Le stragi impunite, di Rodolfo Graziani

Il 19 febbraio è una data che ogni anno nessuno ricorda pubblicamente, di cui non parlano forse gli insegnanti ai loro alunni ed i libri di storia nelle scuole, che non ha spazio nei notiziari delle radio o delle televisioni nazionali, al massimo è stata oggetto di alcune rare trasmissioni che a tarda notte si rivolgono ad un pubblico ristretto di appassionati di storia. Eppure essa ci dovrebbe aiutare a ricordare una delle più orride pagine della nostra storia nazionale e del nostro colonialismo, a fare i conti con il nostro indicibile passato .
Il 19 febbraio del 1937 due patrioti etiopi attentarono alla vita del vicerè di Etiopia, il generale Rodolfo Graziani, massacratore di partigiani e riconosciuto in seguito dall’ONU come criminale di guerra. Riuscirono purtroppo solo a ferirlo gravemente.
Dopo aver massacrato subito anche a colpi di scudiscio e con le armi da fuoco buona parte degli etiopi presenti, la reazione degli italiani “brava gente” fu furibonda e disumana. Secondo le testimonianze centinaia di fascisti, ufficiali, graduati e soldati dell’esercito regio, lavoratori italiani, iniziarono a massacrare per la città ogni etiope che incontravano. Così descrisse il massacro un testimone: «… Gli etiopi furono uccisi indiscriminatamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercavano di uscire. Gli autisti italiani rincorrevano le persone per investirle col camion o le legarono coi piedi al rimorchio trascinandole a morte. Donne vennero frustate e uomini evirati e bambini schiacciati sotto i piedi; gole vennero tagliate, alcuni vennero squartati e lasciati morire o appesi o bastonati a morte…». 700 indigeni, rifugiatisi nell’ambasciata inglese, vennero fucilati appena usciti da questa. Fonti etiopi parlano ancora oggi di 30.000 vittime, fra 3.000 e 6.000 secondo la stampa straniera del tempo.

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Chomsky: la democrazia in Italia è finita

Il maggior linguista vivente è in Italia per presentare I padroni dell’umanità (Ponte alle Grazie) e non ha risparmiato nessuno: "Le nostre società stanno andando verso la plutocrazia. Questo è neo-liberismo" ha detto. La sfida del futuro? Non limitarci a osservare il corso degli eventi ed eliminare le istituzioni che perseguono il "tutto per noi stessi, niente per gli altri".

Noam Chomsky, il maggior linguista vivente, l’autore del capolavoro Il linguaggio e la mente (Bollati Boringhieri, 2010), a 86 anni ha mantenuto una lucidità di pensiero che non lascia spazio a dubbi e illusioni. "Le nostre società stanno andando verso la plutocrazia.
Questo è neo-liberismo" ha detto Chomsky, in Italia per il Festival delle Scienze all’Auditorium Parco della Musica di Roma dove è protagonista di due appuntamenti sold out in sale di 700 e 1.200 posti tanto che sabato 25 gennaio è previsto uno schermo supplementare nel foyer dell’Auditorium.

LA DEMOCRAZIA E’ SCOMPARSA Chomsky ha ricordato che "secondo uno studio della Oxfam, l’Ong umanitaria britannica, 85 persone nel mondo hanno la ricchezza posseduta da 3,5 miliardi di individui. Questo era l’obiettivo del neoliberismo" di cui parla come di "un grande attacco alle popolazioni mondiali, il più grande da 40 anni a questa parte".
In Italia "la democrazia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori" spiega il linguista di Filadelfia, che vive vicino a Boston ed è a Roma con la raccolta di testi inediti in Italia su oltre 40 anni di lotte e pensiero I padroni dell’umanità (Ponte alle Grazie). Sono saggi politici dal 1970-2013 dove i principali accusati dello sfruttamento politico e delle guerre, dal Vietnam alla Serbia e all’Iraq, restano gli Stati Uniti e la società dominata dalle multinazionali.

