È tutto falso e ci stanno ammazzando

Faccio appello ai pochi che ancora usano la loro testa, vi prego, osservate.

L’Europa dell’euro sta esplodendo, e i prossimi a finire sotto le macerie saremo noi italiani, i portoghesi e gli spagnoli. Poi verranno i francesi e i tedeschi. Perché? Perché abbiamo tutti adottato una moneta, l’euro, che è sospesa nel nulla, non ha cioè uno Stato sovrano che la regoli, non si sa di chi sia, e soprattutto noi Stati europei la possiamo solo USARE, non possedere. E’ tutto qui il disastro, e vi spiego.

Ho già scritto che se la Grecia fosse ancora uno Stato che emette moneta sovrana non avrebbe nessun problema, perché potrebbe fare quello che fecero gli USA con un indebitamento assai peggiore (deficit di bilancio al 25% del PIL) 60 anni fa: emettere moneta, pagare parti del debito e rilanciare l’economia senza quasi limite. E’ esattamente quello che fa il Giappone da decenni. Osservate: oltre agli Stati Uniti che sono indebitatissimi (deficit di bilancio 1.400 miliardi di dollari e in crescita prevista fino a 2.900 fra 3 anni), il Giappone ha oggi un rapporto debito-Prodotto Interno Lordo del 200% circa (che in Europa sarebbe considerato l’inferno in terra), la Gran Bretagna ha in pratica lo stesso deficit di bilancio della Grecia e dovrà prendere in prestito 500 miliardi di sterline nei prossimi 5 anni. Ma avete sentito da qualche parte che vi sia un allarme catastrofico su USA, Giappone e Gran Bretagna? C’è qualcuno che sta infliggendo a quei tre Paesi le sevizie di spesa pubblica che saranno inflitte ai greci? No! Perché? Perché Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna sono possessori di una loro moneta non convertibile e non agganciata ad altre monete forti, e questo significa che i loro governi possono emettere moneta nel Paese per risanarsi come detto sopra. E attenzione: possono farlo  prendendola in prestito da se stessi, che a sua volta significa che se si indebitano fino al collo possono poi rifinanziarsi il debito all’infinito. E’ come se un marito fosse indebitato con la moglie… cosa succede? Nulla, sono lo stesso nucleo. Noi Stati europei invece dobbiamo, prima di spendere, prendere in prestito gli euro dali mercati di capitali, e quindi per noi i debiti sono un problema, perché li dobbiamo restituire a qualcun altro, non più solo a noi stessi. Noi siamo il marito e la moglie indebitati con gli usurai, ben altra storia.

Ribadisco: uno Stato con moneta sovrana, come appunto Stati Uniti, Giappone o Gran Bretagna, può emettere debito sovrano senza problemi, e finanziarlo praticamente all’infinito con l’emissione di altra moneta, e questo, al contrario di quello che tutti vi raccontano, non è un problema (i dettagli tecnici in un mio studio futuro). Quanto ho appena scritto, è stato confermato pochi mesi fa,  fra gli altri, dall’ex presidente della Federal Reserve (banca centrale) americana, Alan Greenspan, che ha detto “un governo non potrà mai fare bancarotta coi debiti emessi nella propria moneta sovrana”.  Infatti USA, Gran Bretagna e Giappone, che emettono debiti immensi, non sono al collasso come la povera Grecia e nessuno li sta crocifiggendo.

