Germania, la locomotiva a due velocità, di Jacopo Rosatelli

Biso­gna fare come in Ger­ma­nia». Lo ripe­tono tutti i fau­tori delle cosid­dette «riforme strut­tu­rali», igno­rando le voci di quanti (eco­no­mi­sti cri­tici, sin­da­cati e sini­stre di alter­na­tiva) pro­vano a met­tere in discus­sione il dogma dell’infallibilità teu­to­nica.
Se è vero che l’economia della Repub­blica fede­rale gira molto di più di quella di tanti altri paesi, è altret­tanto certo che non è tutto oro quel che luc­cica. Se n’è avuta un’ulteriore con­ferma ieri: una delle prin­ci­pali orga­niz­za­zioni tede­sche del «pri­vato sociale», il Pari­tä­ti­scher Gesamt­ver­band, ha pre­sen­tato il suo annuale «Rap­porto sulla povertà», da cui si ricava un’immagine della «loco­mo­tiva d’Europa» tutt’altro che esem­plare. I numeri, infatti, dicono che il disa­gio sociale con­ti­nua ad aumen­tare anche da quelle parti.

Nella ricca Ger­ma­nia con­tem­po­ra­nea esi­ste un 15,2% della popo­la­zione che si trova in con­di­zioni di povertà.
È una cifra — record negli ultimi 10 anni — che com­prende tutte le per­sone che, vivendo da sole, gua­da­gnano meno di 869 euro al mese, o le fami­glie di quat­tro com­po­nenti (con due bam­bini sotto i 14 anni) che dispon­gono di meno di 1.800 euro men­sili.
A cre­scere è anche il diva­rio tra le regioni. Men­tre nei Län­der meri­dio­nali tra­di­zio­nal­mente più bene­stanti, e cioè la Baviera e il Baden-Württemberg, la quota di poveri è in lieve dimi­nu­zione (si atte­sta all’11%), piove sul bagnato nelle zone più svan­tag­giate, che cor­ri­spon­dono — con l’eccezione della città–Land di Brema, prima nella tri­ste clas­si­fica dell’indigenza — alla Ger­ma­nia orientale.

L’ex Repub­blica demo­cra­tica tede­sca (Ddr), nono­stante gli inne­ga­bili pro­gressi dalla riu­ni­fi­ca­zione, resta un’area di males­sere: si anno­ve­rano oltre il 20% di poveri in Meclem­burgo (regione d’origine della can­cel­liera Angela Mer­kel), a Ber­lino e nella Sassonia-Anhalt (il Land di Mag­de­burgo).
Si tratta di ter­ri­tori dove — non a caso — l’estrema destra rac­co­glie il mas­simo dei suoi con­sensi: la Npd (su cui da un paio di set­ti­mane pende una richie­sta di messa fuo­ri­legge) alle ultime regio­nali ha otte­nuto il 6% in Meclem­burgo e il 4,6% in Sassonia-Anhalt, e nei quar­tieri eco­no­mi­ca­mente depressi di Ber­lino est, come Lich­ten­berg e Mar­zahn, supera il 5% insieme alla lista xeno­foba Pro Deu­tschland.
Un arci­pe­lago, quello neo­na­zi­sta, che resta minac­cioso, come dimo­strato dalle nume­rose mani­fe­sta­zioni anti-immigrati orga­niz­zate durante la cam­pa­gna elet­to­rale degli scorsi mesi di ago­sto e settembre.

L’organizzazione che ieri ha pre­sen­tato il rap­porto chiede al governo di soste­nere i comuni delle aree più disa­giate e di inve­stire in un pac­chetto di misure per com­bat­tere la povertà: impe­gni che, sulla carta, figu­rano nel pro­gramma del neo­nato ese­cu­tivo di grosse Koa­li­tion fra demo­cri­stiani (Cdu-Csu) e social­de­mo­cra­tici (Spd). Dove manca, però, quella tassa patri­mo­niale che sarebbe ser­vita pro­prio a repe­rire risorse utili a tali scopi. Un’imposta che la Spd aveva pro­messo, come sot­to­li­nea in ogni occa­sione utile la Linke.