L’EUROPA E’ AL COLLASSO In generale "le democrazie europee sono al collasso totale indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere perchè sono decise – sottolinea Chomsky – da banchieri e dirigenti non eletti che stanno seduti a Bruxelles. Questa rotta porta alla distruzione delle democrazie e le conseguenze sono le dittature". "Mario Draghi – continua – ha detto che il contratto sociale è morto.
Ciò che conta oggi è la quantità di ricchezza riversata nelle tasche dei banchieri per arricchirli. Quello che capita alla gente normale ha valore zero. Questo è accaduto anche negli Stati Uniti ma non in modo così spettacolare come in Europa. Il 70% della popolazione non ha nessun modo di incidere sulle politiche adottate dalle amministrazioni". E da chi è composto questo 70%? "Da quelli che occupano posizioni inferiori sulla scala del reddito. Quell’1% che sta nella parte superiore ottiene a livello politico ciò che desidera. Questa è la plutocrazia".

INFORMARSI SOLO SUI BLOG E’ SBAGLIATO Da sempre punto di riferimento per la sinistra internazionale, Chomsky nei suoi saggi invita a riflettere sulla manipolazione dell’opinione pubblica. Dei new media dice: "Hanno portato ad una maggior vivacità di opinioni rispetto ai media ortodossi" ma un effetto negativo è "la tendenza a sospingere gli utenti verso una visione del mondo più ristretta perchè quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media che fanno eco alle loro stesse vedute" ha sottolineato. "Se uno si informa solo sui blog le prospettive saranno molto più ristrette". Inoltre, la proliferazione di informazioni ha avuto, secondo il linguista, come "contraltare la riduzione del livello dei reportage".

GLI INTELLETTUALI HANNO LE LORO COLPE Tra i pensatori più autorevoli del nostro tempo, Chomsky non risparmia critiche agli intellettuali che, spiega, "hanno tutte le responsabilità degli altri esseri umani: cercare di incentivare il bene comune e del resto del mondo". La sfida del futuro è "non limitarci a osservare il corso degli eventi" e per farlo, conclude, "bisogna eliminare la struttura di quelle istituzioni che perseguono il ‘tutto per noi stessi, niente per gli altri’, non colpire il singolo perchè verrà semplicemente buttato fuori dal sistema".

di Redazione Cadoinpiedi.it                          24 Gennaio 2014

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Ecco chi si nasconde nell’ombra di Renzi

La destra repubblicana neocon e quella israeliana, l’Arabia Saudita, Morgan Stanley, Mediobanca, De Benedetti e Caltagirone. Dietro Renzi non c’è spazio per il Quinto Stato.

Quando negli anni Ottanta Michael Ledeen varcava l’ingresso del dipartimento di Stato, al numero 2401 di E Street, chiunque avesse dimestichezza con il potere di Washington sapeva che si trattava di una finta. Quello, per lo storico di Los Angeles, rappresentava solo un impiego di facciata, per nascondere il suo reale lavoro: consulente strategico per la Cia e per la Casa Bianca. Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra al terrore promossa dall’Amministrazione Bush, oltre che teorico della guerra all’Iraq e della potenziale guerra all’Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano. Oggi Michael Ledeen è una delle menti della politica estera del segretario del Partito democratico Matteo Renzi.

Forse è stato anche per garantirsi la futura collaborazione di Ledeen che l’allora presidente della Provincia di Firenze si è recato nel 2007 al dipartimento di Stato Usa per un inspiegabile tour. Non è un caso che il segretario di Stato Usa John Kerry abbia più volte espresso giudizi favorevoli nei confronti di Renzi.

Ma sono principalmente i neocon ad appoggiare Renzi dagli Stati Uniti. Secondo il "New York Post", ammiratori del sindaco di Firenze sarebbero gli ambienti della destra repubblicana, legati alle lobby pro Israele e pro Arabia Saudita.

In questa direzione vanno anche il guru economico di Renzi, Yoram Gutgeld, e il suo principale consulente politico, Marco Carrai, entrambi molti vicini a Israele. Carrai ha addirittura propri interessi in Israele, dove si occupa di venture capital e nuove tecnologie. Infine, anche il suppoter renziano Marco Bernabè ha forti legami con Tel Aviv, attraverso il fondo speculativo Wadi Ventures e, il cui padre, Franco, fino a pochi anni fa è stato arcigno custode delle dorsali telefoniche mediterranee che collegano l’Italia a Israele.

Forse aveva ragione l’ultimo cassiere dei Ds, Ugo Sposetti, quando disse: «Dietro i finanziamenti milionari a Renzi c’è Israele e la destra americana». O perfino Massimo D’Alema, che definì Renzi il terminale di «quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra».

