Elsa Morante, parlando di Benito Mussolini, 1945

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto.
Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sia il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei.
Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico.
In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuol rappresentare". ————–> 25 novembre 1985 – Muore Elsa Morante, scrittrice, saggista, poetessa e traduttrice italiana. È considerata da alcuni critici una tra le più importanti autrici di romanzi del secondo dopoguerra.

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Parità illusione: le donne continuano a espiare con disprezzo del loro corpo, di Stefania Prandi

In ‘Meat market. Carne femminile sul banco del capitalismo’, Laurie Penny chiede di riscoprire il valore del rifiuto: "Non saremo né brave né belle"

E’ arrivato in Italia “Meat market. Carne femminile sul banco del capitalismo”, pamphlet scritto da Laurie Penny, giovane blogger e giornalista britannica collaboratrice del Guardian e di Internazionale. Un testo schietto e vivace, apprezzato in Inghilterra e ora pubblicato da Settenove, casa editrice appena nata che sfida le difficoltà del mercato editoriale con libri sulla prevenzione della violenza e delle discriminazioni di genere.

La tesi di fondo del saggio breve è che, anche se sono passati quasi quarantanni da quando le donne occidentali hanno ottenuto riconoscimenti legali e parità di diritti, vivano ancora in una condizione di subordinazione che viene messa in atto attraverso lo sfruttamento e il disprezzo per la loro carne. I corpi delle donne, infatti, continuano ad essere adibiti alla “riproduzione”, termine con cui si intende la messa al mondo dei figli, il loro accudimento quasi esclusivo, la cura della casa, del partner e dei parenti stretti in difficoltà.

Una condizione funzionale al mantenimento del sistema capitalistico che si è radicata, secondo le storiche Leonore Davidoff e Catherine Hall, tra il 1780 e il 1850, “quando il luogo di lavoro si spostò fuori casa e per le donne fu creata un’apposita sfera domestica e privata che recise, formalmente e simbolicamente, il legame tra i processi di produzione e quelli di riproduzione. Così se nel 1737 in Inghilterra più del 98% delle donne sposate lavorava fuori casa, nel 1911 più del 90% svolgeva solo lavori domestici”. Secondo l’autrice, la tanto sbandierata idea che le donne siano più portate “per natura” ad occuparsi dei figli e della casa è “una balla” ancora in auge, che è stata smascherata dai movimenti femministi degli scorsi decenni, che però non sono riusciti a modificare il sistema alla base. Oltre a essere subordinate a livello familiare le donne godono anche di una finta parità nel mondo del lavoro, che continua a essere profondamente sessista per quanto riguarda le mansioni, gli stipendi e le possibilità di “carriera”.

Come se tutto ciò non bastasse, alle donne vengono imposti modelli di bellezza falsati che le portano a essere ossessionate dal controllo dei propri corpi attraverso diete estenuanti, disturbi alimentari, eccessi di sport, chirurgia estetica. “La perversa e insinuante retorica della magrezza – scrive Penny – è la cessione forzata del potere personale, la vergogna e la disciplina della concezione patriarcale capitalistica imposta sul corpo delle donne, nel più crudele e insultante dei modi”. Questo controllo passa anche dalla sessualità: le donne, in particolare le giovani, vengono incoraggiate dai media e della moda a esibire corpi standardizzati e erotizzati, a credere che questa sia una delle tante libertà di cui dispongono e poi vengono tacciate di essere “sgualdrine, tentatrici, scopatrici seriali”. Rifacendosi a pensatrici come bell hooks (volutamente minuscolo, è lo pseudonimo di Gloria Jean Watkins, docente universitaria, femminista e scrittrice statunitense), Shulamith Firestone, Andrea Dworkin, Gloria Steinem, Germaine Greere, Nina Power, Naomi Wolf, Penny penetra nei meccanismi dell’oppressione, esponendosi in prima persona attraverso racconti di vita privata.