La prin­ci­pale forza di oppo­si­zione — in un par­la­mento domi­nato per tre quarti dalla mag­gio­ranza di governo — ha voluto ricor­dare che pro­prio ieri cadeva una ricor­renza non felice: il decen­nale dell’approvazione delle «riforme» cono­sciute come Hartz IV. Volute dal governo di Gerhard Schröder (una coa­li­zione Spd-Verdi), ma soste­nute anche dal cen­tro­de­stra, quelle misure ridus­sero le pre­sta­zioni dello stato sociale tede­sco nei con­fronti dei disoc­cu­pati, al fine di «moder­niz­zare il mer­cato del lavoro».
Per la Linke non hanno rap­pre­sen­tato altro che «decre­tare la povertà per legge».
 
da il manifesto                                               20 dicembre 2013

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Crisi, Confindustria: “Poveri raddoppiati, danni da guerra”. Letta: “Non sfascio conti”

Il centro studi di via dell’Astronomia sostiene che la recessione è finita, ma “i suoi effetti no”. Parlare di ripresa è infatti “per molti versi improprio e suona derisorio”. Dal 2007 persi 1,8 milioni di posti di lavoro, gli indigenti sono 4,8 milioni. Gli imprenditori attaccano il governo: “Legge di stabilità? Ha impatto piccolo su Pil”. Letta: “Devo tenere i conti a posto e fare calare lo spread”

Confindustria fa un bilancio della crisi economica che ha messo in ginocchio l’Italia, facendo luce su uno scenario da brivido. “Le persone a cui manca il lavoro, totalmente o parzialmente, sono 7,3 milioni, due volte la cifra di sei anni fa. E anche i poveri sono raddoppiati a 4,8 milioni”, afferma il centro studi di via dell’Astronomia, sottolineando che “le famiglie hanno tagliato sette settimane di consumi, ossia oltre 5mila euro in media l’anno”. La profonda recessione, la seconda in sei anni, “è finita, ma i suoi effetti no”, aggiunge Confindustria. Parlare di ripresa è infatti “per molti versi improprio” e suona “derisorio“. Il “Paese ha subito un grave arretramento ed è diventato più fragile, anche sul fronte sociale”, con danni “commisurabili solo a quelli di una guerra“.

E se nel Paese si profilano gravi tensioni sociali, è la denuncia degli industriali, la politica non prende le contromisure adeguate. Confindustria parla della legge di stabilità come di “un’occasione mancata”, a causa del minimo impatto sulla crescita e delle risorse giudicate insufficienti per il taglio del cuneo fiscale. E alle frecciate di Confindustria all’indirizzo del governo, risponde direttamente il premier. “Ho la responsabilità di tenere la barca Italia in equilibrio e voglio che ci siano strumenti per la crescita senza sfasciare i conti“, è la prima reazione di Enrico Letta, che parla a margine del vertice Ue. “Confindustria dovrebbe sapere che tenere i conti a posto vuol dire far calar gli spread, come oggi che abbiamo raggiunto il punto più basso in due anni e mezzo”. E difende a spada tratta la manovra: “Credo che gli imprenditori dovrebbero rendersi conto che perché ci sia crescita ci devono essere complessive condizioni: gli interessi bassi è uno di questi, le tasse basse è un’altra, la legge di stabilità comincia a far scendere le tasse, gli ulteriori interventi arriveranno dall’anno prossimo”.

