Le stragi impunite, di Rodolfo Graziani

Il 19 febbraio è una data che ogni anno nessuno ricorda pubblicamente, di cui non parlano forse gli insegnanti ai loro alunni ed i libri di storia nelle scuole, che non ha spazio nei notiziari delle radio o delle televisioni nazionali, al massimo è stata oggetto di alcune rare trasmissioni che a tarda notte si rivolgono ad un pubblico ristretto di appassionati di storia. Eppure essa ci dovrebbe aiutare a ricordare una delle più orride pagine della nostra storia nazionale e del nostro colonialismo, a fare i conti con il nostro indicibile passato .
Il 19 febbraio del 1937 due patrioti etiopi attentarono alla vita del vicerè di Etiopia, il generale Rodolfo Graziani, massacratore di partigiani e riconosciuto in seguito dall’ONU come criminale di guerra. Riuscirono purtroppo solo a ferirlo gravemente.
Dopo aver massacrato subito anche a colpi di scudiscio e con le armi da fuoco buona parte degli etiopi presenti, la reazione degli italiani “brava gente” fu furibonda e disumana. Secondo le testimonianze centinaia di fascisti, ufficiali, graduati e soldati dell’esercito regio, lavoratori italiani, iniziarono a massacrare per la città ogni etiope che incontravano. Così descrisse il massacro un testimone: «… Gli etiopi furono uccisi indiscriminatamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercavano di uscire. Gli autisti italiani rincorrevano le persone per investirle col camion o le legarono coi piedi al rimorchio trascinandole a morte. Donne vennero frustate e uomini evirati e bambini schiacciati sotto i piedi; gole vennero tagliate, alcuni vennero squartati e lasciati morire o appesi o bastonati a morte…». 700 indigeni, rifugiatisi nell’ambasciata inglese, vennero fucilati appena usciti da questa. Fonti etiopi parlano ancora oggi di 30.000 vittime, fra 3.000 e 6.000 secondo la stampa straniera del tempo.


Ma gli attentatori erano riusciti a fuggire, cosicché la strage continuò ancora nei mesi seguenti. Su ordine di Graziani alla fine di febbraio vennero fucilate decine di notabili e ufficiali etiopi. Tra marzo e novembre ben 400 abissini, tra cui importanti personaggi pubblici, vennero imprigionati e deportati in Italia. Intere famiglie con donne e bambini furono confinate nel campo di concentramento di Danane. per un totale, secondo fonti italiane, di 1.800 unità. Per gli etiopi tale cifra va moltiplicata per quattro e secondo alcune testimonianze, su 6.500 internati ben 3.175 persero la vita per scarsa alimentazione, acqua inquinata e malattie.
Su ordine di Graziani vennero anche fucilati di tutti i cantastorie, gli indovini e gli stregoni di Addis Abeba e dintorni, in quanto responsabili di annunciare nei vari mercati la fine prossima del dominio italiano.
Graziani volse la sua vendetta infine verso la chiesa copta, accusata di non essere estranea all’attentato e di dare rifugio ai suoi esecutori. Al comando del generale Pietro Malettil le truppe italiane si misero in marcia la città-convento di Debrà Libanòs , assieme ad un battaglione somalo mussulmano, più adatto alla repressione dei cristiani, incendiando sul loro cammino 115.422 tucul, tre chiese e un convento, e giustiziando mentre ben 2.523 “ribelli”.
Dopo la distruzione del convento di Gulteniè Ghedem Micael, il 13 maggio, e la fucilazione dei monaci, il 18 maggio Debrà Libanòs venne accerchiata. Il 20 mattina tutti i religiosi catturati vennero caricati sui camion. Le vittime venivano incappucciate e fatte accucciare sul bordo di un crepaccio, uno a fianco all’altro. Le mitragliatrici sparavano in continuazione interrompendo solo per buttare i cadaveri nel crepaccio. All’una le esecuzioni terminarono per riprendere poi, il 26 maggio, per massacrare 129 giovani diaconi, risparmiati sei giorni prima. In tutto vennero passati le armi 449 tra monaci e diaconi. Secondo ricerche portate avanti da studiosi dell’Università di Nairobi e di Addis Abeba e comunicate ad Angelo Del Boca il numero delle vittime del massacro si aggirerebbe, invece, addirittura tra 1.423 e 2.033 uomini
Nel dopoguerra, nonostante le richieste etiopiche, nessun italiano venne mai punito per questi crimini, nel silenzio generale delle forze politiche italiane.

da Romano Viti

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