E propone una soluzione: chiede alle donne di smettere di dire sì. “Per quanto compriamo, scopiamo, soffriamo la fame, sudiamo e ci trucchiamo per nascondere i segni della stanchezza e dell’infelicità, e per quanto ci sottomettiamo” non vinceremo mai se giochiamo con le regole del sistema com’è adesso. “Se vogliamo vivere dobbiamo ricordare il linguaggio della resistenza”. Dobbiamo dire no. “Noi non saremo belle; no, non faremo le brave. E soprattutto ci rifiutiamo di essere belle e brave. Noi donne di questo secolo dobbiamo cessare questo logorante sforzo di pensare a noi stesse come un corpo “accettabile” e prendere coscienza, con chiara e luminosa certezza, del potere che abbiamo”.

da il Fatto Quotidiano       29 novembre 2013

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Gallino: un colpo di stato è in atto in Italia e in Europa, di Roberto Ciccarelli

«Le misure della legge di stabilità, per quanto sembrino sorrette da buone intenzioni, in una prospettiva minimamente di sinistra hanno il grave di difetto di continuare a essere più che mai provvedimenti a pioggia, mentre il paese è in emergenza con 10 milioni tra disoccupati, precari, scoraggiati, vale a dire il 40 per cento della forza lavoro attiva – afferma Luciano Gallino, autore di Il colpo di Stato di banche e governi (Einaudi) – Con questi spiccioli buttati qua e là il risultato sarà quasi inesistente».

Cosa ne pensa di quello che il governo chiama «reddito minimo» mentre in realtà è una social card?
Invece di investimenti da 10 o 20 miliardi nel campo del lavoro o sul dissesto idrogeologico si fa una cosina che non servirà nemmeno come esperimento. In Francia dove è stato sperimentato il «reddito di solidarietà attiva», l’esperimento riguardava un milione di persone con un impegno finanziario enormenemte superiore ai 40 milioni di euro all’anno stanziati in Italia. Con queste modestissime risorse non inciderà sulla povertà. Aggiungo che non sono favorevole al reddito minimo. Penso che se ci sono le risorse sarebbero più utili da spendere per creare posti ad alta intensità di lavoro, e soprattutto niente grandi opere. Il reddito minimo è un intervento di portata non direttamente paragonabile a interventi diretti sull’occupazione, ma avrebbe qualche giustificazione se fosse una modalità per superare la congerie della cassa integrazione in deroga, dei sostegni alla famiglie in povertà, dell’Aspi. Si potrebbe mettere ordine integrando tutto nella sola voce del sostegno al reddito per chi non ha occupazione.

Quello in corso in Italia, e in Europa, sarebbe per lei un colpo di stato. In cosa consiste?
Si può parlare di colpo di stato quando una parte dello stato stesso si attribuisce poteri che non gli spettano per svuotare il processo democratico. Oggi decisioni di fondamentale importanza vengono prese da gruppi ristretti: il direttorio composto dalla Commissione Ue, la Bce, l’Fmi. I parlamenti sono svuotati e hanno delegato le decisioni ai governi. I governi li hanno passati al direttorio. Se questa non è la fine della democrazia, è crtamente una ferita grave. Pensiamo al patto fiscale, un enorme impegno economico e sociale con una valenza politica rilevantissima di cui nessuno praticamente ha discusso. I parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perchè ce lo chiedeva l’Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di stato in atto.

Il governo Letta è l’espressione di questo colpo di stato?
Lo è fino al midollo. Perchè tutti i suoi componenti rappresentano l’ideologia neoliberale per la quale l’essenziale è la decisione, che sia rapida efficiente ed economicamente razionale.

Crede che Letta e Napolitano avvertano la difficoltà di mantenere il piano dell’austerità?
Direi che prima se ne rendono conto, meglio sarà per tutti.

Ma è realistica la loro intenzione di ammorbidire l’austerità?
Non lo è, un pò di pioggerella su un grande pascolo non fa crescere i baobab o le sequoie. Gli alberi bisogna piantarli, non innaffiare il prato aspettando che dopo tre o quattro decenni crescano da soli.