A voi che avete una mente libera, non viene da chiedervi perché gli USA sono rimasti al balcone a guardare, senza far nulla, la nascita di questo presunto gigante economico dell’euro? Sono stupidi? No. Sono furbi. Sapevano e sanno esattamente quello che ho detto, e cioè che con l’unione monetaria noi Stati europei ci saremmo ficcati precisamente nella gabbia in cui siamo: prigionieri di debiti che non possiamo più controllare e rifinanziare con una nostra moneta sovrana. A chi non lo ricorda, rammento che l’Italia con moneta sovrana degli anni ‘70/80 era zeppa di debito e di inflazione, ma aveva un’economia fortissima che oggi ci sogniamo (e su cui ancora mangiano milioni di figli del boom di quegli anni). Guarda caso dalla metà degli anni ’80, dalla nascita cioè dei poteri finanziari sovranazionali che sono quelli che lucrano oggi sulle nostre disgrazie, si iniziò a predicare agli Stati con moneta sovrana che un debito pubblico e un deficit erano la peste, e questo non è vero. Rileggete sopra. Non lo sono mai se uno Stato ha moneta propria, perché di nuovo “un governo non potrà mai fare bancarotta coi debiti emessi nella propria moneta sovrana”. Alan Greenspan è piuttosto attendibile, e furbo. E allora che scopo aveva quel mantra ossessivo sui (falsi) danni di deficit e debito pubblico che nessuno oggi osa più sfidare? Risposta: spingerci nella mani di una unione monetaria capestro con regole assurde di limiti del deficit e del debito, che ci avrebbe sottratto l’unica arma possibile (la sovranità monetaria) per gestire senza danni l’indebitamento. E questo per compiacere a chi? Risposta: al Tribunale Internazionale degli Investitori e Speculatori guidato appunto dagli Stati Uniti, che con la scusa del risanamento degli Stati indebitati ma non più sovrani (noi appunto) ci costringe a vendere a prezzi stracciati i nostri beni pubblici ai barracuda finanziari, a deprezzare il lavoro con la disoccupazione (tanta offerta di lavoratori = crollano i loro prezzi, come con le merci), rovinando così le vite di generazioni di esseri umani, le nostre vite.

Infine, ricordo chi ha così fortemente voluto in Italia l’unione monetaria europea: Romano Prodi e Giuliano Amato in primis, che non sono stupidi e sapevano benissimo dove ci avrebbero portati. Alla faccia di chi ancora demonizza il centrodestra, che di peccati ne ha, ma confronto a questo sono cosucce da ridere. Qui stiamo parlando della svendita della speranza, per generazioni di cittadini, di poter avere controllo sull’economia, che è tutto, è libertà e democrazia, perché da cassintegrati/precari e senza più uno Stato sociale decente si è a tutti gli effetti degli schiavi.

La crisi dell’Europa, il calvario della Grecia e il nostro prossimo calvario, sono tutta una montatura costruita dall’inganno dell’unione monetaria, dall’inganno dell’inesistente dovere di risanare i debiti degli Stati, che non sono mai un problema se quegli Stati sono monetariamente sovrani. Un inganno ordito dai soliti noti di cui sopra.

Uscire dall’unione monetaria subito! Ritornare Stati europei con moneta sovrana e non convertibile, ora! Hanno ragione i greci, e faccio eco al loro grido scritto sulle pendici dell’acropoli: “Popoli d’Europa, sollevatevi”.

www.paolobarnard.info

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Censura “legale”

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell’informazione di cui non si parla mai. E’ la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell’appoggio dell’indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l’opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti ‘fuori dal coro’.

Si tratta, in sintesi, dell’abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste ‘scomode’. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d’informazione, ve lo illustro citando il mio caso.

Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un’inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l’11/10/2001 (“Little Pharma & Big Pharma”). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: “Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie”) e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L’inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.

Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.

Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.

Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.

All’atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.

La linea difensiva dell’azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)
E questo per un’inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*
*(la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell’editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l’accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giusificabile l’operato della RAI in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l’impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un’inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.
La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

Ma al peggio non c’è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E’ un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: “La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell’eventuale accoglimento della domanda posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima”.(6)

Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell’incredulità.
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Tsipras alla commissione europea: l’appello degli intellettuali, di Paolo Flores Dercais

Oggi rendiamo pubblico questo appello corredato dalle sole firme dei suoi estensori. Nei prossimi giorni renderemo pubblica anche la lista delle adesioni che stiamo raccogliendo, e che sono già ora, prima ancora del suo lancio, molto numerose e qualificate.

La lista per le elezioni europee a cui proponiamo di dar vita con questo documento sarà una lista di cittadinanza assolutamente autonoma, promossa da personalità della cultura, dell’arte e della scienza e da esponenti di comitati, associazioni, movimenti e organismi della società civile che ne condividono gli obiettivi e i contenuti, e che non verrà “negoziata” con alcun partito. Questo sia per segnare una netta discontinuità con il passato, sia per sottolineare la novità di questa proposta: l’adesione a questa lista elettorale non deve essere confusa con l’affiliazione ad alcuno dei partiti esistenti o in fieri e non ha alcuna pretesa identitaria.