Dietro Renzi ci sono anche i poteri forti economici, a partire dalla Morgan Stanley, una delle banche d’affari responsabile della crisi mondiale. Davide Serra entrò in Morgan Stanley nel 2001, e fece subito carriera, scalando posizioni su posizioni, in un quinquennio che lo condusse a diventare direttore generale e capo degli analisti bancari. La carriera del giovane broker italiano venne punteggiata di premi e riconoscimenti per le sue abilità di valutazione dei mercati. In quegli anni trascorsi dentro il gruppo statunitense, Serra iniziò a frequentare anche i grandi nomi del mondo bancario italiano, da Matteo Arpe (che ancora era in Capitalia) ad Alessandro Profumo (Unicredit), passando per l’allora gran capo di Intesa-San Paolo Corrado Passera.

Nel 2006 Serra decise tuttavia che era il momento di spiccare il volo. E con il francese Eric Halet lanciò Algebris Investments. Già nel primo anno Algebris passò da circa settecento milioni a quasi due miliardi di dollari gestiti.?L’anno successivo Serra, con il suo hedge fund, lanciò l’attacco al colosso bancario olandese Abn Amro, compiendo la più importante scalata bancaria d’ogni tempo.

Poi fu il turno del banchiere francese Antoine Bernheim a essere fatto fuori da Serra dalla presidenza di Generali, permettendo al rampante finanziere di mettere un piede in Mediobanca.

Definito dall’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani «il bandito delle Cayman», Serra oggi ha quarantatré anni, vive nel più lussuoso quartiere di Londra (Mayfair), fa miliardi a palate scommettendo sui ribassi in Borsa (ovvero sulla crisi) ed è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché suo grande raccoglietore di denaro, attraverso cene organizzate da Algebris e dalla sua fondazione Metropolis.

E così, nell’ultimo anno il gotha dell’industria e della finanza italiane si sono schierati uno a uno dalla parte di Renzi. A cominciare da Fedele Confalonieri che, riferendosi al sindaco di Firenze, disse: «Non saranno i Fini, i Casini e gli altri leader già presenti sulla scena politica a succedere a Berlusconi, sarà un giovane». Poi venne Carlo De Benedetti, con il suo potentissimo gruppo editoriale Espresso-Repubblica («I partiti hanno perduto il contatto con la gente, lui invece quel contatto ce l’ha»). E ancora, Diego Della Valle, il numero uno di Vodafone Vittorio Colao, il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio e l’amministratore delegato Andrea Guerra, il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera con la moglie Afef, l’ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori, il patron di Eataly Oscar Farinetti, Francesco Gaetano Caltagirone, Cesare Romiti, Martina Mondadori, Barbara Berlusconi, i banchieri Fabrizio Palenzona e Claudio Costamagna, il numero uno di Assolombarda Gianfelice Rocca, il patron di Lega Coop Giuliano Poletti, Patrizio Bertelli di Prada, Fabrizio Palenzona di Unicredit, Il Monte dei Paschi di Siena, attraverso il controllo della Fondazione Montepaschi gestita dal renziano sindaco di Siena Bruno Valentini, e, soprattutto, l’amministratore delegato di Mediobanca Albert Nagel, erede di Cuccia nell’istituto di credito.

Proprio sul giornale controllato da Mediobanca, "Il Corriere della Sera", da sempre schierato dalla parte dei poteri forti, è arrivato lo scoop su Monti e Napolitano, sui governi tecnici. Il Corriere ha ripreso alcuni passaggi dell’ultimo libro di Alan Friedman, altro uomo Rcs. Lo scoop ha colpito a fondo il governo Letta e aperto la strada di Palazzo Chigi a Renzi.

Il defunto segretario del Psi Bettino Craxi diceva: «Guarda come si muove il Corriere e capirai dove si va a parare nella politica». Gad Lerner ha, più recentemente, detto: «Non troverete alla Leopolda i portavoce del movimento degli sfrattati, né le mille voci del Quinto Stato dei precari all’italiana. Lui (Renzi) vuole impersonare una storia di successo. Gli sfigati non fanno audience».

da controlacrisi.org              17 febbraio 2014

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Arancia Meccanica a San Benedetto del Tronto: 2 donne picchiate da militanti di estrema destra

Le aggressioni sono avvenute nella notte tra il 7 e l’8 febbraio: 6 persone finite al pronto soccorso, 5 denunce ai carabinieri, tra le quali quelle di due ragazze. Gli aggressori sarebbero militanti di un’organizzazione di estrema destra.