Uno degli effetti del colpo di stato è stato l’introduzione del pareggio di bilancio nella costituzione italiana?
È avvenuto in tutti i paesi membri dell’Unione Europea dopo la decisione del consiglio europeo sotto la spinta del direttorio. Bisogna assolutamente rientrare dal debito in 20 anni, riportandolo al 60%. Questo valore è inventato. Poteva essere il 50% o il 70%. Il dogma poi è diventato sacro. Questa decisione impone all’Italia di trovare 50 miliardi di euro ogni anno, per i prossimi venti. Significa l’impossibilità assoluta di farvi fronte. Qualora fosse realizzato questo piano sarà imposta una miseria rispetto alla quale quella della guerra del 40-45 sarà poca. Questa decisione doveva essere discussa, sottoposta a un referendum, per rendere edotti i cittadini di cosa significava.

A cosa è ispirato il progetto politico di chi dirige questo colpo di stato?
La maggior parte dei nostri governanti ha assorbito l’ideologia neoliberale per cui i cittadini non devono pronunciarsi, perchè danno fastidio, si mettono a discutere di cose che non capiscono, intervengono su decisioni che riguardano la loro vita, ma se si prendono alla spiccia è meglio, senza interferenze. La democrazia è un intralcio quando si devono prendere decisioni economiche e finanziarie in modo veloce. Angela Merkel al suo parlamento ha detto che viviamo in un sistema democratico e quindi è corretto che il parlamento esamini le leggi a condizioni che si arrivi a decisioni conformi al mercato. La direttrice dell’Fmi Christine Lagarde sostiene la stessa cosa. Quello che queste due signore auspicano è già avvenuto. I parlamenti non decidono nulla.

Quello che tratteggia sembra un moloch politico-finanziario praticamente inattaccabile. In che modo si può costruire un potere alternativo?
Me lo chiedono sempre, ma le alternative ci sono e gli dedico 35 pagine del libro. La riforma essenziale è quella del sistema finanziario per affrontare la possibilità di una nuova crisi che può esplodere nel giro di pochi anni. Questo sistema è lontanissimo dalle esigenze delle economie reali e dalla produzione di beni utili per la comunità. In Europa si discute di questo dal 2008 senza combinare nulla, salvo pubblicare numerosi rapporti o studi. La riforma dell’architettura finanziaria della Ue è fondamentale, come anche l’intervento sui trattati europei. Siamo arrivati al paradosso che si possono cambiare le costituzioni in due ore, mentre il trattato di Maastricht viene ritenuto immodificabile. Questo trattato ha limiti gravissimi, assomiglia allo statuto di una corporation, mentre sarebbe molto bello che la piena occupazione comparisse non una sola volta come oggi, ma come il suo scopo centrale. Bisogna inoltre modificare lo statuto della Bce. Davanti a 26 milioni di disoccupati e 126 milioni a rischio di povertà persegue la stabilità dei prezzi, mentre dovrebbe regolare il credito e l’attività finanziaria, prestare a enti pubblici a cominciare dagli Stati. Una facoltà che hanno tutte le banche centrali, tranne la Bce.

il manifesto                                                  28 novembre 2013

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La paura del conflitto, di Marco Revelli

Dunque «la rivoluzione può attendere»? E i rivoluzionari fuori tempo che si aspettavano che Genova diventasse l’«avamposto di una grande controffensiva operaia» (?) devono cercarsi «altrove la propria avanguardia». Per favore!
Certo colpisce lo sproporzionato sospiro di sollievo con cui pressoché tutti i mezzi d’informazione e tutta la politica governativa hanno salutato l’accordo di domenica, pari evidentemente al timore che quel conflitto sociale, nel cuore del Nord in sofferenza, aveva sollevato.