Questa lista avrà un comitato di garanti formato tra i firmatari dell’appello, che non si candideranno. Avrà un comitato promotore, con compiti operativi.

Su questa base le realtà organizzate come i partiti, o loro strutture, le associazioni politiche o culturali,  i centri sociali – che vorranno sostenere questo progetto sono le benvenute e possono contribuire al suo successo anche presentando proposte di candidatura di propri iscritti, purché rispondenti alle caratteristiche indicate nell’appello. E potranno sostenere la lista, la raccolta delle firme e le attività connesse alla campagna elettorale, costituendosi in uno o più comitati di sostegno dotati della più ampia autonomia, seguendo il modello già adottato nella campagna per i referendum contro la privatizzazione dell’acqua e dei sevizi pubblici locali, modalità che ha garantito il successo in quella iniziativa referendaria.

L’Europa al bivio

L’Europa è a un bivio, i suoi cittadini devono riprendersela. Dicono i cultori dell’immobilità che sono solo due le risposte al male che in questi anni di crisi ha frantumato il progetto d’unità nato a Ventotene nell’ultima guerra, ha spento le speranze dei suoi popoli, ha risvegliato i nazionalismi e l’equilibrio fra potenze che la Comunità doveva abbattere. La prima risposta è di chi si compiace: passo dopo passo, con aggiustamenti minimi, l’Unione sta guarendo grazie alle terapie di austerità. La seconda risposta è catastrofista: una comunità solidale si è rivelata impossibile, urge riprendersi la sovranità monetaria sconsideratamente sacrificata e uscire dall’Euro. Noi siamo convinti che ambedue le risposte siano conservatrici, e proponiamo un’alternativa di tipo rivoluzionario. È nostra convinzione che la crisi non sia solo economica e finanziaria, ma essenzialmente politica e sociale. L’Euro non resisterà, se non diventa la moneta di un governo democratico sovranazionale e di politiche non calate dall’alto, ma discusse a approvate dalle donne e dagli uomini europei. È nostra convinzione che l’Europa debba restare l’orizzonte, perché gli Stati da soli non sono in grado di esercitare sovranità, a meno di chiudere le frontiere, far finta che l’economia-mondo non esista, impoverirsi sempre più. Solo attraverso l’Europa gli europei possono ridivenire padroni di sé.

Per questo facciamo nostre le proposte di Alexis Tsipras, leader del partito unitario greco Syriza, e nelle elezioni europee del 25 maggio lo indichiamo come nostro candidato alla presidenza della Commissione Europea. Il suo paese, la Grecia, è stato utilizzato come cavia durante la crisi ed è stato messo a terra: in quanto tale è nostro portabandiera. Tsipras ha detto che l’Europa, se vuol sopravvivere, deve cambiare fondamentalmente. Deve darsi i mezzi finanziari per un piano Marshall dell’Unione, che crei posti di lavoro con comuni piani di investimento e colmi il divario tra l’Europa che ce la fa e l’Europa che non ce la fa, offrendo sostegno a quest’ultima. Deve divenire unione politica, dunque darsi una nuova Costituzione: scritta non più dai governi ma dal suo Parlamento, dopo un’ampia consultazione di tutte le organizzazioni associative e di base presenti nei paesi europei.

Deve respingere il fiscal compact che oggi punisce il Sud Europa considerandolo peccatore e addestrandolo alla sudditanza, e che domani punirà, probabilmente, anche i paesi che si sentono più forti. Al centro di tutto, deve mettere il superamento della disuguaglianza, lo stato di diritto, la comune difesa di un patrimonio culturale e artistico che l’Italia ha malridotto e maltrattato per troppo tempo. La Banca centrale europea dovrà avere poteri simili a quelli esercitati dalla Banca d’Inghilterra o dalla FED, garantendo non solo prezzi stabili ma lo sviluppo del reddito e dell’occupazione, la salvaguardia dell’ambiente, della cultura, delle autonomie locali e dei servizi sociali, e divenendo prestatrice di ultima istanza in tempi di recessione. Non dimentichiamo che la Comunità nacque per debellare le dittature e la povertà. Le due cose andavano insieme allora, e di nuovo oggi.