Nel film di Stanley Kubrick “Arancia Meccanica” un gruppo di giovani – chiamati Drughi – trascorre le serate a terrorizzare i cittadini di Londra, tra pestaggi, molestie, stupri e infine soste “ricreative” al Korova Milk Bar, dove i giovani criminali sorseggiano “latte più”. A San Benedetto del Tronto, in Provincia di Ascoli Piceno, le scene che cinque giovani hanno dovuto vivere sulla loro pelle ricordano terribilmente il capolavoro cinematografico. Ma andiamo con ordine: è la notte tra il 7 e l’8 febbraio e nella cittadina marchigiana si verificano tre distinti episodi di violenza, apparentemente senza alcun collegamento tra loro. I “drughi” sarebbero un manipolo di giovani vicini ad ambienti dell’estrema destra cittadina; tra loro anche un pugile professionista. Secondo quanto riportato da L‘Osservatore Quotidiano – sito di informazione locale che per primo ha approfondito la vicenda – le violenze si sarebbero consumate in un raggio di poche centinaia di metri.

A subire la prima aggressione sarebbe stato un ragazzo, picchiato “con pugni e spintoni da un gruppo di giovani, per futili motivi, finendo poi al Pronto Soccorso. Al momento questo episodio non risulterebbe confermato, tuttavia, da alcuna denuncia”, scrive l’Osservatore. Trascorrono pochi minuti, i “drughi” arrivano in prossimità di un locale e tentano un approccio troppo insistente con una ragazza, che tuttavia reagisce con decisione, dando uno schiaffo al molestatore, che risponde con pugni e un calcio. Quando alcuni amici tentano di soccorrere la giovane subiscono una sorte simile e vengono malmenati.

Ma evidentemente non basta ancora. A poche decine di metri il gruppo di malviventi avrebbe tentato di aggredire un’altra ragazza, “prima con insulti e poi con le mani – racconta l’Osservatore – e in seguito avrebbe colpito gli amici di quest’ultima. Anche un ragazzo – che aveva provato a sedare pacificamente gli animi – sarebbe stato gettato a terra e preso a calci e a bottigliate. Il tutto contornato da minacce”. Nella denuncia sporta da quest’ultimo si apprendono dettagli che, se confermati dalle indagini, appaiono raccapriccianti. “Che cazzo indichi, troia infame?”, avrebbe detto uno degli aggressori. La ragazza, stupita, avrebbe risposto: “Roberto, che dici? Siamo amici e mi hai anche invitata a CasaPound”. La testimonianza si fa ancora più agghiacciante quando il denunciate racconta che la giovane sarebbe stata afferrata per il collo e schiaffeggiata, mentre lui e un amico – intervenuti per difenderla – scaraventati a terra, presi a bottigliate in fronte e infine minacciati: “Se non ti ho ammazzato adesso – avrebbe detto uno degli aggressori – ti faccio ammazzare”.

Le denunce sporte sono 5 e gli aggressori identificati sarebbero tutti esponenti dell’estrema destra sanbenedettese. Uno di loro, pugile professionista, sarebbe dirigente locale di CasaPound. Saranno gli inquirenti a definire con chiarezza cosa è accaduto e chi siano i responsabili. Appare curioso tuttavia un post sulla pagina facebook di un “gruppo militante” di destra apparso all’indomani delle aggressioni che, va specificato, non hanno riguardato nessun militante politico di sinistra.

http://www.fanpage.it            13 febbraio 2014

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Gianluigi Paragone: i poteri forti mi vogliono cacciare dalla gabbia, di Luca De Carolis

Il conduttore del programma su La7 attacca il Corriere della Sera o, per usare un suo neologismo, "il corrierismo" e punta il dito contro Grasso: "Ha chiesto a De Bortoli di farmi fuori"

“Grasso ha chiesto la mia cacciata su ordine del suo direttore, Ferruccio de Bortoli. Sono colpevole di criticare Napolitano, il Papa delle larghe intese”. Gianluigi Paragone, conduttore de La gabbia su La 7, ce l’ha con il Corriere della Sera. Anzi, con il “corrierismo”, per mutuare un suo neologismo.