E al bisogno, inespresso ma ossessivo, di delimitare e spegnere ogni focolaio di protesta perché l’equilibrio è evidentemente fragilissimo. La coperta strettissima. E i margini di legittimazione di questo establishment logoratissimi.
Il fatto è che quell’accordo non chiude affatto il problema, nel migliore dei casi lo rinvia (come ormai tutto si rinvia in questo paese). Mette una pezza su un problema grande come una casa, che si ripropone, maligno, in ogni grande città. In ogni parte del territorio. Che fa di ogni luogo un piccolo prisma in cui si riflette una totalità sull’orlo del collasso, che richiederebbe soluzioni drastiche, risposte credibili. Le quali portano tutte in un unico fulcro, macroscopico quanto taciuto: l’insostenibilità del dogma e paradigma che chiude il nostro orizzonte sociale, economico e politico in una camicia di forza. L’impossibilità di far fronte al moltiplicarsi dei deficit – e alle minacce di default – di buona parte delle nostre amministrazioni, con la drammatica ricaduta a cascata sui territori, sulla sostenibilità del reticolo di servizi, diritti, garanzie, sostegni alle persone e alle famiglie, che costituiscono il residuo patrimonio di «beni comuni», se si sarà costretti a rimanere dentro quella camicia di forza. Se si dovrà assumere, come seconda coscienza, il dogma mortale e prevalente che domina in Europa, ed è condiviso dalle élite economiche e finanziarie di (quasi) tutto il mondo: quelle, tanto per intenderci, di cui parla Il colpo di stato delle banche e dei governi, che non è uno slogan dei centri sociali, è il libro del più stimato sociologo del nostro paese, Luciano Gallino.
Né serve ironizzare sulle «forze oscure annidate nel governo Letta, nel Pd, tra gli speculatori d’Oriente e nelle solite cancellerie» per esorcizzare il problema. Basta considerare quelle decine di miliardi di euro da versare ogni anno come quote obbligate così come impone il fiscal compact, a cui si deve aggiungere l’ottantina di miliardi da restituire ogni anno come interessi sul nostro gigantesco debito (accumulato non oggi, quando facciamo registrare un significativo avanzo primario, ma negli anni del Caf), per capire che così non ce la possiamo fare. Che continueremo a erodere lavoro, servizi, diritti, tessuto produttivo, futuro… Nonché credibilità delle rappresentanze, soprattutto locali, soprattutto in quella prima linea contigua ai territori che sono le amministrazioni comunali.
Nessuno chiedeva ai trasportatori di Genova di battersi a mani nude contro un simile Moloch. Così come nessuno chiede ai sindaci di fare i Masaniello fuori tempo. L’ironia, in situazioni tragiche, non porta da nessuna parte. Ma di farsi tramite di una risposta «dal basso», che non umilii ma al contrario valorizzi la partecipazione, che non esorcizzi ma dia voce e forma alla rabbia dei cittadini, che contribuisca a elaborare quella «grammatica dell’indignazione» che abbiamo più volte invocato, anziché recitare ogni giorno il breviario dell’obbedienza come tanti don Abbondio… questo sì. Certo, l’implosione dei partiti politici che fino a ieri strutturavano la comunicazione tra società e istituzioni – non la loro scomparsa, ma la trasformazione in conglomerati di strategie personali in conflitto tra loro -, li ha lasciati soli di fronte alla cittadinanza che hanno la responsabilità di rappresentare. Mancano le forme organizzative per dare loro un ruolo che non sia di pura cinghia di trasmissione di decisioni prese in alto e al centro. Manca soprattutto la forza per farsi portatori di un’alternativa (che non è la «spesa facile» ma la riscrittura dei bilanci con altre logiche, per esempio spostando ai territori i sei miliardi stanziati per la marina militare).
Tutto, senza dubbio, è difficile. Ma mai come ora hic rhodus, hic salta. Se non si troverà il modo di accumulare la forza sociale e politica per rompere quel dogma e rovesciare quel paradigma, le incursioni «grilline» sulle piazze degli spaesati e degli arrabbiati si moltiplicheranno senz’argine. E questo compito chiede a ognuno di loro di «mediarsi» in un ruolo politico di alternativa. E ad ognuno di noi di lavorare, perché la soggettività rabbiosa che serpeggia nel sociale, trovi finalmente una propria «grammatica» in grado di farla diventare discorso condiviso.

