti c’è Volkswagen, con 2,6 miliardi, seguita da Daimler, con 1,3 miliardi.

“Tutto merito delle politiche accomodanti della Bce e delle altre banche centrali, che hanno inondato i mercati di liquidità, spingendo i tassi verso il basso”, spiega Handelsblatt. Peccato che la politica monetaria delle banche centrali non si trasmetta con la stessa efficienza e lo stesso effetto stimolante per l’economia negli altri paesi dell’area euro, in particolare nel sud Europa. Nel nostro Paese gli ultimi dati pubblicati da Bankitalia a fine settembre parlano chiaro: prestiti alle piccole e medie imprese in flessione del 4,1% a fine luglio, costo dei finanziamenti in crescita al 4,41%, raccolta obbligazionaria in discesa del 6,3 per cento. I nuovi prestiti obbligazionari collocati dalle imprese italiane nel 2013 hanno tassi ben diversi da quelli che si riescono a spuntare mediamente in Germania: le quattro emissioni di Mediobanca si sono attestate tra il 3,5% e il 3,75%, le tre di Telecom Italia dal 4 al 4,875%, il bond a 5 anni lanciato giovedì con successo da Mediaset offrirà un rendimento del 5,375 per cento.

La differenza con la Germania è come sempre contenuta in una sola parola: spread. Il divario tra i rendimenti dei Btp italiani a 10 anni e i Bund tedeschi di uguale durata, che influenza le emissioni obbligazionarie e gli spread bancari con il “repricing” dei finanziamenti. Oggi lo spread – che incorpora la diversa percezione del rischio che gli investitori hanno nei confronti di Italia e Germania – si muove intorno ai 230 punti base (2,3%) – contro i 574 punti toccati nel novembre del 2011. La situazione è migliorata, ma l’Italia continua a pagare caro il divario con la Germania. E Berlino non sembra intenzionata a smettere di approfittarne.

da il Fatto Quotidiano            17 ottobre 2013

201 Visite totali, nessuna visita odierna

Coop, gli oligarchi rossi che giocano in borsa con i soldi dei soci, di Giorgio Meletti

Le cooperative sono diventate ormai banche d’affari che raccolgono risparmio – pur non essendo sottoposte ad alcuna vigilanza – e si lanciano in rischiose operazioni finanziarie e chiudono i bilanci in perdita. Le "nove sorelle" si sono inguaiate investendo chi su Unipol, chi su Monte dei Paschi. E hanno partecipato al tentativo di salvare la Fonsai di Ligresti

Potremmo parlare di banca clandestina, se non fosse tutto alla luce del sole. Basta entrare in un supermercato Coop e diventare socio (che è come fare la tessera sconto in qualsiasi catena) per depositare i propri risparmi. Le nove grandi cooperative del consumo raccolgono ben 10,4 miliardi di euro. Sarebbe vietato: non è che un giorno uno si sveglia di buon umore, apre una banca e comincia a farsi affidare i risparmi dei passanti. La Coop infatti lo chiama “prestito soci”, senza però spiegare al popolo che il prestito soci è un capitale messo a rischio nell’impresa che, sia essa una coop o una società di capitali, lo usa per la sua attività, come aprire un supermercato.

Infatti accadono sotto gli occhi di tutti, comprese le autorità di vigilanza, due cose strane. La prima è che le Coop utilizzano i risparmi dei loro soci non per mettere scaffali nuovi, ma per dedicarsi alla speculazione finanziaria. Esempio: l’Unicoop Firenze, la maggiore per fatturato (ben 3 miliardi di euro), ha in bilancio immobilizzazioni tecniche (ciò che serve per funzionare) per 2 miliardi e debiti verso i soci per 2,3 miliardi. Ma il debito complessivo è di 3 miliardi. Che ci fa la Coop con tutti quei soldi? Unicoop Firenze ha in bilancio 644 milioni di immobilizzazioni finanziarie: una vera merchant bank.

I conti in rosso degli uomini al potere da decenni. La seconda stranezza è che queste banche d’affari a marchio Coop non sono sottoposte ad alcuna vigilanza. La Banca d’Italia controlla le banche propriamente dette, ma le Coop non se le fila nessuno, punto e basta. Negli ultimi anni, complice la crisi e nella disattenzione generale, si sono messe nei guai. L’anno scorso le “nove sorelle” (oltre 12 miliardi di fatturato, con 50 mila dipendenti e sette milioni di soci in tutto) hanno chiuso i loro bilanci in rosso per complessivi 135 milioni di euro, e proprio per colpa della finanza.