“Rischio cedimento della tenuta sociale”
Nello scenario di uscita dalla crisi, per l’Italia “il pericolo maggiore è il cedimento della tenuta sociale, con il montare della protesta che si incanali verso rappresentanze che predicano la violazione delle regole e la sovversione delle istituzioni”, aggiunge il rapporto, precisando che “il destino dell’Italia si ripete con il coagularsi di importanti gruppi politici anti-sistema“. Il bilancio sul fronte del lavoro è drammatico. Dall’inizio della crisi (fine 2007) si sono persi 1 milione e 810 mila Ula (Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno). L’occupazione è rimasta ferma nella seconda metà del 2013 e ripartirà dal 2014. Rivisto in leggero rialzo il tasso di disoccupazione del 2013, dal 12,1% stimato a settembre al 12,2%, ma resta stabile oltre il 12% anche nel 2014 (12,3%) e nel 2015 (12,2%).

Gli imprenditori attaccano il governo sulla legge di Stabilità
Confindustria affronta poi il tema della legge di Stabilità, sottolineando che l’impatto della manovra sulla crescita sarà “molto piccolo“, dello “0,1 o 0,2? punti sul Pil del 2014. Poi, nel 2015 la manovra avrà “un effetto restrittivo della stessa entità di quello espansivo del 2014?. Il centro studi prevede “traiettorie economiche ad alta incertezza”, e affianca così alle previsioni sugli scenari economici anche “una simulazione che ingloba una evoluzione meno benigna”, nella quale “la debolezza dell’economia impone una manovra da un punto di Pil per rispettare gli impegni europei”. In questo scenario B, “il credit crunch (ovvero la stretta sul credito, ndr) si protrae nel 2015, l’aumento del commercio mondiale è più contenuto, lo spread non si restringe”; ed “il risultato è che l’Italia si blocca nuovamente”.

La delusione è tale che il rapporto di Confindustria parla di “una occasione mancata“. Complessivamente la manovra è infatti “un intervento modesto sul 2014 che ritocca marginalmente il deficit: in termini di Pil si tratta di qualche decimale (0,2%). E per il 2015 e 2016 la correzione del disavanzo coincide sostanzialmente con le dimensioni delle clausole di salvaguardia. L’intervento principale proposto è quello sul cuneo fiscale, ma le risorse stanziate non sono in grado di incidere significativamente”.

“Bruciati 3.500 euro di reddito per abitante”
Riviste al ribasso le stime del Pil per il 2013 rispetto alle previsioni di settembre: il Prodotto interno lordo segnerà -1,8% rispetto alla precedente previsione di -1,6 per cento. Confermata, invece, la stima per il 2014 (+0,7%). Nel 2015, il Pil segnerà +1,2 per cento.

Per quanto riguarda il deficit, invece, è stimata una riduzione del rapporto con il Pil per il 2014 ed il 2015 rispettivamente al 2,7% e al 2,4% (dopo il 3% nel 2012 e nel 2013). Un deficit per i prossimi due anni però “sensibilmente più elevato di quanto indicato dal governo”. Il debito pubblico è infine previsto salire al 132,6% del Pil nel 2013 al lordo dei sostegni ai fondi di stabilità europei (129,0% al netto di questi esborsi) e al 133,7% nel 2014 (129,8% al netto), secondo le stime del Centro studi di Confindustria. Inizierà a calare nel 2015 quando sarà al 132,0% del Pil (128,2% al netto dei sostegni). La stima include 0,5 punti di Pil di privatizzazioni e dismissioni immobiliari per il 2014 e il 2015, come indicato dal governo nella nota di aggiornamento al Def.

“Rispetto alle traiettorie già modeste del decennio 1997-2007 il livello del Pil potenziale è oggi dopo sei anni di crisi più basso del 12,6%”, indica il centro studi di Confindustria, che calcola: “In altre parole sono andati bruciati oltre 200 miliardi di euro di reddito a prezzi 2013, quasi 3.500 euro per abitante”. E “solo con incisive riforme strutturali si può recuperare il terreno perduto”.