il manifesto                                                   27 novembre 2013

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Femminicidi e violenze: impressionante escalation, poche donne deunciano, di redattoresociale.it

Secondo Telefono Rosa, in Italia sono 128 le donne uccise dall’inizio dell’anno. Secondo il Rapporto Intervita, inoltre, solo il 7% delle vittime di violenza denuncia. E per l’Oms, la violenza tra le mura domestiche è la prima causa di morte o invalidità per le donne

In Italia le donne vittime di una qualche forma di violenza, nella fascia di età compresa fra i 16 e i 70 anni sono secondo l’ultima indagine dell’Istat 6 milioni 743 mila: circa il 32 per cento del totale delle donne italiane. Più di un milione di donne l’anno finiscono nella rete dei soprusi al maschile, che si ripetono più volte arrivando a sommare la vergognosa cifra di 14 milioni di atti di violenza (dallo schiaffo allo stupro), mentre gli episodi di stalking, da quando esiste lo strumento legislativo, vengono segnalati all’autorità di polizia al ritmo di oltre 25 casi al giorno. È il quadro ricordato dalla prima indagine nazionale sui costi economici e sociali della violenza sulle donne realizzata da Intervita Onlus con il patrocinio del Dipartimento per le Pari Opportunità e presentata nei giorni scorsi.

Si tratta però di dati che, secondo i ricercatori, “rischiano di non spiegare fino in fondo la gravità del fenomeno, perché soltanto il 7,2 per cento delle vittime denuncia l’accaduto”, solo il 18,2 per cento delle donne che hanno subìto violenze li considera reati, mentre un terzo delle donne che hanno subito violenza trascorre una vita senza parlarne mai con nessuno.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) nel mondo la violenza tra le mura domestiche è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne (14 – 50 anni), il 13 per cento degli omicidi nel mondo (pari a 1 su 7) è commesso tra le mura di casa, da parte del partner della vittima, mentre il 42 per cento di coloro che hanno subìto violenze fisiche o sessuali da uomini con cui avevano avuto una relazione intima ha riportato danni alla salute. (ga)

I dati di Telefono Rosa. Sono 128 le donne che sono state uccise in Italia dall’inizio dell’anno. Un’impressionante escalation di violenza che il più delle volte esplode tra le mura domestiche. Un fenomeno sempre più diffuso, come dimostra il fatto che nei primi sei mesi del 2013 le richieste di aiuto di donne vittime di stalking al numero del Telefono Rosa sono aumentate di circa il 10%. Nella loro freddezza i numeri danno un’idea dell’emergenza. Secondo il Rapporto Eures, tra il 2000 e il 2012 in Italia sono state assassinate 2.220 donne, una media di 171 omicidi l’anno, uno ogni due giorni. E il 70,7% dei delitti è avvenuto “nell’ambito familiare o affettivo”.

25 novembre 2013

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Io sono comunista

Io sono comunista Perché non vedo una economia migliore nel mondo che il comunismo. Io sono comunista Perché soffro nel vedere le persone soffrire. Io sono comunista Perché credo fermamente nell’utopia d’una società giusta.
Io sono comunista Perché ognuno deve avere ciò di cui ha bisogno e dare ciò che può. Io sono comunista Perché credo fermamente che la felicità dell’uomo sia nella solidarietà. Io sono comunista Perché credo che tutte le persone abbiano diritto a una casa, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, alla pensione.
Io sono comunista Perché non credo in nessun dio. Io sono comunista Perché nessuno ha ancora trovato un’idea migliore. Io sono comunista Perché credo negli esseri umani. Io sono comunista Perché spero che un giorno tutta l’umanità sia comunista. Io sono comunista Perché molte delle persone migliori del mondo erano e sono comuniste.
 Io sono comunista Perché detesto l’ipocrisia e amo la verità. Io sono comunista Perché non c’è nessuna distinzione tra me e gli altri. Io sono comunista Perché sono contro il libero mercato. Io sono comunista Perché desidero lottare tutta la vita per il bene dell’umanità. Io sono comunista Perché il popolo unito non sarà mai vinto.
Io sono comunista Perché si può sbagliare, ma non fino al punto di essere capitalista. Io sono comunista Perché amo la vita e lotto al suo fianco. Io sono comunista Perché troppe poche persone sono comuniste. Io sono comunista Perché c’è chi dice di essere comunista e non lo è.
Io sono comunista Perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo esiste perché non c’è il comunismo. Io sono comunista Perché la mia mente e il mio cuore sono comunisti. Io sono comunista Perché mi critico tutti i giorni. Io sono comunista Perché la cooperazione tra i popoli è l’unica via di pace tra gli uomini.
Io sono comunista Perché la responsabilità di tanta miseria nell’umanità è di tutti coloro che non sono comunisti. Io sono comunista Perché non voglio potere personale, voglio il potere del popolo. Io sono comunista Perché nessuno è mai riuscito a convincermi di non esserlo. ( NAZIM HIKMET)