Aldo Grasso ha bollato il suo programma come “il peggior talk show dei bar di Caracas” e si è rivolto al suo editore Urbano Cairo, patron di La7 e del Torino, definendola “peggio di D’Ambrosio”, giocatore appena ceduto all’Inter. Lei su “Libero” lo ha accusato di aver chiesto la sua cacciata. Ma perché lo avrebbe fatto?
Grasso ha ricevuto una precisa “comanda” da De Bortoli, direttore illuminato. Agli occhi del Corriere rappresento l’antisistema, perché mi permetto di criticare Napolitano. E l’antisistema al giornale dei poteri forti e delle larghe intese non va bene.

Pensa che a via Solferino siano arrivate telefonate dall’alto?
Non credo. Semplicemente il sistema combatte tutto ciò che non è allineato.

Ha riscontri sull’ordine di de Bortoli?
No, ma sono convinto che ci sia stato. D’altronde i giornalisti del Corriere mi attaccano spesso. Pierluigi Battista e Antonio Polito scrivono sempre tweet in cui prendono in giro la mia trasmissione, soprattutto quando parlo del Quirinale. E tutti, compreso De Bortoli, hanno rifiutato gli inviti nella mia trasmissione.

Battista ha twittato anche oggi (ieri, ndr): “Paragone scrive che siamo gli strumenti dei poteri forti. Te ne eri accorto Polito? Io no”.
Ho risposto: “Il declino di Battista e Polito, costretti a venir dietro al conduttore del peggior talk: #godo”.

Le rimproverano di fare un proforgramma volgare, trash.
Grasso mi ha dato del populista, ma non mi offendo. La linea della trasmissione è giusta: una voce malpancista e anche un po’ tamarra serve, perché nella tv italiana è tutto uguale. E infatti il programma va bene: abbiamo un ascolto medio del 4,3 per cento, con un milione di spettatori. Il tema è un altro. Ovvero? Si usano due pesi e due misure. Quando Grillo attacca i giornali tutti si scandalizzano. Se un militante di Cinque Stelle brucia un libro di Augias piovono condanne. Ma se un giornalista chiede la chiusura di un programma e la cacciata di un collega va tutto bene.

Grillo è un politico, Grasso è un critico televisivo: giudicare è il suo lavoro.
Tutti hanno diritto di critica, non solo i giornalisti. E comunque Grasso può scrivere che La gabbia gli fa schifo, ci sta. Quello che trovo enorme è invitare il mio editore a licenziarmi.

L’ha cercato per un chiarimento?
No, non sarebbe stato opportuno. Voglio dire però che per Grasso provo tenerezza. È costretto a guardare tutto il giorno la tv: sai che noia.

Dopo il pezzo Cairo l’ha chiamata?
No. Né lui né Paolo Ruffini (il direttore di rete, ndr) hanno mai messo bocca nella linea del programma.

Tra le altre cose, Grasso le imputa di corteggiare i grillini dopo essere stato leghista.
Io sono entrato in Rai in quota Lega, è verissimo. Ho un passato in giacca e cravatta, conosco la tv telecomandata. Poi però mi ha fatto schifo e me ne sono andato, lasciando un posto da vicedirettore. Ho scelto di fare un altro tipo di informazione.

Lei è grillino?
Non voto da un po’, ma mi piace l’entusiasmo di Grillo e dei suoi parlamentari. Credo che facciano benissimo la pars destruens: devono fare meglio la construens , partecipando alle decisioni.

da il Fatto Quotidiano            9 febbraio 2014

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Colpevoli di difendere la nostra terra e i beni comuni. Il movimento NoTav chiede solidarietà concreta.

Un appello per la raccolta fondi per le spese legali del movimento NO TAV, anche alla luce dell’ultima condanna al risarcimento danni a LTF per oltre 200.000 euro. Oltre 400 persone sono indagate per la resistenza contro un’opera imposta, inutile e devastante sia per l’ambiente sia per le finanze dello Stato, che impedisce di fare tutte le altre piccole opere utili.
I contributi devono essere versati esclusivamente sul conto corrente postale per le spese legali NO TAV – n.1004906838 – IBAN – IT22L0760101000001004906838 intestato a Pietro Davy.