Istat: “Crescita retribuzioni torna a minimi da 1992?
E anche l’Istat pubblica dati tutt’altro che rassicuranti sui salari. A novembre le retribuzioni contrattuali orarie restano ferme su ottobre mentre salgono solo dell’1,3% nel confronto con lo scorso anno. La crescita annua torna così a toccare i minimi. Il rialzo dell’1,3%, già registrato in passato, risulta infatti il più basso almeno dal 1992, ovvero da 21 anni. Complessivamente, nei primi 11 mesi del 2013 la retribuzione oraria media è cresciuta dell’1,4% rispetto al corrispondente periodo del 2012. Alla fine di novembre 2013 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica riguardano il 51,1% degli occupati dipendenti e corrispondono al 49,4,% del monte retributivo osservato.

da Il Fatto Quotidiano | 19 dicembre 2013

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Appunti in libertà

Il movimento dei forconi è ambiguo, rozzo, largamente influenzato dalla destra estrema.
Certo. Ma se sono vere le cose che da tempo diciamo sugli effetti della crisi, sulle trasformazioni (e disgregazioni) del mondo del lavoro, sulla chiusura del sistema politico, sulla natura liberista del PD e sulla subalternità dei sindacati maggioritari, se sono vere tutte queste cose, è allora inevitabile che ogni radicale protesta popolare assuma forme ambivalenti e diventi oggetto di una contesa tra destra e sinistra riguardo agli obiettivi ed ai modi dell’azione.
Ed è inevitabile quindi assistere ad un crescere di proteste senza vero e proprio conflitto, di conflitti senza un vero e proprio movimento, di movimenti decisamente segnati dal populismo, ossia dall’illusione del “tutti a casa”, dall’incapacità di individuare gli avversari, dalla tendenza a prendersela con altri poveracci, dalla fascinazione per un capo ed uno stato autoritari.
Sarà certamente questione di gradi, di analisi fattuali, di valutazioni fatte caso per caso, e magari quello del “9 dicembre” risulterà essere un caso particolarmente ambiguo. Ma nessun movimento potrà più essere giudicato “prima”, senza parteciparvi o senza aver tentato di farlo, senza attraversarlo e senza averne separato il buono ed il cattivo: senza aver proposto dall’interno un’altra definizione dei fini e dei mezzi.
D’ora in poi snobbare o contrastare una mobilitazione perché è in odore di populismo significherà snobbare o contrastare qualunque mobilitazione. Tranne quelle sindacali, che però (e non è un caso) latitano, o quelle studentesche, che però (e non è un caso) alla lunga sono inefficaci.Se la sinistra vuol tornare ad essere sinistra e a contare qualcosa deve quindi allontanarsi dall’atteggiamento che oggi sembra prevalere al suo interno. Se vuole essere una soluzione per il Paese deve prima riconoscere di essere, essa stessa, una parte del problema.
Perché la sua componente maggioritaria è da tempo passata al nemico ed è corresponsabile della distruzione neoliberista della democrazia e dello stato sociale (altro che “pericolo di destra”… la destra più pericolosa c’è già ed è già al potere, si chiama “larghe intese”, si chiama “Grosse Koalition”, si chiama PD e sedicente “socialismo europeo”…).
Perché l’alternativa della democrazia partecipata proposta da ciò che resta del movimento altermondialista è debolissima rispetto all’esigenza ormai acuta di trasformare i rapporti di proprietà, e soprattutto è incomprensibile per quella larga parte del popolo che non ha il tempo e le risorse per partecipare ad alcunché. E infine perché la stessa sinistra radicale, forse spaventata dalle conseguenze delle proprie migliori analisi, non riesce ad emanciparsi dalla trappola dell’europeismo (e dell’euro), non riesce a proporre fin da oggi soluzioni neosocialiste in grado di traghettare il Paese fuori dalla subalternità al capitalismo atlantico, non riesce a costruire un discorso “nazionaldemocratico” capace anche di prevenire il diffondersi del nazionalismo di destra, non riesce a svincolarsi dall’idea che l’unica vera lotta popolare sia quella della CGIL, o di movimenti da sempre legati alla sinistra (come il benemerito movimento No Tav).