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Pensioni. Un po’ di chiarezza, di Bruno Carchedi

Ogni tanto capita che in Tv – dimenticato per un attimo Berlusconi, i suoi reati, le sue escort e le sue barzellette, nonché le liti nel PdL e nel Pd – si discuta di questioni più importanti per i non addetti ai lavori, come ad esempio di pensioni.
In questi rari casi però la confusione è massima, facilitata dall’ignoranza – vera o voluta – dei vari conduttori televisivi: Vespa, Santoro, Formigli, Paragone, Porro, Telese, Gruber, ecc. I quali non esitano a farsi portatori di approssimazioni grossolane, mezze verità e vere e proprie falsità.

Per fare chiarezza sarà bene elencare alcune questioni, come opportunamente ci ricorda Sante Moretti, esperto di sistemi pensionistici.

1. I pensionati italiani percepiscono un assegno pensionistico inferiore a quasi tutti gli altri paesi europei. La cosiddetta spesa pensionistica è minore di almeno 3 punti della media europea in quanto in Italia vi è conteggiato il TFR e non si calcolano quei 34 miliardi prelevati dal fisco, cosa che non avviene negli altri paesi europei.
2. L’evasione contributiva viaggia tra i 30 e i 40 miliardi l’anno e l’Inps vanta crediti (concordati) di circa 30 miliardi di mancati versamenti contributivi da parte delle aziende.
3. Il governo Monti ha prelevato dalle pensioni la parte più consistente delle risorse per raggiungere il pareggio di bilancio attraverso la legge Fornero. Legge che tra l’altro garantisce allo Stato per il prossimo decennio un ulteriore prelievo di 10 miliardi l’anno.
4. Tra importi di pensione erogati e i contributi versati, i fondi dei precari e dei lavoratori dipendenti sono in attivo di circa 12 miliardi che vengono utilizzati per ripianare le passività dei fondi dei lavoratori autonomi, del clero e dei dirigenti di azienda.
5. Il passaggio all’Inps della gestione delle pensioni del pubblico impiego vi ha caricato un deficit di circa 10 miliardi maturati a causa dei mancati versamenti contributivi da parte delle amministrazioni pubbliche.
6. Permane ancora una commistione tra previdenza e assistenza e soprattutto con le agevolazioni contributive alle aziende.
7. Il bilancio dell’Inps è in attivo, e persino il suo presidente, lautamente pagato, lo conferma: “Non ci sono problemi per la tenuta del sistema previdenziale”.
8. Le pensioni vengono pagate con i contributi, che sono quote di salario che ogni anno sono versate dai lavoratori e dalle lavoratrici, e quindi non incidono sulla spesa pubblica, come invece sostengono gli interessati detrattori del sistema pensionistico pubblico. I quali ogni volta ripetono che i giovani non avranno la pensione a causa dei “privilegi” dei vecchi, e che quindi è meglio rivolgersi alle compagnie assicurative.

La verità è che si vuole distruggere il sistema previdenziale pubblico, solidale e universale, in quanto non decollano né la previdenza integrativa né le polizze assicurative. E i mercati, poveretti, “soffrono”.

da Puntorosso                                         11 novembre 2013     

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