Ma prima di entrare nei dettagli di un disastro annunciato è bene spiegare il peculiare sistema di potere che consente ai boss delle coop di non rendere conto a nessuno. Il mondo delle cooperative cosiddette rosse ha seguito nel Dopoguerra uno schema sensato: le aziende sono cresciute sotto l’ombrello del Pci, che le governava attraverso la Legacoop, nominalmente un sindacato d’impresa, come la Confindustria, di fatto una sorta di holding attraverso la quale i vertici di Botteghe Oscure sceglievano strategie e manager.

Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci decisa da Achille Occhetto nel 1989, il potere del partito si è dissolto e i capi delle cooperative sono diventati padroni assoluti, proprio come gli oligarchi russi che si sono appropriati delle aziende alla fine del regime sovietico. L’uomo simbolo di questo curioso fenomeno italiano è Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze dal 1973, cioè da 40 anni. Non c’è alcun meccanismo di controllo e nessuno lo può mandare a casa. I soci sono un milione e 200 mila, ma di essi solo 1288 (uno su mille, verosimilmente amici, dipendenti e sottoposti di Campaini) si sono presentati alle 39 assemblee decentrate che hanno approvato il bilancio. Tutti i colleghi di Campaini sono uomini di potere a 24 carati, che si scelgono in autonomia le amicizie politiche di riferimento. Il presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi, ex sindaco di Foligno, ha investito i soldi della cooperativa nella Edib, editrice del Corriere dell’Umbria nella fase in cui il quotidiano era nella sfera di Denis Verdini, e ha perso tutto. Recentemente si è fatto intercettare con la sua sodale di sempre, Maria Rita Lorenzetti, oggi agli arresti domiciliari, mentre si rammaricava di non essere potuto intervenire in tempo per bloccare un articolo de La Nazione sgradito alla zarina umbra. Ma lei cerca lui perché la Coop è la seconda azienda dell’Umbria dopo la Thyssen, e gli chiede di assumere la parente del consulente ministeriale che con la zarina sta curando gli interessi della Coopsette nei lavori Tav di Firenze.

Torniamo a parlare di soldi. Le Coop impiegano gli oltre 10 miliardi del prestito dei soci in operazioni finanziarie, dai Bot alla Borsa. Nel 2012 erano immobilizzati in partecipazioni azionarie 2,2 miliardi di euro. Siccome è buona regola non investire in Borsa i soldi presi in prestito (perché se crollano i listini fai la fine di Romain Zaleski), se la Banca d’Italia vigilasse sull’uso del pubblico risparmio fatto in casa Coop controllerebbe il rapporto tra partecipazioni azionarie e patrimonio netto (che è la somma di capitale sociale e riserve, cioè il vero patrimonio che fa da garanzia per gli investimenti a rischio).

Consorte ha tracciato il solco e gli Stefanini lo difendono. Ebbene, le nove Coop hanno partecipazioni azionarie per 2,2 miliardi e un patrimonio netto di 6 miliardi. Mediobanca ha lo stesso rapporto: 2,6 miliardi su un patrimonio netto di 7. Solo che Mediobanca è una banca d’affari, la Coop una catena di supermercati. Come mai? Il fatto è che gli oligarchi delle Coop sono rimasti abbagliati dall’esempio di Gianni Consorte, padre-padrone dell’Unipol che otto anni fa tentò senza successo la scalata alla Bnl. E siccome gli azionisti di controllo dell’Unipol erano e sono proprio le grandi coop, quando Consorte fu sconfitto i suoi colleghi, fraternamente, lo cacciarono. Pierluigi Stefanini, oligarca storico della Coop Adriatica, salì al vertice dell’Unipol. E i manager-padroni hanno ricominciato a giocare con la finanza, spaccandosi però in due fazioni, i cosiddetti toscani e i cosiddetti emiliani. I primi si sono fatti male con il Monte dei Paschi, i secondi con l’Unipol.