Oggi abbiamo di fronte una grande questione ambientale di dimensioni planetarie, che può travolgere tutti i popoli, e un insieme di politiche tese a svalutare il lavoro, mentre una corretta politica ambientale può essere fonte di nuova occupazione, di redditi adeguati, di maggiore benessere e di riappropriazione dei beni comuni. È il motivo per cui contesteremo duramente il mito della crescita economica così come l’abbiamo fin qui conosciuta. Esigeremo investimenti su ricerca, energie rinnovabili, formazione, trasporti comuni, difesa del patrimonio culturale. Sappiamo che per una riconversione così vasta avremo bisogno di più, non di meno Europa.

Proprio come Tsipras dice riferendosi alla Grecia, in Italia tutto questo significa rimettere in questione due patti-capestro. Primo, il fiscal compact: il pareggio di bilancio che esso prescrive è entrato proditoriamente nella nostra costituzione, l’Europa non ce lo chiedeva, limitandosi a indicare sue «preferenze». Secondo, il patto di complicità che lega il nostro sistema politico cleptocratico alle domande dei mercati: chiediamo una politica di contrasto contro le mafie, il riciclaggio, l’evasione fiscale, la protezione e l’anonimato di capitali grigi, la corruzione, in un’Europa dove non sia più consentito opporre il segreto bancario alle indagini della magistratura. Significa infine difendere la Costituzione nata dalla Resistenza, e non violarne i principi base come suggerito dalla JP Morgan in un rapporto del 28 maggio 2013, cui i governanti italiani hanno assentito col loro silenzio. Significa metter fine ai morti nel Mediterraneo: i migranti non sono un peso ma il sale della crescita diversa che vogliamo. Significa darsi una politica estera, non più al rimorchio di un paese– gli Stati Uniti– che perde potenza ma non prepotenza. La pax americana produce guerre, caos, stati di sorveglianza. È ora di fondare una pax europea.

Le larghe intese, le rifiutiamo in Italia e in Europa: sono fatte per conservare l’esistente. Per questo diciamo no alla grande coalizione parlamentare che si prepara fra socialisti e democristiani europei, presentandoci alle elezioni di maggio con una piattaforma di sinistra alternativa e di rottura. Nostro scopo: un Parlamento costituente, che si divida fra immobilisti e innovatori. Siamo sicuri fin d&r
squo;ora che gran parte dei cittadini voglia proprio questo: non l’Unione mal ricucita, non la fuga dall’Euro, ma un’altra Europa, rifatta alle radici. La chiediamo subito: il tempo è scaduto e la casa di tutti noi è in fiamme, anche se ognuno cercasse rifugio nella sua tana minuscola e illusoria.

L’Italia al bivio

Questo è l’orizzonte. A partire da qui avanziamo la proposta di dare vita in Italia a una lista che alle prossime elezioni europee faccia valere i principi e i programmi delineati.

Una lista promossa da movimenti e personalità della società civile, autonoma dagli apparati partitici, che sia una risposta radicale alla debolezza italiana. Una lista composta in coerenza con il programma, che candidi persone, anche con appartenenze partitiche, che non abbiano avuto incarichi elettivi e responsabilità di rilievo nell’ultimo decennio.

Una lista che sostiene Tsipras ma non fa parte del Partito della Sinistra Europea che lo ha espresso come candidato. I nostri eletti siederanno nell’europarlamento nel gruppo con Tsipras (GUE-Sinistra Unitaria europea). Una lista che potrà essere sostenuta, come nel referendum acqua, dal più grande insieme di realtà organizzate e che non si manterrà con i rimborsi elettorali.

Una lista che con Tsipras candidato mobiliti cittadine e cittadini verso un’Altra Europa.

Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli, Guido Viale

da il Fatto Quotidiano          18 gennaio 2014

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Milano, pestato sindacalista: se continuano gli scioperi fai una brutta fine, di M.E. Scandaliato

Fabio Zerbini del Si Cobas segue le vertenze della logistica, settore infiltrato dalla criminalità organizzata. E’ stato attirato a un appuntamento per ripagare uno specchietto rotto ed è stato picchiato a sangue da due uomini, che hanno fatto riferimento a “lavoratori che rompono i coglioni”. Il collega: “Siamo abituati a gomme squarciate e auto bruciate, ma non a questo”

Tutto è iniziato da uno specchietto rotto. Un paio di giorni fa Fabio Zerbini (nella foto), coordinatore del Si Cobas, sindacato di base che organizza le lotte nel settore della logistica, ha trovato lo specchietto laterale della sua auto rotto. Sul parabrezza, un biglietto di scuse con un numero di cellulare da chiamare, per concordare il risarcimento del danno. Fabio chiama, e il suo interlocutore gli dà un appuntamento per ieri pomeriggio in zona Affori, a sud di Milano. Giunto sul posto, però, Fabio non trova l’onesto cittadino che si sarebbe aspettato, ma due energumeni che, appena sceso dalla macchina, lo investono con una scarica di botte. Il pestaggio dura giusto qualche minuto: il tempo di spaccargli l’arcata sopraccigliare, il labbro e provocargli altre contusioni. «Se i lavoratori continuano a scioperare e a rompere i coglioni, tu fai una brutta fine», gli dice uno dei due, prima di lasciarlo a terra.

In ospedale, Zerbini viene curato e congedato con una prognosi di quindici giorni. Un episodio inquietante, che segna un salto di qualità nella scia di intimidazioni subite dal Si Cobas e dai suoi iscritti. «Hanno alzato il tiro», racconta Fulvio Di Giorgio, altro coordinatore della sigla di base; «Eravamo abituati alle gomme squarciate e alle auto incendiate, ma ancora non erano arrivati a un pestaggio vero e proprio». Negli ultimi anni, infatti, i delegati sindacali impegnati nel settore logistico hanno subito attacchi in stile mafioso. «Ho trovato le gomme della mia automobile tagliate almeno tre volte. Venivano sotto casa mia e mi lasciavano questo bel biglietto da visita, che mi è costato ogni volta 550 euro», sorride Di Giorgio, amaro.

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Un nuovo rapporot sul Sarin siriano smentisce le affermazioni degli USA, di Viktor Kotsev