Il tribunale ordinario di Torino, sezione distaccata di Susa, in data 7/1/2014 depositata in data 14/1/14 ha sentenziato: “dichiara tenuti e condanna Alberto Perino, Loredana Bellone e Giorgio Vair, in solido tra di loro, al pagamento a parte attrice [LTF] di euro 191.966,29 a titolo di risarcimento del danno” oltre al pagamento sempre a LTF di euro 22.214,11 per spese legali, per un importo totale di euro 214.180,40. La causa civile era stata intentata da LTF perché a suo dire gli era stato impedito di fare in zona autoporto di Susa il sondaggio S68 la notte tra l’11 e il 12 gennaio del 2010. I sondaggi S68 e S69 erano inutili e infatti non sono mai stati fatti né riproposti sia nel progetto preliminare sia nel progetto definitivo presentato per la tratta internazionale del TAV Torino – Lyon.

Quella notte, all’autoporto centinaia di manifestanti erano sulla strada di accesso all’area per impedire l’avvio del sondaggio. La DIGOS aveva detto che non sarebbero arrivate le forze di polizia per sgomberare il terreno dai manifestanti ma che sarebbero venuti gentilmente a chiedere di poter fare il sondaggio, se avessimo rifiutato se ne sarebbero andati. E così avvenne.
Poi si scoprì che era una trappola per tagliare le gambe ai NO TAV con una nuova tecnica: richiesta di danni immaginari per centinaia di migliaia di euro a carico di qualche personaggio del movimento.

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Gli omuncoli che ci governano e la gente vera che muore

Stringe il cuore in questi tempi assistere  a trasmissioni  come” Piazza pulita” di Corrado Formigli e “La gabbia” di Gianluigi Paragone; guardare i reportage dalla Sardegna, come quelli dal resto d’ Italia, in cui l’ingiustizia del potere e la disperazione della gente dominano la scena.
Per un popolo in ginocchio, all’ arroganza e all’indifferenza dei politici noi diciamo che non sarà sempre festa.
Da subito alle prossime elezioni europee non andremo a votare, così non legittimeremo quel parlamento di marionette, che il governo dell’ Europa lo lasciano in mano alla B.C.E. e al F.M.I.
Premesso che della legge elettorale italiana che verrà, non ce ne frega nulla, qualunque essa sarà, ribadiamo che non andremo più a votare né per il parlamento nazionale  né per le amministrazioni locali.
Vi aspettiamo al varco, quando a votare ci andrà meno del 50% degli aventi diritto al voto.
Perché l’ Italia non è l’ America!

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Ed eccolo quell’articolo su Repubblica contro Giovanni Falcone

Abbiamo recuperato l’introvabile articolo di Sandro Viola che nel gennaio 1992 si scagliava contro Giovanni Falcone, accusandolo di essere un “guitto televisivo”. Qualche giorno dopo sullo stesso giornale Giuseppe D’Avanzo difendeva il giudice antimafia: “Non ha mai avuto una vita facile”.

È il 9 gennaio del 1992, un giovedì. Il quotidiano la Repubblica in quel periodo vende mediamente circa 750mila copie. Nella pagina dedicata ai commenti viene pubblicato un articolo dal titolo “Falcone, che peccato…” vergato da Sandro Viola, firma di punta del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L’argomento del commento è il giudice antimafia che Viola prende di mira per via della sua esposizione mediatica. Un pezzo durissimo che oggi, a vent’anni dalla strage di Capaci che fece saltare in aria Falcone, la moglie e la scorta, ritorna a galla con la violenza d’una colpa.

L’articolo, introvabile nell’archivio online di Repubblica, è oggetto di discussione in queste ore sulla Rete, ma nessuno l’ha pubblicato integralmente, in maniera da consentire al lettore un’autonoma valutazione.

Eccolo, l’articolo, in versione integrale: recuperato grazie all’Emeroteca Tucci di Napoli. Che ognuno faccia le sue valutazioni dopo averlo letto.

Viola attacca definendo Giovanni Falcone “magistrato che alla metà degli anni Ottanta inflisse alcuni duri colpi alla mafia”. Una definizione quanto meno riduttiva per l’anima del maxi-processo di Palermo, per colui che, lo dicono i suoi colleghi magistrati, individuò nuove tecniche e nuovi metodi per l’approccio alla questione mafiosa. Continua Viola: “da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato”.

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