Bisogna smetterla con esitazioni ed illusioni. Bisogna svegliarsi.
E cominciare magari a porre una buona volta il problema dei problemi: che è quello di rompere l’alleanza tra le frazioni sindacalizzate (e qualificate) del lavoro ed capitalismo europeista, e l’alleanza tra le frazioni più deboli del lavoro ed il capitalismo protezionista, per costruire una vera unità del lavoro subalterno (dipendente o no). Come si può fare? Si può fare concentrando gli sforzi sulla rottura dell’oligopolio dei sindacati maggioritari, senza quindi accodarsi sempre alla Fiom e senza sperare sempre nel rinsavimento della CGIL.
Si può fare costruendo comitati popolari contro la crisi (e quel “partito sociale” di cui spesso ci limitiamo a parlare) capaci di muoversi nel magma dei conflitti attuali.
Si può fare elaborando idee forti, certo (nuovo socialismo, nazionalismo costituzionale e democratico…), ma anche idee apparentemente più prosaiche.
Comprendendo, ad esempio, che la questione fiscale ha cambiato forma, perché se il piccolo evasore degli anni passati difendeva la propria ricchezza sottraendola allo stato sociale, quello di oggi – vista la durezza della crisi e visto il crescente dirottamento del denaro pubblico verso il pagamento del debito – si difende dalla miseria sottraendo denaro alla speculazione.
Non dobbiamo certo fare l’elogio dell’evasione, ma riconoscere che chiedere oggi la normalizzazione fiscale è condannare la gente alla fame. Riconoscere che la durezza delle sanzioni sui “piccoli” è effetto della scelta di non chiedere denaro ai “grandi”.
E riconoscere che se i lavoratori sindacalizzati proponessero, invece della generica lotta all’evasione, una riduzione del carico e delle multe per i “piccoli” ed un deciso aumento della tassazione delle rendite e delle plusvalenze, riuscirebbero finalmente ad attrarre a sé sia le “partite IVA per forza”, ossia gli strati dequalificati del lavoro, sia i lavoratori autonomi di seconda generazione e di alta qualificazione.
E soprattutto incrinerebbero quella loro nefasta alleanza col grande capitale che, riflessa nelle incapacità e nelle colpe della sinistra attuale è, ad oggi, il principale ostacolo ad una soluzione democratica della crisi italiana.

Fb Roberto Tabacchi                                       17/12/2013

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Dobbiamo fermare i veri estremisti! Di Domenico Finiguerra

Articolo di Domenico Finiguerra, uno dei fondatori di “Stop al Consumo di Territorio” e “Salviamo il Paesaggio”, ex sindaco di Cassinetta di Lugagnano (primo Comune d’Italia a zero consumo di suolo)