Alcuni mesi fa gli USA erano sul piede di guerra a causa dell’utilizzo di armi chimiche in Siria; ma poi, apparentemente influenzati dall’iniziativa russa che prevedeva la spedizione dell’armamento chimico da parte del governo siriano e la sua successiva distruzione, hanno fatto marcia indietro. Coloro i quali per tutto il tempo hanno sostenuto che la versione dei fatti fornita dalla Casa Bianca era alquanto problematica hanno appena ricevuto un enorme supporto da Seymour Hersh, giornalista investigativo vincitore del premio Pulitzer.
Domenica scorsa la London Review of Books ha pubblicato un lungo reportage [1] a cura di Hersh, il quale in passato aveva rivelato le atrocità commesse dagli Americani a My Lai durante la guerra del Vietnam e nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Nel reportage Hersh accusa il Presidente degli USA Barack Obama e i suoi alti funzionari di aver ingannato il mondo con le loro affermazioni, in particolare in due occasioni: la prima, quando Obama e i suoi funzionari affermarono di essere in possesso di prove inequivocabili che dimostravano il coinvolgimento del regime del presidente siriano Bashar al-Assad in un attacco con armi chimiche avvenuto il 21 agosto nelle vicinanze della capitale Damasco, attacco che causò la morte di centinaia di civili; la seconda, quando sostennero che non esistevano prove riguardo il possesso di armi chimiche da parte di gruppi di ribelli nel paese e della loro capacità a usare tali armi.
Parte delle informazioni in possesso di Hersh provengono da “recenti interviste con funzionari e consulenti dei servizi segreti e dell’esercito del presente e del passato”. Egli descrive come, dopo l’attacco di agosto, l’amministrazione Obama “abbia arbitrariamente scelto l’intelligence per giustificare un attacco contro Assad”. Hersh sostiene che la Casa Bianca foraggiò una storia attentamente manipolata per il pubblico e i media, paragonando questo procedimento all’inizio della guerra in Vietnam e in Iraq.
Inoltre, egli riporta che, malgrado ciò che fu detto dai funzionari americani in diverse occasioni, gli USA non ricevettero preavviso dell’attacco.
Svariate fonti importanti dei servizi segreti, le quali in precedenza avevano fornito informazioni sensibili su siti siriani di armi chimiche, tra cui un sofisticato network di sensori che operava congiuntamente con Israele, erano state ingannate dagli stessi siriani o semplicemente non avevano rilevato nessuna attività sospetta.
Tuttavia, l’intelligence americana iniziò freneticamente a passare al setaccio un’immensa quantità d’intercettazioni, effettuate dopo l’attacco, cercando sempre un modo per implicare il regime di Assad.
“Ciò non conduce a una valutazione molto affidabile, a meno che non si parta dal presupposto che Bashar Assad l’abbia ordinato [l’attacco ndt] e dunque si inizi a cercare qualsiasi cosa a favore di questa supposizione” scrive Hersh, citando un ex ufficiale di alto livello dei servizi segreti. Giudizio con il quale risulta difficile essere in disaccordo.
Parti di queste informazioni sono apparse in modo frammentario su altri media – per esempio, in un reportage del Wall Street Journal si affermava che le informazioni dei servizi segreti fossero state tradotte in inglese solo dopo l’attacco, e suggerivano che Assad fosse all’oscuro, mentre i suoi comandanti in quel campo “fossero stati semplicemente negligenti”. Tuttavia, similmente ad altri media mainstream, il Wall Street Journal ha presentato come impeccabile il fatto che l’intelligence americana abbia collegato il regime siriano con l’attacco di agosto. [2]
Hersh, però, mette in dubbio questo collegamento facendo notare, tra le altre cose, che la relazione dell’ONU sull’attacco ha illustrato chiaramente come le prove esaminate dal proprio team avrebbero potute essere state manipolate dai ribelli, affermando inoltre che l’amministrazione Obama avrebbe costruito le informazioni riguardanti la distribuzione di maschere anti gas alle truppe effettuata dal regime di Assad prima dell’attacco.
L’affermazione di gran lunga più incriminante fatta da Hersh è quella che i funzionari americani avrebbero tenuto all’oscuro il pubblico delle prove che dimostravano che gli affiliati di al-Quaeda in Siria ebbero accesso al materiale per fabbricare armi chimiche e al know-how necessario per mescolarle e usarle in battaglia.
Un rinomato consulente dell’intelligence americana riferì a Hersh che un esperto iracheno di armi chimiche, affiliato di al-Quaeda, si trasferì proprio nell’area dove avvenne l’attacco poco prima che esso venisse realizzato. Hersh scrive: “un documento dei servizi segreti, pubblicato a metà estate, si occupa approfonditamente di Ziyaad Tariq Ahmed, un esperto di armi chimiche precedentemente annoverato nelle schiere dell’esercito iracheno, che si dice si sia trasferito in Siria e che stia operando nel Ghuta orientale”.
Hersh afferma che, nonostante alti funzionari americani avessero a loro disposizione numerose relazioni dei servizi segreti americani nei quali si affermava che gli jjhadisti sarebbero stati in grado di compiere tale attacco, essi esclusero in diverse occasioni che l’attacco fosse stato compiuto dai ribelli.
Hersh scrive: “nei mesi precedenti l’attacco, le agenzie di intelligence degli USA produssero una serie di relazioni altamente confidenziali culminate in un formale Operations order – documento atto a pianificare un’invasione militare da terra– facendo riferimento all’evidenza che il fronte al-Nusra, gruppo affiliato ad al-Quaeda, padroneggiasse i meccanismi per poter creare il sarin, il gas nervino, e che fossero in grado di produrne in quantità”.
Ad essere onesti, l’informazione relativa al possesso di armi chimiche da parte dei ribelli non è totalmente nuova, sebbene non sia stata diffusa dai principali mezzi di comunicazione occidentali. Un gruppo di militanti di Nusra (uno dei principali gruppi affiliati ad al-Qaeda in Siria) fu catturato a maggio in Turchia con del sarin e dei suoi precursori. Stando a quel che si dice i militanti hanno tutti sostenuto, in modo abbastanza bislacco, di non aver idea che le sostanze chimiche che avevano mischiato potessero produrre un’arma chimica mortale. [3]
Perfino la famosa investigatrice dell’ONU, Carla del Ponte, ammise a maggio, tre mesi prima dell’attacco di agosto, l’esistenza di forti indizi riguardanti l’utilizzo del sarin da parte dei ribelli in quel campo. [4]
Ma sebbene ciò non esoneri direttamente le forze di Assad dalla responsabilità dell’attacco, il reportage di Hersh distrugge il racconto fatto circolare dalla Casa Bianca e riproposto da molti dei principali “outlet” di notizie. Il reportage fa intendere che rivelazioni molto più importanti debbano ancora essere fatte, sia riguardo le circostanze in cui è avvenuto l’incidente del 21 agosto, sia riguardo l’intensa attività diplomatica che ci fu a seguire.