I “toscani” sono tre cooperative: Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia. L’empolese Campaini, leader della corrente toscana, si scontrò a suo tempo con Consorte e non ha più voluto saperne di mettere soldi su Unipol. Ha preferito investire sul Monte dei Paschi, usando i risparmi dei soci per salvaguardare la “toscanità” (testuale) della banca senese. Ha speso oltre 400 milioni e ne ha persi circa 300, e nessuno ovviamente protesta. Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia non stanno meglio. Insomma, nel 2012 le tre coop che coprono Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo hanno perso in tutto oltre 200 milioni, dopo aver segnato in bilancio 323 milioni di svalutazioni delle azioni possedute.

La Coop umbra presieduta da Raggi ha fatto addirittura strike, riuscendo a perdere soldi sia sul Montepaschi sia sulla Popolare di Spoleto (commissariata con vertici arrestati). Il capolavoro di Raggi è stato vendere una ventina di supermercati al Fondo Etrusco, società immobiliare del Monte dei Paschi e dell’ex vicepresidente della banca senese, Francesco Gaetano Caltagirone, per non vendere le azioni del Monte dei Paschi, considerate “strategiche” (che non vuol dire niente ma suona bene). Così adesso le azioni non valgono quasi più niente, ma ogni anno la Coop paga milioni in affitti al Fondo Etrusco, di cui però ha preso delle quote, cosicché partecipa alla speculazione contro se stessa.

Le sei cooperative del nord, che hanno in Emilia il loro epicentro, si sono invece inguaiate con l’Unipol. La compagnia assicurativa bolognese, trascinata da Mediobanca nel
rischiosissimo salvataggio della Fonsai di Ligresti, fa capo alla holding Finsoe, a sua volta posseduta dalle coop del consumo insieme alla Holmo, scatola che riunisce le quote delle coop di costruzioni, l’altra gamba del potere cooperativo. Se al Centro si sono immolate per la “toscanità”, al Nord le coop sono state sacrificate all’ottimismo degli oligarchi. Le azioni Unipol valgono in Borsa circa 3,5 euro, ma il sistema cooperativo le tiene in bilancio a 10 euro. Il che significa che Finsoe segna le Unipol all’attivo del suo bilancio per 2,2 miliardi quando in Borsa valgono appena 800 milioni: mancano all’appello 1,4 miliardi, evaporati in questi anni in nome del mitico aggettivo: il controllo di Unipol è “strategico”.

Quando è arrivato da Mediobanca l’ordine di salvare Fonsai, oligarchi di primo livello hanno obbedito con entusiasmo: per esempio Ernesto Dalle Rive di Novacoop, Marco Pedroni di Coop Nord Est (ma presidente anche di Finsoe) e Mario Zucchelli di Coop Estense, tutti e tre consiglieri d’amministrazione di Unipol, non si sono fatti pregare per immolare i soldi dei soci al salvataggio dei crediti di Mediobanca e Unicredit verso i Ligresti. Siccome si trattava di far scucire a Finsoe 429 milioni per l’aumento di capitale di Unipol, non solo i “toscani” ma anche grandi cooperative di costruzioni come Cmb e Coopsette si sono tirate indietro e hanno lasciato alle consorelle del consumo, presunte ricche, il conto da pagare. Come nei salotti buoni, anche dentro il mondo coop l’oligarchia è ormai devastata dalle guerre intestine propiziate dall’anarchia.

Il mistero della Manutencoop che non voleva pagare per Unipol. Illuminante il caso della Manutencoop, uno dei maggiori azionisti di Unipol. Quando partì la chiamata alle armi di Mediobanca, Claudio Levorato, presidente da una trentina d’anni di una cooperativa che ha oggi 15 mila dipendenti e circa un miliardo di fatturato, rispose seccamente alla domanda se avrebbe messo mano al portafoglio: “Lo escludo categoricamente, Manutencoop non distoglierà risorse dal proprio core business”. Pochi mesi dopo Levorato ha pagato anche per le coop che si erano rifiutate, inneggiando all’operazione (indovinate?) “strategica”. Alla domanda se svenarsi per salvare la Fonsai non fosse una mossa rischiosa, Levorato ha opposto una risposta sibillina: “Se non l’avessimo fatta ci sarebbero stati dei problemi”.