Quante volte, partecipando ad un dibattito sul territorio, su una grande opera, su un piano regolatore, vi è capitato di essere etichettati come dei radicali ambientalisti, degli estremisti, dei sovversivi annidati nei comitati? A me è capitato moltissime volte.
La cosa mi ha sempre dato anche un certo godimento. Aumentava la mia autostima. Essere accusato di essere un sovversivo dai dirigenti del partito del calcestruzzo (sia da quelli di matrice neoliberista che da quelli di matrice progressista) era motivo di grande orgoglio. Cose da raccontare ai nipotini. «Ma smettila di opporti alle autostrade e al Tav! Vuoi farci tornare all’età della pietra? Vuoi muoverti con i cavalli! Estremista e ambientalista del c…!», «Si, adesso siete anche contro l’expo 2015! Ma vergognatevi. Siete dei talebani del verde! Volete farci perdere occasioni di sviluppo, di crescita, di competitività! Irresponsabili», «Ma che problemi vi da questo outlet? Ci sistemano anche tutta la viabilità e ci fanno 7 rotonde. Ah certo! Voi volete andare nei campi a caccia di farfalle, oppure volete tornare a coltivare la terra! Bravo! Oltre ad essere ambientalista sei pure terrone!»(questa me la sono beccata da parte dei dirigenti del partito del cemento della corrente leghista).
Ma poi, con il passare del tempo, questa etichetta ha cominciato a starmi stretta e con mia grande sorpresa mi sono reso conto che in realtà, io e direi anche tutti gli ambientalisti, siamo dei veri ed autentici moderati. Nel senso che siamo impegnati nel moderare il peso dell’uomo sulla terra.
Vorremmo mantenere, difendere o ripristinare i delicati equilibri esistenti tra il genere umano, gli altri esseri viventi e la terra. Terra intesa sia come pianeta che come terra che abbiamo sotto i piedi.
Di converso, quelli che ad ogni assemblea pubblica, consiglio comunale o talkshow televisivo, non perdono occasione per sbeffeggiarci, disegnarci su un albero intenti ad abbracciare un panda oppure additarci all’opinione pubblica come i nemici della patria, hanno perduto la natura e lo smalto di moderati. Approvando e finanziando grandi opere, speculazioni edilizie, saccheggi vari del territorio, distruggendo biodiversità e suoli agricoli, con lo scorrere dei cronoprogrammi dei loro cantieri promessi alla lavagna di Porta a Porta, i rispettabili politici e lobbisti in doppiopetto hanno subito una metamorfosi che li ha trasformati in veri estremisti sovversivi, quasi sempre polemici e pronti ad alzare i toni della discussione. Se necessario anche usando il manganello…
Esagero? Mi pare proprio di no. Anzi possiamo affermare con pochi dati certi, che i veri nemici del benessere del paese e dei cittadini che lo abitano siano proprio loro. Loro che in un quarantennio hanno compromesso il futuro delle presenti e delle future generazioni.
Vediamo perché.
Che cosa è fondamentale per un popolo, per le persone che vivono su un determinato territorio? Che cosa è indispensabile alla sopravvivenza dei cittadini? Il cibo. E che cosa è accaduto al nostro paese? È accaduto che dal 1971 al 2010 ha perso 5 milioni di ettari di Superficie Agricola Utilizzata (SAU).
Questo dato è dovuto a due fenomeni: l’abbandono delle terre e la cementificazione.
Per la risoluzione del primo, la politica è completamente assente e non riesce, anzi non prova neanche, ad arginare la perdita di terreno del settore primario rispetto al mattone. Coltivare la terra rende sempre meno in termini di reddito ed è molto faticoso, nonostante la meccanizzazione. Una crisi che richiederebbe anche un cambio di modello di produzione, avviando una riconversione che emancipi il settore stesso dalla monocoltura intensiva aprendo nuove prospettive. Non solo in termini di produzione ma anche di occasioni per riprodurre comunità e socialità.
Per il secondo fenomeno, la cementificazione, la politica dominante, non solo non ha arginato il fenomeno irreversibile della impermeabilizzazione dei suoli, ma lo ha facilitato e promosso: approvando normative che hanno spinto i comuni a fare cassa con la monetizzazione del territorio, progettando e realizzando opere infrastrutturali che hanno accompagnato l’espansione urbanistica (lo sprawl), favorendo la rendita urbana ai danni della tutela del territorio, del paesaggio e dell’agricoltura, coltivando il consenso facile con gli oneri di urbanizzazione che arrivano grazie alle colate di cemento.
Per rendere bene l’idea di quello che è successo nel nostro paese ci possono aiutare due grafici tratti da un rapporto sul consumo di suolo agricolo a cura del Ministero delle Politiche Agricole.
Nel primo grafico si può vedere che a fronte di un aumento della popolazione, la superficie agricola utilizzata è diminuita (del 28% in 40 anni) e la forbice tende ad allargarsi:

Nel secondo grafico è chiaro ed evidente quanto l’Italia stia progressivamente perdendo sovranità alimentare. Riso, pomodori e frutta fresca sono le uniche colture che produciamo in misura superiore al nostro fabbisogno. Per tutte le altre siamo ben al di sotto dell’80% di copertura. Per alcune sotto il 40%. La media del nostro grado di approvvigionamento alimentare è tra l’80 e l’85% ed è in costante diminuzione. Solo 20 anni fa era pari al 92%.