Fonte: www.atimes.com                  18 dicembre, 2013 
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di IRINA

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Anni ’70, quando Pertini non strinse la mano al questore di Milano, di Checchino Antonini

Dirigeva il carcere di Ventotene ai tempi del fascismo, su di lui l’ombra dell’omicidio Pinelli. Era un’altra Italia. Ora revisionismo Rai. [Checchino Antonini]

Poco dopo la strage di Piazza Fontana, Sandro Pertini, comandante della Resistenza e allora presidente della Camera dei deputati, si recò a Milano in visita ufficiale e, incontrando l’allora questore Marcello Guida, si rifiutò pubblicamente di stringergli la mano, ricordando l’attività di Guida come direttore del confino di Ventotene nel ventennio fascista.
Fu un gesto che ruppe il protocollo e che ebbe un forte rilievo mediatico. Alcuni anni dopo, alla fine del ’73, lo stesso Pertini, intervistato da Oriana Fallaci, aggiunse che a determinare quel gesto fu anche che su Guida «gravava l’ombra della morte» dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta appunto quando Guida era questore di Milano.

Quell’intervista è indicativa di come il problema dell’affidabilità democratica delle forze dell’ordine e delle forze armate è una costante nella storia d’Italia. Per questo Popoff è andato a ripescare l’intervista prima che vada in onda la seconda puntata della triste fiction revisionista di Rai 1 sugli anni ’70, triste e approssimativa sul piano della sceneggiatura e della recitazione.
Triste, approssimativa e insidiosa sul piano della deformazione della storia sociale italiana. Appiattire la storia di un decennio sullo stereotipo degli anni di piombo vuol dire negare l’aspirazione delle masse subalterne (che irruppero sulla scena in tutto il mondo) alla liberazione, all’emancipazione, alla giustizia sociale. Pertini, socialista riformista e partigiano, sarebbe divenuto presidente della Repubblica. Era un’altra Italia. Dopo di lui, al Quirinale, sarebbero saliti un banchiere, un picconatore e inventore di leggi speciali e l’uomo che creò i lager per migranti.

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Bambini senza cure, fame, miseria, case senza luce e riscaldamento

STRAORDINARIO REPORTAGE DALL’ INFERNO GRECO. I COLPEVOLI TROIKA+BCE

ATENE – Un appartamento di 100 metri quadri in pieno centro ad Atene in vendita a 18mila euro ma nessuno lo vuole. Non ruderi da ristrutturare, ma case pronte per essere abitate. È il panorama del mercato immobiliare della Grecia ai tempi della crisi. I prezzi delle case sono crollati del 50-70%. Nei quartieri centrali, quelli più prestigiosi, tantissimi gli appartamenti vuoti o abbandonati al degrado.

Dal 2007 ad oggi le compravendite sono scese dell’80% e chi ha la fortuna di avere una casa di proprietà spesso non ha però i soldi per riscaldarla. Come nel dopoguerra ci si riscalda con la legna Nella capitale otto condomini su dieci non comprano più il gasolio. In compenso i cittadini per riscaldarsi ricorrono all’uso smodato di camini e stufe a legna, metodi di riscaldamento del dopoguerra che comportano anche molti incidenti: morti da ossido di carbonio o incendi di case e una vera e propria emergenza sanitaria dovuta all’inquinamento atmosferico.