Per obbedire a Mediobanca e Unicredit gli oligarchi hanno svenato le proprie coop. La Finsoe, non bastando i 300 milioni chiesti alle coop per l’aumento di capitale Unipol, ha aumentato i suoi debiti con le banche. E poche settimane fa la trimurti delle “banche di sistema” (Mediobanca, Intesa e Unicredit) ha soccorso Manutencoop collocando sui mercati internazionali un prestito obbligazionario da 450 milioni (quasi metà del fatturato) al tasso effettivo dell’8,75 per cento. Siamo ai limiti dell’usura e ciò illumina quanto sia conciata male la coop di Levorato. Ma da quando non c’è più il Pci le coop sono rimaste orfane, e gli oligarchi ormai si affidano ai salotti del capitalismo che una volta dicevano di voler combattere. Adesso, sempre in ritardo, fanno a gara a chi si integra meglio in un sistema in declino.

da Il Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2013

196 Visite totali, nessuna visita odierna

Sandro Pertini

«Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza, quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi. Ma dobbiamo difenderla anche dalla corruzione. La corruzione è una nemica della Repubblica. I corrotti devono essere colpiti senza nessuna attenuante, senza nessuna pietà. E dare loro solidarietà, per ragioni di amicizia o di partito, significa diventare complici di questi corrotti. Bisogna essere degni del popolo italiano. Non è degno di questo popolo colui che compie atti di disonestà e deve essere colpito senza alcuna considerazione. Guai se qualcuno, per amicizia o solidarietà di partito, dovesse sostenere questi corrotti e difenderli. In questo caso l’amicizia di partito diventa complicità ed omertà. Deve essere dato il bando a questi disonesti e a questi corrotti che offendono il popolo italiano. Offendono i milioni e milioni di italiani che pur di vivere onestamente impongono gravi sacrifici a se stessi e alle loro famiglie. Quindi la legge sia implacabile, inflessibile contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano»

285 Visite totali, nessuna visita odierna

La Resistenza italiana

La Resistenza italiana, comunemente chiamata Resistenza, anche detta "Resistenza partigiana" o "secondo Risorgimento" fu l’insieme dei movimenti politici e militari che in Italia dopo l’armistizio di Cassibile si opposero al nazifascismo nell’ambito della guerra di liberazione italiana. Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all’interno del fenomeno della Resistenza: "guerra patriottica" e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; "guerra civile" tra antifascisti e fascisti, collaborazionisti con i tedeschi; "guerra di classe" con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti. Il movimento della Resistenza – inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all’occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall’impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani, anarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra. La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica Italiana: l’Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche ed ispirandola ai princìpi della democrazia e dell’antifascismo. Il periodo storico in cui il movimento fu attivo, comunemente indicato come "Resistenza", inizia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 (il CLN fu fondato a Roma il 9 settembre) e termina nei primi giorni del maggio 1945, durando quindi venti mesi circa. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell’appello diramato dal CLNAI per l’insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell’Alta Italia.

244 Visite totali, nessuna visita odierna

Canzone della bambina portoghese – Francesco Guccini

E poi e poi, gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose.
E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote…
E tutti, sai, ti san dire come fare,
quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual’è il vero vero…
E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle fanno a chi parla più forte
per non dir che stelle e morte fan paura…

Al caldo del sole, al mare scendeva la bambina portoghese,
non c’eran parole, rumori soltanto come voci sorprese,
il mare soltanto e il suo primo bikini amaranto,
le cose più belle e la gioia del caldo alla pelle…

Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare…
O sogni o visioni, qualcosa la prese e si mise a pensare,
sentì che era un punto al limite di un continente,
sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte…

E in questo sentiva qualcosa di grande
che non riusciva a capire, che non poteva intuire,

che avrebbe spiegato, se avesse capito lei, quell’ oceano infinito…
Ma il caldo l’avvolse, si sentì svanire e si mise a dormire
e fu solo del sole, come di mani future;
restaron soltanto il mare e un bikini amaranto…

E poi e poi, se ti scopri a ricordare, ti accorgerai che non te ne importa niente
e capirai che una sera o una stagione son come lampi, luci accese e dopo spente
e capirai che la vera ambiguità
è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini…
E poi, e poi, che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere,
ma il qualcosa che ti porti dentro,
cioè vivere, vivere e poi, poi vivere
e poi, poi vivere…

272 Visite totali, nessuna visita odierna