A questi dati, tenuti nascosti sapientemente all’opinione pubblica (ne avete mai sentito parlare al TG1, al TG3, a Ballarò, a Otto e mezzo?) se ne aggiunge un altro ancor più preoccupante: l’Italia è il terzo paese in Europa ed il quinto nel mondo nella classifica del deficit di suolo.
In sostanza ci mancano 49 milioni di ettari per coprire il nostro intero fabbisogno che è pari a 61 milioni di ettari. Siamo destinati ad essere sempre più dipendenti dalla produzione di terreni di altri paesi.
Il buon senso del buon padre o madre di famiglia dovrebbe portarci a fermare per decreto ed immediatamente la cementificazione ed il consumo di suolo, a bonificare le aree compromesse dal cemento e dai veleni, ad incentivare seriamente il ritorno alla coltivazione delle terre abbandonate. Ma purtroppo il buon senso e l’interesse collettivo sono spesso in contraddizione con gli interessi dei pochi e soliti noti…
Ma oltre che della perduta sovranità alimentare, gli estremisti dirigenti del partito del cemento si sono resi protagonisti dell’alterazione e della sovversione di delicati equilibri ecosistemici. Alterazione condotta grazie alle loro azioni irriducibili, condotte talvolta nottetempo: mitici i consigli comunali alle 3 di notte per approvare varianti ai piani regolatori (nei quindici anni dal 1995 al 2009, i comuni italiani hanno rilasciato complessivamente permessi di costruire per 3,8 miliardi di mc). Le scelte di questi estremisti sono concausa certificata del dissesto idrogeologico e dello sprofondamento quotidiano del paese nel fango. Ma essi si ostinano quotidianamente a tenere la posizione, si oppongono in maniera davvero ideologica e radicale alle decine di proposte veramente moderate che presentiamo tutti i giorni.
Noi (ambientalisti, comitati, cittadini) chiediamo di investire le scarse risorse nella messa in sicurezza del territorio; loro ci rispondono arroganti che sono prioritari i buchi nelle montagne per portare merci a 300 km all’ora da Torino a Lione.
Noi proponiamo di incentivare il recupero degli immobili esistenti, rendendoli più efficienti dal punto di vista energetico, di puntare sul risanamento/ricostruzione dei centri storici abbandonati (a partire da L’Aquila, dove recentemente si sono recati 22 sindaci moderati della Val di Susa per chiedere di impiegare in quella città le risorse destinate al Tav); loro si impuntano con le newtown in aperta campagna, le cittadelle dello sport, della moda, del design.
Noi proponiamo di restaurare il paesaggio, di elaborare un grande piano nazionale di piccole opere, che aiuterebbe l’edilizia ad uscire dalla crisi (dall’abbattimento delle barriere architettoniche alla realizzazione di fognature, marciapiedi e piste ciclabili); loro ci rispondono polemicamente e strumentalmente con nuovi piani casa, nuovi grattacieli, nuovi grandi eventi e relative nuove grandi autostrade e nuovi grandi padiglioni.
Insomma, noi chiediamo di andare più piano; loro accelerano con sprezzo del pericolo, spingendo il vapore a tutta velocità verso le estreme conseguenze, verso il baratro. Degli irresponsabili.
Risultato di queste scelte scellerate portate avanti con tanta veemenza bipartisan? Secondo l’ISPRA (Istituto Superiore per Protezione e la Ricerca Ambientale) ogni giorno vengono impermeabilizzati 100 ettari di terreni naturali. 10 mq al secondo. Quindi cosa facciamo?
Dobbiamo fermarli. Non c’è alternativa. Perché sono dei veri sovversivi. I veri estremisti di questo paese.

da Eddyburg.it                                     7 dicembre 2013

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