Negli ultimi giorni, infatti, a causa dei gas emanati dalla combustione della legna, lo smog nell’atmosfera di alcune città greche come Salonicco e Larissa ha superato i livelli di guardia. Cena a lume di candela Rimane il riscaldamento con l’elettricità che per molti è impossibile a causa degli alti consumi che in genere hanno le stufette. Ma c’è anche chi non ha più l’energia elettrica. Grazie al provvedimento del governo, chi non ha pagato la tassa sulla casa, il famoso "Charatsi", è stato privato della fornitura elettrica. In totale sono almeno 300mila le famiglie senza luce e ad Atene, come in altre città, non è strano vedere i commensali che cenano a lume di candela.

Migliaia di bambini senza vaccini Con un esercito di disoccupati, la crisi economica si è trasformata ormai in una pesantissima crisi sociale ed esplodono le disuguaglianze. Migliaia di genitori, dopo aver perduto con il posto di lavoro l’assistenza sanitaria, sono stati costretti a non sottoporre più i loro bambini alle vaccinazioni di base. Secondo Nikitas Kanakis, rappresentante greco dell’associazione internazionale Doctors in The World “I bambini privi di assicurazione sanitaria e non vaccinati stanno correndo un grave pericolo oltre al fatto che non possono più andare a scuola perché la frequenza è subordinata alla esibizione dei certificati di vaccinazione”. Restituite migliaia di targhe auto per non pagare la tasse Ma non basta.

Poco prima di Capodanno migliaia di automobilisti si sono messi in fila davanti agli sportelli della motorizzazione o del fisco per riconsegnare le targhe dei loro veicoli ed evitare così di pagare la costosa tassa di circolazione per l’anno prossimo, imposta che supera i 1.000 euro per le macchine di lusso. Solo nel 2013 sono state riconsegnate le targhe di ben 70mila veicoli.

Del resto i redditi dei lavoratori greci, come confermano studi condotti dai maggiori sindacati ellenici, sono diminuiti di circa il 40% dal 2009 mentre, secondo i rivenditori di auto, dallo stesso anno sono state riconsegnate le targhe di almeno un milione di autoveicoli. La Grecia al timone dell’Ue Con l’arrivo del 2014 si apre anche il turno di presidenza greca dell’Unione Europea. Un semestre durante il quale si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo (previste a maggio), sulle quali incombe il fantasma dell’avanzata dei populisti e nazionalisti contrari all’euro ed all’Europa. In recessione profonda dal 2009, con il miraggio finalmente di una lieve ripresa nel 2014, sotto assistenza finanziaria dal 2010, la Grecia spera che l’anno che si apre sia quello della svolta.

Il premier Antonis Samaras, in un discorso alla nazione, si è detto sicuro che nel 2014 Atene potrà uscire dal programma di aiuti Ue-Fmi. Programma grazie al quale la Grecia ha ottenuto aiuti per 240 miliardi di euro, a prezzo di tagli, sacrifici, ricette lacrime e sangue che hanno esasperato la popolazione.

Disoccupazione al top e un buco di bilancio da 1,4 mld "Non ci sarà bisogno di nuovi prestiti e nuovi accordi di salvataggio" ha garantito il primo ministro, che vorrebbe emulare il successo irlandese, uscita nei giorni scorsi dal programma di assistenza avviato a dicembre del 2010. Ma la Grecia non è l’Irlanda e domina a Bruxelles come in altre capitali europee lo scetticismo sulla reale capacità di Atene di farcela nei prossimi mesi.

Come dimenticare gli altri numeri che pesano sulla ripresa della Grecia: un debito pubblico che si avvicina al 170% del Pil ed una disoccupazione che ad agosto era del 27,3% (del 58% quella dei giovan
i sotto i 25 anni). Resta poi il problema del ‘buco’ da 1,4 miliardi di euro nel bilancio del 2014 riscontrato dalla troika Ue-Bce-Fmi che dovrebbe tornare in Grecia il 13, per poter dare il via libera ad una nuova tranche di aiuti a fine gennaio.


Fonte: rainews                                                  5 gennaio 2014

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